Un patto stile Ciampi

Draghi fa sua la proposta di Bonomi di un patto sociale per la crescita. Non ci saranno nuove tasse. Landini perplesso. Non ci fu trattativa dello Stato con la mafia. A Kabul giustizia sommaria

Mario Draghi ha tenuto un discorso all’Assemblea della Confindustria che suona come un discorso della Corona. Tutto centrato sui compiti di un Governo che voglia far crescere l’Italia, senza aumentare le tasse che gravano sugli italiani. La sua prospettiva non sembra affatto, a questo punto, quella di puntare al Quirinale. Semmai sembra avvalorare lo scenario di Stefano Folli che ha ipotizzato una presidenza del Consiglio Draghi anche oltre le elezioni politiche del 2023. Magari sostenuta anche dal Pd. Ci riuscirà? Il potere logora chi non ce l’ha, ricordava un inquilino esperto di Palazzo Chigi. Ma non sarà così facile. E tuttavia Draghi vuole arrivare alla fine di questa legislatura e forse anche di quella successiva. In fondo, il 2028 è dietro l’angolo.

Importante sentenza d’appello al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Secondo i giudici di Palermo non ci fu quella trattativa, se non nelle intenzioni dei boss di Cosa Nostra che cercarono di ricattare lo Stato. Cade il teorema Ingroia. Travaglio si straccia le vesti, Giornale e Libero stigmatizzano anni di fango su Dell’Utri e il Ros dei carabinieri. Fango che sfiorò anche il Presidente della Repubblica Napolitano. Fuori dalle tifoserie politico giudiziarie, non è una brutta notizia per gli italiani che mafia e Stato non siano stati affatto sullo stesso piano e che i servitori dello Stato abbiano fatto invece il loro dovere.

Dall’estero arrivano impressionanti testimonianze sul ritorno dei Talebani e della loro giustizia sommaria (con tanto di gogna e lapidazioni allo stadio di Kabul) contro presunti ladri e adulteri. Pensare che gli americani abbiano trattato il ritiro con questi leader mette a disagio. Oggi ultima giornata di comizi elettorali in Germania, poi si vota e dopo anni non ci sarà Angela Merkel in lizza. Terribili i dati sulla fame e lo spreco alimentare nel mondo, che fanno notizia quasi solo per Avvenire. Alta tensione fra Usa e Cina per il summit nel Pacifico, mentre il mondo finanziario teme che il governo cinese non salvi la Evergrande. Una nuova Lehman Brothers d’Oriente?

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera va sull’annuncio più rassicurante: Draghi: non aumento le tasse. La Repubblica tematizza la proposta a sindacati e imprese: “Un patto per la rinascita”. Stessa sottolineatura della Stampa: Draghi lancia il patto per l’Italia. Il Manifesto allude al governo anche oltre il 2023: Lunga vita. Il Messaggero mette entrambi i concetti: Draghi, il patto sulla crescita. «Non aumenteremo le tasse». Il Sole 24 Ore è il giornale “ospite” del discorso del premier: Bonomi lancia il patto per la crescita. Draghi: «Nessuno può chiamarsi fuori». Sulla sentenza di Palermo ci sono i titoli del Fatto: Trattare con la mafia si può, con lo Stato no. Sul versante opposto Il Giornale: Bocciato il teorema trattativa Stato-mafia. Demoliti i Pm. Dell’Utri: 10 anni di fango. Quotidiano Nazionale è più oggettivo: Stato-mafia, assolti Dell’Utri e i Ros. Il Mattino esalta ancora il Napoli calcio sempre in testa alla classifica di serie A: Devastanti. La Verità continua la sua polemica sul certificato verde: Il Green pass dura 12 mesi ma il vaccino soltanto sei. Libero dà conto degli aiuti per il rincaro energetico ma con scetticismo: Bollette, solo una mancia. Avvenire riporta una classifica delle province italiane: Resiste l’Italia del benvivere. Il Domani prende spunto dal “Friday for future”, che oggi torna anche in Italia: Troppe parole, pochi fatti: la piazza del clima chiede a Draghi di agire.

LO STATO NON TRATTÒ. CADE IL TEOREMA

Clamorosa sentenza d’appello a Palermo che ribaltato le conclusioni del processo di primo grado. Non ci fu una trattativa tra lo Stato e la mafia. Piuttosto i boss di Cosa nostra cercarono di ricattare lo Stato. La cronaca di Repubblica è di Salvo Palazzolo.

«Il presidente della corte d'assise d'appello Angelo Pellino scandisce: «In parziale riforma della sentenza emessa dalla corte d'assise di Palermo il 20 aprile 2018 assolve». Prima, cita i nomi degli ex ufficiali del Ros dei carabinieri: «Giuseppe De Donno, Mario Mori e Antonio Subranni». Assolti perché il «fatto non costituisce reato». Poi, cita l'ex senatore Marcello Dell'Utri: anche lui assolto, «per non avere commesso il fatto». In mezzo, ci sono i mafiosi, che vengono invece condannati. Leoluca Bagarella, il cognato del capo dei capi Salvatore Riina: 27 anni, un anno in meno rispetto al primo grado. Antonino Cinà, il medico personale del padrino di Corleone: confermata la condanna a 12 anni. Cala un silenzio pesante nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli. I sostituti procuratori generali, ma anche gli avvocati difensori sono immobili. In 50 secondi, due giudici togati e sei giudici popolari hanno cancellato e riscritto tredici anni di inchieste e udienze. Il dialogo segreto del 1992 Il processo d'appello è durato due anni e mezzo; la camera di consiglio, tre giorni. Il collegio presieduto da Angelo Pellino, a latere Vittorio Anania, conferma che gli ex ufficiali del Ros intavolarono nel 1992 un dialogo segreto con l'ex sindaco Ciancimino, ma non è reato. Hanno dunque accolto la loro tesi, da sempre ribadita dagli avvocati Basilio Milio, Francesco Romito e Cesare Placanica: «I contatti segreti con Ciancimino erano esclusivamente un'operazione di polizia, finalizzata alla cattura di Riina. Nulla fu concesso alla mafia». Un altro tassello importante in questa storia è la condanna del dottore Cinà, l'uomo a cui Riina affidò il "papello" con le richieste per fermare le stragi (documento poi consegnato a Ciancimino): la sentenza conferma che i mafiosi credevano per davvero di trattare, ma i carabinieri hanno sempre detto di non avere ricevuto il "papello". Bisognerà attendere le motivazioni della decisione, fra 90 giorni, per avere il quadro chiaro del ragionamento fatto dai giudici d'appello. Ma una cosa è certa: il "fatto", ovvero l'attività svolta dai carabinieri, non costituisce reato. Come invece avevano ritenuto i giudici di primo grado, che avevano scritto: «Non può ritenersi lecita una trattativa da parte di rappresentanti delle istituzioni con soggetti che si pongano in rappresentanza dell'intera associazione mafiosa». Nella sentenza di primo grado veniva ricordata un'altra stagione drammatica per il Paese, quella dei giorni del rapimento di Aldo Moro: «All'epoca lo Stato scelse la via dell'assoluta fermezza». Oggi, Mori dichiara: «Sono felice, perché la verità viene a galla». La figlia di Subranni, Danila, dice: «Hanno ferito la vita della mia famiglia, con un uso creativo della giustizia. Ne chiederemo conto». La seconda trattativa. Più netta l'assoluzione di Marcello Dell'Utri, che ha ormai finito di scontare una condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con i boss, dal 1974 al 1992. «Assolto per non aver commesso il fatto», dice la corte. Dunque, per i giudici d'appello non c'è alcuna prova che l'ex senatore abbia fatto da «cinghia di trasmissione » della seconda trattativa messa in campo dai padrini, nei confronti del primo governo Berlusconi, insediatosi nel 1994. In questo caso, un tentata trattativa, dice il collegio, che ha riqualificato l'accusa a Bagarella in «tentata minaccia pluriaggravata a corpo politico dello Stato». I mafiosi puntavano all'alleggerimento del carcere duro e alla revisione dei processi. Avrebbero cercato di riattivare i contatti con Dell'Utri tramite l'ex stalliere di Arcore, Vittorio Mangano. Questo ha raccontato il pentito Giovanni Brusca. Ma non c'è alcuna prova, dice la corte, che quel contatto sia stato raggiunto. E nessuna prova di quel favore ai mafiosi che secondo i giudici di primo grado stava per arrivare dal governo Berlusconi: il decreto che escludeva l'arresto obbligatorio in assenza di "esigenze cautelari". Norma poi saltata dopo un'intervista dell'allora ministro dell'Interno, Roberto Maroni. I giudici di primo grado si erano spinti anche oltre, scrivendo in sentenza: «Soltanto Silvio Berlusconi, quale presidente del Consiglio, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo quale quello che fu tentato e quindi riferirne a Dell'Utri, per tranquillizzare i suoi interlocutori». I giudici d'appello spazzano via tutta la ricostruzione e assolvono l'ex senatore. «Non è stato il trait d'union fra la mafia e la politica», dice soddisfatto l'avvocato Francesco Centonze, che ha assistito Dell'Utri con i colleghi Francesco Bertorotta e Tullio Padovani. Per effetto delle assoluzioni viene annullata una parte del risarcimento che era stato stabilito per la presidenza del Consiglio dei ministri. Non più 10 milioni di euro, ma cinque, che dovranno pagare solo i boss. Non gli uomini dello Stato».

Le reazioni sono state raccolte, a caldo, da Felice Cavallaro e Riccardo Lo Verso per il Corriere.

«Certo, sono soddisfatto, ma come faccio a non pensare al fango che mi è stato rovesciato addosso?», dice Marcello Dell'Utri. Usa parole dure: «Questo processo è stato una cosa mostruosa e andava annullato in primo grado. Ma il clima era diverso e i giudici non se la sono sentita di smontare l'impalcatura. Quest' altra corte ha evidentemente letto le carte bene. I miei avvocati (Tullio Padovani, Francesco Centonze e Francesco Bertorotta), hanno ridotto in polvere accuse pazzesche. Ma non basta avere l'avvocato bravo. Bisogna trovare chi la ragione te la dà. Io sono ancora scioccato per le palate di fango». Il suo telefono squilla di continuo: «Gioiscono in tanti ora. A cominciare dal Cavaliere. Ha chiamato congratulandosi. Era importante. Anche per lui. Trattative? Ne ho fatte tante nella vita. Ma con gli imprenditori, non con la mafia. Al contrario di quanto pensava Ingroia e il resto della compagnia, servendosi dei soliti pentiti». Infine una stilettata: «Vorrei rilassarmi qui a Milano. Anche se ho perso la casa. Ma non i libri. Me ne sono rimasti quattro. Importanti come gli avvocati e le persone che non hanno mai creduto a queste c...». La voce del generale Subranni è roca per un malanno. Non sa se gioire di questa assoluzione attesa, «ma arrivata troppo tardi». Si è ritirato con la moglie Rosalia, avvocato, nella casa di campagna a Licata. I faldoni del processo sono diventati il suo unico impegno. «E lì ha perso sé stesso», sussurra la moglie. «Dovevo spulciare le parole sputate contro di me, ma adesso io... io non ricordo...», cerca di spiegare il generale. Ha un moto di indignazione: «Accuse ridicole su una trattativa mai fatta». Che è sempre stata la tesi del suo avvocato, Cesare Placanica: «Forse prima di mettere in piedi certe ipotesi accusatorie bisognerebbe ponderare bene le conseguenze». Supranni, intanto, ripensa alle parole della vedova di Paolo Borsellino che lo accusò di essere addirittura «punciuto», come i mafiosi. «La signora sbagliò di grosso - replica -. Aveva voluto i nostri numeri da mia moglie, si sentivano, sempre gentile, poi improvvisamente tirò fuori questa storia...». «Ho apprezzato di più un riferimento della figlia di Borsellino, Fiammetta - dice la moglie - quando ha parlato degli appalti, di un rapporto del Ros che, forse, bisognava guardare meglio». Il generale Mario Mori è di poche parole: «Sono soddisfatto per una verità che, a poco a poco e a fatica, è venuta a galla». «La trattativa è una bufala», aggiunge il suo legale, Basilio Milio. Anche Giuseppe De Donno, al telefono con l'avvocato Francesco Romito, si affida a una frase secca: «Soddisfatto per me e per l'Arma che non ha fatto niente di quanto contestato».

Molto deluso dalla sentenza d’appello è Marco Travaglio che nell’editoriale per il Fatto (titolo La legge del Dipende) cita il garantista Leonardo Sciascia.

«Per la serie "La sai l'ultima?", la sentenza d'appello sulla trattativa Stato-mafia conferma integralmente i fatti, ma condanna solo la mafia e assolve lo Stato. E così afferma un principio che sarebbe perfetto per l'avanspettacolo, un po' meno per il diritto penale: trattare con lo Stato è reato, trattare con la mafia non è reato. Sarà avvincente, fra tre mesi, leggere le motivazioni della Corte d'assise d'appello di Palermo. Ma lo sarebbe ancor più poter assistere alla loro stesura, cioè vedere i giudici che mettono nero su bianco questa trattativa asimmetrica con la Legge del Dipende: è reato solo per i mafiosi da un lato del tavolo e non per i carabinieri e i politici dall'altro: più che una trattativa, una commedia (anzi una tragedia) degli equivoci. (…) In attesa di leggere le motivazioni, torna alla mente lo sfogo di Riina con un agente della penitenziaria nel 2013: "Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me". Per una volta nella vita, diceva la verità: fu lo Stato, tramite il Ros, ad avviare la trattativa. E anche questa sentenza lo conferma. Tutti i negazionisti vengono sbugiardati: le parole di Massimo Ciancimino, Brusca e decine di pentiti sono confermate. I veri bugiardi sono le centinaia di uomini dello Stato che prima hanno taciuto e poi negato tutto: a saperlo prima che la trattativa Stato-mafia è reato solo per la mafia, avrebbero confessato anche loro con un bell'"embè?". Bastava aver letto Sciascia: "Lo Stato non può processare se stesso". E, quando gli scappa di processarsi, presto o tardi si assolve».

Sul Giornale Nicola Porro sostiene la tesi opposta: per vent’anni si è tenuto in piedi un teorema giudiziario che ora è crollato.

«Ciò che ha dell'incredibile non sono le assoluzioni di ieri nel cosiddetto processo Stato-Mafia, ma il fatto che per venti anni siamo stati ostaggio di un gruppo di procuratori che ha costruito un teorema tanto mostruoso quanto fragile sin dalle fondamenta. Ci auguriamo che sia la fine dei processi, anzi delle accuse costruite sui teoremi. Il reato di trattativa avrebbe coinvolto diversi governi, presidenti della Repubblica, generali dei carabinieri, ministri e forze politiche di tutti gli schieramenti. Il teorema è così riassumibile: dopo le stragi di mafia di inizio anni '90, un pezzo delle istituzioni è più o meno sceso a patti con la mafia per evitare che si ripetessero e per tutelare incolumità personali (è il caso di Calogero Mannino, per primo assolto). Ad un certo punto si è addirittura pensato che circolasse un vero e proprio contratto che sancisse questo accordo: un «papello» che, ovviamente, non è mai stato prodotto. Una costruzione favolosa. Financo l'arresto di Riina da parte di uno degli imputati, ieri assolto, come il generale Mori, è stato considerato dall'accusa come una prova della trattativa. Verrebbe da dire: così vale tutto. Se non fosse che di mezzo è passata la vita di decine di persone che per venti anni hanno sofferto la più infamante delle accuse, soprattutto se uomini delle istituzioni: «flirtare» con i boss. E così ieri pomeriggio la Corte di Assise di Palermo ha assolto i generali del Ros Mori e Subranni, il colonnello De Donno e Marcello dell'Utri che sarebbe stato, secondo l'accusa, lo sponsor della trattativa con Berlusconi. Nulla di tutto ciò si è verificato. Questa clamorosa assoluzione si intreccia con la recente riforma della giustizia, spacciata come epocale. Essa tra l'altro prevede che «per celebrare un processo non sia sufficiente avere elementi per sostenere l'accusa». Il pm infatti dovrebbe richiedere l'archiviazione «quando gli elementi acquisiti nelle indagini non consentono una ragionevole previsione di condanna». Secondo il legislatore è sufficiente questa ipocrita petizione di principio, senza la previsione di alcun parametro oggettivo, affinché i procuratori, semplifichiamo, invece di andare a processo chiedano archiviazioni. E non perché li ritengano innocenti, ma perché pensino di non avere elementi sufficienti perché un giudice li condanni. Una cosa è pretendere che il procuratore, se in possesso di prove a tutela dell'indagato, le produca (cosa peraltro che non sarebbe avvenuta a Milano nel processo Eni), una cosa obbligarlo ad avere anche la testa del giudice terzo. Chi ha pensato questa norma pensa di vivere in un altro mondo. Con una sua decisione la corte di Assise di Palermo ha fatto molto di più di una riforma che non c'è».

DRAGHI RILANCIA IL MODELLO CIAMPI

Discorso strategico del presidente del Consiglio ieri all’Assemblea della Confindustria all’Eur. I concetti chiave espressi da Draghi: crescita, riforme, niente tasse in più e la proposta di un patto sociale per raggiungere questi obiettivi. La cronaca del Corriere è di Enrico Marro.

«Alla Confindustria, che ieri nell'assemblea generale gli ha riservato un sostegno plateale senza precedenti, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto di sedere intorno a un tavolo, insieme con i sindacati e il governo, per arrivare a «un patto economico, produttivo, sociale per il Paese». Obiettivo: «una prospettiva economica condivisa». Perché, ha affermato Draghi, «buone relazioni industriali» sono l'elemento decisivo per affrontare bene i grandi cambiamenti, come quelli in corso. Perché, è vero, l'economia si sta riprendendo e l'Italia sta crescendo più degli altri. Il premier ha confermato che il Pil quest' anno salirà del 6%, ma è pur sempre di un parziale recupero dopo il -8,9% del 2020. Si tratta allora di rendere stabile la crescita. La fiducia di imprese è famiglie «è molto elevata, ma è fragile». Del resto, le tensioni sui prezzi contribuiscono a mantenere elevato il livello di incertezza. «L'economia globale - ha detto l'ex presidente della Bce - attraversa una fase di aumento dei prezzi, che riguarda anche i prodotti alimentari e tocca tutte le fasi del processo produttivo. Non sappiamo ancora se questa ripresa dell'inflazione sia temporanea o permanente, strutturale. Se dovesse rivelarsi duratura, sarà particolarmente importante incrementare il tasso di crescita della produttività, per evitare il rischio di perdita di competitività internazionale». Di qui l'importanza di un Patto sociale che leghi governo, imprese e sindacati, come fu all'inizio degli anni Novanta, sotto la regia di un altro ex governatore della Banca d'Italia chiamato alla guida del governo: Carlo Azeglio Ciampi. Questa volta, per fortuna, l'Europa ha messo in campo forti investimenti per la ripresa. Il Pnrr e i circa 200 miliardi di risorse Ue a disposizione dell'Italia fino al 2026, sottolinea Draghi rappresentano «un progetto decisivo per il futuro del nostro Paese» e «bisogna evitare i ritardi che hanno spesso rallentato o impedito l'uso dei fondi europei». Non a caso ieri il consiglio dei ministri ha esaminato la prima relazione di monitoraggio sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, messa a punto dal sottosegretario alla presidenza, Roberto Garofoli, e dal ministro dell'Economia, Daniele Franco. Al 22 settembre risultano centrati 5 obiettivi relativi agli investimenti, pari al 21% del totale, e 8 sulle riforme (il 30%). In tutto, 13 obiettivi su 51. Draghi vuole accelerare. Sarà quindi chiesto alle singole amministrazioni un «piano di adozione delle riforme e di compiuta realizzazione degli interventi da attuare entro il 31 dicembre». Nelle prossime settimane i ministri saranno chiamati a palazzo Chigi. Ciascuno dovrà «far pervenire nei 5 giorni antecedenti la data di convocazione della Cabina di regia» una relazione con «lo stato di avanzamento dell'insieme di riforme e progetti del Pnrr» facenti capo alla sua amministrazione, l'«impostazione che ciascun ministro ritiene di seguire» sui progetti di sua competenza; l'«individuazione degli ostacoli e delle criticità riscontrate». Draghi ha anche annunciato che a ottobre verrà varato il disegno di legge sulla concorrenza. E sul fisco ha confermato: «il governo non ha intenzione di aumentare le tasse». Del resto, la pandemia non è ancora archiviata, anche se il presidente è apparso soddisfatto dei progressi: «Oltre 41 milioni di italiani hanno completato il ciclo vaccinale, quasi il 77% della popolazione con più di 12 anni. E per fine settembre contiamo di raggiungere l'80%» anche se «bisognerà andare oltre» per via della variante Delta. «Un governo che cerca di non far danni è già molto - ha concluso Draghi, suscitando uno dei tanti applausi degli imprenditori - ma non basta purtroppo per affrontare le sfide dei prossimi anni. È quando l'intero quadro di riferimento cambia che più occorre essere uniti». «E le buone relazioni industriali sono il pilastro di questa unità produttiva», ha ribadito il premier rivolgendosi a imprese e sindacati. Questi ultimi sono già convocati lunedì prossimo a Palazzo Chigi sulla sicurezza sul lavoro».

Roberto Mania su Repubblica analizza il possibile “partito di Draghi”. Cerca cioè di capire chi a sinistra possa essere l’interlocutore del Patto modello Ciampi, da lui proposto.

«Se ci fosse il partito di Draghi, questo sarebbe il suo congresso fondativo e questi 1200 industriali in grisaglia, che si spellano le mani a ogni suo passaggio, i suoi delegati. Il partito del Pil. Ma l'interessato sembra quasi imbarazzato di tanto incondizionato entusiasmo, come se soffrisse a restare schiacciato soltanto su una parte. E non è un caso allora se, poche ore dopo il tripudio all'assemblea di Confindustria, palazzo Chigi fa sapere che lunedì prossimo il presidente del Consiglio riceverà ufficialmente i segretari di Cgil, Cisl e Uil. Un incontro allargato e pubblico, perché di faccia a faccia riservati nelle ultime settimane Draghi ne avuti con tutti i leader delle tre confederazioni. L'intento è chiaro: mantenere la pace sociale nel Paese in un momento delicato, con i prezzi delle materie prime e dell'energia che schizzano verso l'alto e interi settori industriali che rischiano di entrare in forte sofferenza. Raccontano che Draghi sia rimasto colpito dal corteo che pochi giorni fa ha sfilato per le strade di Firenze, con migliaia di lavoratori dietro gli striscioni dei licenziati della Gkn, di Alitalia, di Whirpool. Così come abbia notato con soddisfazione le parole di Maurizio Landini su una possibile ricostruzione dell'unità sindacale. E chissà se è vero quello che confida un ministro che parla di frequente con Draghi e che ieri ha partecipato all'assemblea degli imprenditori. Ovvero che quell'appello del presidente di Confindustria Bonomi a un nuovo "patto" sociale tra imprese e sindacati sia stato preventivamente concordato e suggerito dallo stesso premier. Il quale, quando è toccato il suo turno sul podio, lo ha rilanciato e fatto proprio. Il capo del governo sa bene quanto sia fragile la ripresa ed esposta a rischi geopolitici non controllabili. Per questo serve puntellare il più possibile il fronte interno. «Occorre essere uniti - ha spiegato ieri Draghi - per non aggiungere incertezza interna a quella esterna». E il «pilastro» di questa unità sono «le buone relazioni industriali». «Anche negli anni Settanta - riflette il ministro Andrea Orlando in una pausa dei lavori di Confindustria - la conflittualità era altissima. Ma, nonostante tutto, sindacati e imprese firmarono un contratto importante come quello dei metalmeccanici del 1973». Draghi ha ricordi in parte diversi di quella stagione. La vide da lontano, da giovane ricercatore al Mit di Boston con il futuro premio Nobel Modigliani. E conserva l'immagine di un Paese che iniziò a sprofondare dopo la crescita impetuosa degli anni Sessanta. Parlando a braccio, dopo aver lasciato sul podio i fogli con gli appunti, ieri il premier si è lasciato andare a un monito, rivolto sia a sindacati che a Confindustria: «Come mai si sono interrotti quei tassi di crescita, come mai nel 1970-71 il giocattolo si è rotto? Ha certamente pesato il quadro internazionale, con fattori come la grande inflazione, le due guerre, la crisi energetica. Però anche in quel quadro così difficile alcuni paesi hanno affrontato gli anni '70 con successo». La differenza fra l'Italia e quei Paesi che non hanno dovuto subire un decennio di terrorismo, alta inflazione, conflitto sociale fortissimo e bassa crescita, l'ha fatta proprio la qualità dei rapporti interni fra imprese e sindacati. «Da noi, sul finire degli anni '60, si è assistito alla totale distruzione delle relazioni industriali ». Per mettere al sicuro il Paese il modello a cui si guarda nel Pd è quello di Ciampi del luglio 1993, il patto sulla politica dei redditi, richiamato esplicitamente da Enrico Letta già in aprile. «Draghi e Bonomi gli dovrebbero pagare il copyright », scherza Orlando. Un patto tra produttori all'insegna della pace sociale, sotto l'ombrello del Recovery Plan. «Nel momento in cui il quadro complessivo cambia, le relazioni industriali vanno particolarmente sotto pressione e invece bisogna essere capaci di tenerle », avvisa il premier. Certo, se le intenzioni sono evidenti, l'esito è ancora tutto da scrivere. Lo stesso Draghi, con il proverbiale pragmatismo, all'inizio era contrario a dare titoli enfatici a questa operazione. A convincerlo è stato il segretario della Cisl, Luigi Sbarra, ricevuto in un faccia a faccia a palazzo Chigi tre giorni fa. Sbarra ha spiegato al premier che, senza un suo impegno personale e diretto come garante, i sindacati e le imprese da soli non ce l'avrebbero fatta a superare le reciproche diffidenze. «Presidente, ci deve mettere lei la faccia », ha insistito Sbarra. Il leader cislino ha richiamato soprattutto il punto centrale dell'attuazione del Pnrr, la cosiddetta messa a terra delle riforme. Che necessitano di una pubblica amministrazione collaborativa e motivata da qui al 2026, quando terminerà il Piano. «Anche il governo ha bisogno di noi per farcela». Certo, non è detto che l'impegno di Draghi sia sufficiente. E le prime reazioni a caldo di Cgil e Uil registrano ancora una certa freddezza. Pierpaolo Bombardieri ha preferito disertare l'invito di Bombassei e se n'è andato a Potenza a un evento della Uil. Anche Maurizio Landini, prima di lasciare il palazzetto dell'Eur, si mostra ancora diffidente. «A noi va bene il patto, ma bisogna intendersi su quello che ci scriviamo. Vorrei prima capire quali contenuti sui contratti, sulle pensioni, sulla riforma del fisco, sulla politica industriale». Nel Pd tuttavia si registra un certo ottimismo dopo giorni di tensione sul Green Pass con la Cgil. «Con Draghi - scherza un dirigente dem ricordando Conte - abbiamo trovato un nuovo punto di riferimento fortissimo dei progressisti».

Alfonso Gianni sul Manifesto è molto critico nei confronti del Presidente del Consiglio e fa sue le perplessità di Landini.

«Il discorso di Draghi si è limitato, nella sua prima parte, a riprendere elementi noti, cavalcando la corsa del Pil previsto al 6% a fine anno, ma con minore enfasi rispetto ad altri. (…) Ha certamente ragione Landini nel lamentare che su questioni cruciali il Presidente del Consiglio non abbia speso parola o quando lo ha fatto, di sfuggita, l'abbia fatto male. Sulla scottante questione delle multinazionali: silenzio. Sull'aumento delle bollette energetiche solo l'impegno ad eliminare per l'ultimo trimestre gli oneri di sistema. Parole di circostanza sulla transizione ecologica. Sul Mezzogiorno ci si accontenta del 40% degli investimenti e a un semplice cenno alle aree interne. Sulla riforma fiscale, il cui testo ancora non c'è, Draghi ha confermato che il governo non intende alzare le tasse, il che equivale a rassicurare sull'assenza di qualsiasi patrimoniale. Ma il senso politico del suo discorso arriva alla fine. In cauda venenum. Draghi proclama l'esigenza di "una prospettiva economica condivisa" che subito identifica con quella di "patto sociale" lanciata da Bonomi. Il che raccoglie le perplessità di Landini nel dopo assemblea, visto che il "patto" non è sostanziato da proposte precise, e diversamente l'entusiasmo del segretario della Cisl fautore del ritorno della concertazione. Per farlo Draghi rovescia letteralmente il senso della storia sociale e politica del Paese. Per lui la ricostruzione post bellica era dovuta alle buone relazioni tra le parti sociali, cancellando le lotte durissime, i reparti confino, i corpi di operai e contadini lasciati inerti sul terreno dopo le cariche della polizia. Mentre considera la stagione che diede vita allo Statuto dei diritti dei lavoratori e alle uniche riforme che il Paese ha conosciuto, come quella in cui "col finire degli anni '60" avremmo assistito "alla totale distruzione delle relazioni industriali". Il protagonista della ricostruzione di allora, il conflitto sociale e politico, non solo viene fatto sparire, ma colpevolizzato di un degrado sociale che, al contrario, ha tutt' altri tempi e cause. Invece levatrice di una nuova narrazione sarebbe "la virtù dell'impresa ... di cui l'Italia andrà fiera". Quella virtù, come invece ben sappiamo, che è causa delle basse retribuzioni, della precarietà, del divario crescente Nord-Sud, dell'aumento della povertà, della insistenza di avere tutti al lavoro in piena pandemia, malgrado sia stata e tutt' ora venga ampiamente foraggiata dal denaro pubblico. Che distanza fra i Campi Bisenzio della Gkn e l'Eur della Confindustria. Realtà antagoniste. Nella seconda vincono Draghi e Bonomi. Nella prima no».

BOLLETTE, LE MISURE ANTI RINCARI

Il Consiglio dei Ministri ha varato ieri una serie di misure, per 3 miliardi, al fine di ridurre l’impatto dei rincari delle bollette di luce e gas. Claudia Voltattorni per il Corriere.

«Un intervento da 3 miliardi di euro per sostenere famiglie e imprese che dal primo ottobre dovranno affrontare la stangata delle bollette di luce e gas. Via gli oneri di sistema nella bolletta elettrica per tutti fino alla fine dell'anno. Aliquota Iva al 5% sui consumi di gas metano e bonus sociale per circa 3 milioni di persone. Lo aveva annunciato ieri mattina il presidente del Consiglio Mario Draghi durante il suo intervento all'assemblea di Confindustria a Roma, e nel pomeriggio il Consiglio dei ministri ha dato l'ok al decreto legge per il contenimento degli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico e del gas per il quarto trimestre 2021. Dal primo ottobre al 31 dicembre 2021 dunque 26 milioni di utenze domestiche fino a 16,5 kilowatt e 6 milioni di piccole e medie imprese con utenze in bassa tensione usufruiranno del taglio totale degli oneri generali di sistema nella bolletta elettrica. A questi si aggiungono oltre 3 milioni di persone che già oggi beneficiano del bonus energia, previsto per i nuclei famigliari con un Isee al di sotto di 8.265 euro annui, per i nuclei famigliari numerosi (Isee entro i 20.000 euro e almeno 4 figli), per i percettori del reddito o della pensione di cittadinanza, e per coloro che si trovano in gravi condizioni di salute: «Per costoro - spiega Palazzo Chigi - sono azzerati gli effetti del futuro aumento della bolletta». Impegnati 2,5 miliardi per un intervento, ha sottolineato il presidente del Consiglio Draghi, «con una forte valenza sociale, per aiutare in particolare i più poveri e i più fragili». Il bonus sociale per i «clienti domestici economicamente svantaggiati» e per i «clienti domestici in gravi condizioni di salute» vale anche per il gas e coinvolge circa 2,5 milioni di persone che beneficeranno dell'azzeramento degli aumenti in virtù di un fondo di 450 milioni di euro. Per tutti gli altri utenti - civili e industriali -, grazie ad ulteriori 480 milioni di euro la bolletta invece subirà un taglio dell'Iva che dal 10 o dal 22% sarà ribassata al 5% su tutti i consumi di ottobre, novembre e dicembre. «Con questo decreto, il governo viene incontro ai bisogni di tanti italiani e imprese in difficoltà», dice Mariastella Gelmini, ministro per gli Affari regionali ed esponente di Forza Italia. Soddisfatti anche gli altri alleati di governo, dalla Lega al M5S al Pd. Ma per Confcommercio e associazioni di consumatori invece si può fare di più: «Intervento non sufficiente a risolvere in maniera duratura e strutturale i nodi del nostro sistema energetico», per i primi, «misure deludenti» (Assoutenti) e «non sufficienti» (Unione consumatori) per i secondi. Ma il premier aveva già precisato: «A queste misure deve seguire un'azione anche a livello europeo per diversificare le forniture di energia e rafforzare il potere contrattuale dei Paesi acquirenti».

QUARANTENE PER LA SCUOLA E TERZA DOSE

Il punto sulla pandemia passa dai resoconti sulla campagna vaccinale e i dubbi sulle quarantene a scuola. La cronaca di Avvenire a firma di Enrico Negrotti.

«Si avvicina lentamente l'obiettivo dell'80% della popolazione over 12 vaccinata contro il Sars-CoV-2, e la pressione sul sistema ospedaliero continua a ridursi. Ma c'è dibattito sulla possibilità di somministrare la terza dose del vaccino alla popolazione, eventualmente in abbinamento con quello antinfluenzale. E si attendono le valutazioni del Comitato tecnico-scientifico (Cts) sulla possibile riduzione della quarantena nelle scuole, soprattutto per alunni vaccinati. La campagna vaccinale ha subito un rallentamento, segnala la Fondazione Gimbe: «Il numero di nuovi vaccinati settimanali - commenta il presidente Nino Cartabellotta -, dopo la timida risalita di fine agosto (831mila), nell'ultima settimana è crollato intorno a quota 487mila». Il numero totale di dosi somministrate supera ormai gli 83 milioni, e coloro che hanno completato il ciclo vaccinale si avvicinano al 77% della popolazione over 12. Il calo dei nuovi vaccinati è quindi in parte fisiologico, anche perché non ci sono dati su quanti siano i guariti non ancora candidabili alla vaccinazione, oltre alla fetta di persone comunque contrarie. Migliora ancora la situazione epidemiologica: ieri sono stati registrati 4.061 nuovi contagi e 63 decessi legati al Covid-19, ma sono in diminuzione le persone attualmente positive (-1.476) e i ricoverati sia nei reparti ospedalieri (-146) sia quelli in terapia intensiva (-8). Sono quasi 20mila le terze dosi somministrate alle persone più fragili, ma sarà l'Agenzia europea dei medicinali (Ema) ai primi di ottobre a dire se andranno estese ad altre categorie di persone. Lo ha confermato ieri Marco Cavaleri, responsabile Vaccini e prodotti terapeutici per Covid-19, aggiungendo che «l'Ema riconosce pienamente le ragioni» di quegli Stati (come l'Italia) che hanno cominciato la terza dose a gruppi selezionati di persone più vulnerabili. Mentre negli Stati Uniti la Food and Drug Administration si è pronunciata a favore della terza dose del vaccino Pfizer agli over 65 e ai soggetti fragili o esposti a rischi di complicazioni nella fascia tra i 18 e i 64 anni. La terza dose potrebbe essere somministrata in concomitanza con la vaccinazione antinfluenzale: «È una prospettiva plausibile - osserva Walter Ricciardi, docente di Igiene all'Università Cattolica di Roma - perché è una strategia basata su precedenti forti, come la contemporanea somministrazione di antinfluenzale e anti pneumococco». Ma, aggiunge, servono «studi osservazionali che ne scongiurino qualsiasi tipo di effetto collaterale». Nessun problema alla doppia somministrazione anche per Matteo Bassetti (ospedale San Martino di Genova), Stefania Salmaso (Associazione italiana di epidemiologia) e Fabrizio Pregliasco (Università di Milano). Dubbiosa la Federazione italiana medici di medicina generale, il cui segretario Silvestro Scotti osserva: «Potrebbe essere opportuno attendere comunque qualche settimana tra le due somministrazioni», ai fini della valutazione «di eventuali effetti collaterali legati ai vaccini». Caldo anche il dibattito sulla quarantena nelle scuole. Il fisico Giorgio Sestili segnala che «a dieci giorni dalla riapertura delle scuole non si vedono al momento segni di risalita», il che suggerisce un «cauto ottimismo». Tuttavia l'Associazione nazionale presidi (Anp) segnala confusioni in presenza di un caso positivo in classe: «Chiediamo - dice il presidente dell'Anp di Roma, Mario Rusconi - che i vari assessorati alla Salute diano indicazioni alle Asl, queste si muovono in maniera diversa a volte anche nello stesso territorio regionale, è il caos». Anche se la norma del decreto 111 indica la necessità di quarantena di 7 giorni per i vaccinati e 10 per i non vaccinati. Una prospettiva che potrebbe cambiare a breve. «Ho chiesto al Cts una valutazione - ha ribadito il ministro della Famiglia, Elena Bonetti - se, sulla base dei dati scientifici, si può effettivamente diminuire il tempo della quarantena per i vaccinati e introdurre strumenti di monitoraggio come i tamponi». Il sottosegretario all'Istruzione, Rossano Sasso, chiede di privilegiare il tracciamento con i test salivari. Resta il fatto che, come segnala la Ats di Milano, nelle scuole delle province di Milano e Lodi in presenza di 137 casi positivi in una settimana (116 alunni), ben 1.793 persone e 90 classi sono state isolate, cioè sono andate in Dad». 

SULLE PIAZZE SCONTRO CANTANTI-POLITICI

Perché per i comizi sì e per i concerti no? La contesa sull’uso delle piazze fra politici e cantanti tiene banco. Oggi fra l’altro sui giornali è pubblicato un appello a pagamento firmato da molti artisti: “Presidente Draghi aiuto salviamo la musica Live”. Annalisa Cuzzocrea per Repubblica.

«Qualcosa è cambiato, nell'era del Covid e dei social. Perché mai come adesso politici e cantanti sembrano occupare lo stesso campo. Giuseppe Conte pubblica i video che mostrano gli assembramenti ai suoi comizi. Ermal Meta e Fedez insorgono contro i politici che non hanno rispetto di un mondo dello spettacolo fermo da troppo tempo e in profonda crisi (che è anche crisi economica delle sue maestranze). Il leader M5S risponde con un altro video: «Avete ragione, ripartiamo insieme». E certo, dietro ci sono un Parlamento e un governo che promettono un allargamento delle maglie già dal primo o dal 15 ottobre (perché i ristoranti e i treni sono pieni senza distanziamento, le sale da concerto, i teatri, i cinema, ancora no), eppure - mai come adesso - i due mondi che si fiancheggiavano restando però su piani diversi appaiono al centro dello stesso agone. Che è lo spazio mediatico dei social dove i cantanti-infuencer fanno politica (sempre Fedez, primo maggio, legge Zan, presunta censura Rai) e i politici fanno gli influencer. O sembrano agire come tali, ossessionati dai loro social, dai like sotto ai post, dalle macchine che mettono in moto per spingere hashtag compiacenti. Dice Sergio Staino, che di cantanti vicini ai partiti ne ha conosciuti: «Siamo schiavi del populismo quindi ben vengano Fedez e gli altri. Se il politico è il populista, lo può fare pure il cantante». Viviamo - sostiene il padre di Bobo con un po' di scoramento - una politica fatta «per accontentare l'emozione passeggera delle persone, dove si fa la standing ovation a Conte alla festa dell'Unità senza neanche ascoltare quel che ha da dire». Giovanni Orsina, storico e politologo, aggiunge che con l'avvento del governo Draghi, indaffarato a fare quel che serve, c'è ancora di più «una separazione tra le cose che contano e la politica-palcoscenico». È una definizione antica e abusata, quella di politica spettacolo: «Potremmo interpretarla - spiega Orsina - seguendo Heidegger e dicendo che la rappresentazione si è mangiata la realtà». E non è che sia cosa nuova: «La politica ha sempre tenuto insieme due componenti: la lotta nella sfera pubblica, nell'agone, che è appunto rappresentazione. E poi il concetto di governo, il potere di incidere sulla vita delle persone e insieme le ideologie, le narrazioni, le strutture». È come se la seconda componente si stesse sempre più affievolendo, lasciando sul palco l'altra a rivaleggiare con i suoi pari: «Non è più la politica a usare l'uomo di spettacolo per avvicinarsi al popolo, ai suoi gusti, alle sue passioni, ma è l'uomo di spettacolo che si percepisce allo stesso livello del politico». Se questo sia un fatto nuovo o l'ultima propaggine di un percorso cominciato tanto tempo fa non è semplice da capire. Ma a giudicare dalle parole volate finora (da «Vergognatevi » a «Fate cagare») lo scontro pare appena cominciato».

LEGA, LASCIA IL GURU DEI SOCIAL

Non avrebbe grandi relazioni coi maldipancia interni al Carroccio su No Vax e Sì Vax, ma la decisione di Luca Morisi di lasciare la Lega del Capitano (il copyright è proprio di Morisi) colpisce molto. Matteo Pucciarelli per Repubblica.

«La "Bestia" non ha più il suo creatore e domatore: Luca Morisi lascia Matteo Salvini. «Ringrazio tutti per l'interesse e l'amicizia: sto bene, non c'è alcun problema politico, in questo periodo ho solo la necessità di staccare per un po' di tempo per questioni famigliari», è stato il suo messaggio in chat per salutare amici e colleghi. Lui, che da solo si è inventato il fortunato rullo compressore del salvinismo sui social, portando in nove anni la pagina Facebook del "Capitano" da 18 mila fan agli attuali 4 milioni e mezzo, molla quindi la guida della macchina di propaganda online e nel farlo ci tiene a ribadire che il problema non è politico. «Era nell'aria da un po', da tempo si era allontanato anche come presenza fisica - racconta un leghista di lunga data e ben addentro all'inner circle di Salvini - Essendo una persona estremamente intelligente e sensibile Morisi ha capito che un ciclo era finito. E ne ha tratto le conseguenze». Originario di Mantova, 48 anni. laurea in Filosofia con il massimo dei voti, fino a sei anni fa professore a contratto all'università di Verona (corso di Laboratorio di informatica filosofica), Morisi era stato consigliere provinciale della Lega Nord dal 1993 al 1997; poi la sua attività politica era scemata nel corso degli anni per far posto a quella professionale, da consulente alla comunicazione e al marketing sul web. Ma non era tanto e solo uno smanettone, quanto un ascoltatissimo consigliere del grande capo. Uno che prima di tutti gli altri aveva intuito il periodo storico, quello della ribalta sovranista in mezzo mondo. La ormai nota e oggi scontata discesa al sud di Salvini cominciata nel 2015, ed allora un tentativo rivoluzionario per il partito della "Padania libera", fu anche figlia delle sue analisi in rete: quando il messaggio del segretario toccava corde come il malcontento contro l'Europa e i suoi "burocrati" o l'"invasione" dei migranti - le famose "risorse", per fare il verso a Laura Boldrini -, sfondava anche tra gli utenti social del meridione. E allora perché non cavalcare l'onda? Dopodiché c'è il presente. Trumpiano mai pentito, seppur poco incline ad accettare messaggi anti-vaccinisti e oscurantisti in campo culturale, l'impronta alla comunicazione fieramente populista di Morisi soffriva la variante forzatamente istituzionale di una Lega e di un Salvini imbrigliato al tavolo di governo con l'ex banchiere europeo. Il "Capitano" - il soprannome glielo diede proprio lui - «mixa la dimensione privata e ludica con quella politica, è la sua forza antipolitica. Non aderisce alla ritualità del palazzo», spiegò a proposito dell'epica salviniana qualche anno fa. Invece la "ritualità" è arrivata eccome. Aggiungici una certa stanchezza ed ecco spiegato l'addio. La "Bestia" ha le forze e i mezzi per continuare da sola, anche economici: solo di sponsorizzazioni Facebook negli ultimi due anni e cinque mesi è costata 400 mila euro. L'anima e la visione, però, chi lo sa». 

BERLUSCONI E SALVINI, ALLEATI PER IL COLLE

A proposito di gente che va e gente che viene dalla Lega, ecco il retroscena di Francesco Verderami per il Corriere. Il nodo è sempre quello: il rapporto tra il Capitano e Mr.B.

«Berlusconi è un mondo che si è sempre mosso in un'orbita diversa da quella di Salvini, malgrado siano alleati. L'unico momento in cui gli astri potranno (forse) allinearsi sarà la quarta votazione per la presidenza della Repubblica. Bisogna allora calcolare le traiettorie dei due partner per capire cosa li tiene insieme: il Cavaliere sogna il Colle, il leader della Lega mira alla federazione del centrodestra per entrare «dalla porta principale» a Palazzo Chigi. Per tentare di realizzare i loro disegni sono consci di aver bisogno l'uno dei voti dell'altro. Ma in questi casi bisogna fidarsi. E se da una parte gli amici di una vita temono che «Silvio si sta facendo prendere per il c...», dall'altra anche il capo del Carroccio sospetta la stessa cosa: «Mi sono sentito preso in giro». Così è iniziata la campagna acquisti di Salvini in Forza Italia. Una manovra che ha irritato Berlusconi: «Non capisco la ritorsione». La «ritorsione» è riferita all'ennesima falsa partenza della federazione, per la quale era stata programmata una riunione ai primi di settembre, alla presenza dei vertici dei due partiti e dei loro ministri. All'ultimo momento si è proposto di spostare l'evento dopo le Amministrative, con la scusa di evitare che sul progetto gravasse il risultato del voto su cui - per usare un eufemismo - non si fa grande affidamento: insomma, sarebbe stato un errore battezzare la federazione con una sconfitta. Berlusconi ha assecondato le ragioni del rinvio, anche per non irritare la Meloni, dei cui voti ha bisogno se davvero vuole partecipare alla Corsa per il Colle. A quel punto Salvini ha sentito puzza di bruciato. E viste le defezioni subite al gruppo parlamentare europeo, ha aperto le porte della Lega a quanti già bussavano per entrarci. I nuovi arrivi in Lombardia sono un segnale al Cavaliere: più che spostare voti, infatti, spostano gli equilibri nella selezione dei grandi elettori regionali per la presidenza della Repubblica. Il leader forzista ha provato in extremis a trattenere i partenti, senza riuscirci. L'atto di forza del segretario leghista viene interpretato come un segno di debolezza politica che avrà ripercussioni soprattutto nella Lega: data la scarsità di posti, infatti, nei territori non si vedrà di buon occhio l'avvento dei paracadutati. Ma Berlusconi non ha inteso enfatizzare l'episodio, perché - per dirla con uno dei massimi esponenti del partito - «è impegnato a contare i voti» per il Quirinale: non gli interessa di che colore siano i grandi elettori, gli interessa superare il quorum. Certo, ascolta le preoccupazioni di quanti gli stanno accanto e avverte il rischio della fregatura, ma - come racconta un suo alleato - «appena qualcuno attacca Salvini o Meloni, lui chiama per chiedere di stare buoni. Almeno fino alla quarta votazione». E dopo? Siccome i margini politici per riuscire nell'impresa sono persino più risicati dei consensi su cui Berlusconi può contare, è impossibile sapere quale sarebbe la sua reazione alla delusione. Non è in discussione la permanenza nel campo che ha fondato, ma il riposizionamento di Forza Italia può mettere in difficoltà l'area sovranista, «un progetto che - a sentire alcuni esponenti azzurri - uscirebbe fortemente compromesso se il risultato delle Amministrative dovesse somigliare ai sondaggi». È un avvertimento alla Meloni, che sul Quirinale ha manifestato la volontà di puntare su una figura terza. Ma diverrebbe un problema anche per Salvini se il punto di riferimento del Ppe in Italia volgesse il suo interesse verso il blocco leghista dei governatori, che ieri - con Fedriga - ha elogiato Draghi «per la sua visione, il suo senso di responsabilità e la capacità di valutare quali siano le reali necessità del Paese». L'azione di governo del premier sta dissodando il campo di entrambi gli schieramenti. Ce n'è la prova nelle parole del governatore ligure Toti, che vede la federazione di centrodestra su un «binario morto» e auspica persino un «bis» di Draghi a Palazzo Chigi. Sono manovre di posizionamento prima ancora che di sganciamento dalla coalizione. Berlusconi per ora pensa solo al Colle, e malgrado l'età confida di voler tornare alla politica a tempo pieno. Ai suoi alleati tocca capire se sia una promessa o una minaccia».

LA GOGNA DEI LADRI DI KABUL

L’estero si apre ancora con l’Afghanistan. Il giovane scrittore afghano Farhad Bitani nel suo diario di vita, L’ultimo lenzuolo bianco, racconta di avere assistito alla giustizia sommaria dei talebani nello stadio di Kabul. Lapidazioni collettive, tagli delle mani, gogne, linciaggi. Ora i Talebani sono tornati al potere e ogni venerdì in quello stadio arrivano i pick up dei condannati. Il reportage di Paolo Brera per Repubblica.

«Dal profondo Medioevo da cui sembrano riemersi, i talebani hanno rispolverato un'antica e desueta ricetta contro la piccola criminalità: la gogna. Espongono alla folla i ladruncoli acciuffati con le mani nel sacco. Dopo averli ammanettati dietro la schiena gli tagliano qualche ciocca di capelli, gli dipingono la faccia di nero con il lucido da scarpe o con il catrame, infine gli appendono al collo un esempio di quello che hanno tentato inutilmente di arraffare: una scarpa, una latta d'olio, un coltello. Poi via sul cassone dei loro pick-up, con cui gironzolano armati fino ai denti mostrando il poveraccio in tutta la sua dignità perduta. Non è una trovata di un governatore locale di qualche distretto abbarbicato sulle montagne impenetrabili di questo meraviglioso, affranto Afghanistan. È l'unità di misura del buon governo talebano, il cardine del primo punto all'ordine del giorno nel neonato Emirato islamico: riportare la sicurezza nel Paese. I talebani lo ripetono continuamente, ne fanno gran vanto e difendono con calore il loro sistema di retribuzione delle pene, basato sulla doppia misura della gogna e del taglio della mano: «Da quando governiamo noi, l'Afghanistan è tornato un Paese sicuro», dicono. In realtà, con la crisi economica che affama gli afghani da quando gli studenti coranici hanno preso Kabul, le cronache locali che con coraggio resistono via Telegram e sugli altri social raccontano altro: «Negli ultimi giorni furti e rapine a mano armata a Herat sono aumentati drasticamente », scrive per esempio Hariva News. E non è una novità - ce lo ha raccontato anche stamattina il 28enne Jahan Zaib al mercato di Kotay Sangi - che gentaglia armata abbia rapinato centinaia di case presentandosi alla porta come talebani, sapendo che nessuno osa contraddire l'arroganza di un potere affermato con i fucili automatici. E poi, vai a sapere chi erano davvero. Tant' è, per incredibile che appaia in questo secolo, le strade di tutto il Paese sono percorse da talebani che ostentano fieri le loro prede con il viso pitturato di nero, le mani dietro la schiena, i capelli sforbiciati a rasoiate e il maltolto appeso al collo. Da tutto l'Afghanistan si riversano su internet decine di fotografie e video di persone messe alla gogna: ecco qui l'uomo nero coi rubinetti al collo, lì il poveraccio sul mulo con una striscia senza capelli che lo sfigura a centro testa, da parte a parte; ecco il ragazzetto pizzicato con un cellulare altrui ad Ahmad Shah Baba Meena, alla periferia di Kabul; e guarda gli sbeffeggiati ladruncoli di calzature acciuffati a Jalalabad, ostentati sul pick-up con la folla che urla di felicità per la loro sciagura. Un ladro di copertoni è condannato al giogo d'indossarne uno pesantissimo come collana, ma chissà se pesa meno sull'orgoglio quella di banconote con cui è finito alla gogna l'impiegato corrotto arrestato 14 giorni fa a Jalalabad. Scene da un passato credevasi remoto. E invece no, qui è futuro anteriore: «Per contenere i furti agiamo in accordo con l'Islam», spiega Qahri Abdul Basit Farooqi, comandante della guarnigione talebana di guardia al palazzo dell'ex signore della guerra, il generale Dostum: «Per il furto esistono diversi gradi di gravità. Se si ruba un telefonino, un paio di scarpe o una manciata di denaro dipingiamo la faccia di nero e tagliamo ciocche di capelli. Così otteniamo due risultati: eviterà di rubare una seconda volta, e vedendo l'onta della punizione la gente si sentirà rassicurata e imparerà a sua volta la lezione». Per i furti più gravi, invece, siamo sempre nel Medioevo, ma in altra categoria: scatta il taglio della mano. «Per esempio, se uno ruba una macchina o un ammontare di denaro importante, lo arrestiamo e gli verrà tagliata la mano. Ma mentre per i furti lievi la punizione viene comminata direttamente sul posto dagli agenti o dai soldati che hanno acciuffato il ladro - spiega ancora il comandante Farooqi - per quelli più gravi la decisione spetta alle corti islamiche. Ne abbiamo tre, e solo alla fine del processo può essere deciso il taglio della mano: verrà eseguito in pubblico, allo stadio, davanti a tutti, pubblicizzandolo prima in modo che tutti possano vedere cosa succede ai ladri». Se questa forma di barbarie non è già riapparsa è perché il giudizio delle tre corti non è ancora arrivato per nessuno. Ma lo spettacolo macabro tornerà presto a macchiare di sangue gli stadi dove in altre ere si è semplicemente giocato. Beh, uno dice: saranno scioccati, gli afghani, della gogna e del taglione, no? «È il giusto destino per chi ruba e un'ottima lezione per chi guarda », dice il 26enne Mohammad Shafi. «Prima rischiavamo una coltellata per rubarci quattro soldi, ora ci pensano bene», dice Shafi Salih, 24 anni. E per fortuna che c'è Mehri Alizai, 21 anni: «Basterebbe arrestarli e punirli, che senso ha questo orrore?», dice, ma ci abbiamo messo un bel po' a scovarlo tra decine di entusiasti.».

LA CINA TEME IL NUOVO ASSE DEL PACIFICO

Strascico inevitabile del caso dei sottomarini è la tensione con la Cina. Se con la Francia gli Usa sono corsi ai ripari grazie alla telefonata Biden-Macron, la sfida con Pechino permane. Gianfranco Modolo per Repubblica.

«Prima l'Aukus, poi il Cptpp, oggi il Quad. La Cina inizia a sentirsi messa all'angolo nel proprio giardino di casa da questo groviglio di sigle che hanno un unico obiettivo: contenere l'avanzata sempre più aggressiva di Pechino nell'Indo-Pacifico. A Washington il presidente Biden convoca il primo vertice in presenza del Quadrilateral Security Dialogue, l'alleanza che mette assieme Usa, Australia, India e Giappone. Le democrazie, cioè, che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti col Dragone. Si discuterà di vaccini, di come mettere in sicurezza le forniture di semiconduttori, ma soprattutto si parlerà di nuovi scenari geopolitici ed equilibri militari. Pechino di certo non sta a guardare e in vista dell'appuntamento di oggi ha già speso parole "gentili": «Mentalità da Guerra Fredda, una cricca anti-cinese destinata a fallire». E che porterà (specie l'Aukus, il patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia che doterà quest' ultima di sottomarini nucleari) ad una «corsa agli armamenti nella regione». Due giorni fa - anche se in tutt' altro contesto - l'ambasciatore cinese all'Onu, parlando al Consiglio per i diritti umani, ha esortato a «prestare attenzione all'impatto negativo delle eredità del colonialismo e degli interventi militari illegali». Chi deve capire prenda appunti. Una riedizione di quanto già detto da Xi martedì nel suo messaggio all'Onu: «La Cina non ha mai invaso altre nazioni e mai lo farà. Non abbiamo mai cercato di imporre la nostra egemonia». Opporsi a qualunque sfida all'ordine marittimo, a qualsiasi tentativo di mutare lo status quo. Questa la dichiarazione che oggi faranno a margine del summit Biden, Morrison, Modi e il dimissionario Suga. Lo status quo oggi è minacciato da un'influenza cinese che si allarga sempre più in questa parte di mondo. Con rivendicazioni ricostruite ad hoc, scogli e isolotti militarizzati, esercitazioni, sentenze internazionali non rispettate. Dalle isole contese come le Senkaku-Diaoyu dove in questi 7 chilometri quadrati disabitati si stuzzicano la marina mandarina e la guardia costiera nipponica: acque che fanno gola per la loro pescosità e le risorse naturali. Alla "linea dei nove punti", dalle Spratly alle Paracelso, all'interno della quale continua a sostenere i propri diritti contendendosi questa parte di Mar Cinese Meridionale con Filippine, Malaysia, Brunei, Vietnam e Taiwan: snodo vitale per i flussi commerciali del Dragone visto che qui si muove un quinto dei traffici mondiali. Ad imprigionare il sogno di potenza cinese è invece la "prima catena di isole" sulla quale però si trova Taiwan. La riconquista della "provincia ribelle" darebbe a Pechino la possibilità di fare breccia e da lì proiettare la sua forza verso i grandi oceani. Pechino già prepara le contromosse, chiedendo di entrare in quel Cptpp (la partnership trans-pacifica) che gli Usa abbandonarono: accordo commerciale nato per contenere la Cina. Obiettivo: porsi come paladina del libero commercio ed evitare che Taiwan si unisca al club. Richiesta che da Taipei è arrivata. Risposta: 19 aerei a sorvolare l'isola. Strategia che però non pagherà: l'Australia ha già chiuso la porta in faccia a Xi. Dai mari alla terra, poi, allarga lo Sco (l'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), all'Iran: un asse Pechino-Mosca-Teheran che si concentrerà sull'Afghanistan dove la Cina vuole stabilirsi in cambio però, prima, di solide garanzie dal nuovo governo talebano».

DOMENICA I TEDESCHI VOTANO SENZA MERKEL

Oggi si chiude la campagna elettorale per il nuovo cancelliere tedesco. Due uomini e una donna si contendono il trono di Angela Merkel che ha governato per sedici anni il Paese e anche l'Europa. Giorgio Ferrari per Avvenire la ritrae così.

«Non ce la può fare», aveva pronosticato con stizza rancorosa Helmut Kohl, il padre dell'unificazione tedesca, disarcionato senza pietà dal suo trono sette anni prima da una ragazzina dell'Est dal letale istinto-killer del politico di razza. Una ragazzina che a partire da quel 22 novembre del 2005 con il suo tailleur d'ordinanza si apprestava a governare per sedici anni la Germania, parlando russo con Putin - longevo al potere quanto lei - inglese con i leader mondiali, strizzando l'occhio a Emmanuel Macron (l'arte di flirtare per poi ritrarsi con un sorriso non l'ha mai perduta) e una capacità di analisi dei fatti accurata e impietosa che quasi nessuno dei suoi colleghi e avversari possiede. Alla politica, l'amburghese Angela Dorothea Kasner, figlia di un pastore luterano, ci arriva a trentacinque anni, dopo un'infanzia trascorsa nella Ddr, la militanza nella Freie Deutsche Jugend (l'organizzazione giovanile del Partito socialista unificato della Germania Est), una laurea in fisica a Lipsia e un dottorato in chimica quantistica. Il crollo del Muro la spinge ad aderire al Demokratischer Aufbruch (Risveglio democratico), un movimento ecclesiale sorto nel 1989 nella Ddr che finirà per confluire nella Cdu. Angela ha una promettente carriera come scienziata, un breve matrimonio fallito alle spalle, un nuovo compagno e una timidezza spiccata. Non meravigliamoci: la cautela, l'understatement, un'impalpabile propensione al silenzio in un regime in cui la Stasi e la delazione erano l'impronta quotidiana hanno forgiato parte del carattere della futura Bundeskanzlerin. A notarla per primo è Lothar de Maizière, l'aristocratico ugonotto che è stato l'ultimo premier della Ddr. Nel marzo 1990 «la ragazza» (das Mädchen, come già la chiamano) diviene la sua portavoce, ma nel dicembre di quell'anno alle prime elezioni dopo la riunificazione si guadagna un seggio al Bundestag. I politici renani come Konrad Adenauer e lo stesso Kohl diffidavano dei berlinesi e dei prussiani, persuasi che la guida della Germania spettasse a figure esperte e soprattutto rigorosamente maschili. Così Kohl sottovalutò Angela Merkel affidandole nel 1994 la poltrona di ministro per la Famiglia e poi dell'Ambiente. E quando nel 1998 - allorché la Cdu crolla di fronte all'avanzata della Spd e il timone passa nelle mani di Gerhard Schröder - Kohl è costretto a lasciare dopo sedici anni di cancellierato. Trafitto da una serie di scandali finanziari, il vecchio leone perde anche la presidenza del partito. Ad assumerla è «la ragazza », che lo ha pubblicamente criticato reclamando un ricambio generazionale e guadagnandosi per l'occasione un paio di epiteti velenosi: Vatermörderin, la parricida, ed anche Nestbeschmutzerin, l'avvelenatrice di nidi. Il "nido" era una Cdu sfibrata e confusa, con un padre nobile in caduta libera. Un partito, come si sa, di forte ispirazione cattolica, che ha finito per accettare al vertice una donna e per giunta cristiano- evangelica, che nel 1998 sposa in seconde nozze il collega scienziato Joachim Sauer ma che preferisce - come aveva fatto Margaret Thatcher - mantenere il cognome del primo marito, l'ex studente di fisica Ulrich Merkel, conosciuto a Mosca e sposato nel 1977. È la strada maestra per la cancelleria. Ma Angela dovrà attendere un settennato, dapprima lasciando il posto nel 2002 nella sfida con Schröder al leader bavarese Edmund Stoiber (verrà risarcita con la guida del suo gruppo parlamentare al Bundestag), quindi sfidando direttamente il cancelliere nel 2005. Vincerà di misura - 35,3% contro 34,2% - ripristinando quella Grosse Koalition che la Germania Federale aveva già sperimentato negli anni Sessanta. Comincia da qui la trasformazione di Angela Merkel: dalla ragazzina venuta dal freddo che la notte del crollo del Muro se ne tornò a casa invece di festeggiare a Berlino Ovest, a «Mutti», la madre severa ma rassicurante; da ambiziosa esordiente fra i vecchi lupi della politica a silenziosa sovrana, quasi invisibile nelle sue mise scialbe e anonime, che sotto la scorza mite e accomodante è fatta dello stesso acciaio con cui i Krupp fabbricavano cannoni e locomotive per tutti gli imperi d'Europa. Ne sanno qualcosa gli alleati di governo. Prima la Spd, che cala vistosamente alle elezioni del 2009, quindi i liberali, che collassano nel 2013. Il che le farà guadagnare il poco invidiabile soprannome di Schwarze Witve ( Vedova nera), visto che coloro che si alleano con lei finiscono sempre male. «Non ce la può fare», malignava Kohl. «Ce la faremo», rispondeva lei. Anche perché nel bene e nel male Angela sa come scegliersi i compagni di viaggio: come il super-ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble - il rigorista che ha strangolato l'economia greca e obbligato i «Pigs» (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) a fare in fretta i compiti a casa e mettere in ordine i conti dello Stato - e Ursula von der Leyen, una potenziale rivale piazzata prima alla Difesa, quindi spedita alla Commissione Europea. Conservatrice con l'aria di sembrare progressista, Angela Merkel ha navigato con perizia per sedici anni e quattro mandati attraverso mari procellosi: dal Covid all'emergenza profughi, dall'ambiente ai rapporti con Cina e Russia, dall'insorgere di sovranisti e xenofobi come Aletrnative für Deutschland ai No-Vax, alternando candori da «Mutti» (la commozione pubblica per le molte vittime del coronavirus) a cipigli da Grimilde, la regina crudele di Biancaneve e i sette nani (ricordiamoci di quel «Non possiamo accogliervi tutti! » che fa sciogliere in lacrime una ragazzina palestinese di Rostock). Per molti millennial è come se «Mutti» ci fosse sempre stata. Non a caso reclamano una figura nuova. Il successore designato è Armin Laschet, figura molto opaca al suo confronto e dato perdente sicuro alle elezioni di domenica. Del resto, Angela è irreplicabile. Al suo esordio nel 2005 c'erano George W.Bush e Tony Blair, gli israeliani si ritiravano dalla Striscia di Gaza, a New York collassava la Lehman Brothers e l'Unione Europea sembrava a un passo dal disgregarsi. Preistoria. E ora che anche «Mutti» Angela cede il passo, si può dire davvero che sia iniziata un'era nuova. Senza di lei, purtroppo».

VERTICE MONDIALE SULLA FAME NEL MONDO

Il mondo muore ancora di fame. O di obesità. È il pianeta delle diseguaglianze. Elena Molinari da New York per Avvenire.

«L'obiettivo ufficiale è ambizioso: trasformare l'intera rete alimentare per eliminare la fame dalla Terra entro il 2030. Il primo Vertice sui Sistemi Alimentari, tenutosi ieri all'Onu in forma virtuale, ha chiesto ai 130 Paesi partecipanti impegni concreti perché, come ha detto il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, il cibo non sia più visto come merce da scambiare ma come necessità da condividere. «Tre miliardi di persone non possono permettersi una dieta sana, 2 miliardi sono in sovrappeso o obesi, 462 milioni sono sottopeso, e quasi un terzo di tutto il cibo prodotto viene perso o sprecato - ha ricordato Guterres -. Dobbiamo costruire un mondo in cui cibo sano e nutriente sia disponibile per tutti, ovunque». Il segretario ha esortato i governi e le imprese a lavorare insieme per aumentare l'accesso a diete sane. E anche, ha proseguito, «a creare sistemi alimentari che proteggano il nostro pianeta e siano in grado di supportare la prosperità, non solo delle imprese, ma degli agricoltori e dei lavoratori del settore alimentare». Le dichiarazioni di impegno non sono mancate. Circa 130 Paesi hanno promesso di adoperarsi per fornire cibo gratis nelle scuole, ridurre gli sprechi, promuovere l'alimentazione sana e aumentare la cattura del carbonio. Gli Usa hanno annunciato un investimento da 10 miliardi di dollari nella sicurezza alimentare. La metà andrà a «rafforzare il sistema alimentare negli Usa, anche attraverso investimenti in infrastrutture per garantire l'accesso a diete sane per tutti gli americani, e in mercati giusti ed efficienti per migliorare l'inclusività e la resilienza» del settore. Gli altri cinque miliardi nei prossimi cinque anni andranno a sostenere "Feed the Future", l'iniziativa del governo Usa contro la fame. Uno sforzo che l'Amministrazione di Joe Biden vuole compiere anche per contrastare gli effetti della pandemia, che non sono ancora finiti e che sono già costati consensi al presidente Usa. La popolarità di Biden infatti è crollata al 43% rispetto al 56% registrato a giugno. Anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, in videoconferenza, ha ribadito al summit sul cibo l'intenzione dell'Italia di avviare «un'azione coordinata a livello mondiale in materia di sicurezza alimentare e nutrizione in risposta al Covid-19». Perché, ha ricordato, quasi una persona su dieci nel mondo è denutrita, e la pandemia e la recessione mondiale hanno spinto quasi 100 milioni di persone in povertà estrema, portando il totale a 730 milioni. Inoltre, ha ammonito, «l'effetto combinato delle crisi sanitarie, dell'instabilità economica e dei cambiamenti climatici può minare i nostri sforzi collettivi per combattere la fame a livello globale». Nella notte italiana, nel suo messaggio registrato all'Assemblea generale, il primo ministro ha lamentato un «progressivo indebolimento del multilateralismo», del quale ha auspicato un rilancio rendendolo «efficace per le sfide del nostro tempo» per far fronte alla pandemia, ai cambiamenti climatici, alla lotta alle diseguaglianze e all'insicurezza alimentare. Draghi si è soffermato in particolare sul clima, evidenziando la necessità di «raggiungere un'intesa globale per interrompere al più presto l'uso del carbone, e, coerentemente con questo obiettivo, bloccare il finanziamento di nuovi progetti di questo tipo». Intanto, al Summit sul cibo, il presidente dell'Assemblea generale Onu Abdulla Shahid denunciava «la tragedia del cibo sprecato», definendo «immorale che così tanto venga buttato via mentre così tanti soffrono la fame». Poi ha auspicato una migliore cooperazione fra agricoltori, produttori e distributori. Un punto sollevato anche da Gilbert Houngbo, presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, che ha sottolineato come i piccoli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo «producono un terzo degli alimenti nel mondo, ma guadagnano solo il 6,5% del prezzo a cui gli alimenti vengono venduti nei supermercati e spesso non possono permettersi di assicurare alle proprie famiglie un'alimentazione sana e nutriente». A suo dire allora le iniziative dei governi resteranno vuote se non si riequilibra il potere dei grandi produttori di cibo e dei distributori e venditori al dettaglio rispetto a quello dei piccoli agricoltori. In effetti le proposte emerse ieri dal vertice sono già state giudicate insufficienti da molti gruppi della società civile, accademici e movimenti sociali che hanno denunciato che l'agenda del summit è stata condizionata da una «opaca rete di interessi aziendali». «La lotta per un sistema alimentare sostenibile, giusto e sano non può essere sganciata dalla realtà delle persone i cui diritti, la cui conoscenza e i cui mezzi di sostentamento non sono stati riconosciuti ma anzi sono stati ignorati», si legge in una dichiarazione firmata da circa 600 gruppi ed individui. Alcuni hanno criticano la predominanza di multinazionali come Nestlé, Bayer e Tyson negli sforzi del vertice di identificare le soluzioni per il sistema "food"».

IL PAPA AI VESCOVI D’EUROPA

Durante la Messa per i cinquant' anni delle Conferenze episcopali europee Papa Francesco ha denunciato la tentazione di starsene comodi «nell'appagamento di un certo consenso mentre Gesù viene dimenticato». L'assenza di carità produce infelicità. Mimmo Muolo per Avvenire.

«Oggi «in Europa noi cristiani abbiamo la tentazione di starcene comodi nelle nostre strutture, nelle nostre case e nelle nostre chiese, nelle sicurezze date dalle tradizioni, nell'appagamento di un certo consenso, mentre tutt' intorno i templi si svuotano e Gesù viene sempre più dimenticato». È il grido accorato, quasi un allarme, che il Papa ha lanciato ieri celebrando la Messa che ha dato il via all'Assemblea del Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee), riunita a Roma per il 50° anniversario della sua fondazione. Ma non si è limitato alla denuncia, il Pontefice. Ha anche indicato le vie d'uscita. Sul piano religioso ed ecclesiale Francesco ha rimarcato: «Aiutiamo l'Europa di oggi, malata di stanchezza, a ritrovare il volto sempre giovane di Gesù e della sua sposa». Sul piano politico, poi, il Pontefice ha invitato a «smettere di accontentarsi di un presente tranquillo» e a «lavorare invece per l'avvenire». Di ciò, ha sottolineato, «ha bisogno la costruzione della casa comune europea: di lasciare le convenienze dell'immediato per tornare alla visione lungimirante dei padri fondatori, visione profetica e d'insieme, perché essi non cercavano i consensi del momento, ma sognavano il futuro di tutti. Così sono state costruite le mura della casa europea e solo così si potranno rinsaldare». Il cemento per tenere insieme tutto questo, ha però avvertito papa Bergoglio, è la carità. «'Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero nudo e non mi avete vestito' - ha detto citando il Vangelo di Matteo -. La mancanza di carità causa l'infelicità, perché solo l'amore sazia il cuore». Il Vescovo di Roma ha quindi ringraziato i presidenti delle Conferenze episcopali del Continente presenti alla celebrazione in quanto membri del Ccee «per questi primi 50 anni a servizio della Chiesa e dell'Europa - ha detto -. Incoraggiamoci, senza mai cedere allo scoraggiamento e alla rassegnazione ». E tuttavia il Pontefice ha indicato anche altri traguardi. «Lavorare perché la casa di Dio sia sempre più accogliente, perché ognuno possa entrarvi e abitarvi, perché la Chiesa abbia le porte aperte a tutti e nessuno abbia la tentazione di concentrarsi solo a guardare e cambiare le serrature». «Renderla bella e ospitale», guardando insieme all'avvenire, non restaurare il passato», perché, ha spiegato, «purtroppo la restaurazione del passato ci uccide tutti». Il compito della nuova evangelizzazione è dunque sempre attuale. Ci sono da avvicinare tutti coloro che «non hanno più fame e sete di Dio», perché sottoposti «alla dittatura del consumismo, leggera ma soffocante». «Tanti - ha notato infatti il Pontefice - sono portati ad avvertire solo bisogni materiali, non la mancanza di Dio. E noi di certo ce ne preoccupiamo, ma quanto ce ne occupiamo davvero?». Per farlo bene, ha esortato Francesco, bisogna evitare di «concentrarsi sulle varie posizioni nella Chiesa, su dibattiti, agende e strategie, e perdere di vista il vero programma, quello del Vangelo: lo slancio della carità, l'ardore della gratuità». In sostanza occorre mostrare, non dimostrare Gesù. «E se i cristiani, anziché irradiare la gioia contagiosa del Vangelo, ripropongono schemi religiosi logori, intellettualistici e moralistici, la gente non vede il Buon Pastore». Perciò, ha concluso il Papa, «non possiamo che dare tutto noi stessi perché si veda l'intramontabile bellezza» di Gesù».

Fa ancora discutere la chiacchierata di papa Francesco con i gesuiti di Bratislava nella quale Bergoglio è andato a ruota libera su chi già pensava al Conclave, quando lui era in ospedale. Sui vari siti, specializzati nelle spy story sulle sacre stanze, continuano ad uscire in questi giorni indiscrezioni e veleni. Oggi su Libero Antonio Socci, da sempre molto critico nei confronti del Papa, mette insieme tutti i possibili sospetti. Ecco il passaggio centrale, l’integrale è nel pdf.

 «Papa Bergoglio sembra ormai in guerra con tutti, pure contro quella Curia che lo ha voluto papa e lo ha poi sostenuto. Emblematico è il processo al card. Becciu che è stato negli anni un suo devoto sostenitore e il suo più stretto collaboratore. Nelle ultime ore il clima si è fatto ancora più pesante, per le dichiarazioni del papa in Slovacchia. Ecco le clamorose parole di Bergoglio: «Sono ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il Conclave. Pazienza! Grazie a Dio, sto bene». A dire il vero a parlare della gravità delle sue condizioni di salute fu lo stesso Bergoglio quando dichiarò: «Un infermiere mi ha salvato la vita» (si riferiva all'operatore sanitario che il 4 luglio gli consigliò di andare subito al Gemelli a farsi operare). In quell'intervista aveva anche detto: «Quando un Papa è malato, si alza un vento o un uragano di Conclave». In effetti è normale, da sempre, in Vaticano e nella Chiesa discutere sul futuro quando si ha un papa di 85 anni ricoverato in ospedale con seri problemi. Così è stato anche stavolta. È quell'"aria di Conclave" di cui Libero aveva dato conto il 23 agosto. Ma in Slovacchia Bergoglio è tornato sull'argomento con le parole inaudite che abbiamo citato. Mai un papa aveva esternato così, almeno nei tempi moderni. Il monarca. Giovanni Maria Vian, storico ed ex direttore dell'Osservatore Romano, al Corriere della sera ha detto: «In effetti questo è nuovo. È il suo stile. Oppure si può dire che è un ritorno all'antico, quando i Papi intervenivano contro i loro oppositori, non più tardi del Cinquecento». Si comprende da queste parole che Bergoglio ha una concezione monarchico-rinascimentale del suo papato e forse è proprio da questa sua idea del potere che derivano la sindrome dell'assedio, il clima di sospetto, il timore di congiure e il vedere nemici dovunque. La sua dichiarazione è così dirompente e getta un tale sospetto sulla Curia, che il Segretario di Stato Parolin ha dovuto candidamente chiamarsene fuori, dichiarando: «Probabilmente il Papa ha informazioni che io non ho. Sinceramente non avevo avvertito che ci fosse questo clima... Il Papa probabilmente fa queste affermazioni perché ha conoscenze e ha dati che a me non sono pervenuti». Le sue parole sono state interpretate così dai media: «Papa Francesco smentito da Parolin. Il cardinale: nessuna congiura. Santa Sede, il segretario di Stato non avalla l'accusa di Bergoglio su trame ai suoi danni durante la malattia. "In Curia clima sereno"» (titolo di Qn). Dall'HuffPost è arrivato quindi un attacco di Maria Antonietta Calabrò: «L'inaudito controcanto di Parolin al Papa. Mai prima un segretario di Stato ha corretto pubblicamente il Pontefice». L'articolista ritiene che Bergoglio sia irritato con la Segreteria di Stato anche per «l'incontro tra Matteo Salvini e il Segretario per i rapporti con gli Stati arcivescovo Paul Callagher». Così anche il card. Parolin è finito nella tempesta». 

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