Un nuovo "Patto di Roma"

Vaccini per tutti nel documento finale del G20 della Salute riunito nella capitale. Mattarella insiste contro i No Vax. Meloni e Salvini fanno coppia sul lago. Conte ospite del Fatto. Resa di Massud?

Spiragli dal primo giorno del G20 della Salute che si svolge nella nostra Capitale: si spera che i Ministri dei vari Paesi sottoscrivano un “Patto di Roma” a favore della vaccinazione universale. Sarebbe un grande traguardo e un segnale importante contro la logica del profitto e dell’egoismo del mondo sviluppato. Oltreché una scelta giusta per il contrasto sanitario alla pandemia. Chi non si vaccina non solo è a rischio della vita ma diventa ricettacolo e diffusore di nuove varianti. È vero nei singoli Paesi ma anche a livello globale.

Ieri Sergio Mattarella è tornato con grande determinazione a ribadire ai No Vax che non si tratta di una questione di libertà. Il Capo dello Stato è al terzo pronunciamento consecutivo su questo argomento. Concetto Vecchio su Repubblica nota che così supporta lo sforzo del governo e va a colmare un vuoto creato dalle indecisioni e dalle ambiguità dei partiti. È vero: per ora Mario Draghi sembra aver rinunciato ad un’accelerazione sull’obbligo. Piuttosto questa settimana c’è in ballo l’estensione del green Pass. Intanto gli esperti più attendibili ci dicono che la quarta ondata in Italia sta perdendo colpi grazie alla vaccinazione. Chi segue la Versione sa che lo sosteniamo da almeno tre settimane, da quando si è superato il picco.

Dall’Afghanistan le notizie riguardano la guerra nel Panshir, con una possibile resa concordata dei ribelli. Fa riflettere la mancanza di donne dalle strade di Kabul raccontata nel reportage di Del Re su Repubblica. Quirico sulla Stampa racconta la nuova misteriosa Guida spirituale dei Talebani. Da quelle parti non mostrarsi aumenta prestigio e autorevolezza, altro che social.

A proposito, il selfie di coppia Meloni-Salvini sulla riva del lago di Como è stata la notizia politica di ieri. I due si sono incrociati a Cernobbio (ci sono andati anche loro), il che ha fatto gioire, con qualche ironia, i commentatori di centro destra. La leader di FdI parla con Libero, Salvini con Repubblica. I primi sondaggi sulle città non sono loro favorevoli, Roma sarebbe in bilico. Vedremo. Giuseppe Conte prende la parola alla festa del Fatto e mette le mani avanti sulla percentuale dei 5 Stelle. Basta Conticidi, please.

Perdonatemi se vi rubo ancora qualche riga per parlare della Versione. Siamo tornati da voi con il solito orario prima delle 8 di mattina, impegno che manterremo dal lunedì al venerdì. Marcia a gonfie vele anche l’altra grande innovazione di questi giorni: la possibilità di scaricare gli articoli integrali in pdf. Trovate un magnifico link alla fine della Versione e se qualcosa vi interessa scaricatelo, perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Terza novità: oggi arriverà L’altra Versione, un’interessante opinione di Daniele Grassucci di Skuola.net scritta solo per noi.  Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Ancora certificato verde e discussioni sul vaccino. Il Corriere della Sera annuncia: Arriva il green pass esteso. Repubblica sottolinea le parole del Capo dello Stato: Mattarella, sferzata ai No Vax. Sullo stesso tono il Quotidiano Nazionale: Il Colle ai No Vax: la libertà non c’entra. Ottimista, come sempre, La Verità: Non se ne esce: Israele alla 4a dose. Il Fatto celebra Conte che ha parlato alla Festa del giornale: “Leali a Draghi, ma dipende da cosa fa. E no al nucleare”.  Reduce del selfie di coppia a Cernobbio con Salvini, Giorgia Meloni è intervistata da Libero: «O destra o sinistra basta con gli inciuci». Ma le discussioni sono quasi tutte a sfondo economico. Per il Giornale: Addio taglio delle tasse. Mentre Il Mattino: Nuovo piano per il lavoro. «Stop disparità Nord-Sud» e Il Messaggero: Lavoro, il piano del governo. «Basta disparità Sud-Nord» anticipano il progetto dell’esecutivo sul lavoro. Il Sole 24 Ore va sul mattone: Prima casa. Torna la domanda tra mutui e aiuti ma è rebus Fisco. La Stampa tematizza lo scontro sul sussidio: Così cambia il Reddito di cittadinanza. Mentre il Domani propone un’inchiesta sul potere di Brugnaro: Le mani sulla laguna di Venezia.

IL PATTO DI ROMA: VACCINI PER TUTTI

È in corso a Roma il G20 dei Ministri della Salute. Obiettivo: far convergere tutti i Paesi sul cosiddetto “Patto di Roma”. La cronaca di Michele Bocci per Repubblica

 «Vaccinare il mondo e rafforzare i sistemi sanitari di tutti i Paesi, anche quelli più poveri, per non trovarsi di nuovo impreparati di fronte a una pandemia. Sarà questo la spina dorsale del "Patto di Roma" che sarà siglato oggi alla fine del G20 dei ministri alla Salute, iniziato ieri ai Musei Capitolini. «La sfida - ha spiegato Roberto Speranza, che presiede il meeting - è tentare di aumentare la forza della sanità, investendo di più. Bisogna difendere un approccio universale all'assistenza: se una persona sta male va curata indipendentemente dalla sua condizione economica, da dove è nata e dal colore della sua pelle. Applicare questi principi alla battaglia al Covid significa vincere la sfida per portare il vaccino dappertutto». Oggi, ha spiegato il ministro, ci sono disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri. Del resto basta guardare quanto succede tra gli stessi membri del G20. Se realtà come Italia, Canada, Cina, Regno Unito, Francia e Spagna, stanno sopra al 70% di copertura della popolazione con almeno una dose di vaccino anti Covid, c'è chi va molto peggio come il Sudafrica (16%, l'Indonesia 23% e l'India 37%). E ci sono aree del mondo dove i numeri sono ancora peggiori, segno di una enorme differenza di qualità dei sistemi sanitari. Il vertice durerà due giorni e si è svolta una sessione dedicata all'impatto del Covid sugli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030. L'emergenza sanitaria provocata dalla pandemia porterà a ritardi anche di decenni in certe aree del mondo. Jeffrey Sachs, economista della Columbia University di New York (dove ha fondato e diretto per molti anni il Center for sustainable development, cioè lo sviluppo sostenibile) e consulente per il clima dell'Onu è stato invitato a fare una delle relazioni introduttive all'incontro. Ha spiegato che Covax, il progetto che prevede la donazione di vaccini da parte dei Paesi più ricchi a quelli più in difficoltà, è un meccanismo che da solo non può funzionare. Sono troppo poche le dosi che vengono somministrate in quel modo mentre ce ne vorrebbero tra i 10 e i 12 miliardi per diffondere le coperture e così proteggere tutti ed evitare anche la nascita di nuove varianti. Secondo l'economista bisognerebbe piuttosto, come richiedono in tanti, sospendere i brevetti dell'industria e fare il trasferimento tecnologico necessario a produrre in Paesi come Indonesia, Sudafrica e India. Lui ha citato il caso di Moderna, sviluppato con fondi pubblici Usa. Le sue parole hanno aperto il dibattito tra i ministri, alcuni dei quali, come quelli di Russia e Germania, sono parsi più freddi rispetto alla soluzione prospettata da Sachs. Si tratta di due Paesi che hanno prodotto o collaborato a produrre un vaccino. Una strada per aiutare gli Stati più fragili comunque andrà trovata. Speranza è ottimista: «Ci sono le condizioni per costruire il Patto di Roma. L'impegno è di costruire condizioni per cui il vaccino sia un diritto di tutti e non un privilegio di pochi e io penso che questa sia una sfida che tutti i Paesi presenti condividono».

MATTARELLA: È NECESSARIO VACCINARSI

Importante discorso ieri di Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato è tornato a parlare del vaccino. La cronaca di Giuseppe Alberto Falci per il Corriere.

«Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione, perché quella invocazione equivale alla richiesta di licenza di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso di mettere in pericolo la vita altrui». Questa volta il monito del capo dello Stato, Sergio Mattarella, arriva all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Pavia che celebra i 660 anni dalla sua fondazione. Il presidente della Repubblica non ha dubbi e ribadisce che il vaccino è un dovere civico e morale: «Chi pretende di non vaccinarsi, con l'eccezione di chi non può farlo per salute, e di svolgere una vita normale frequentando luoghi di lavoro o svago, costringe tutti gli altri a limitare la propria libertà, a rinunciare alla propria possibilità di recuperare in pieno luoghi e modi e tempi di vita». Non solo. L'inquilino del Quirinale ha anche definito «gravi» le minacce di violenza e le violenze da parte dei no vax, e ha spiegato che quei comportamenti vanno «sanzionati con rigore». In questo contesto il dibattito politico è tutto concentrato sull'estensione del green pass e sull'obbligo vaccinale. Non a caso, da Cernobbio, la ministra Luciana Lamorgese avverte: «Tutto quello che deve essere fatto lo facciamo per far ripartire in sicurezza il Paese e le imprese». Prima di tutto il governo interverrà sull'estensione del certificato verde ai lavoratori del pubblico impiego. Una misura che avrà all'interno del gabinetto di governo l'appoggio del Pd di Enrico Letta. Il segretario del Nazareno è più che favorevole: «Noi - dichiara - sosteniamo il governo Draghi convintamente nell'estendere il green pass e gli obblighi vaccinali, laddove è necessario, perché la serietà dell'applicazione delle regole vuol dire essere in grado di ripartire in sicurezza». E ancora, sempre Letta si rivolge a chi mette a rischio la stabilità dell'esecutivo, vale a dire Salvini: «Dobbiamo essere tutti seri, tutti responsabili, nessuno giochi: non si può essere a favore e contro, si dicano parole di chiarezza. Crediamo che l'intero Paese debba lottare contro il virus e non contro il green pass». Anche l'azzurro Antonio Tajani, bersaglio di minacce social da parte dei no vax, è in scia: «Sì ai vaccini e al green pass». E se la ministra Mara Carfagna esalta il «metodo Draghi», la collega Mariastella Gelmini ricorda che «la prima cosa che dobbiamo garantire al Paese è la stabilità». Restano le perplessità di Matteo Salvini, che sul certificato verde agli statali la mette così: «Si può fare un ragionamento su chi ha contatto con il pubblico». Salvo poi a sera bacchettare il ministro della Salute Roberto Speranza, che al Corriere ha evocato nuove restrizioni nel caso in cui non si rafforzasse la campagna vaccinale: «Basta. Non si può continuare ad inseguire ed impaurire le persone». In questa cornice Giuseppe Conte, intervistato alla festa del Fatto , si mostra prudente sull'obbligo vaccinale: «Se sarà necessario dobbiamo considerarlo l'extrema ratio».

L’analisi di Concetto Vecchio per Repubblica: il Quirinale sostiene lo sforzo di Mario Draghi per far uscire l’Italia dalla pandemia, nonostante le titubanze dei partiti.

«L'intervento di Sergio Mattarella ieri a Pavia somiglia a una sponda al governo per introdurre l'obbligo vaccinale. Tre giorni dopo che il premier Mario Draghi ha ventilato l'ipotesi il presidente della Repubblica fa un discorso che si traduce di fatto in un assist sulle immunizzazioni per legge. Il Capo dello Stato è dall'inizio dell'anno che spende la sua autorevolezza sulla necessità di proteggersi, ma non era mai stato così assertivo come stavolta quando ha sottolineato che chi pretende di non farlo costringe gli altri a limitare la propria libertà. Una presa di posizione che arriva mentre i partiti della maggioranza si dividono sulla necessità di varare una norma che renda il vaccino anti Covid non più facoltativo. I toni usati e le parole scelte dal Capo dello Stato tradiscono un'evidente irritazione per chi contesta la scienza, a cui si aggiunge la condanna fermissima verso coloro che usano violenza fisica e verbale nei confronti di medici, virologi, giornalisti. Con Draghi quindi la sintonia è ancora una volta totale, perché il canovaccio dell'intervento ricalca quello del capo del governo nella conferenza stampa di giovedì. Palazzo Chigi deve decidere come affrontare i prossimi mesi, ora che l'estate è quasi alle nostre spalle. L'anno scorso di questi tempi il premier Giuseppe Conte continuava a ripetere che stavamo meglio degli altri Paesi, poi arrivò ottobre e la seconda ondata ci travolse, costringendoci a un lungo inverno di restrizioni. Un errore da non ripetere. In più abbiamo uno strumento indispensabile, che allora sembrava ancora un miraggio. Contro i No Vax Mattarella ha usato parole pesanti come pietre. «Non si invochi la libertà per sottrarsi dalla vaccinazione, perché quella innovazione equivale alla richiesta di licenza di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso di mettere in pericolo la vita altrui», ha detto. Si incorre in un doppio errore, sanitario ma anche economico. Perché questo zoccolo duro di non vaccinati, vista la contagiosità della variante Delta, rischia di vanificare anche la crescita economica, che si sta rivelando più incoraggiante delle stime previste mesi fa. L'Italia è ripartita, come hanno sottolineato anche molti giornali stranieri. E la ripresa è stata possibile «grazie alla vaccinazione e ai comportamenti responsabili», come ha spiegato il Presidente. Non è nemmeno un caso il teatro dell'intervento: un'università. Mattarella era a Pavia per l'inaugurazione dell'anno accademico, in occasione del 660 anniversario dell'ateneo. Dove ha detto che tra i doveri di oggi c'è quello di ampliare la possibilità di accedere alla conoscenza, di renderla completa, senza esclusioni. «La storia ci presenta tante figure di scienziati che hanno fatto scoperte importanti, autodidatti. Ma quanti di più sarebbero stati se l'istruzione fosse stata aperta davvero tutti?». Ecco l'importanza della scienza, nei confronti della quale «abbiamo dei debiti». È grazie alla ricerca se abbiamo i vaccini. Quindi non c'è spazio per chi invoca complotti, o attacca Big Pharma, o peggio sferra cazzotti ai cronisti che fanno semplicemente delle domande. Sono in ballo le vite delle persone, e il loro diritto a tornare a «impadronirsi e recuperare in pieno luoghi, modi e tempi di vita». Mattarella ha quindi elogiato quel quasi settanta per cento di cittadini che finora hanno mostrato senso di responsabilità, «avvertendo il comune dovere di solidarietà». Un anno fa, alla cerimonia del Ventaglio del luglio 2020, il Presidente aveva già detto che «la libertà non è il diritto di fare ammalare gli altri». E lo scorso 28 luglio, alla medesima cerimonia, aveva ribadito che vaccinarsi è un dovere civico e morale. Il 20 agosto, intervenendo al Meeting di Rimini era andato oltre, spiegando che «il vaccino è lo strumento più efficace di cui disponiamo per difenderci», perché «la responsabilità comincia da noi». Ieri ha alzato ulteriormente l'asticella. Chi non si vaccina mette a rischio la vita altrui. È una linea di demarcazione morale che il Quirinale disegna. Si coglie l'invito, seppur non esplicitato, a non procedere con timidezza sull'estensione del green pass, o dell'obbligo vaccinale. La decisione spetta naturalmente al governo, ma dal Colle hanno fatto capire chiaramente come la pensano».

SALLUSTI RISPONDE ALLA PIAZZA NO VAX

Il direttore di Libero risponde direttamente ai manifestanti No Vax che l’altra sera hanno circondato, per protestare, la redazione del giornale a Milano.  

«Le centinaia di manifestanti No vax che sabato sera hanno assediato la sede di Libero, scandendo minacce e insulti, non ci spaventano, né oggi né mai. Manifestare e protestare è un diritto, ci mancherebbe altro. Un diritto a cui spesso legittimamente accedono anche coloro, come in questo caso, che sono dalla parte sbagliata della cronaca e della storia. Oggi gli uomini rivoluzionari e liberi stanno dalla parte del vaccino, cioè della modernità e della consapevolezza. E noi questa libertà la usiamo a piene mani, vaccinandoci, sostenendo la campagna di vaccinazione e contrastando l'ignoranza No vax. Che ci insultino pure per questo, noi abbiamo nella mente i centoquarantamila morti di Covid, le loro famiglie, le migliaia di medici che hanno combattuto per mesi in prima linea, gli imprenditori messi in crisi dalle chiusure forzate. C'è qualche cosa di illiberale in tutto ciò? Non penso proprio, semmai è illiberale provare a tapparci la bocca. Per cui andiamo avanti e invitiamo chi ci governa a fare in fretta, semmai chiarendo che per «vaccino obbligatorio» non si intende emettere qualche milione di trattamenti sanitari obbligatori, cioè mandare la polizia nelle case dei renitenti munita di siringa. No, per «vaccino obbligatorio» si deve intendere che è obbligatorio vaccinarsi per accedere alla vita comune, sia sul lavoro che nello svago. Legge del resto già in vigore da anni per una serie di vaccini senza i quali i nostri figli e i nostri nipoti non avrebbero potuto neppure iscriversi a scuola. Chi si rifiuta di vaccinarsi accetti le conseguenze. Auguro loro di non finire i giorni intubati in una camera di rianimazione a pentirsi, come hanno fatto molti maestri No vax, e piagnucolare. Delle scuse non sappiamo che farcene e sono vicino a Franco Bechis, collega e direttore de Il Tempo, che in tv ha maledetto il medico No vax che mesi fa convinse sua madre a non vaccinarsi. Una storia assurda finita con un funerale che purtroppo non è stato quello del medico, che a quanto pare continua tranquillamente a seminare morte invece che cure. Ecco, fosse anche solo per la memoria di quella donna noi non cambiamo idea».

IL GREEN PASS SARÀ ESTESO

L’accelerazione del Governo è per ora sull’estensione del Green pass. Il punto con l’articolo sul Corriere di Guerzoni e Sarzanini.

«Il green pass obbligatorio per i dipendenti pubblici e i lavoratori dei settori dove è già previsto per i clienti entrerà in vigore ai primi di ottobre. La strada è ormai segnata, nonostante le divisioni interne alla maggioranza di governo. Dopo la cabina di regia che sarà convocata questa settimana dal presidente del Consiglio Mario Draghi, arriverà l'approvazione del decreto. Ma bisognerà lasciare trascorrere almeno 15 giorni per dare a chi non è vaccinato la possibilità di sottoporsi alla prima dose, condizione indispensabile per ottenere la certificazione verde. Ristoratori, gestori di palestre e piscine, addetti ai trasporti a lunga percorrenza saranno i primi a doversi mettere in regola. Insieme ai dipendenti della pubblica amministrazione. E intanto sarà avviata la procedura per la somministrazione della terza dose alle persone «fragili». Una road map che il governo chiuderà entro il 31 dicembre, quando scadrà lo stato di emergenza. Tre mesi scanditi da vertici e decreti per ripartire in sicurezza, riaprire le scuole in presenza scongiurando altri lockdown e nuove chiusure delle attività commerciali. L'incontro di Draghi con i capi delegazione dei partiti per parlare di green pass si svolgerà entro giovedì e sarà allargato al Cts. A seguire, come di consueto, ci sarà il confronto con le Regioni e poi il Consiglio dei ministri per il via libera al decreto. Il tema politico è quale sarà l'atteggiamento della Lega. Sull'obbligo vaccinale Salvini ha già annunciato il no, sul green pass i ministri leghisti potrebbero invece dare il via libera, come già per i precedenti decreti sul certificato verde. Arriva oggi nell'aula della Camera il primo decreto con cui si è introdotta in Italia la certificazione verde per i locali pubblici al chiuso. Palazzo Chigi nega la volontà di porre la fiducia, anche tenendo conto che Matteo Salvini aveva chiesto a Draghi di evitarla, ma la decisione sarà presa nelle prossime ore. Domattina il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi sarà in audizione a Montecitorio e al pomeriggio al Senato per informare i parlamentari sulle decisioni assunte per consentire il ritorno in classe in sicurezza. Il ministro della Salute Roberto Speranza lavora di concerto con il titolare alla Pubblica amministrazione Renato Brunetta per rendere obbligatorio il certificato di immunità per tutti i dipendenti pubblici, il 10 per cento dei quali non è ancora vaccinato. Se il provvedimento sarà varato entro la fine di questa settimana, potrebbe entrare in vigore già il 27 settembre o al più tardi il 4 ottobre. Brunetta è in pressing: «È una patente di libertà, io lo estenderei a tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato». Salvini, che in settimana vedrà Draghi per fare il punto sul Covid, continua a opporsi, concedendo però che «si può fare un ragionamento solo su chi ha contatto con il pubblico». L'incontro tra sindacati e imprese è previsto per oggi. Cgil, Cisl e Uil vedono Confindustria e Confapi per cercare un'intesa sulle regole del passaporto verde. Le date in ballo sono le stesse dei dipendenti pubblici, 27 settembre o 4 ottobre. Il ministro Orlando spinge: «È la strada migliore per evitare di dover tornare a chiusure, a lockdown, a fermi delle attività produttive e sociali». Tutti i partiti sono d'accordo ad eccezione della Lega. E dunque appare ormai scontata l'estensione del green pass per gestori e lavoratori dei settori per i quali il Qr code è stato già imposto: bar e ristoranti al chiuso, piscine e palestre, treni, navi, aerei. Nel governo è aperto il dibattito sull'introduzione del green pass per autobus, tram e metropolitane, un settore che presenta importanti difficoltà logistiche, per il numero dei passeggeri e la difficoltà di effettuare i controlli. Il ministro Speranza è cauto: «Green pass per il trasporto pubblico locale? Non mi risulta». In Consiglio dei ministri era stato il dem Dario Franceschini a porre il tema del green pass per gli studenti dei licei, poi però Draghi ha deciso di limitare l'obbligo agli universitari. La questione potrebbe tornare sul tavolo della cabina di regia. Nella conferenza della scorsa settimana Draghi ha messo in moto la macchina e pigiato sull'acceleratore. Secondo la road map di Speranza, entro settembre si partirà con la somministrazione della terza dose alle persone molto fragili, che hanno sviluppato una risposta immunitaria troppo bassa o che stanno combattendo con alcune tipologie di tumori. Poi si passerà agli anziani delle Rsa, agli ultraottantenni e al personale sanitario. Le scorte sono più che sufficienti: 8 milioni di dosi nei frigo da agosto, 15 milioni in arrivo a settembre. Nessuna decisione è ancora presa, ma Draghi ha tracciato la rotta e Speranza ha confermato che l'obbligo vaccinale è un'opportunità in base all'articolo 32 della Costituzione. Se a metà ottobre i numeri delle vaccinazioni non saranno soddisfacenti, potrebbe partire l'iter per fare dell'Italia il Paese apripista, come lo è stato sull'obbligo vaccinale per medici e infermieri. Alla fine del mese di ottobre il governo valuterà se sia il caso di forzare e introdurre l'obbligo. Sono diversi gli indicatori su cui si punterà l'attenzione: indice Rt nazionale, posti occupati in area medica, posti occupati in terapia intensiva, numero dei decessi. Ma l'obiettivo rimane quello più volte dichiarato: impedire nuove chiusure». 

AFGHANISTAN, MASSUD VUOLE TRATTARE

È ancora avvolto nel mistero il nuovo governo Talebano, ma le ultime notizie da Kabul fanno pensare ad una possibile resa dei ribelli del Panshir. La cronaca di Lorenzo Cremonesi per il Corriere.

«Si fa dura la battaglia per la vallata del Panshir. Uno scontro senza esclusione di colpi tra le colonne talebane, forti delle armi catturate negli ultimi mesi e col morale alle stelle, contro i combattenti (in grande maggioranza tagiki) decisi a resistere in questa storica ridotta della guerra contro il radicalismo pashtun. Il timore resta che il conflitto possa allargarsi ad altre aree dell'Afghanistan. Dagli Stati Uniti il capo di Stato maggiore, generale Mark Milley, ripete che il Paese è a rischio di «guerra civile». Da Washington trapela che sei aerei carichi di afgani con il permesso di andare in Usa sono tenuti «in ostaggio» dai talebani sulla pista di Mazar-i-Sharif. Entrambi i fronti schierati sul Panshir annunciano successi e proclamano di avere inferto «gravi perdite al nemico». Sfida tra propagande opposte. Ma sembra ragionevole supporre che i panshiri siano in gravi difficoltà. Un segnale in questo senso arriva dal loro leader, il 32emme Ahmad Massoud, figlio del mitico Ahmad Shah Massoud che per quasi quarant' anni riuscì a garantire l'indipendenza della vallata. Ieri sera è stato lui a proporre di deporre le armi per riprendere i negoziati. «Sediamoci e parliamo, trattiamo, come propongono gli Ulema», ha comunicato via twitter. Nel pomeriggio una commissione di leader religiosi, gli Ulema sunniti, si era riunita nella capitale e aveva dichiarato la guerra «haram», un peccato contro l'Islam. «Non si deve combattere tra musulmani», hanno aggiunto. In realtà, la soluzione militare si era imposta dopo che i talebani avevano proposto a Massoud una posizione nel loro governo. Ma lui aveva rifiutato. «Non ci garantiscono nulla. Solo un paio di ministeri minori. Dobbiamo difendere la nostra libertà», aveva replicato. Da oltre cinque giorni i talebani hanno dunque concentrato le loro unità migliori attorno ai circa 110 chilometri di lunghezza dalla vallata. I fianchi e anche l'uscita settentrionale della valle sono difesi da montagne ripide, alte a tratti oltre 4.000 metri. I talebani sono comunque riusciti a penetrare per alcune decine di chilometri, hanno superato la zona dove sono situati gli ospedali di Emergency e pare abbiano raggiunto Rukhah, il capoluogo. «Abbiamo inflitto centinaia di perdite a quei cani», scrivono i loro militanti. Gli assediati replicano di avere «attirato in trappola centinaia di nemici, oltre mille». Sembra che abbiano fatto esplodere almeno tre potenti mine piazzate su pendii particolarmente scoscesi, causando così grosse frane che hanno bloccato l'unica strada nei punti più stretti della vallata. «I talebani rimasti chiusi sono stati fatti prigionieri, feriti o uccisi», affermano. Nel pomeriggio si erano diffuse alcune immagini e la narrativa per cui lo stesso Massoud spiegava ad alcuni prigionieri che erano salvi, non sarebbero stato fatto loro alcun male. L'impressione resta che Massoud figlio non abbia la capacità di resistenza del padre. I talebani del 2021 sono molto più forti e meglio organizzati di quelli che assediarono il Panshir dal 1994 al 2001. I loro leader hanno tuttavia fretta di terminare al più presto la battaglia per poter annunciare il loro governo e dimostrare che sanno guidare il Paese. Ma, proprio le proposte di Massoud enfatizzano le loro divisioni interne. La parte più disponibile al dialogo, condotta dal Mullah Abdul Ghani Baradar, deve fare i conti con le ali più estremiste, che lo rifiutano categoricamente. I talebani si rivelano ancora una volta una macchina militare ben rodata da decenni di guerriglia e difficoltà indicibili, ma senza alcuna esperienza di governo. E comunque quella maturata dalla generazione dei loro fondatori, tra la presa di Kabul nel 1996 e l'attacco americano cinque anni dopo, non li aiuta a gestire la complessità dell'Afghanistan contemporaneo. Lo si deduce anche dalle ultime cronache. Ieri i circoli più «politici» legati a Baradar hanno ricevuto i rappresentanti delle Nazioni Unite, tra loro il sottosegretario per i Diritti Umani, Martin Griffiths, e il presidente della Croce Rossa Internazionale, Peter Mourer. Altro ospite d'eccellenza da tre giorni è il capo dell'intelligence militare pakistana, Faiz Hameed, che sta cercando di contribuire alla formazione del nuovo esecutivo talebano. Intanto dall'aeroporto di Kabul sono ripartiti alcuni voli interni su Mazar-i-Sharif e Kandahar operati dalla compagnia di bandiera «Ariana», grazie soprattutto al contributo del Qatar. Ma ieri una banda talebana ha brutalmente assassinato una donna poliziotta nella provincia centrale di Ghor. Banu Negar era incinta di otto mesi. Un'esecuzione in piena regola avvenuta in casa sua di fronte ai familiari. Le immagini diffuse dai social locali mostrano il suo volto sfigurato dai proiettili e il muro insanguinato. Segno che le esecuzioni mirate vanno avanti. Più tardi alcuni leader talebani locali hanno promesso che apriranno un'inchiesta». 

Le donne sono sparite dalle strade di Kabul. Chiuse, nascoste, blindate dal nuovo regime. Su Repubblica il reportage dell’inviato Pietro Del Re.

«Ma dove si nascondono le donne? È quasi mezzogiorno, siamo in giro da più di tre ore e non ne abbiamo vista neanche una camminare per strada, né sostare nei tanti caffè aperti negli ultimi anni, né far acquisti nei negozi di Chicken street, la via dei gioiellieri e dei mercanti di tappeti. Da tre settimane, Kabul è una città di soli maschi: malinconica, dunque, monocroma e senza sorrisi. Alle tre del pomeriggio, però, com' era già accaduto sabato, poche decine di afghane sono scese in piazza per chiedere al nuovo regime che siano rispettati i loro diritti, e anche la possibilità di lavorare e di far parte del governo che, dopo tre settimane di gestazione, i talebani stanno per annunciare. Come due giorni fa, anche ieri, la manifestazione è stata dispersa con i lacrimogeni e lo spray al peperoncino appena le donne hanno imboccato la via che porta verso il Palazzo presidenziale. «La protesta è andata fuori controllo, e siamo stati costretti a intervenire. E poi, queste manifestanti sono troppo impazienti e troppo scalmanate », ci dice nel suo nuovo ufficio Zabizullah Mujahid, ex portavoce dei talebani appena nominato ministro della Cultura. È un uomo dal sorriso mite ma ha negli occhi come una rabbia indomita. Dietro il suo aspetto flemmatico s' intuisce che possa essere soggetto a collere brevi e virulente. «Non ci saranno donne ministro, perché lo vieta la Sharia, poiché una donna non può rivestire un ruolo di eccessivo prestigio. Ma vedrete che ce ne saranno nel governo e che non calpesteremo i loro diritti. Le donne potranno continuare a insegnare e a lavorare, perfino se sono poliziotte. Vent' anni fa, non c'erano le tante scuole e università che ci sono oggi. Tra il 1996 e il 2001 impedimmo a quasi tutte le ragazze di studiare perché non sapevamo bene come comportarci con l'istruzione femminile. Oggi, però, che di licei e di atenei ce ne sono fin troppi, non vieteremo di certo alle studentesse che intendono continuare a frequentarli. Ma dovranno farlo separatamente dai maschi, come impone la legge islamica. Inoltre, dovranno tutte indossare un vestito nero, con un niqab che coprirà loro il volto». Fa una smorfia schifata, l'attivista e imprenditrice Laila Haidani, quando le raccontiamo quanto ci ha detto il ministro. Ci riceve nella sua bella casa in periferia di Kabul, dove finisce l'agglomerato di bazar e di quartieri malconci, ai bordi di una pianura sovrastata da splendide montagne. «Sono tutte frottole», esordisce. (…) Tra queste, grazie alla nostra giovane interprete, riusciamo a contattare Maniya, la chiameremo così, influencer locale di 22 anni e fuggiasca dal 20 agosto, cinque giorni dopo l'arrivo dei talebani in città. «Sono piombati in casa mia in otto, armati fino ai denti. Si sono comportati come i poliziotti che nei film americani perquisiscono la casa di un sospetto assassino, rovesciando ogni cosa, squarciando i cuscini del salotto, strappando le tende. Quando mio padre ha cercato di reagire, uno di loro gli ha dato un pugno nello stomaco. Sono andati via dopo mezz' ora, dicendomi: "Devi smettere immediatamente di postare messaggi sui social media altrimenti tu e la tua famiglia la pagherete molto cara"». Maniya è fuggita il giorno dopo, portandosi dietro solo uno zainetto per paura di essere pedinata. Da allora, vive nel seminterrato di un palazzo diroccato, dormendo su un vecchio materasso. L'aiutano due suoi amici, che le portano da bere e da mangiare. Ma la ragazza ha paura, perché sa bene che tra pochi mesi la temperatura scenderà sotto lo zero. «Hanno vinto loro», conclude. «È gente senza pietà. Se il mondo non ci salverà, presto distruggeranno la parte migliore dell'Afghanistan. Ci avevano già provato, senza farcela. Senza l'intervento dell'Occidente, stavolta ci riusciranno di sicuro».

Domenico Quirico per La Stampa si occupa del nuovo capo invisibile dei Talebani, la loro nuova Guida spirituale. E spiega come in quel Paese nascondersi crei prestigio e autorità.

«La nuova guida spirituale dei taleban, Hibatullah Akhundzada, è dunque un altro uomo misterioso, sfuggente, dalla biografia ambiguamente smilza: dotto teologo, con figlio kamikaze, tutto lì. Ne esiste una sola fotografia, vecchiotta; da quando è stato nominato alla carica suprema è invisibile. Nessuno lo ha intravisto neppure nei giorni del trionfo, della riconquista di Kabul e della fuga del nemico americano. Nessun mistero o congiura letale: esiste, fa la Guida, ma è asceso a una sorta di programmata immaterialità. In Occidente al Capo, al leader democratico o autoritario, è richiesto di mostrarsi in continuazione, deve essere visibile controllabile esplicito se non vuole far traballare il consenso. Che vada a correre per mostrare buona salute o che si chini, pensoso, sul derelitto di turno, il suddito lo vuole materialmente evidente. Il tweet sui social è l'ultimo congegno di questa tangibilità visiva permanente, con l'editto del minuscolo, la fatwa del banale. Biden nei giorni del disastro non può raccogliersi a meditare la lezione nella stanza ovale, che sarebbe pratica saggia, deve piangere in pubblica seduta tv, moltiplicare tortuose conferenze stampa. Se non lo facesse sarebbe accusato di arroganza, elusività: molto peggio che il disastro di Kabul. Il potere laico è palcoscenico, recita per cui non possono esserci calate di sipario. Nel modo del potere fondamentalista avviene il contrario: il re è nascosto. Se ne conosce a malapena il volto, la biografia presenta vuoti incolmabili, che mettono a disagio noi occidentali e ci inducono a colmarla di voci e leggende: il Rolex al polso di Al Baghdadi, il mullah Omar che, ferito dai russi, si strappa l'occhio ferito e si benda con le sue mani. Le apparizioni pubbliche sono rare, limitate a scandire momenti chiave del potere e anche queste rivolte a pochi privilegiati, gli apostoli più intimi o in una moschea zeppa di fedeli in preghiera. In fondo un atto rituale. Si cammina sulle orme dei primi califfi, quelli dei trionfi musulmani che davano udienza sagomati dietro un tendaggio. Il suddito non doveva scorgerne il mistero. In fondo come le donne anche loro nascoste dal muro di stoffa e garza. Di Al Baghdadi, quando con un balzo si annesse la terra tra i due fiumi, si scrutava perplessi una sola immagine, quella della predica del 2014 nella moschea di Mosul in cui annunciò la rinascita del califfato ai credenti e ai miscredenti. Poi il buio. Programmato come se la Rivelazione avesse sconfitto il tempo. La sua voce erano «fatwa» minacce editti. I continui annunci americani di averlo ucciso e le sue rinascite studiatamente provate con pigra lentezza avvolgevano ancor più questo suo sinistro potere nel mistero, gli davano forza invece che indebolirlo. Per il potere e il terrore che si dichiara al servizio del sacro e del sublime, l'oscurità è necessaria. Il prestigio del principe dei credenti non può evitare l'ombra: perché non si sogna ciò che si conosce troppo. La stessa accortezza ha guidato il mullah Omar: una sola immagine certa, per di più sgranata, e giovanile, scattata ai tempi della guerra contro i sovietici con l'occhio già leso da una scheggia di granata, quando era un mujaheddin senza qualità. La foto che lo mostrerebbe, avvolto nel mantello del Profeta tolto dal sacrario della moschea della città vaticano dei taleban, ritto sul tetto dell'edificio di Kandahar dove mille mullah e ulema lo avevano eletto «comandante dei credenti», è un falso: il suo beghinaggio islamico avrebbe giudicato l'atto blasfemo. Da emiro dell'Afghanistan diventato taleban non si mostrava in pubblico e la sua voce per fissare decreti e leggi draconiane la si udiva attraverso audio registrati, comunica con bigliettini scritti su carta da pacchi, vive nascosto in un edificio modesto che solo la fantasia dei giornalisti è riuscita a definire «villa». Era il mistero e non il fasto che dava carisma a un uomo in fondo senza carisma, figlio di contadini poveri, teologicamente semianalfabeta, fantaccino e non condottiero di jihad. Muore ma per due anni la sua immaterialità così incombente fa sì che gli americani non se ne accorgano. Intanto al riparo di quel fantasma i taleban imbastiscono la rivincita. La strategia del re nascosto è un'altra prova della antropologia immaginaria che abbiamo scioccamente montato sul mondo della rivoluzione islamica e che spiega la sconfitta occidentale. Gli afghani, bellicosi e malinconici, che sentono ogni ordine come un obbligo insopportabile, descritti come turbandati primitivi, incapaci di elaborare una ideologia, tradizionalisti apolitici avviluppati nelle geografie comunitarie, allergici allo Stato perché troppo complesso e incatenati alla tribù: l'Afghanistan profondo delle analisi americane su cui sono state modellate nel 2001 la democrazia finta e le fallimentari tattiche di contro-insurrezione. Una tabula rasa di pastori che conducono nuvole di agnelli, come un gregge dell'Ade, a cui insegnare la buona novella. In fondo niente di originale: l'abracadabra del fracido Orientalismo e le classificazioni delle tribù imbelli o pericolose con cui tiravano avanti le amministrazioni coloniali».  

IL SUPERSALONE DEL MOBILE

Dopo due anni di stop ha riaperto i battenti il salone del Mobile di Milano, quest’anno un Supersalone. Il commento di Dario Di Vico per il Corriere.

«La formula escogitata dall'architetto Stefano Boeri con un modulo espositivo che permette al visitatore di camminare e guardare «le vetrine» sui due lati della strada senza creare assembramenti si è rivelata azzeccata. Anche perché consente alle Pmi di essere presenti a prezzi non esorbitanti e ai grandi invece di mixare la loro partecipazione al Salone con l'attività a pieno ritmo e a maggior valore aggiunto degli showroom cittadini (chiamati ad ospitare per sei giorni clienti e buyer). Il tutto grazie però a una proposta unica che continua a saldare la città e il «contado», la manifattura e i servizi. Il conflitto che si è manifestato nella decisione di tenere o meno il Salone non va infatti banalizzato: ci dice che in qualche maniera dentro la bufera della pandemia l'industria e i territori, grazie ai loro profondi legami internazionali e all'integrazione piena con le economie forti, hanno tenuto assai meglio della città che invece ha perso il filo della sua elaborazione e lo charme della sua effervescenza. Potrà sembrare un tema tutto locale e invece no, parlando di industria manifatturiera e di Milano prendiamo in esame due dei tratti identitari della riconoscibilità italiana nel mondo e di conseguenza si tratta di un dibattito che merita rispetto. Ma è legittimo chiedersi se la città possa pensare di ricominciare dai grandi eventi come se non fosse successo nulla. Chiedersi se l'atmosfera lieve e ottimista che si respirava ieri nei corridoi della Fiera di Rho, le tante lingue straniere che si sovrapponevano nelle piccole chiacchiere davanti agli stand, autorizzino di per sé il ricorso alla nostalgia. Personalmente penso proprio di no e ho la sensazione che la consapevolezza della necessità di una maturazione del modello Milano sia largamente presente in città e probabilmente ne ascolteremo più di qualche eco nell'imminente campagna elettorale. Il design come la moda hanno trainato lo sviluppo della metropoli, allargando le loro filiere in alto (le professioni) e in basso (artigiani e partite Iva) hanno permesso alla città di affrontare con successo la transizione post-industriale, le hanno anche consentito di diventare una straordinaria piattaforma di eventi ma non sono certo sufficienti a traghettarla nella società della conoscenza. Sono altre le scelte di innovazione che si parano di fronte a Milano e parlano di una piena convinzione di poter essere una città universitaria e di una continuità nella scelta di affermarsi come un hub continentale della scienza e della ricerca. E dentro questi percorsi ci deve essere - non ultima - anche la capacità di dare risposte ai talenti che la città continua ad attrarre ma ai quali non sempre offre le chance che meritano. È stato nei giorni scorsi un profondo conoscitore della realtà milanese, il presidente della Confindustria Carlo Bonomi, a ribadire davanti al pubblico del Meeting di Rimini che i giovani vanno pagati di più».  

MELONI E SALVINI PROMESSI SPOSI SUL LAGO DI COMO

Complice il Forum Ambrosetti di Cernobbio, Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono incontrati di persona. Senaldi e Giuli hanno intervistato la leader di Fratelli d’Italia per Libero.

«Baciata dai consensi, la presidente di Fratelli d'Italia non si accontenta di essere ormai stabilmente prima in ogni sondaggio. È stizzita dal basso livello della polemica politica quotidiana, preoccupata dalla tendenza ad appiccicare etichette, no vax, fascista, anti-europeista, che soffocano ogni possibilità di ragionamento politico. È il metodo, o forse l'ultimo rifugio, della sinistra, che «ha rinunciato ormai a cercare di dimostrare la propria presentabilità a livello di contenuti e per sfuggire il confronto, che non riesce più a reggere, si limita a criminalizzare l'avversario con intollerabili insulti e farneticazioni». Alimentate dai social, «ma anche da certi giornalisti». Presidente, il centrodestra è maggioranza nel Paese ma le prossime Amministrative si annunciano in salita, malgrado la sinistra presenti minestre riscaldate. Come mai? «Non sono pessimista. Nelle grandi città soffriamo perché lì è più forte il voto clientelare della sinistra, ma il centrodestra si presenta ovunque unito, nonostante le divisioni sul governo, mentre la sinistra, che in Parlamento sta insieme per interesse, poi si presenta spaccata nelle città». Come mai avete fatto così fatica a trovare i candidati? «Perché abbiamo deciso di pescare nella società civile e questo rende la ricerca fisiologicamente più complessa. Devi trovare uno di valore che si presti alla missione suicida di diventare sindaco, mal pagato ed esposto ai rischi giudiziari, senza cuscinetto politico». Quanto può durare un centrodestra unito se una parte sta al governo e l'altra all'opposizione? «Non è la prima volta che capita e siamo sempre riusciti a restare uniti. Noi stiamo all'opposizione perché non abbiamo un piano B oltre l'unità del centrodestra, e spero che questo sia vero anche per gli altri. Comunque, per rafforzare la coalizione, sono pronta a creare un coordinamento parlamentare comune». Lega e Forza Italia pare lo stiano già facendo tra loro... «E fanno bene, per difendersi dai giallorossi, secondo cui le larghe intese sono fare solo quel che dicono loro usando anche i voti degli altri. Questo governo pende a sinistra e Fdi all'opposizione è un valore per tutto il centrodestra. L'eventuale federazione tra Lega e azzurri non è una mossa contro di me, ma contro la sinistra». Le va bene la divisione dei ruoli che si sta configurando: Fdi rappresenta la destra, Lega e Forza Italia il centrodestra? «Destra e centrodestra sono etichette inutili. Fdi è la destra ma negli anni si è arricchita, aprendo a culture e provenienze diverse. Bisogna lavorare in modo che si vada verso un bipolarismo: da una parte la destra, dall'altra la sinistra. Il centro significa troppo spesso disponibilità all'inciucio. Io auspico due schieramenti contrapposti, ciascuno con sfumature diverse al suo interno. Le specificità finiscono per essere un valore comune». Lei, come Salvini e come capitato a Berlusconi, rischia di vincere le elezioni ma non poter governare perché il sistema di potere si mette di traverso. Come pensa di ovviare al problema? «È surreale che ormai si dica apertamente che l'Italia è commissariata. Almeno prima avevano il buon gusto di nasconderlo. Una nazione seria si interrogherebbe sulla sua sovranità dimezzata. Alla sinistra va bene, perché gode del sostegno acritico di Bruxelles, ma gli italiani dovrebbero riflettere sul fatto che certe cose si pagano. Il prezzo è la svendita di pezzi di Italia. Il problema non è avere rapporti con l'attuale sistema di potere, il cosiddetto deep State, ma modificarlo grazie a competenze serie, professionali e manageriali». Siamo a sovranità limitata per via del nostro enorme debito pubblico... «L'Italia non è la Grecia. Se saltiamo noi, salta tutto, dobbiamo iniziare ad avere maggiore considerazione della nostra nazione». Giorgetti ha detto che se Draghi diventa presidente della Repubblica, poi si va a votare. Ci sta? «Certo questo è un elemento a favore della sua elezione». Oppure, come leader dei Conservatori Europei, lei lo vedrebbe meglio con incarichi nell'Unione? «Non sono il navigator di Draghi. Ci farà sapere quello che vorrà fare e lo valuteremo». Quante possibilità ha Berlusconi di andare al Quirinale? «Non molte. Però il centrodestra deve iniziare da subito a lavorare a un candidato comune, capace di raccogliere voti anche nel campo avverso». Renzi voterebbe Berlusconi... «Sì, dopo avergli mandato un sms con su scritto "Silvio stai sereno"». Eppure Renzi punta a prendere l'eredità di Berlusconi... «Non credo ormai che sia in grado neppure di prendere la propria». Cosa rimprovera al governo Draghi? «La continuità con il governo Conte: sulle restrizioni alle imprese, il lassismo nella lotta all'immigrazione clandestina, la politica estera. Vedo che molti elettori di centrodestra sono arrabbiati e delusi e li capisco». Nella lotta al Covid quest' autunno ripartiamo meglio dell'anno scorso? «No, forse peggio. A maggio consigliai a Draghi di non fare l'errore di non mettere il Paese in sicurezza. Scuola, trasporti, uffici: non è stato fatto nulla, ci sono solo il dio vaccino e la dittatura del green pass, ma è un errore in termini d'efficacia». Cosa pensa dei vaccini? «Servono, infatti mi sono vaccinata. Ma servono soprattutto alle categorie a rischio, anziani in particolare, per loro la valutazione rischi benefici pende nettamente a favore del vaccino, con il diminuire dell'età questo non è così scontato, almeno guardando i dati ufficiali. E soprattutto i vaccini da soli non fermano l'epidemia. Avanti così, rischiamo nuove chiusure. Il governo sul piano della comunicazione sta facendo un'operazione spregiudicata e pericolosa. Se Draghi dice che il green pass ti libera e il ministro Bianchi sostiene che se si è vaccinati si può stare in classe senza mascherina, si inducono comportamenti sbagliati solo per fare propaganda alla campagna vaccinale. Quali sono le evidenze scientifiche che i vaccinati non contagiano?». Perché è ostile al green pass? «Mi sembra che il suo obiettivo non sia fermare il contagio ma vendere il vaccino». Direi indurre a vaccinarsi... «Il governo non può chiedere ai cittadini di essere responsabili quando poi è il primo a non assumersi le sue responsabilità, chiedendo agli italiani di assumersi il rischio di vaccinarsi senza obbligo. In primis, usi chiarezza. Non si dica che il green pass serve a evitare le chiusure, quando invece il suo scopo è solo introdurre surrettiziamente l'obbligo vaccinale. È il solito schema della sinistra, che disprezza il popolo bue e ritiene di doverlo educare, anche con le menzogne. Io invece stimo gli italiani e penso che, se fossero informati correttamente, saprebbero cosa fare e agirebbero bene. Certo però non può informarli Speranza, che prima della seconda ondata aveva già stampato il libro su come aveva battuto il Covid. Lo scetticismo non è colpa di chi ascolta, ma di chi parla». Ritiene che il governo stia violando la Costituzione sul green pass? «Più che la Costituzione, vìola il buonsenso; ed è questo che aumenta i dubbi delle persone e le allontana dal vaccino. Perché se prendo il caffè in piedi non mi serve il green pass ma se mi siedo sì? Davvero sui treni a lunga percorrenza mi posso contagiare ma sui regionali no? Perché in trattoria serve il passaporto sanitario, ma se si mangia nel ristorante di un albergo no?». Lei cosa farebbe se guidasse il Paese? «Se, come si dice e penso, il vaccino consente di non ammalarsi gravemente, salvo casi eccezionali, bisogna smettere di contare i contagi, uscire dallo stato d'emergenza, trattare il Covid come una malattia qualsiasi e preoccuparsi solo se si riempiono le terapie intensive. Se davvero il governo ritiene che il vaccino abbatta la mortalità, allora elimini le quarantene e i divieti». Cosa risponde a chi la accusa di speculare sulle paure dei no vax? «Qualsiasi cosa io dica, mi si accusa di speculare, anche se decido legittimamente di stare all'opposizione. Siamo il Paese più vaccinato d'Europa ma se riparte il contagio, vedrà che daranno la colpa a me e ai no vax, anziché alla mancanza di prevenzione su scuole, trasporti, posti di lavoro, e al liberi tutti sdoganato con il green pass». L'atteggiamento della sinistra verso i no vax sfiora il razzismo? «L'intolleranza e i metodi da regime sono il tratto della sinistra. Anche sui vaccini la sinistra è ideologica, insulta e non spiega. Trovo aberrante che l'assessore alla Sanità del Lazio pensi di non curare i no vax. È un pensiero che ribalta i principi del nostro Welfare: ti curo solo se sei un malato senza colpe. Cosa facciamo allora con i fumatori o gli obesi?».

Annalisa Cuzzocrea ha intervistato invece Matteo Salvini per Repubblica. 

«Il nucleare è un'energia molto più pulita e molto meno pericolosa rispetto ad altre». Matteo Salvini non ha dubbi e si mette dalla parte del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, difendendo le parole di apertura sul nucleare di ultima generazione. Negli stessi minuti, nella sessione del workshop Ambrosetti a lui dedicata, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti fa un discorso molto simile: «Il tema della transizione non può diventare un discorso etico filosofico». E quindi bisogna esigere «un terreno di confronti e competitività uguale per tutti. Evitando che le risposte dei vari Paesi siano asimmetriche». Francia e Cina sul nucleare stanno già puntando. «Noi ci dobbiamo chiedere come ci comportiamo, difendiamo o non difendiamo questo tipo di fonte di energia», chiede Giorgetti. La posizione del segretario della Lega - espressa in un dialogo con i giornalisti prima di lasciare Cernobbio - è identica. Segretario Salvini, crede anche lei che la risposta degli ambientalisti e del Movimento 5 stelle alle parole del ministro Cingolani sia sbagliata? «Se uno già dice no a valutare dimostra chiusura mentale. La valutazione non comporta già un giudizio. Secondo me è stato un errore fermarsi in passato. È chiaro che è un tipo di scelta che ti porta i risultati dopo 15 anni, non dopo 15 giorni, però idrogeno verde, blu ed energia pulita perché no? Sostengo assolutamente l'idea del ministro Cingolani». Ha incontrato la ministra Lamorgese, anche lei a Cernobbio? «No purtroppo. Non ce l'ho fatta». Auspica un incontro che non cerca? «Non qui, ma l'incontro ci sarà». La ministra dell'Interno ha spiegato che i maggiori sbarchi di immigrati sono dovuti alla pandemia? «Se invece di 5.000 ne arrivano 40mila è un doppio problema, oltretutto con la pandemia, perché arrivano tutti dal continente africano e asiatico dove la vaccinazione arriva al 3 per cento. Questi sono dati del ministero dell'Interno (mostra alcuni fogli presi da una cartellina stampa della Lega). Da 5.019 a 39.000, capite che se questo è il ritmo di crescita altro che pil. Ve lo lascio, questo l'ho dato a Draghi». Il presidente del Consiglio ha detto che la ministra dell'Interno lavora benissimo e soprattutto che nessuno ha la bacchetta magica. «Pensi se avesse lavorato male, sarebbe stato un disastro. Io non avevo la bacchetta magica. Non è che fossi un genio o avessi leggi particolari». Ci sono congiunture internazionali che hanno un effetto sui flussi migratori. «Nel 2019 però eravamo in piena crisi libica però. Adesso c'è la crisi tunisina, certo, ma il secondo Paese per arrivi è il Bangladesh. Arrivano egiziani perché noi non abbiamo più alcun tipo di relazione col governo egiziano. C'è evidentemente un problema. In Libia prima c'eravamo noi, adesso ci sono turchi e russi». Il problema quindi è la geopolitica, non il mancato blocco delle navi. «Ma certo, non si tratta di lavorare a Lampedusa. Tu devi lavorare a Tunisi, a Tripoli, oltreconfine». Questo riguarda anche il ministro degli Esteri, però. «Certo». Quindi la sua critica è anche a Luigi Di Maio? «Non è una critica. Io offro dei dati, in tempi di Covid non sono numeri sostenibili. È un casino. Con la crisi afghana questo 39 rischia di diventare 49, 59, 69mila». Com'è andato il colloquio con la leader di FdI Giorgia Meloni? «Benissimo». Lei ha detto, con una battuta, che siete come i Promessi sposi sul lago di Como. «Governeremo insieme». Chi dei due sarà il premier? «Quello lo decideranno i cittadini. Chi prende più voti guida. In democrazia è così». Il punto è anche quando. «Dipende da Draghi. Se vuole fare il presidente della Repubblica. A differenza di Letta io non sposto Draghi sulla scacchiera a seconda delle mie convenienze». Quindi se fa il presidente della Repubblica non si fa un altro governo per portare la legislatura a scadenza naturale? «Complicato, eh? Il quarto governo in quattro anni. Capisco che ci sarà la voglia del tirare a campare soprattutto da parte dei 5 stelle, però...». Anche qui a Cernobbio nessuno sembra aver voglia di elezioni anticipate. Vorrebbero Draghi almeno fino al 2023. «Io lo vorrei allenatore del Milan, ma deciderà Draghi cosa fare e noi lo sosteniamo. Tenendoci la libertà in Parlamento, se ci sono alcuni provvedimenti dallo ius soli allo Zan all'obbligo vaccinale che noi non vogliamo, senza che questo metta a rischio la vita del governo». Come possono eventi come quello della settimana scorsa, con Borghi che vota contro la maggioranza sul Green Pass, non mettere a rischio il governo? «La Lega fa quello che decide il segretario. Quel voto ha portato a dieci emendamenti approvati? Dai tamponi ad alcune esenzioni? Sì. Allora il nostro lavoro in Parlamento serve». Il Green Pass va esteso agli statali? «Per quelli che hanno contatti col pubblico il Green pass può essere un ragionamento. Se ne parla in settimana cabina di regia».

ALLA FESTA DEL FATTO PARLA CONTE

Ma se a destra si cerca l’intesa, Giuseppe Conte prepara i 5 Stelle all’autunno elettorale. Ne ha parlato alla festa del Fatto, dove era ospite d’onore. La cronaca di Luca De Carolis.

«Ora si fa sul serio, adesso è partita vera per l'avvocato. Perché a ottobre verrà giudicato anche delle urne, le prime da leader di partito. E naturalmente Giuseppe Conte lo sa ma soprattutto lo dice, dal palco della festa del Fatto: "Noi del M5S abbiamo sempre avuto difficoltà e risultati modesti nelle amministrative, perché non siamo radicati a livello territoriale, e oggi questo non può cambiare. Voi direte che metto le mani avanti, e io invece io ci metto la faccia, andrò anche dove prenderemo l'uno per cento". Intervistato da Antonio Padellaro e Peter Gomez, l'ex premier lancia così il suo tour che partirà oggi da Napoli, dove sarà assieme al presidente della Camera Roberto Fico. Poi seguirà una lunga teoria di tappe, concentrate nel Nord e nei Comuni che andranno al voto. "Questo è il tempo della semina e dell'ascolto" ripete Conte, come a dire che andrà un po' ovunque - solo martedì girerà cinque comuni in Veneto - innanzitutto per gettare le basi del suo progetto, del nuovo Movimento. Quello che sarà "radicale nei contenuti e moderato nei toni, perché dovremo dismettere i toni aggressivi del M5S del Vaffa" assicura l'avvocato. Ma sui numeri non può essere ottimista. "Se già migliorassimo un po' di percentuali nei territori andrebbe bene" dicono dal M5S. Con una postilla: a Napoli il contiano doc Gaetano Manfredi deve vincere, altrimenti sarebbe un disastro. Nell'attesa c'è anche tutto il resto, per esempio il Movimento che deve starsene nel governo Draghi. "All'inizio c'è stato un po' di disorientamento da parte nostra, ma lo sosterremo in modo leale e costruttivo, finché farà misure e riforme che migliorano il Paese" giura Conte. D'altronde, teorizza, "se non si fosse fatto un nuovo governo dopo il mio si rischiava di aggravare la crisi per la pandemia e di rallentare la ripartenza". Padellaro gli chiede se non noti una notevole differenza di trattamento tra lui e l'attuale premier da parte della stampa. E l'avvocato non si sottrae: "Vedo un eccesso di enfasi per questo governo da parte di alcuni commentatori, e non so se faccia bene all'esecutivo. Ma questo presidente rappresenta bene l'Italia". Conte non vuole apparire come quello che lavora Draghi ai fianchi. Tanto di avversari ne ha già una sfilza, partendo da Matteo Renzi. "Del suo libro non ho letto nemmeno una sintesi" giura, per poi mordere il capo di Iv sui numeri: "Ci sono partiti con poco consenso che hanno potere di interdizione, questo è un male per la democrazia". E non finisce qui: "Ha scritto che gli avrei offerto un incarico internazionale per non far cadere il governo? I colloqui riservati non vanno raccontati, c'era un patto tra noi su questo. Dopodiché Renzi sta antipatico alla maggioranza dei cittadini e simpatico ai familiari...". Non certo a lui, che racconta: "Quando cercavamo di fare il Conte 3 ero preoccupato, come potevo prendere impegni se dei ministri mi sparavano addosso?". Passato recente e forse doloroso. L'attualità ora è anche Giorgia Meloni, che dal Forum Ambrosetti a Cernobbio pochi minuti prima maledice il Reddito di cittadinanza come "metadone di Stato". Conte le risponde dal palco: "È un'espressione volgare, forte". Ed è l'avvio della polemica politica di giornata. Perché poi anche il ministro del Lavoro, il dem Andrea Orlando, ci mette la gamba: "Chi parla di reddito come metadone non sa cos'è la povertà". Le agenzie si intasano di reazioni, tanto che Meloni insiste ("Il reddito è una paghetta, proprio perché so cos'è la povertà la voglio combattere davvero e non mantenerla"). Invece Conte difende il totem dei 5 Stelle: "Ricordo che su 3 milioni di percettori gli occupabili sono un milione e che in 250mila hanno trovato lavoro, non è poco anche se non può bastare. Ora serve un network nazionale per le politiche attive, in Germania ci hanno messo lustri per far funzionare il sistema". Il reddito, si sa, non piace neppure a Matteo Salvini. Conte sostiene che il suo cuore ha sempre battuto "più a sinistra" e che il governo con la Lega, - "fatto con un contratto" - andava varato per dare all'Italia un esecutivo. Ma Gomez non si accontenta: "Lei ha criticato i decreti sicurezza ma era premier quando sono stati varati". E l'ex premier abiura: "Quei decreti li abbiamo modificati tanto rispetto alla versione originaria, ma ho nutrito subito perplessità sull'abolizione della protezione internazionale, senza una soluzione alternativa. Tanta gente è finita per strada, è stato commesso un errore e me ne assumo la responsabilità". Ma con la ministra dell'Interno Lamorgese gli sbarchi sono aumentati... "Lei ha dovuto fare i conti con la pandemia e con una guerra in Libia, non sono possibili paragoni". Certo, poi ci sarebbero anche gli alleati. Per esempio il Pd. Conte sostiene che il M5S non si è presentato nel collegio romano per la Camera di Primavalle "per non dividere l'area di centrosinistra, visto che il Pd ha presentato un suo candidato. Rischiavamo di avvantaggiare il centrodestra, che potrebbe favorire la candidatura di Luca Palamara (ma il centrodestra un suo candidato lo ha, il forzista Pasquale Calzetta, ndr)". Di certo con i dem e tutti gli altri bisognerà discutere anche di Quirinale. Ma l'avvocato non ha voglia di parlarne: "Se iniziamo adesso a invilupparci in un dibattito sfibrante rischiamo di distrarci dalle priorità come centrare gli obiettivi del Pnrr ". Invece la discussione sull'obbligo vaccinale è di queste ore. E Conte ridà la sua linea: "Sono favorevole a un maggior uso del green pass che induce alla vaccinazione. Quanto all'obbligo, se sarà necessario, come extrema ratio dobbiamo considerarlo. Vediamo l'evoluzione della curva epidemiologica". Si scivola verso la conclusione, e naturalmente gli chiedono di Beppe Grillo. "Ci sentiamo, ci confrontiamo" assicura. "Ma pensa ancora che lei non abbia capacità manageriali?", lo incalza Gomez. E Conte va dritto: "Un partito non è un'azienda". In dissolvenza, riforma Cartabia ("nella prima versione avrebbe portato al collasso il sistema penale") e Afghanistan ("Se siamo in questa situazione sono stati commessi degli errori, la democrazia non si esporta con le armi"). E arriva anche una nuova bacchettata per il ministro della Transizione Cingolani, quello voluto da Grillo, che aveva aperto al nucleare: "Da lui battute infelici, l'energia atomica costa, altri Paesi dismettono i siti nucleari, e anche le energie rinnovabili ora costano meno". Ha detto tanto Conte, che tra le pieghe del colloquio infila una battuta: "Quando ero premier a un certo punto si parlava solo di Mes...". Succedeva qualche mese fa, ma sembrano trascorsi anni».

REDDITO DI CITTADINANZA. ORLANDO: “ODIATE I POVERI”

Accantonato l’obbligo vaccinale, l’argomento più concreto di scontro tra i partiti resta il Reddito di cittadinanza. Si apre infatti la settimana in cui il Governo dovrebbe affrontare il tema della riforma del lavoro. Francesco Spini per La Stampa.

«L'ennesima battaglia sulla povertà scatta dove di poveri non c'è nemmeno l'ombra: al Forum Ambrosetti. Nella elegante sala a sfondo blu di Villa d'Este, Giorgia Meloni blandisce manager, finanzieri e imprenditori. «Non sono d'accordo con Giuseppe Conte sul fatto che il reddito di cittadinanza sia una buona misura - dice la leader di Fratelli d'Italia -. Il reddito di cittadinanza è metadone di Stato». Sì, avete capito bene, dice alla platea di Cernobbio: «È esattamente lo stesso principio del mantenimento a metadone di un tossicodipendente: ti mantengo nella tua condizione, non voglio migliorarla. E io non penso che questo sia un provvedimento di sviluppo...». A bordo lago, ci sono 8 ministri e, tra essi, il titolare del Lavoro, Andrea Orlando, s' arrabbia. «Chi usa queste metafore - ribatte il ministro - probabilmente non si rende conto di che cosa sia la povertà». Certo, concede Orlando, «credo che ci siano delle modifiche da fare» ma sarebbe un «passo indietro» tornare a essere «l'unico paese» senza uno strumento di lotta all'indigenza. Il reddito «non poteva funzionare sulle politiche attive del lavoro», argomenta. Ma ha avuto successo «come contrasto alla povertà e l'ha diminuita». Occorre convincere però il numero uno della Lega Matteo Salvini, che sostiene l'esecutivo Draghi ma che qui, a bordo lago, rinsalda platealmente la futura alleanza con Meloni, che sta all'opposizione. Lui è uno che, ai tempi del primo governo Conte (quando Di Maio dichiarò: «Abbiamo abolito la povertà) il reddito di cittadinanza lo ha pure votato: «Lo abbiamo votato ma riconoscere un errore è segno di saggezza - dice ora -. Proporrò un emendamento alla manovra per destinare alle imprese questi soldi», assicura. Insomma, la linea è quella di Meloni, la quale suggerisce di risolvere il problema della povertà «esattamente come si può risolvere il problema della tossicodipendenza». Ossia «creando lavoro. E questo il reddito di cittadinanza non lo ha fatto. Si possono raccontare tutte le cose che si vogliono ma il reddito di cittadinanza è stato un grandissimo disincentivo al lavoro». È stato «uno strumento diseducativo». Anche nella composita maggioranza dell'esecutivo, al di là di Salvini, in molti sono tiepidi sul reddito di cittadinanza. Il ministro degli Affari Regionali, Mariastella Gelmini (Forza Italia) ad esempio dice che, certo, «il reddito di cittadinanza è stata una misura per contrastare la povertà» ma «non è stata una misura in grado di creare lavoro e oggi la parola chiave per affrontare il futuro con forza è quella di creare occupazione». Lontano dalla rive comasche, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, sbotta: «Non so cosa abbiano fatto di male a qualcuno i poveri». E legge nella campagna contro il reddito minimo «odio contro i poveri e verso chi lavora e magari è povero ma paga comunque le tasse anche per chi non le paga». E pensare che tutto nasce dal primo intervento, sempre a Cernobbio ma in videoconferenza, di Giuseppe Conte. Parla del reddito e di chi «ne propone l'abolizione». Dice l'ex premier, oggi leader dei 5 Stelle: «Dobbiamo sgomberare il campo da questa inutile e sterile polemica. Il reddito di cittadinanza è una misura di necessità, non solo di civiltà. Non possiamo tornare indietro, dopo di che discutiamo pure di modifiche che valgano a migliorarne ancor di più l'efficacia. Le critiche sono ingenerose. Anche sulla rioccupazione, i numeri dicono una cosa diversa. In due anni i rioccupati sono stati 250 mila, solo l'8,3 per cento, percentuale modesta su una platea complessiva di 3 milioni di beneficiari. Ma di questi, i veri rioccupabili sono solo 1 milione, e allora ecco che quei 250 diventano un quarto del totale, e non sono pochi». La necessità di ritocchi al reddito minimo trova però spazio trasversale nella pur composita maggioranza. La posizione del Pd sul tema «è quella del presidente Draghi», puntualizza il segretario Enrico Letta. Insomma: «Siamo a favore che si modifichi o si migliori». Orlando però ha dei sospetti sull'inasprirsi della polemica: «Non vorrei che si aprisse, in vista delle elezioni, una campagna di odio contro i poveri. Ci sono delle cose che vanno riviste ma non facciamo passare degli stereotipi secondo i quali la povertà è frutto del carattere e della pigrizia».

STIGLITZ: CAMBIATE IL PATTO DI STABILITÀ UE

Di economia, ma nella chiave del debito e degli obblighi europei, parla Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, anche lui ospite a Cernobbio. Lo ha intervistato per Repubblica Andrea Greco.

«Joseph Stiglitz, tra i massimi economisti Usa e premio Nobel, dà ragione a chi, come il commissario Paolo Gentiloni e il ministro francese Bruno Le Maire, ritiene che il patto di stabilità europeo vada cambiato, perché privo di basi tecniche e troppo angusto rispetto alla fase che il mondo attraversa. «Quei parametri, intendo i rapporti del 3% di deficit sul Pil e del 60% di debito sul Pil, credo siano stati un grave errore per Europa. Molti economisti l'avevano capito 10 anni fa, quando individuarono la 'golden rule', che esclude dal deficit gli investimenti. Dal punto di vista economico, il Patto di Maastricht è sempre stato senza fondamento: sono numeri sbucati dal nulla; non è che se un Paese supera quelle soglie accade qualcosa. Per gli economisti la questione è più come spendi il denaro, e come gestisci il tuo livello di debito. Se, come l'Europa sembra voler fare, lo spendi investendo nella transizione verde, la tua produttività aumenterà, e potresti evitare il disastro che accadrebbe se non li spendessi. Per questo penso che dire addio ai vincoli di Maastricht sarebbe opportuno». Non c'è pericolo che i mercati rispondano con nuovi allargamenti degli spread, e che l'Italia traballi? «Penso che in questa ipotesi la Bce, che sta comprando titoli di Stato per miliardi, saprebbe gestire facilmente la turbolenza. Il fatto è che i mercati tendono a preoccuparsi più dei prezzi dei bond, che non del benessere della gente. Economisti e politici devono invece trovare l'equilibrio nei due fattori. Per questo ora è così importante avere una forte crescita economica, che consenta più flessibilità su Maastricht: e se cresce il Pil al denominatore, nel tempo finirà per ridurre i livelli di deficit e debito a esso parametrati. Oggi in Europa i rischi del "non spendere" mi sembrano molto più alti che non quelli di un grande e virtuoso piano di spesa». Non teme nuove critiche dal Nord Europa, dove la visione di un'Italia lassista è diffusa? «Intanto lasciamo passare le elezioni politiche in Germania! Battute a parte, lasciarsi alle spalle Maastricht non significa assenza di regole, né che i Paesi non debbano gestire il deficit e il debito. Solo devono farlo in una prospettiva diversa, curando la sostenibilità di lungo termine. Oggi ci sono condizioni molto favorevoli per emettere titoli a 30 anni con tassi all'1% e usarli per i buoni investimenti, spostando in avanti le scadenze anche come forma di copertura per le nuove generazioni. Il patto di stabilità ha poi altri due aspetti semplicistici e fuorvianti». Quali? «Intanto si basa sul debito lordo, che comprende quello in capo agli Stati, mentre il focus dovrebbe essere sul debito netto. In Giappone, per esempio, il debito è al 220% del Pil, ma la banca centrale locale ne detiene una larga fetta. Se per ipotesi il governo di Tokyo decidesse uno stralcio del debito, non ci sarebbero grandi effetti: come passare soldi da una tasca all'altra. Il secondo aspetto distorsivo riguarda la moneta. Paesi come Usa e Giappone non falliranno mai, perché il loro debito è emesso in una valuta che possono decidere di stampare. L'Europa è complicata, ha la valuta unica ma il debito su base nazionale. E anche in questo senso il Next Generation Eu, come 'debito europeo', è un grande passo nella giusta direzione. Concordo con quanto ha detto Bruno Le Maire nel Forum, l'Europa oggi sembra avere imparato la lezione di ciò che non ha saputo fare 10 anni fa». Come rientrerà l'Europa da un debito mediamente al 100% del Pil? «Intanto si deve guardare il debito netto, molto più basso. Gli Usa, nel Dopoguerra, avevano il 135% di debito netto sul Pil, senza aver potuto scegliere se e come spendere quei soldi. Ma negli anni successivi i governi, tra l'altro repubblicani, fecero molti programmi di spesa, e l'economia crebbe abbastanza per riportare il debito al 45% del Pil. Ricorda un po' l'agenda dell'Europa oggi: usare il Recovery Plan per ampliare il denominatore del Pil». L'ottimismo che si respira, specie in Italia, è per lei giustificato? «C'è in effetti molto ottimismo, legato alla presenza di persone competenti nel governo italiano, e ai 222 miliardi di fondi Ue in arrivo, che dovrebbero davvero stimolare un forte recupero». E se poi dopo Draghi tornasse un governo politico pasticcione? «Spero che le buone pratiche del governo possano segnare la strada da seguire. Negli Usa abbiamo eletto Donald Trump, un distruttore della democrazia. Ma in democrazia devi pensare che alla fine la gente possa fare la cosa giusta, tra momenti brutti e momenti belli: e ora che ce n'è uno bello si deve raddrizzare l'economia».

Nella Pubblica amministrazione, la fine dello smart working rappresenta davvero la “ripresa”? Bentivogli, ex segretario nazionale Fim Cisl ne scrive insieme a Mariano Corso, docente del Politecnico su Repubblica, specialista della materia. I due bocciano l’idea del Ministro Renato Brunetta di far tornare i dipendenti pubblici fisicamente in ufficio.

«Fa discutere l'intenzione del ministro della Pubblica amministrazione di far rientrare in ufficio tutti i dipendenti pubblici a fine settembre. Da anni lo smart working viene utilizzato nella Pa come strumento di modernizzazione perché, oltre a favorire benessere e conciliazione, spinge i lavoratori ad una maggiore autonomia e responsabilizzazione sui risultati. Durante la pandemia lo smart working è stato esteso a circa la metà dei lavoratori pubblici ed ha consentito alle amministrazioni di continuare ad operare evitando la paralisi dei servizi pubblici tutelando al tempo stesso la salute dei lavoratori. Si è trattato di un'esperienza preziosa che ha dimostrato come, anche nella Pa, sia possibile riorganizzare i processi all'insegna della flessibilità e della digitalizzazione, creando servizi più resilienti, sostenibili ed efficienti. La stretta annunciata dal ministro, con la richiesta di ritorno al lavoro in presenza definito come "anima della ripresa", rappresenta una retromarcia grave e controproducente. La prima motivazione addotta è quella di favorire la crescita dell'economia dando impulso ad attività dell'indotto come ristorazione, abbigliamento e trasporti. Il segnale che in questo modo si rischia di passare ai lavoratori è che ciò che interessa del loro contributo alla ripresa non è tanto il loro impegno e la loro professionalità, quanto la loro spesa come consumatori e ciò anche a prezzo di un minor benessere ed equilibrio personale e professionale. Si tratta di una prospettiva che, oltre che umiliante verso i lavoratori, risulta miope in quanto la priorità del nostro Paese, e in particolare della nostra Pa, non è certo incrementare i consumi dei dipendenti pubblici - abbiamo oggi modi più produttivi di stimolare la domanda - ma migliorare sostenibilità ambientale, resilienza, digitalizzazione e produttività. Si tratta di sfide fondamentali previste dal Pnrr alle quali lo smart working può dare un contributo sostanziale, ma che, sull'altare di un preteso stimolo ai consumi, questo nuovo indirizzo del governo sembra ignorare. La seconda motivazione è quella del contributo che il lavoro in presenza darebbe al miglioramento dei servizi pubblici. Posto che è inevitabile che la pandemia abbia prodotto ritardi e disagi nell'erogazione dei servizi pubblici, appare del tutto ingenerosa e infondata l'assunzione che tali disagi siano dovuti all'utilizzo dello smart working. Se ci sono casi in cui questo può essere accaduto, ce ne sono altri in cui è avvenuto esattamente il contrario: benché spesso improvvisata, l'applicazione dello smart working ha consentito in molti ambiti di tenere in piedi i servizi pubblici, e questo spesso grazie all'impegno eccezionale di lavoratori che durante l'emergenza hanno messo a disposizione con generosità tempo, strumenti e creatività. Occorre quindi oggi uscire dalla logica dell'emergenza, evitare qualsiasi generalizzazione ed entrare nel merito di quanto accaduto, per consolidare i risultati positivi e identificare e rimuovere le aree di inefficienza e i comportamenti opportunistici. Ciò che serve è un'analisi dei servizi pubblici che identifichi: - aree nelle quali la produttività e i livelli di servizio sono scesi per effetto dello smart working e possono essere aumentati con un ritorno al lavoro in presenza; - aree, viceversa, nelle quali produttività e livelli di servizio sono migliorati grazie allo smart working, e nelle quali quindi occorre premiare e consolidare i risultati; - aree, infine, dove un ricorso allo smart working si è dimostrato possibile e potenzialmente efficace, ma che richiedono preventivamente investimenti in termini tecnologici, formativi e di ridisegno di processi e servizi. Solo così sarà possibile esprimere giudizi non affrettati e soprattutto formulare piani efficaci per l'evoluzione dell'organizzazione del lavoro pubblico. La posta in palio è importante: il Paese ha urgente bisogno di promuovere la modernizzazione di una Pa che nei prossimi anni sarà chiamata ad accompagnare la ripresa e che, per fare questo, dovrà attrarre ed assumere personale altamente qualificato. L'indirizzo espresso dal governo non sembra certo contribuire in questa direzione: è già non semplice attrarre persone con elevate competenze potendo offrire contratti per lo più transitori e salari spesso decisamente più bassi che nel privato, se a questo si aggiunge la pretesa di imporre modelli di lavoro rigidi, in controtendenza con quanto avviene nel settore privato, la sfida rischia di diventare proibitiva. Negando alle Pa la possibilità di proporre lo smart working, quindi, non solo si frustrano i lavoratori attuali, ma ci si priva della possibilità di competere per attrarre i migliori talenti, e questo proprio nel momento in cui la Pa deve affrontare un gigantesco ricambio generazionale. Non è questo ciò di cui il Paese ha bisogno, non è il momento di ingaggiare improbabili battaglie di retroguardia».

Leggi qui tutti gli articoli di lunedì 6 settembre:

https://www.dropbox.com/s/0muzg12e63d6daf/Articoli%20La%20Versione%20del%206%20settembre.pdf?dl=0

Il grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) della Versione si va concretizzando: nell’orario mattutino della consegna dal lunedì al venerdì, nella sontuosa antologia degli articoli citati in pdf scaricabile e ora anche nel nuovo appuntamento con L’altra Versione, tribuna libera di interventi autorevoli. Oggi, è il caso di dirlo, sale in cattedra Daniele Grassucci, fondatore e animatore di Skuola.net, con un articolo da non perdere.

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.