Tifo di lotta e di governo

Paradosso a Milano: chi critica il sindaco aperturista per il "liberi tutti" di piazza Duomo? La Sardone fra i tifosi. Bertolaso si loda ma i vaccini scendono. Pace Italia- Francia anche per Mediaset

È stato il primo maggio non solo di Fedez, ma del “liberi tutti”. Solo che la realtà è sempre molto ironica. Il sindaco di Milano, eletto dal centro sinistra, Beppe Sala, ha fatto circolare i tifosi dell’Inter a Milano, liberamente. Per la vittoria dello scudetto. Chi avrebbe dovuto incalzarlo e protestare per questo “liberi tutti”? L’opposizione. Ma la Lega di Salvini ha fatto delle riaperture la sua ultima crociata: è un mese che scassa tutti contro la dittatura delle chiusure. Dunque sotto la Madonnina c’è un doppio imbarazzo. Sala ha rilanciato le spiegazioni del Questore. (C’è sempre un tecnico su cui scaricare la decisione). Mentre Salvini gli ha imputato di non avere aperto lo stadio per far affluire i tifosi. Vabbè, fra tutti la capitale morale è messa davvero male. Divertente Poletti sulla Stampa che pizzica Silvia Sardone, superfan di Salvini, tifosa interista scesa in piazza. Oggi sul Corriere Bertolaso rivendica il merito dei 100 mila vaccini al giorno in Lombardia (ieri intanto solo 343 mila 114 somministrazioni a livello nazionale, non va bene). Come dice il virologo Lorenzo Pregliasco, fra dieci giorni saranno i dati epidemiologici a dirci se il virus è circolato davvero liberamente. L’altro virologo, Massimo Galli, la Cassandra per eccellenza, l’esperto secondo cui Draghi non sa ragionare, è invece interista e contento. Hanno fatto bene i tifosi, dice.

Per merito di Fedez, il Corriere della Sera, dopo mesi, dà finalmente spazio alle femministe, alcune fra l’altro collaboratrici di via Solferino, che vogliono alcune modifiche alla legge sulla omotransfobia. Sul merito del ddl Zan la vera censura sembra invece quella di Repubblica che evita da mesi ogni parere diverso, a sinistra, sul merito della legge. Il Paese che racconta è un’Italia in cui c’è solo un’alternativa secca: fra il Medio Evo leghista e il progresso di Fedez. Prendere o lasciare.  

Il titolo di ieri della Versione, su Draghi voluto dall’Europa a Palazzo Chigi e non al Quirinale, era azzeccato: oggi tutti ne scrivono, è il vero tema della politica italiana. Certo, ci sono anche le novità fra i 5 Stelle e i turbamenti dati dallo scandalo sulle toghe. Mediaset e Vivendi hanno raggiunto l’accordo. È stata un’impresa quasi più difficile dell’arresto degli ex terroristi, ma alla fine è arrivata l’intesa Italia-Francia. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Titolo diverso per il Manifesto, che sottolinea l’esplosione delle disuguaglianze sociali: Botta di classe. Sulla campagna vaccinale, il Corriere della Sera adesso vede la Lombardia molto più efficiente del resto d’Italia e del Sud in particolare: Vaccini, l’Italia a due velocità. Il Quotidiano nazionale parla del vaccino inglese: Contrordine: AstraZeneca per tutti. La Stampa, per non farci dormire sugli allori, torna sul maxi assembramento dei tifosi interisti: «Pagheremo tutti l’errore di Milano». Il Messaggero ci ricorda che siamo alla viglia dell’estate: L’Europa: riaprire sul turismo. Italia in ritardo sul Covid pass. La Repubblica si occupa ancora del caso Fedez, che sta diventando l’ennesima occasione per discutere delle poltrone di viale Mazzini: Rai, niente riforma prima del cambio dei vertici. Libero svolge il ruolo che avrebbero voluto assegnargli Fedez e Zan, con tanto di intervista alla Meloni: Omosessuali alla riscossa. Sui veleni delle toghe, Il Giornale: Indagati i pm di Milano. E rischia anche Davigo. La Verità: Il verbale che fa tremare politici, giudici e il Colle. E il Domani: Ecco le regole di “Ungheria”. Tra cene, “sverginati” e trame. Il Fatto torna sulle foto di Renzi all’autogrill ritratto con un ex agente dei servizi, anticipate dalla trasmissione di Rai3: Beccato con lo spione. Renzi spara a Report. Diverso il tema del Sole 24 Ore: Fondo perduto, aiuti per 14 miliardi. Moratoria dei presiti, proroga con limiti. Mentre Avvenire in solitaria ricorda le: Odissee in mare.

“LIBERI TUTTI”, IL TIFO È SACRO

Un resoconto dettagliato del ponte festivo del primo maggio fa pensare che fra quindici giorni dovremo contare altri numeri di contagi e di decessi. La cronaca di Repubblica:    

«Non doveva essere un "liberi tutti", e invece lo è stato. Stadi interi nelle piazze, feste proibite, tavolini tirati dentro per la pioggia, folle in centro e sulle spiagge, serrande alzate a tarda notte. Le foto ricordo del primo weekend di maggio, il primo dopo mesi con 47 milioni di italiani in zona gialla, sono decine di istantanee che raccontano lo scavalcamento del confine tra la voglia di uscire, riaprire, ritrovarsi e il tradimento delle norme. Tra la «spontanea quanto incontenibile euforia collettiva» di cui ha parlato la questura di Milano per la festa interista di piazza Duomo e lo spazzar via ogni regola. Riannodiamo il nastro da lì, da Milano, dove già nella notte di venerdì i carabinieri hanno disperso la movida delle colonne di San Lorenzo. Nulla a che vedere con i trentamila di domenica, in piazza e nelle strade, con bandiere e fumogeni, abbracci e cori, appiccicati l'uno all'altro a respirarsi e cantarsi addosso per lo scudetto nerazzurro. Perfino a Macerata, 500 chilometri più giù, le stesse bandiere hanno riempito corso della Repubblica dimentiche del Covid. Cambiano i colori, ma solo quelli, a Perugia: sono bianchi e rossi i grifoni che sventolano in mezzo al fiume di persone che festeggia il ritorno in serie B. La ripresa dall'alto lascia pochi dubbi, pochi come i vuoti di una piazza in festa a mascherine abbassate. È ancora giorno lì, come nel centro di Roma chiuso con le solite transenne per il troppo struscio, complice il bel tempo. Pioveva, invece, sabato e così qualche ristoratore ha portato dentro sedute e clienti. Quando cala la sera a Chiaia e Mergellina, a Napoli, si cena insieme in otto, dieci, dodici, tutti allo stesso tavolo. Alle 22, mentre i primi locali ritirano le sedie, ci sono ancora coppie e amici a passeggio. Un'ora dopo le serrande sono alzate, i tavolini spariti ma si beve in piedi fuori dai bar. Polizia e carabinieri osservano, richiamano, ma come dicono gli stessi esercenti «controllare quel mare di persone è impossibile». Saranno oltre tremila le multe in tutta Italia. Tra cui quelle per la festa proibita in un bungalow affittato alle porte di Roma, per il raduno studentesco in corso Lodi a Milano, per centinaia di giovani beccati a ballare in una villa a Giugliano e dei festini nella notte di Firenze».

Massimo Gramellini, che ha iniziato la carriera giornalistica come cronista sportivo, coglie l’occasione per occuparsi del maxi assembramento dei tifosi dell’Inter, in piazza a Milano. Titolo A distanza Duomo.

«Questo è il resoconto fedele di una telefonata al mio amico Carlo, ipocondriaco e interista. (Come si usa ultimamente, la telefonata è stata registrata all'insaputa dell'interessato). «Carlo, mi è appena arrivata una foto: il tizio pigiato in piazza Duomo con il bandierone sugli occhi sei proprio tu?». «L'obiettivo schiaccia: in realtà ho mantenuto le distanze di sicurezza». «Neanche un monaco zen riuscirebbe a isolarsi nella calca». «Avevo due mascherine, una nera e l'altra azzurra». «E pensi di cavartela così, dopo che da un anno mi urli di non mettere il becco fuori dalla porta?». «Sai da quanto non andavo in piazza a festeggiare? Dai giorni del Triplete! Mi sembra che come lockdown sia durato abbastanza». «Oggi campioni, domani tamponi: e se i contagi aumenteranno?». «Colpa delle riaperture, non della variante nerazzurra. Lo ha detto anche il professor Galli!». «Interista. Ma tu sei lo stesso Carlo che ha chiamato l'amministratore per segnalare che i vicini stavano facendo una festa?». «Quelli erano in trenta in un tinello!». «E voi in trentamila». «Ma all'aperto, dove il contagio è infinitamente inferiore». «Non dicevi le stesse cose quando ti indignavi per gli ingorghi umani sui Navigli». «Io non sono uscito per andare a divertirmi, ma per l'Inter. Si chiama rischio ragionato». «Ammetterai, Carlo, che il calcio fa retrocedere all'infanzia?». «No, però riconosco che la Juventus ha mostrato grande senso di responsabilità verso i suoi tifosi. Per evitare assembramenti ha preso il vaccino contro lo scudetto».

Fabio Poletti sul Stampa ha notato la pasionaria leghista Silvia Sardone sui social, tifosa festante e le ha chiesto di raccontare la sua presenza in Piazza Duomo.

«Domenica in piazza Duomo c'erano trentamila interisti e Silvia Sardone, consigliera comunale della Lega, un passato in Forza Italia, le opposizioni di Palazzo Marino che più stanno facendo la guerra al sindaco Giuseppe Sala per gli assembramenti nerazzurri. Silvia Sardone, c'era anche lei in piazza Duomo a festeggiare... «Ero lì per altri motivi». Ma ci son le foto! «Ero alla Rinascente perché dovevo comperare un vestito perché a luglio sono stata invitata a un matrimonio. A un certo punto mi sono arrivati i messaggini dei miei amici che mi dicevano che erano in Duomo a festeggiare lo scudetto. Mi sono affacciata, li ho salutati e sono andata a piedi verso Cairoli. Ma quando sono passata io non c'era tutto quell'assembramento, la partita era finita da un pezzo». In una foto la si vede in Duomo con la mascherina dell'Inter. Lei va a comperare un abito per un matrimonio con la mascherina nerazzurra? «A casa ho anche le tazzine con l'Inter. Basta guardare il mio profilo Instagram. Stamattina ero all'inaugurazione di un hub vaccinale a Sesto San Giovanni e avevo la mascherina dell'Inter». Ma per quello che ha visto, c'era troppa gente in Duomo? Senza distanziamento e senza mascherina... I virologi temono il disastro. «Speriamo di no. Io sono passata tardi. Forse la folla di tifosi se n'era già andata. In Duomo non ho visto tutta questa gente. Ci sarà pure stato qualche ultras senza mascherina. Ma io tra la gente che ho incontrato da Duomo in Cairoli ho visto anche tante famiglie con il passeggino, le bandiere, le mascherine, tutte ben distanziate. Detto questo la situazione era prevedibile e bisognava fare qualcosa».

IL VIA DA BRUXELLES: È PARTITA LA CORSA AL COLLE

Fra meno di un anno, nel gennaio 2022, si vota per l’elezione del nuovo Capo dello Stato e l’articolo di Claudio Tito da Bruxelles di ieri (secondo cui l’Europa vuole Draghi a Palazzo Chigi almeno fino al 2023) ha riscaldato l’interesse collettivo. Angelo Picariello, quirinalista di Avvenire, traccia oggi tre scenari: uno di Salvini, uno di Letta e uno di Renzi. Con Mattarella che aspetta i partiti.

«La guerra vera si annuncia da fine luglio, con l'inizio ufficiale del 'semestre bianco' in cui il capo dello Stato non può sciogliere le Camere. Perché una quadra, in maggioranza, non c'è e probabilmente non ci sarà. I partiti confluiti nell'esecutivo Draghi hanno accettato le 'larghe intese' proprio con l'idea di non restare fuori dai giochi per il Colle, ma quali siano i giochi e quale il perimetro è una sceneggiatura ancora tutta da scrivere. Il rischio, ovviamente, è il caos. La linea-Salvini: subito Draghi al Colle ed elezioni. Il capo della Lega ha un atteggiamento che in politica può diventare un difetto: se ha un progetto, o se ha un problema, lo fa capire con chiarezza. E il problema a destra, per lui, si chiama Giorgia Meloni. Per arginarlo, ha in mente una sola strada: spingere Mario Draghial Quirinale subito e provare ad ottenere il voto anticipato nella primavera 2022, per scongiurare il rischio di diventare, da plenipotenziario, il secondo azionista del centrodestra. (…)  L'asse Pd-M5s (che tenta anche Fi): Draghi resta a Palazzo Chigi, una rosa per il Colle. Alla domanda di Salvini, Pd e M5s non possono rispondere in modo chiaro. Dovrebbero dire che non vogliono il voto anticipato, ma questo sarebbe un segno di debolezza. Preferiscono, quindi, indicare altre motivazioni: «Draghi deve completare il suo lavoro da premier», è il senso di tutte le ultime affermazioni pubbliche di Enrico Letta. Che si è anche spinto a mettere in dubbio la tenuta delle larghe intese sino a gennaio 2022, come a evocare uno scenario modello 'Ursula', simile a quello che reggeva proprio l'esecutivo Letta nel suo confine a destra entro i limiti del Ppe. (…) Il gioco di provare a mettere la Lega ai margini dell'attuale governo sarebbe quindi funzionale a realizzare, intorno al Colle, una maggioranza composta da Pd, M5s, Leu e Forza Italia, offrendo al partito di Berlusconi, attraverso Letta (Gianni), un nome di garanzia all'interno di una rosa in cui potrebbero entrare personalità 'europee' come Paolo Gentiloni o David Sassoli (espressioni autorevoli dell'accordo di governo tra Pse e Ppe) o 'interne' come Dario Franceschini, WalterVeltroni, Francesco Rutelli, Giuseppe Conte  (…) È un nucleo che può ospitare anche nomi storici, come quello di Romano Prodi e Giuliano Amato. Lo schema Renzi dal centrodestra al Pd. Parzialmente 'a riposo' dopo la caduta del governo Conte e la nascita del governo Draghi, Matteo Renzi tiene compatta la compagine parlamentare di Italia Viva indicando il Colle come obiettivo strategico: se Iv non si sfalda potrà essere decisiva, nei disegni dell'ex premier. Lo schema su cui lavora Renzi è, come suo solito, spiazzante: un 'centrodestra più Pd', che darebbe molto risalto ai vari 'centri' sparsi nelle due aule parlamentari. Un nome pivot di questo schema potrebbe essere quello di Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera. Fantapolitica? L'ex premier, quando gli dicono così, sorride».

La stessa Repubblica ci torna con un articolo a doppia firma, di Annalisa Cuzzocrea ed Emanuele Lauria, con una tesi diversa: Draghi vuole andare al Colle, anche a rischio di anticipare le elezioni politiche di un anno.

«I pochi in grado di decrittarne parole e pensieri, giurano che Mario Draghi stia già pensando al trasloco. Che la tentazione di spostarsi da Palazzo Chigi al Quirinale sia forte e per questo motivo abbia in mente una road map chiara: mandare avanti subito le riforme contenute nel Recovery plan, spingere al massimo la campagna vaccinale e accelerare sui ristori. In modo da portare il Paese con un piede fuori dall'emergenza a gennaio. A quel punto il premier considererà sostanzialmente svolto il suo mandato. E sarà pronto per una successione a Mattarella considerata, fino a pochi mesi fa, quasi naturale. Ma resa ora più complicata da diversi fattori: le preoccupazioni di Bruxelles sulla reale capacità italiana di attuare il Pnrr; i calcoli opposti dei partiti; le singole strategie degli altri candidati e le mire di chi punta a fare da ago della bilancia. L'incognita più forte, e Draghi lo sa bene, è rappresentata dalla composizione di questo Parlamento. Che ha dimostrato in ogni modo, a partire dalla formazione di tre governi in tre anni, di essere capace di esercitare una notevole resistenza davanti alla possibilità di uno scioglimento anticipato, specie con la prospettiva di un taglio dei seggi. La maggioranza del corpaccione parlamentare teme che vedere salire l'attuale premier al Colle, un inedito nella storia della Repubblica, significherebbe andare al voto già nel 2022. (…) il voto tra un anno potrebbe tentare perfino Enrico Letta, se le rilevazioni sul consenso del Pd migliorassero rispetto a oggi. Nel centrosinistra però sono in tanti a sperare che Draghi resti fino al termine della legislatura. Per due ragioni: i ritardi nella costruzione di un'alleanza sull'asse Pd-M5S e la presenza, nel proprio recinto, di altri autorevoli candidati. Dario Franceschini potrebbe prendere il posto di Roberto Fico, se il presidente della Camera accettasse la candidatura a Napoli, e preparare così la via per il Colle. Paolo Gentiloni potrebbe tornare da Bruxelles richiamato a più alto incarico, e più di uno nel Pd pare stia lavorando per questo. Qualcuno sussurra, di nuovo, il nome di Romano Prodi». 

IL CASO FEDEZ FUNZIONALE ALLE NUOVE NOMINE RAI?

Per una curiosa eterogenesi dei fini il caso Fedez al Concertone del primo maggio sembra assumere i contorni dell’ennesimo assalto dei partiti alla Rai. Periodico spoil-system per adeguare il servizio pubblico ai nuovi equilibri. Franco Di Mare, direttore di Rai Tre, è stato convocato dalla Commissione di Vigilanza Rai. Concetto Vecchio su Repubblica:

«A tre giorni dal Concertone viale Mazzini deve fare i conti con un danno d'immagine innegabile. L'azienda prova a rimpallare le accuse di censura. «Le dichiarazioni di Fedez sono gravi e infamanti, parimenti a quanto sono infondate » risponde, con un post su Facebook, il direttore di Rai3, Franco Di Mare, che domani sarà sentito in Commissione Vigilanza Rai. Di Mare invita ad «ascoltare attentamente» la registrazione integrale della telefonata tra Fedez e la vicedirettrice di Rai3, Ilaria Capitani: nella versione di Fedez «ci sono gravi omissioni» che «alterano oggettivamente il senso di quanto detto» da Capitani, che «nel colloquio esclude fermamente, ben due volte, ogni intenzione censoria». «Ma di questo - scrive Di Mare - non c'è traccia alcuna» nella versione del rapper. (…) La Lega va all'attacco di chi organizza il Concertone, chiedendo, con il capogruppo in Vigilanza, Massimiliano Capitanio, di fare luce sul contratto per «verificare che non ci sia un danno nei confronti della Rai per l'utilizzo di marchi privati da parte degli artisti nel corso del concerto, e valutare la congruità della spesa da parte della tv pubblica anche in quanto speso dai sindacati». La Lega non esclude un esposto alla Corte dei Conti. La Rai invece non ha intenzione di fare causa a Fedez. Resta quella parola - "il sistema" - pronunciata da uno degli organizzatori durante la telefonata con Fedez. L'ad Fabrizio Salini si è scusato per l'uso inappropriato del termine e ha avviato delle verifiche interne per capire se esistano delle responsabilità aziendali. Resta da capire chi ha informato preventivamente Matteo Salvini del contenuto del discorso di Fedez. «Il rapper ha fatto solo marketing» lo ha accusato il consigliere Rai Giampaolo Rossi, Fratelli d'Italia. Fedez risponde alle accuse della Lega, ricordando di avere raccolto 4 milioni di euro per i lavoratori dello spettacolo, e li sfida a devolvere «il 2 per mille degli introiti di partito».

LEGGE ZAN, SI TORNA SUL MERITO

Avvenire ha raccolto in queste settimane una serie di voci critiche sul merito della legge, pubblicando un appello in favore di alcune modifiche al testo Zan, firmato da personalità della sinistra.  Fra l’altro ha dato spazio ad interviste ad esponenti storiche del femminismo italiano come Paola Concia, Cristina Comencini, Marina Terragni e la senatrice del pd Valeria Valente. Oggi riassume così con Francesco Ognibene alcuni punti di discussione nel merito:  

«Nelle ultime settimane interviste e approfondimenti sulle pagine di Avvenire - che si sommano a quelli dei mesi scorsi - hanno permesso di mettere a fuoco i punti critici. Proviamo a riassumere schematicamente i principali. L'ordinamento italiano - e anche la legge Mancino, la numero 122 del 1993 che il ddl vuole modificare - già tutela ampiamente le persone soggette per qualunque motivo a manifestazioni di odio e violenza, tant' è vero che le aggressioni a persone omosessuali vengono sempre perseguite dalle forze dell'ordine al pari di tutte le forme di discriminazione, senza bisogno di un'aggravante specifica. Il ddl introduce il concetto di “identità di genere” aggiungendolo nell'articolo 1 a quello di “sesso”: ma l'uno esclude l'altro, visto che il primo si basa su un'auto-percezione soggettiva che può anche essere diversa dal dato di fatto biologico del secondo. Questa apertura indeterminata a ogni possibile identità diventa di fatto l'architrave dell'intera legge. Molti ritengono che l'identità di genere tenda a «cancellare la differenza sessuale per accreditare una indistinzione dei generi» - come si legge nell'appello «di personalità dell'area di centro sinistra» -, con «una confusione antropologica che preoccupa». E che diventerebbe «il luogo in cui si vuole che la realtà dei corpi - in particolare quella dei corpi femminili - venga fatta sparire», come lamentano le associazioni femministe e lesbiche. La Costituzione afferma all'articolo 3 la «pari dignità sociale» di tutti i cittadini «senza distinzione di sesso...»: un'espressione che non esclude nessuno, per definizione, e che non dovrebbe autorizzare l'identificazione per legge di un gruppo di cittadini distinti dagli altri per un criterio soggettivo come l'identità di genere. L'introduzione di donne e disabili tra le categorie sociali meritevoli di speciale tutela accanto alle persone omo e transessuali equipara in modo forzoso condizioni (e possibili discriminazioni) assai diverse, oltre ad apparire strumentale per allargare il consenso alla legge. Ci sono altre urgenze per donne e disabili: ad esempio, una legge che riconosca il ruolo sociale dei caregiver (in gran parte donne), da anni attesa da milioni di italiani».

Anche Il Corriere della Sera rompe un lungo silenzio sul tema delle critiche della sinistra e del mondo femminista al testo che andrà in discussione al Senato. Ne scrive Alessandra Arachi:  

«Non soltanto la maggioranza, il ddl Zan divide l'universo femminista. E divide anche le famiglie: Cristina Comencini guida lo schieramento delle donne che il testo sull'omotransfobia vorrebbero emendarlo, mentre la sorella Francesca sta con le femministe che vorrebbero approvarlo così come è. Premesso che sono tutte ovviamente favorevoli a una simile legge, il disegno di legge Zan ha tuttavia frantumato anche lo schieramento di «Se non ora quando» e adesso nella parte che si chiama «Libere» è la voce di tante storiche femministe che si leva a chiedere cambiamenti alla legge. «Aver esteso il ddl Zan anche ai reati di misoginia e disabilità fa regredire le donne nel passato, le considera una categoria, una minoranza, mentre siamo più della metà del Paese», commenta Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo e da sempre femminista. E aggiunge: «Anche sull'identità di genere bisognerebbe fare dei cambiamenti». È Marina Terragni a spiegarci quali cambiamenti per l'identità di genere. Storica femminista che ha fatto le battaglie accanto al Mit, Movimento italiano transessuali, Terragni dice: «L'identità di genere è un oggetto non definito e non puoi mettere in una legge penale un oggetto non definito. Nel testo si parla di identità auto-percepita che è l'ambiguità che apre la porta alla Self-Id , l'auto-percezione del genere. Per capire: in California, dove la Self-Id è diventata legge ci sono stati 270 detenuti che si sono dichiarati donne e hanno chiesto di andare nel carcere femminile, con il terrore delle detenute. In Gran Bretagna è successo lo stesso con uno stupratore che si è dichiarato donna. Non basta l'autocertificazione per cambiare sesso, ci vuole un percorso». Per Terragni è da modificare anche l'ingresso nelle scuole per parlare della gravidanza per altri (l'utero in affitto): «Non si capisce, per l'ora di religione ci vuole il consenso dei genitori e per questo no, perché lo decide una legge». Sulla gravidanza per altri, Gpa, si esprime anche la presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini: «Bisognerebbe emendare il ddl Zan seguendo una legge approvata dall'Emilia-Romagna: la Regione non finanzia le associazioni che propagandano la Gpa. Con il ddl Zan criticare l'utero in affitto viene considerato omofobia». A chiedere emendamenti al disegno di legge Zan anche tante altre voci storiche del femminismo. Dice Terragni: «Cè l'Unione donne italiane, Udi, la Libreria delle donne e anche una associazione di uomini come Equality Italia, guidata da Aurelio Mancuso».

I 5 STELLE PERDONO IL SITO SULLA RETE

Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera racconta un clamoroso retroscena sui 5 Stelle: non hanno più un sito dove esprimersi.

«Paradossi di un divorzio: il Movimento Cinque Stelle, il primo partito in Parlamento, il partito nato dalla Rete e che reclama la democrazia diretta, da ieri non ha più nemmeno un sito di riferimento dove pubblicare le proprie notizie. O meglio, un sito di riferimento esiste - www.movimento5stelle.it - ma è una vetrina istituzionale su norme, rendiconti e liste. La situazione surreale per i Cinque Stelle deriva dalla decisione dell'Associazione Rousseau di «cambiare» il blog delle Stelle. Il sito, che era l'agorà pubblica del M5S da quando Beppe Grillo fece un passo di lato (blog personale compreso) nel 2017, si è trasformato. Non un semplice restyling, ma l'addio di fatto ai Cinque Stelle. Sono cambiati i colori: si passa dal giallo dei pentastellati al rosso della piattaforma. Ma muta soprattutto la mission. «Il blog delle Stelle è il blog ufficiale del Movimento 5 Stelle. È gestito dall'Associazione Rousseau, con l'obiettivo di dar vita a uno spazio di informazione e di confronto tra attivisti ed eletti del Movimento 5 Stelle a tutti i livelli», campeggiava sul sito fino al weekend. Ora invece il messaggio «cancella» il Movimento. (…) La mossa dell'associazione (che ha eliminato anche i riferimenti ai contributi firmati dagli eletti M5S) è accompagnata anche dal primo post del nuovo corso. Un post che è anche un chiaro messaggio politico, una presa di distanza dai Cinque Stelle. L'autore, infatti, non è (come si firma) un «attivista politico» qualsiasi, ma Alessandro Di Battista. L'ex volto M5S ricorda la figura di Gianroberto Casaleggio: «Ho buona memoria e senso di riconoscenza», dice Di Battista. Nel Movimento le parole dell'ex deputato e il restyling del sito hanno lasciato il segno. Malumori e commenti caustici si sono rincorsi per tutta la giornata: nel mirino soprattutto Davide Casaleggio».

Il Fatto intervista un leader storico dei 5 Stelle, Massimo Bugani, braccio destro della Raggi. Bugani sostiene che è necessario per il Movimento trovare la strada per una convergenza e un posizionamento a sinistra. Come a Bologna.

«Massimo Bugani, veterano del M5S e capo staff della sindaca di Roma Virginia Raggi, non pare sorpreso: "L'avevo previsto che non sarebbe stato facile, perché il Movimento è composto da persone molto diverse tra loro per storie personali e orientamento politico. Ma ora è tempo di imboccare una strada, con una direzione politica chiara". Il M5S negli ultimi tempi sembra intento a discutere soprattutto dei due mandati e di soldi, no? «Sono fuori da queste dinamiche, ma mi auguro davvero che questi argomenti non siano il vero punto di discussione: soprattutto ora, in un Paese che vive la crisi provocata dalla pandemia. Non è bello leggere di discussioni sulle ricandidature o sul Tfr dei parlamentari. Auspico che ci si confronti su un percorso politico». Conte rinvia da settimane il piano di rifondazione, anche per i problemi irrisolti sulla piattaforma web. «Io auspico un accordo con Rousseau. Non è facile tenere assieme i vari pezzi del Movimento. Conte sa che deve iniziare una nuova stagione e non tutti gli stanno aprendo la strada». L'ex premier ha sostenuto che il M5S "è senz' altro di sinistra". Non è una definizione forzata, visto anche che ha governato con la Lega? «Spero che il Movimento scelga una strada chiara ed esca dalle ambiguità. Per me porta al centrosinistra. Negli anni dei successi elettorali, il M5S ha costruito un percorso per il governo ma non ha creato un proprio perimetro culturale, essenziale per costruire a medio termine, e ora deve farlo. Va bene parlare di transizione ecologica, ma i temi del lavoro e del sociale sono fondamentali». Per l'alleanza "a tutto tondo" però bisognerà aspettare le Politiche, hanno ammesso Conte e Letta. Le Comunali saranno solo "un primo passaggio". «Io posso parlare del lavoro che sto facendo a Bologna, con un percorso molto serio e trasparente iniziato già anni fa con persone come Pier Luigi Bersani, Stefano Bonaccini ed Elly Schlein»

ESISTE DAVVERO UNA SUPER P2 CHIAMATA UNGHERIA?

Veleni fra toghe. La Procura di Brescia ha aperto un fascicolo sulla fuga di notizie, uscite dalla Procura di Milano. Il Fatto si concentra sul ruolo dell’accusatore principale, l’avvocato Amara: colui che ha descritto l’esistenza della loggia Ungheria. Scrive Antonio Massari.

«Prima o poi le procure italiane - a partire da quella di Perugia - dovranno sciogliere il nodo più importante di questa vicenda: chi è davvero Piero Amara? L'ex legale esterno dell'Eni, che da un anno e mezzo descrive l'esistenza di una loggia segreta chiamata "Ungheria", che a suo dire ha condizionato il Paese - alti prelati, politici, vertici di importanti istituzioni - quanto e forse più della P2, della quale avrebbe conservato un elenco di affiliati (sì, però su una fotocopia che non ha mai consegnato perché il foglietto sarebbe chissà come finito a Dubai. Mah). Qual è la percentuale di vero e di falso nelle dichiarazioni di Amara? Ma soprattutto: parla per conto proprio oppure, dietro le sue dichiarazioni, c'è qualcuno? Per ora le procure sono costrette a lavorare su altro: quello che Amara ha messo sul tavolo. La loggia Ungheria. Ed al netto dei grembiulini non bisogna mai perdere di vista un punto: Amara quando parla sembra che abbia sempre in mente una sorta di mappa. E la mappa principale riguarda la magistratura. La loggia Ungheria e la "sua rete relazionale fu usata per condizionare la nomina". E piazza lì il nome di un magistrato. "La loggia Ungheria e la sua rete di relazioni era in grado di condizionare il Csm" e piazza lì Palazzo dei Marescialli. Piazza di qua, piazza di là, mette sul tavolo una sfilza di procure nelle quali, a suo dire, ci sarebbero magistrati in qualche modo a disposizione della loggia se non, in alcuni casi, addirittura affiliati. (…) Tra magistrati in servizio e altri in pensione, ha disseminato i nomi di magistrati che hanno lavorato in Piemonte, Lombardia, Umbria, Lazio, Sicilia, Campania e Basilicata. Inquirenti, giudicanti, settore penale e amministrativo, procure, Tar, Consiglio di Stato e Csm. Un effetto domino nel quale, codice di procedura alla mano, viene quasi da chiedersi: quale procura debba indagare sull'altra. In una sorta di catena senza fine. Dice il vero Amara o dice il falso? E perché disegna una P2 al quadrato che, se fosse reale, dovrebbe venire già un Paese intero? Un fatto è certo: per ora gli unici indagati di questa presunta loggia massonica sono lo stesso Amara, che l'ha denunciata, e due sue vecchi conoscenze: Alessandro Ferraro e l'avvocato Giuseppe Calafiore. Amara li ha tirati in ballo e loro hanno confermato tutto. Si tratta però, per chi conosce le loro vicissitudini giudiziarie, di un trio che somiglia tanto a Lucignolo, al gatto e alla volpe. La realtà che, a parte loro tre, per ora, di magistrati indagati, a Perugia, non ce n'è neanche uno. Sarebbe un errore però pensare che Amara sia solo un eventuale cialtrone».

Maurizio Belpietro attacca frontalmente la ministra Cartabia e il presidente Mattarella. Su La Verità sostiene: devono intervenire sui veleni fra toghe nel CSM.  

«In pratica, siamo alla guerra delle toghe, con annessa guerra fra vari poteri dello Stato e istituzioni. In tutto ciò, si segnalano per la loro assenza il ministro della Giustizia Marta Cartabia, che non trova nulla da dire né da fare, rinunciando anche alla più piccola ispezione, e il capo dello Stato, il quale oltre a essere presidente del Csm, è colui che in qualche modo è stato informato di quel che accadeva a Milano. E, meglio ricordarlo, colui che ha tenuto in piedi l'attuale Consiglio superiore della magistratura dopo lo scandalo Palamara, lasciando al suo posto un signore come David Ermini, che degli accordi politici rimproverati allo stesso Palamara era il frutto. C'è altro da aggiungere? Sì: un cittadino normale come fa a fidarsi della Giustizia dopo aver letto tutto ciò?»

ITALIA-FRANCIA: PACE MEDIASET-VIVENDI

Se ne parlava da settimane, alla fine è arrivato l’accordo fra Mediaset e Vivendi, dopo anni di battaglie legali. Il clima, politico e internazionale, è cambiato e si è trovata un’intesa. La cronaca de La Stampa.

«Accordo fatto tra Mediaset, Fininvest e i francesi di Vivendi. Dopo cinque anni di battaglie a seguito dello «schiaffo» con cui Vincent Bolloré disse «no» all'acquisto di Premium, l'ex pay tv al centro della prima intesa, ecco la pace. Che, in poche parole, segna la rinuncia reciproca «a tutte le cause e denunce pendenti», l'inizio della ritirata francese dal Biscione non prima di riaprire le porte dell'Europa al gruppo che fa capo alla famiglia Berlusconi, che potrà trasferire senza ostacoli la sede legale in Olanda. Il colosso dei media parigino nel 2016, a colpi di acquisti, era salito sino al 28,8%, arrivando al 29,9% nei diritti di voto: tra cinque anni, secondo gli accordi, resterà col 4,61% «e sarà libera di mantenere o vendere tale partecipazione in qualsiasi momento e a qualsiasi prezzo», viene spiegato in una nota congiunta. (…) Un «accordo globale», come lo definiscono le parti coinvolte che, se da un lato rilancia la strategia internazionale di Mediaset voluta da Pier Silvio Berlusconi, dall'altro permetterà a Vivendi (che si impegna a non acquistare titoli del Biscione per 5 anni) di focalizzarsi sull'altra partecipazione italiana, la Tim di cui è prima azionista col 23,75%, senza escludere progetti di collaborazione con Mediaset. Vivendi soprattutto lascerà al Biscione via libera per riprendere la strada europea: nero su bianco preannuncia il voto a favore - oltre che per l'abolizione del voto maggiorato - per il trasferimento, che sarà deciso dall'assemblea il 23 giugno, della sede legale in Olanda, dove si chiamerà, con ogni probabilità, Mfe-MediasforEurope. Da acerrimi nemici che erano, ora Mediaset e Vivendi stipulano invece accordi «di buon vicinato nella televisione free to air». Il che vuol dire anche campo libero per il Biscione all'acquisto della francese M6, se ci riuscirà, e nel proseguire la strategia nella tedesca ProsiebenSat1, di cui Cologno ha il 24,9%. Il nucleo del polo europeo».

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