«Un uomo solo al comando»

Per la Funivia resta un solo indagato sospetto: il capo servizio Tadini. Lui ha deciso, lui poteva fermare l'impianto. Conte fissa la linea dei 5 Stelle. Salvini e Berlusconi creano Salva Italia?

Ultimo giorno di maggio all’insegna delle riaperture e del colore bianco. Oggi le prime tre regioni conquistano la ritrovata libertà. Dati mai così bassi nei decessi (ma ieri era domenica e in pieno ponte del 2 giugno), sotto le 50 unità giornaliere. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 397 mila 549 somministrazioni di vaccini. Pochine. In molte regioni sono già aperte le prenotazioni per tutti, senza limiti di età. Sui giornali comincia ad affacciarsi il tema dell’esitazione in alcune fasce d’età, soprattutto fra i giovani e i giovanissimi.

Contrordine sulla strage della funivia. Non c’erano profitti e incassi da salvare. Non c’era confusione fra l’incarico della Leitner e il controllo dell’impianto per Perrocchio. Non c’era avidità per il gestore dell’impianto Nerini. I titoli dei giornali di qualche giorno fa, basati sul calcolo degli incassi, andrebbero quantomeno rivisti. A leggere le carte del Gip che ha scarcerato gli imputati, la responsabilità è dell’unico presunto colpevole rimasto: il caposervizio Gabriele Tadini. Fra l’ordine di cattura della Pm e quello di scarcerazione della Gip, non ci sono solo differenze di valutazione, c’è un cambiamento radicale nella ricostruzione dei fatti. Nell’atto d’accusa della Pm non c’era solo infatti incuria o leggerezza, ma volontà di tenere acceso l’impianto, nonostante gli allarmi. Nell’atto di scarcerazione della Gip, c’è la decisione del singolo tecnico che avrebbe potuto, per legge, fermare l’impianto. E che invece non l’ha fatto. Non ci sono prove che la sua scelta “scellerata” sia stata nota o condivisa.   

Le notizie politiche vengono dai 5 Stelle e dal centro destra. Giuseppe Conte non vuole essere scavalcato da Di Maio ma soprattutto disegna l’unica vera battaglia identitaria dei 5 Stelle: l’intransigenza sulla legalità. Cita il caso Durigon, ma tutti pensano alla riforma della giustizia e ai dialoghi iniziati con la ministra Cartabia sulla riforma. Nel centro destra, dopo Sallusti, anche Belpietro crede in una nuova alleanza Salvini Berlusconi che tagli fuori la Meloni. Su Libero sostiene che dopo la storica Forza Italia, e il recente Coraggio Italia di Brugnaro, nascerà un Salva Italia. Salvini intanto sul Corriere lancia un segnale a Letta: vediamoci e concordiamo una linea comune per lo stop ai licenziamenti.

Sul fronte estero, grande attesa a Gerusalemme per il possibile nuovo Governo senza Netanyahu. Avrebbe due caratteristiche interessanti: l’unità nazionale fra destra e sinistra in nome dell’emergenza (con l’appoggio esterno arabo) e un accordo di “staffetta” per il ruolo del premier. Arriva oggi a Roma il premier libico e si discute di Mediterraneo e ruolo dell’Italia. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Sono i contenuti della sentenza del Gip di Verbania sulla strage della funivia a conquistare le aperture dei quotidiani. Il Corriere della Sera: «Bloccai dieci volte i freni». La Stampa: «Bastavano 48 ore per riparare la funivia». Mentre la Repubblica in qualche modo rilancia: L’inchiesta si allarga. È caccia ai complici. Il Messaggero sintetizza: «Funivia, arresti ingiustificati». Il Mattino sottolinea una frase del tecnico che ha ammesso le colpe: L’azzardo del capo-funivia: «Tanto il cavo non si spezza». Il Quotidiano Nazionale si occupa di una vicenda ignorata dalla grande stampa, quella della giovane pachistana di Novellara, Saman Abbas: Sparita a 18 anni, il blitz in Francia. Del centro destra si occupano La Verità: Il partito Salvini – Berlusconi e ancora Libero che racconta tra Meloni e Salvini: Dispetti anche in Europa. Il Sole 24 Ore ci aggiorna sulla plastic money: Cala l’uso di contanti: novità in arrivo su lotterie e cashback. Mentre il
Domani si occupa dell’azienda televisiva pubblica: Come salvare la Rai.

TUTTI IN GIALLO, QUASI BIANCHI

Ultimo giorno di maggio all’insegna della fine dell’emergenza. Tre regioni da oggi sono in bianco, ma già fra una settimana dovrebbero essere molte di più. Fabio Savelli sul Corriere:

«È il dato più basso dal 14 ottobre scorso. A distanza di sette mesi e mezzo si registrano 44 vittime per Covid: la triste contabilità di decessi dall'inizio della pandemia si aggiorna a 126.046. È però un altro segnale che stiamo uscendo dall'emergenza, complice l'accelerazione sul piano vaccinale che ha appena messo in sicurezza oltre 11,7 milioni italiani con doppia dose. È un numero che però va ponderato. Si tratta di dati domenicali, un giorno in cui tradizionalmente scendono sia i tamponi (ieri 164.495 rispetto ai 247.330 di sabato) e quindi i contagi (2.949 nuovi casi): l'indice Rt, di trasmissibilità del virus, è all'1,8%. In cinque regioni zero vittime: le province autonome di Bolzano e Trento, la Valle d'Aosta, il Friuli-Venezia Giulia, l'Abruzzo e la Basilicata. Diminuisce la pressione sul sistema ospedaliero: sono 1.061 i posti letto occupati in terapia intensiva (34 in meno di sabato, con 27 nuovi ingressi). Serve prudenza, ancora. Ma il peggio è passato. Da oggi tre regioni entrano in zona bianca: Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Molise. Perché registrano meno di 50 casi Covid per 100 mila abitanti. Per oltre 3,1 milioni di italiani il coprifuoco notturno diventa un ricordo. Riaprono tante attività: le palestre, le piscine, i parchi tematici, le fiere. I bar e i ristoranti potranno servire i loro ospiti anche al chiuso, misura che da domani sarà estesa a tutta l'Italia». 

In molte regioni già ci si prenota per la campagna vaccini per tutti, che scatterà dalla fine del ponte del 2 giugno. Intanto Repubblica propone un approfondimento a tripla firma sula laboratorio virologico di Wuhan. Biden ha fissato un traguardo: entro novanta giorni vuole dati certi. Caduto Trump e il relativo avvelenamento da fake news presidenziali, si spera di giungere a una verità accertata sull’origine del virus.

«Novanta giorni per scoprire la verità. Tre mesi per far luce sulle origini della pandemia che in un anno e mezzo ha provocato oltre 170 milioni di contagi nel mondo, uccidendo tre milioni e mezzo di persone. Il presidente americano Joe Biden ha chiesto mercoledì all'intelligence un report esaustivo entro fine agosto: dove gli 007 dovranno indicare "possibili direzioni di indagine e domande specifiche da rivolgere alla Cina" tenendo "sempre informato il Congresso". L'ordine di Biden arriva dopo la lettera pubblicata su Science alla vigilia dell'Assemblea dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, dove 18 scienziati chiedono una nuova indagine "obiettiva e imparziale" lamentando le troppe carenze del rapporto di 313 pagine pubblicato a marzo dagli esperti dell'Oms dove solo quattro pagine sono dedicate all'ipotesi del virus fuggito dal laboratorio di Wuhan, la città dove tutto è cominciato, possibilità definita "altamente improbabile". I sospetti sull'Istituto di virologia di Wuhan, l'unico in Cina a contenere un laboratorio di biosicurezza di massimo livello (Bsl-4), a qualche chilometro di distanza dal mercato dov' è emerso il primo grappolo di contagi, sono vecchi quanto la storia del virus. E a ben guardare i primi ad averne avuti sono stati i ricercatori cinesi che in quel laboratorio lavorano, a cominciare da Shi Zhengli, detta Batwoman, la scienziata che più di tutti ha condotto ricerche sui coronavirus dei pipistrelli. Il 30 dicembre del 2019, quando arrivarono le prime segnalazioni su una nuova misteriosa forma di polmonite virale, il primo pensiero di Shi fu che il patogeno potesse essere scappato dal laboratorio. Con il genoma di Sars-Cov-2 alla mano, aveva poi verificato che il nuovo virus non corrispondeva a nessuno di quelli contenuti nel suo sterminato archivio. Nel corso dei mesi sia lei che il capo dell'Istituto di virologia, Yuan Zhiming, lo hanno ripetuto fino alla nausea: nessuna fuga di materiale pericoloso dal laboratorio, l'epidemia non è cominciata così. L'indagine sull'origine del virus, si sa, venne iniziata un anno fa, dall'amministrazione Trump, condotta e coordinata da ufficiali del Dipartimento di Stato al servizio di Mike Pompeo. Furono loro a focalizzare l'attenzione sulle sospette attività del laboratorio di Wuhan. Un'ipotesi cavalcata da Donald Trump, anche per distogliere l'attenzione dalla catastrofica risposta della sua amministrazione alla pandemia. Le prove non arrivarono mai e l'ipotesi è apparsa a lungo come una delle tante teorie complottiste. (…) A spingere Biden a chiedere ulteriori approfondimenti è il fatto che nelle mani dell'intelligence ci sono una serie di dati ancora top secret da analizzare. Le 18 agenzie di intelligence americane non hanno esaurito l'analisi dei materiali passati da servizi segreti stranieri. (…) Delle 18 agenzie americane, solo una è convinta che il virus sia uscito incidentalmente dal laboratorio di Wuhan e due propendono per l'ipotesi del salto da animale a uomo. Le altre 15 (compresa Cia e Dia) non hanno preso una posizione netta. A Ginevra è in corso fino a martedì l'assemblea dell'Oms dove Usa e Ue premono per chiedere un supplemento d'indagine. «I team tecnici prepareranno una proposta sui prossimi studi da condurre», dice una portavoce, Fadela Chaib, senza dare un calendario. Dal canto americano si comincia a pensare che 90 giorni potrebbero non bastare. «Non abbiamo nessuna prova conclusiva in mano, ammette il generale Mark Milley, capo dello Stato maggiore. Tocca all'ex spia Robert Baer riassumere i timori di tutti: «Non sapremo mai la verità. A meno che la Cina non decida di dircelo, come fece Gorbaciov in Russia, imponendo la trasparenza su Chernobyl. Possibilità per ora remota».

FUNIVIA: FU L’ERRORE DI UN UOMO SOLO

Ordinando la scarcerazione dei tre indagati, la Giudice dell’indagini preliminari ha smontato l’accusa. Non solo negando i motivi della carcerazione preventiva, ma mettendo in crisi tutto l’impianto della Pm.

«Non è solo uno scontro acceso su questioni giuridiche tra procura e tribunale quello che emerge dalle carte che mettono in libertà il gestore dell'impianto, Luigi Nerini, e il direttore d'esercizio, Enrico Perocchio, e ha disposto i domiciliari per il caposervizio Gabriele Tadini. L'ordinanza del gip che li ha fatti uscire dal carcere dopo quattro giorni di detenzione va al cuore della questione e cerca le responsabilità non solo di chi ha provocato quella strage ma anche di chi poteva evitarla e non lo ha fatto. Nella carte dell'udienza di convalida viene fatta una trascrizione minuziosa dei verbali di interrogatorio di alcuni testimoni, in particolare quello di un dipendente che era in servizio il giorno dello schianto della cabina 3, sentito da teste quando secondo la gip avrebbe dovuto essere ascoltato da indagato. Quest' ultimo «ben sapeva del rischio di essere incriminato per aver concorso a causare con la propria condotta, che avrebbe benissimo potuto rifiutare, la morte dei 14 turisti». Fin dai primi giorni carabinieri e procura anticiparono che altre figure avrebbero potuto essere indagate: «C'è un'intera squadra complice», avevano detto. Su un punto procura e gip concordano ovvero che Tadini, mettendo i ceppi ai freni, «aveva piena consapevolezza della condotta scellerata posta in essere in totale spregio della vita umana e con una leggerezza sconcertante. Ciò induce a ritenere che il Tadini non abbia la capacità di comprendere la gravità delle proprie condotte e che, trovandosi in analoghe situazioni, reiteri con la stessa leggerezza altre condotte talmente pregiudizievoli per la collettività». Fu lui a ordinare di mettere i ceppi anche ad altri dipendenti a causa delle anomalie al sistema frenante non risolte, «anche se non erano garantite le condizioni di sicurezza necessarie». E si andava avanti così «già dall'inizio della stagione, il 26 aprile, quando l'impianto tornò in funzione dopo le restrizioni anti-Covid», raccontano i dipendenti. Tadini, secondo il manovratore, diceva: «Prima che si rompa il cavo ce ne vuole». E lui stesso ha ammesso di aver usato i forchettoni una decina di volte in 15 giorni. E di non averli mai più tolti a partire da venerdì 21. «Sapevano tutti», dice Tadini intendendo i suoi superiori, Nerini e Perocchio. Numerosi dipendenti hanno confermato la prassi scellerata di inserire i forchettoni per disattivare i freni, ma ne attribuiscono la responsabilità al solo Tadini, «mentre nessuno ha parlato del gestore o del direttore d'esercizio», sottolinea la gip. Perché allora accusare la catena di comando? Per «condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni. Chiamando in correità i soggetti forti del gruppo, il suo profilo di responsabilità, se non escluso, sarebbe stato attenuato», contesta la giudice. «Ho detto che lasciavo i ceppi sui freni, che ormai era prassi, mi dicevano arrangiati - raccontava Tadini - Ci sono state occasioni in cui mi sono incazzato, mi dicevano di andare avanti invece dovevano chiudere l'impianto». Ma qui mente: «Io non avevo facoltà da solo di chiudere la funivia», dice. Invece per legge può farlo.La procura ha preso per buone tutte le dichiarazioni di Tadini: ma se per la pm sono «logiche», per la gip «non sono in alcun modo convincenti». 

E se gli stop automatici della cabina per cui Tadini decise di disattivare i freni di emergenza fossero in realtà collegati alla successiva rottura della fune? Se lo chiede Andrea Pasqualetto sul Corriere.

«E se il freno considerato difettoso avesse in realtà funzionato benissimo e i «difetti» fossero stati sintomi ignorati del malessere della fune? Cioè, è possibile che i rumori anomali e i continui blocchi fossero i segnali premonitori della rottura che ha portato al disastro? La clamorosa ipotesi è al vaglio degli inquirenti e soprattutto del consulente tecnico nominato dalla Procura, il professor Giorgio Chiandussi del Politecnico di Torino. Non nasce dal nulla. A ventilarla è stato Davide Marchetto, il responsabile tecnico della Rvs di Torino che ha eseguito i due interventi di manutenzione sulla funivia di Stresa. Quelli chiesti quest' anno da Gabriele Tadini, il capo servizio dell'impianto finito prima in carcere e da ieri ai domiciliari. «Se la centralina del sistema frenante della cabina 3 (quella precipitata, ndr) segnalava una perdita di pressione (come sostiene Tadini riferendo di quei rumori, ndr) una delle ipotesi è che la fune di trazione si stesse muovendo dalla propria sede in maniera anomala», ha spiegato Marchetto agli investigatori lo scorso 27 maggio, quando è stato sentito come persona informata sui fatti. Il tecnico dice però che il giorno dell'ultimo intervento (30 aprile) Tadini non gli aveva parlato di questa criticità. Cosicché lui si è concentrato su altri lavori: «La ricarica degli accumulatori di tutte e quattro le vetture...». Tadini gli avrebbe segnalato poi un problema alla cabina 2. «Abbiamo verificato la parte delle teste fuse di questa vettura». Ma non della 3, dove la testa fusa è oggi imputata di essere il punto di rottura del cavo. Marchetto chiamò Tadini il 3 maggio. «Per sapere se era tutto in ordine. Ha detto di sì e non l'ho più sentito». Il primo intervento risale invece al 4 febbraio di quest' anno. In quell'occasione la chiamata riguardava la cabina della sciagura e in particolare proprio la centralina dei freni. «Esattamente il problema di cui si lamentava Tadini nei giorni precedenti al disastro, anche se non ne aveva più fatto cenno a Marchetto. Cioè, il freno che scattava spesso fermando la cabina e costringendo l'operatore a raggiungerla ogni volta per sbloccarla. «Il problema era relativo alla pompa della centralina del freno, che andava sostituita. In pratica un malfunzionamento determinava che il freno rimanesse chiuso bloccando la cabina. Abbiamo quindi sostituito la pompa e la cabina ha continuato a circolare regolarmente». Ma secondo Tadini il problema non sarebbe mai stato davvero risolto. La grana dei freni che scattavano l'ha così sistemata a modo suo: inserendo i forchettoni per disattivare i freni. Il resto è cosa nota: la fune si è spezzata ed è stata una strage».

È un copione già tragicamente visto. Ci si prepara all’ennesima strage senza giustizia. I familiari stanno pensando a costituire un comitato delle vittime. 

«La scarcerazione dei tre indagati per la strage della funivia del Mottarone suona come un'ingiustizia alle orecchie di chi ha perso figli, genitori e fratelli. Non importa che quella del gip di Verbania non sia una sentenza ma soltanto un giudizio sulle esigenze cautelari. I famigliari delle vittime adesso pensano a un comitato come quello che è nato dopo il disastro del Ponte Morandi. «In una società le scelte sono condivise, non è possibile che solo il caposervizio abbia deciso di disattivare i freni senza informare gli altri. La rabbia è tanta», dice il compagno di Asya Lazzarini, la figlia di Elisabetta Personini morta insieme a Vittorio Zorloni e il loro bambino di 5 anni, Mattia, che aveva la stessa età di Eitan, l'unico sopravvissuto. Eitan ha perso la sua famiglia, i genitori, il fratellino di due anni e i bisnonni. Le sue condizioni migliorano giorno dopo giorno, i medici dell'ospedale Regina Margherita di Torino pensano di poter presto sciogliere la prognosi, ieri per la prima volta ha mangiato da solo sotto gli occhi della nonna e della zia Aya che non lo abbandonano un minuto. Lui per ora non ricorda. «Il dolore è troppo, non c'è spazio nemmeno per la rabbia in questo momento - dice da Tel Aviv lo zio Ron Peri, cognato della mamma di Eitan, Tal Peleg - Non conosco abbastanza bene le leggi italiane per stabilire se sia giusto o sbagliato che gli indagati siano fuori di prigione. Vogliamo che sia fatta giustizia. Hanno voluto risparmiare sulla manutenzione e sono morte delle persone, delle famiglie sono state spazzate via, mia moglie è distrutta». Presto gli zii arriveranno in Italia: «Veniamo per Eitan, per aiutarlo ad affrontare tutto quello che ancora non sa, ma anche per nominare un legale». I famigliari delle vittime si stanno consultando tra loro, pensano a un comitato. «Stiamo sentendo dei legali, non siamo disposti a fermarci - spiega Rosalba Nania, la mamma di Alessandro Merlo - Non ci aspettavamo che uscissero di prigione, speriamo sia un atto dovuto. Non penso che questa sia la fine dell'inchiesta, mi hanno detto che la procuratrice di Verbania è una tosta». I parenti hanno paura di essere abbandonati dalle istituzioni: «L'asilo, la parrocchia e il Comune di Vedano Olona hanno avviato una raccolta fondi per le spese del funerale ma dalla Regione Piemonte e dal Comune di Stresa non abbiamo avuto nessuna risposta», dice ancora la famiglia di Personini».

Alessandro Sallusti dedica l’editoriale di Libero alla vicenda:

«La giudice di Verbania, Donatella Banci Bonamici, contraddicendo in parte la decisione della sua collega procuratrice Olimpia Bossi, ha disposto la scarcerazione dei tre presunti responsabili (uno va ai domiciliari) della tragedia del Mottarone che ha provocato la morte di quattordici persone. Di primo acchito la decisione potrebbe lasciare perplessi i più: ma come, tanto orrore e i presunti responsabili non stanno in cella? È così, direi finalmente è così, nel senso che per una (rara) volta la giustizia viene amministrata - da due donne - in punta di diritto e non in modo approssimativo e forcaiolo. L'uso disinvolto della carcerazione preventiva è una delle piaghe più infette del nostro sistema giudiziario, spesso i magistrati ne fanno uso per delirio di onnipotenza, per mania di protagonismo, peggio per piegare la volontà degli imputati e ottenere confessioni che avvalorino la loro tesi accusatoria o la chiamata in causa di eventuali complici. Una vera e propria tortura di stato per la quale l'Italia è stata più volte ammonita dall'Europa e che è costata ai contribuenti milioni di euro in risarcimenti ai malcapitati. Prima di una sentenza definitiva in carcere si entra solo per grave pericolosità sociale (per esempio per un omicidio), per pericoli di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Nessuno degli indagati per la strage della funivia rientra in una di queste categorie per cui è corretto che, acquisiti tutti gli elementi, tornino a casa in attesa di un giusto processo, al termine del quale, se condannati, varcheranno le porte del carcere per scontare la loro pena. E qui veniamo al secondo problema che la questione pone. Il giusto rispetto per i diritti degli indagati sancito dalla giudice Banci Bonamici non può trasformarsi in una ingiustizia nei confronti delle vittime e dei loro parenti per via delle lungaggini dei tempi della giustizia. Loro, come del resto tutti noi, hanno il diritto di vedere velocemente condannati i responsabili, cosa al momento in Italia per nulla garantita (anche per questo non è più rinviabile una drastica riforma della giustizia). Facciamo quindi sì che non passino anni prima che una sentenza equa e definitiva rimetta le cose al loro posto decidendo anche per chi e per quanto il giusto posto debba essere il carcere».

GARANTISMO, CONTE BATTE UN COLPO

A proposito di giustizia, il fatto politico più rilevante delle ultime ore riguarda proprio il rapporto tra politica e giustizia. Giuseppe Conte è tornato a parlarne, fissano una “linea Maginot” dei 5 Stelle. Cesare Zapperi sul Corriere:

«Cambiare modi e toni va bene, è un passaggio del processo di cambiamento, ma Giuseppe Conte ci tiene a non essere scavalcato da nessuno. Nemmeno da Luigi Di Maio. Lo si capisce dal post che ha pubblicato ieri sera su Facebook . L'ex premier la prende alla larga, ma si nota che vuole dire la sua in modo più compiuto dopo le polemiche, anche interne al Movimento Cinque Stelle, scoppiate dopo le scuse del ministro degli Esteri all'ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto dall'accusa di turbativa d'asta che nel 2016 l'aveva portato in carcere. Conte parte da una premessa: «Il Movimento Cinque Stelle sta completando un processo di profonda maturazione collettiva al fine di presentare al Paese una proposta politica fortemente innovatrice, mirata a realizzare una società più equa e solidale, che consenta il pieno sviluppo della personalità di ognuno e garantisca migliori opportunità di vita a tutti». Ma poi vira sul tema caldo, cioè se le storiche battaglie giustizialiste debbano essere abbandonate o no: «In questo nuovo corso, riconoscere come errori alcuni toni e alcuni metodi usati in passato - come ha fatto Luigi Di Maio - vuol dire segnalare, anche all'esterno, alcuni fondamentali passaggi di questo importante processo di maturazione collettiva». Ed ecco lo stop a chi pensa di cambiare pelle: «Il Movimento sta maturando, certo, ma non archivierà la forza e il coraggio delle sue storiche battaglie per cambiare il Paese. Saremo una forza aperta, accogliente. Ma anche intransigente». E a scanso di equivoci, un'ulteriore sottolineatura: «Il principio di legalità e il valore dell'etica pubblica per la nostra comunità politica sono valori inossidabili. Lo dimostrano i provvedimenti approvati al governo, come lo Spazzacorrotti e le riforme sulla giustizia». E a questo punto, Conte cala sul tavolo un caso specifico, punzecchiando la Lega: «Continuiamo a considerare non tollerabile, ad esempio, quanto detto da un esponente di governo come Claudio Durigon, ancora al suo posto nonostante le gravi affermazioni divulgate. Riteniamo vada fatta chiarezza: anche fosse solo millanteria, saremmo comunque di fronte a esternazioni che restituiscono un'idea marcia delle istituzioni».

Il Fatto prosegue nella, sua campagna di rivalutazione della sentenza di primo grado nei confronti dell’ex sindaco di Lodi. Pubblica una doppia paginata con i vecchi verbali di interrogatorio e riporta come i giornali, allora, scrissero che Uggetti aveva confessato. Propone anche un’intervista al consigliere comunale 5 Stelle di Lodi che fece la campagna contro il Sindaco, Massimo Casiraghi. Casiraghi divenne protagonista del processo. (Anche se poi il nuovo sindaco fu un leghista). Tommaso Rodano.

«Cinque anni dopo, si è pentito di quella battaglia? «No. Il sindaco era stato arrestato e non si voleva dimettere, per cui le nostre richieste erano più che legittime. Eravamo convinti che il danno economico per la città fosse evidente. E comunque penso che il nostro impegno abbia creato una possibilità e un diritto in più. Prima di noi, se un Comune si rifiutava di costituirsi parte civile, i cittadini non potevano fare nulla. Abbiamo creato un precedente che può diventare importante per tante altre inchieste, penso a quella sui fanghi tossici in Lombardia. Il Movimento nasceva per dare più diritti». Ora non lo fa più? Non condivide il mea culpa di Di Maio? «Dal punto di vista processuale c'è ancora un grado di giudizio e non abbiamo nemmeno letto le motivazioni dell'assoluzione in appello: forse le scuse sono un po' affrettate. Comunque se Di Maio intende scusarsi per i suoi toni, lo faccia pure. Noi attivisti a Lodi non abbiamo usato slogan aggressivi, siamo stati molto più contenuti dei leader nazionali. Abbiamo lavorato per vedere riconosciuto il danno subìto dalla città e l'abbiamo fatto in modo serio, per stabilire un principio di etica pubblica». A Lodi vi sentite abbandonati dai vertici del Movimento? «La nostra battaglia non era contro i quattro imputati, ma per sostenere il valore dell'azione civile. I leader nazionali cavalcarono l'iniziativa, ora se ne dissociano. Si affrettano a scusarsi con Uggetti, ma con noi non parlano più. Siamo molto delusi. Il Movimento ha perso un po' la bussola, sembra si sia dimenticato da dove viene e dove va». Anche Conte? «Conte non era nel Movimento Cinque Stelle all'epoca. Invece Di Maio e gli altri qui c'erano venuti, eccome. Magari dopo 4 o 5 anni se lo sono dimenticato, di certo adesso non si fa vivo più nessuno. Oltre a scusarsi avrebbero potuto difendere il nostro lavoro. Davvero non ci fu nessuna gogna? «In quel momento chiedere le dimissioni di Uggetti era un fatto doveroso. Il dato certo è che c'era un consigliere di amministrazione di una società, metà pubblica e metà privata, nominato dal sindaco che interloquiva con il sindaco stesso su un bando a cui poi la sua società avrebbe partecipato e vinto». Resta il fatto che Uggetti si è fatto dieci giorni di carcere e oggi risulta innocente. «Umanamente dispiace, il carcere non si augura mai a nessuno. Nel merito non sono nelle condizioni di giudicare il lavoro di altri, le indagini della Guardia di finanza e la decisione del collegio giudicante».

L’ASSE BERLUSCONI- SALVINI

Nel centro destra le cose si muovono. Lo schema è lo stesso che ieri Sallusti aveva proposto su Libero: Salvini e Berlusconi si stanno alleando e taglieranno fuori la Meloni. Oggi è Maurizio Belpietro a scriverlo su La Verità.

«Berlusconi è Berlusconi, un Ercolino sempre in piedi, uno che quando pensi di averlo mandato al tappeto te lo ritrovi davanti, pronto per un altro round. A lui si attaglia alla perfezione il soprannome che Indro Montanelli diede ad Amintore Fanfani: Rieccolo. Il suo è un eterno ritorno, che va avanti da quasi trent' anni. Certo, oggi il suo partito è a meno dell'8 per cento e non c'è leader politico di destra e di sinistra che non speri di mettere le mani sul tesoretto di voti che il Cavaliere custodisce. Matteo Renzi sogna di ereditare un pezzo di partito per irrobustire la sua Italia più morta che Viva. Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, coltiva l'idea di essere a sua volta unto dal Signore e di passare dalle calli della laguna alle piazze della città eterna e dunque ha fondato un movimento che copia quello ideato nel 1994 da Berlusconi: Coraggio Italia. Insomma, la lista di pretendenti al trono è lunga e nei prossimi mesi altri aspiranti potrebbero aggiungersi. Tuttavia, se c'è una cosa che abbiamo imparato negli anni è che il Cavaliere dà il meglio di sé quando è messo all'angolo, quando cioè sembra non avere vie d'uscita. Ricordate il periodo in cui fu cacciato dal Parlamento? Dopo pochi mesi rientrò dalla porta di servizio col patto del Nazareno, tornando a contare come prima, forse più di prima. E adesso, con Mario Draghi, qualche parolina ancora può dirla.Sì, Berlusconi ha 84 anni e molti acciacchi, in tanti gli hanno voltato le spalle e a volte sembra distaccato da ciò che succede a Roma e dentro il suo stesso partito. Ma è sempre Berlusconi e da lui c'è da attendersi qualche colpo a sorpresa. Così, si dice che negli ultimi tempi sogni un nuovo predellino che lo rimetta al centro dei giochi. Non un comizio in piazza e nemmeno un rientro in scena con un ruolo operativo. L'idea sarebbe la seguente: unire Lega e Forza Italia in un nuovo contenitore di cui Salvini faccia il segretario e lui il presidente. Entrambi ne trarrebbero vantaggio. Il capo del Carroccio non soffrirebbe più la minaccia del sorpasso di Giorgia Meloni e il Cavaliere non correrebbe il rischio di vedersi sfilare gli onorevoli che temono di non essere ricandidati: invece di lasciare che siano gli altri a passare con Salvini, passerebbe lui con tutto il blocco dei suoi parlamentari. Ma un partito unico funzionerebbe? Forse sì, perché potrebbe candidarsi a essere il partito di Mario Draghi, in Italia e in Europa. E Berlusconi porterebbe in dote anche l'ingresso del nuovo gruppo nel Ppe, consacrandosi come il padre nobile dei moderati. Il nome? Ancora non c'è, ma potrebbe essere Salva Italia, che ridotto a una sigla suonerebbe come un Si e i militanti si farebbero chiamare salvatori dell'Italia. Fantasie di un leader stanco e tradito? Può essere. Ma con il Cav, mai dire mai».

In un’intervista con Marco Cremonesi del Corriere Matteo Salvini lancia l’idea di un dialogo con Letta sul blocco dei licenziamenti.  

«Segretario, non è felice delle parole di Enrico Letta? «Ho trovato un volto vero in Salvini. Con lui ho rapporti franchi, sappiamo che rappresentiamo due Italie diverse ma tutti e due sappiamo che abbiamo una grande responsabilità». Non era scontato... «Beh, è lo spirito con cui io sono entrato nel governo Draghi. Probabilmente ha capito che andare avanti a insultare la Lega quotidianamente non è quello che serve all'Italia. Se la finiamo con Ius soli e felpe pro sbarchi, potremo dedicarci, anziché al litigio, al grande problema di questo momento: il lavoro». E con Letta su che cosa potreste confrontarvi? «Per esempio, sulla possibilità di prorogare il blocco dei licenziamenti. Noi siamo convinti che si possa fare». Non teme che il suo elettorato produttivo, non solo al Nord, possa essere decisamente contrario? «Io incontro domani il presidente di Confindustria e peraltro gli imprenditori li sento quotidianamente. Loro chiedono di poter tornare a lavorare a parità di condizioni con una concorrenza spesso straniera. Se lo Stato aiuta i lavoratori prolungando le casse integrazione e mette finalmente regole al commercio online e fa pagare le tasse ad Amazon, Google, e a tutte le altre multinazionali, credo che la possibilità di evitare i licenziamenti ci sia. In questi giorni ho sentito cose da matti...». Per esempio? «Ho fatto un incontro con i lavoratori dello spettacolo A lei pare normale che durante il Covid si siano dati milioni di euro a giganti come Disney o Warner? Milioni. A multinazionali miliardarie. Io credo che Draghi potrebbe intestarsi un provvedimento che metta regole più certe sulla concorrenza, avrebbe la forza per farlo anche con l'Europa. Sarebbe bello se l'Italia fosse il Paese che corregge la rotta di un'Europa fin qui forte con i deboli e debole con i forti».

IN ISRAELE UNITÀ NAZIONALE E STAFFETTA

Dall’estero la notizia è il nuovo Governo israeliano. Il concetto chiave è l’unità nazionale per un esecutivo che rilanci il Paese mettendo insieme destra e sinistra (con gli arabi in appoggio esterno). Per realizzarlo ci sarebbe un “patto” simile a quello che in Italia si chiamava “la staffetta”. Davide Frattini sul Corriere della Sera.

«Il segnale che possano farcela, che in sette-otto giorni il regno di Benjamin Netanyahu possa implodere, sta nelle parole del primo ministro al potere da dodici anni molto più che negli annunci dei suoi avversari. Ripete che entrare in un governo di sinistra per un politico di destra significa capitolare; avverte che senza di lui nessuno difenderà il Paese da Hamas o dall'Iran, che gli americani a Washington non rispetteranno Israele. Di fatto sa di avere fino alla settimana prossima per convincere i deputati più vicini alla sua ideologia, per fermarli prima che schiaccino il bottone verde e diano il loro consenso alla coalizione nascente. Quello che ha pigiato Bibi - com' è soprannominato - è il bottone del panico, spera ancora di portare il Paese alle quinte elezioni in 2 anni e mezzo, intanto resterebbe il capo del governo. Naftali Bennett - che ha lavorato per Netanyahu tra il 2006 e il 2008, due anni finiti male di cui non vogliono parlare - proclama l'opposto in diretta televisiva: farà tutto quello che è possibile per evitare il voto, ribadisce che in questo momento serve unità. Così l'alleanza mette insieme la destra nazionalista di Bennett, alla guida del partito dei coloni, e di Gideon Sa' ar, fuoriuscito dal Likud di Netanyahu; il centro rappresentato da Yair Lapid e Benny Gantz; la sinistra storica dei laburisti e di Meretz. Un patto cementato dall'obiettivo di rimuovere il primo ministro eletto per la prima volta nel 1996. «Dobbiamo lavorare come un gruppo - dice Bennett - per riportare Israele sulla sua strada naturale. Ci concentreremo su quello che può essere realizzato invece che litigare tutto il giorno sull'impossibile». L'accordo con Lapid, che porta in dote il maggior numero di seggi, prevede la rotazione: a Bennett va il primo turno da premier, Lapid sarebbe il vice e il ministro degli Esteri, dopo due anni arriverebbe lo scambio dei ruoli. Ammesso che il patto resista. La coalizione del «cambiamento» - come si autodefinisce - può contare per ora su 57 deputati dei 61 necessari alla maggioranza: sono sufficienti se i partiti arabi si astengono al voto di fiducia, la formazione islamista Ra' am sta addirittura valutando l'appoggio esterno, sarebbe la prima volta dal 1976 per un gruppo che rappresenta gli arabi israeliani, il 20 per cento della popolazione. Lapid, che ha ricevuto il mandato dal presidente, ha fino a dopodomani per presentarsi da Reuven Rivlin con la lista dei ministri e l'assicurazione di avere i numeri alla Knesset. In quello stesso giorno il Parlamento elegge il nuovo capo dello Stato, non sarà Rivlin ma il suo sostituto a partecipare alla cerimonia di insediamento - se succederà - del nuovo governo. Bennett, 49 anni, sarebbe il primo sionista religioso a guidarne uno nella Storia del Paese. Di origine americana, milionario dopo aver venduto la sua società di cyber sicurezza, capo dei coloni che non vive in una colonia, è entrato in politica ispirato da Netanyahu: come lui ha prestato il servizio militare nelle forze speciali, ha chiamato il figlio Yoni, in memoria del fratello maggiore del primo ministro in carica ucciso nel raid a Entebbe in Uganda, come lui non crede a un accordo con i palestinesi. Adesso Bibi accusa questo figlio ideologico di aver commesso «la frode del secolo».

LA VISITA DEL PREMIER LIBICO E LA SFIDA DEL MEDITERRANEO

Oggi a Roma ci sarà la visita del primo ministro libico Dbeibah. Per Giampiero Massolo su Repubblica sancisce l’inizio di una nuova fase.

«La visita del primo ministro libico Dbeibah oggi a Roma e poi a Parigi è importante. Avviene dopo il reset delle relazioni italo-francesi su Libia, Mediterraneo e Sahel scaturito dal colloquio tra i presidenti Draghi e Macron a margine del Consiglio Europeo della scorsa settimana. Sancisce, in qualche modo, l'avvio di una fase nuova: quella della consapevolezza di aver perso entrambi sul fronte libico (noi per eccesso di timidezza, i francesi per aver sbagliato alleato) e dell'impegno comune a contenere ulteriori danni. Stabilizzare il Mediterraneo centro-orientale (e la regione del Sahel appena più a sud) è una priorità evidente: ne va del controllo dei flussi migratori, del contrasto al terrorismo jihadista, della gestione delle rotte energetiche. Troppo per non lavorare con più sintonia tra europei, senza dimenticare il nostro interesse nazionale, e troppo soprattutto per lasciare l'impresa nelle mani solo dei turchi e dei russi. La crisi libica riassume in sé tutta la gamma dei conflitti regionali: le rivalità claniche, lo scontro sul futuro dell'Islam politico che divide la Turchia e parte delle monarchie sunnite, le ambizioni neoimperiali di Mosca e Ankara, le esigenze securitarie dell'Egitto, le contraddizioni americane. Il quadro politico libico stenta a ricomporsi: il governo unitario è costretto all'ordinaria amministrazione e poco può fare per imporsi in Cirenaica dove il generale Haftar è ancora forte; milizie e mercenari stranieri non disarmano; non è neppure chiaro, perché oggetto di contesa intralibica, se le elezioni previste per il 24 dicembre, sempre che si tengano, saranno solo legislative o anche presidenziali; la frammentazione delle forze politiche fa addirittura temere un ritorno di movimenti pro-gheddafiani che si starebbero ricompattando. A complicare ulteriormente la situazione per l'Europa vi è poi il fatto che Turchia e Russia, truppe e mercenari inclusi, sono venute per rimanere e sarà difficile evitare che si cristallizzino nei fatti, tra l'est e l'ovest libico, due zone d'influenza, con il sud desertico praticamente fuori controllo, in balia di flussi di ogni genere. I rischi, in termini geopolitici, di ondate migratorie, di sicurezza restano rilevanti. Che fare? Sarebbe interesse europeo, da un lato, cercare di contenere e bilanciare l'espansionismo turco e russo; dall'altro, far percepire alle parti libiche i vantaggi di una più ordinata transizione politica. La rinnovata intesa italo-francese (ove si consolidi) potrebbe intanto fare da perno, con il supporto tedesco, ad una nuova iniziativa politico-diplomatica tesa a riunire e responsabilizzare, possibilmente in un apposito gruppo di lavoro, gli attori esterni della crisi libica, a partire dall'auspicabile ricoinvolgimento degli Stati Uniti. Una forte iniziativa europea, poi, a sostegno della ripresa socio-economica e tecnologico-produttiva della Libia potrebbe aiutare a persuadere le parti libiche della convenienza dei "dividendi della pace"». 

L’ex ministro degli Interni Marco Minniti interviene sulla prima pagina del Foglio:

«Il Mediterraneo è diventato una delle aree più delicate, più divise, potenzialmente più conflittuali del pianeta: sempre meno "mare nostrum", sempre più esposto ad altri protagonismi.  (…) L'Italia può vincere la sfida dell'immigrazione solo investendo su un cambio di strategia: costruire legalità, combattere l'illegalità. Per farlo occorrono scelte drastiche e nuove consapevolezze nella battaglia geopolitica con Turchia e Russia. Manifesto per una svolta In questi mesi si è definitivamente dissolta un'illusione ottica: quella che ci presentava il Mediterraneo come un quadrante secondario degli assetti del mondo. Del quale ci si potesse disinteressare a livello globale. Il richiamo della realtà è stato durissimo: se tu non ti occupi del Mediterraneo è il Mediterraneo che si occupa di te. Riproponendo una straordinaria e nuova centralità, e rendendo giustizia alla visione che Fernand Braudel avanzava nel 1949 contro la teoria delle corti cinquecentesche che consideravano quel mare come interno e chiuso. Braudel si riferiva a Filippo II di Spagna, ma intuiva come il Mediterraneo fosse l'attore principale di una nuova civilizzazione, di una vicenda mondiale. Oggi il tema si ripropone. Mai come adesso, in tempi recenti, il Mediterraneo è strategico: perché nel Mediterraneo sono avvenuti cambiamenti politici epocali che solo pochi anni fa erano inimmaginabili. I cambiamenti hanno due nomi: Turchia e Russia. Entrambe portano a compimento sogni imperiali antichi. La presenza attiva nel Mediterraneo è sempre stata un elemento costitutivo della Russia, con gli zar prima, poi in era sovietica, infine con Putin. Con la piccola differenza che Putin ce l'ha fatta: ieri in Siria, oggi in Cirenaica. Realizzando così quel vecchio sogno, più in continuità con l'impero zarista che non con l'Urss e il Kgb. L'altro è il sogno dell'impero ottomano. Il 16 maggio 1916 venne firmato il mai amato trattato Sykes-Picot, la spartizione tra Francia e Regno Unito delle spoglie dei territori ottomani attuata con i confini tracciati con il righello, che tanti conflitti e dolore hanno inflitto al Mediterraneo. Quando si vedono confini troppo dritti c'è dietro un elemento antistorico: la storia, e il sangue, segnano confini assai frastagliati. Parafrasando l'incipit dell'Iliade, "infiniti lutti addusse agli Achei"; quel trattato fu uno dei più clamorosi errori della storia. Dopo 105 anni la Turchia compie la sua nemesi e torna protagonista centrale nel Mediterraneo. Che di conseguenza diviene una delle aree più delicate, più divise, potenzialmente più conflittuali del pianeta. Un Mediterraneo sempre meno "mare nostrum", sempre più esposto ad altri protagonismi».

IL PRETE SOCIAL CHE FEDEZ HA BANNATO

Maria Sorbi sul Giornale traccia il profilo di don Alberto Ravagnani. Ravagnani è un giovane prete, insegnante di religione, che è diventato popolare sui social, parlando in modo semplice ed essenziale del Cristianesimo.

«Don Alberto Ravagnani, insegnante di religione al liceo scientifico Tosi e vicario alla parrocchia di San Michele a Busto Arsizio (Varese), con tutta la freschezza dei suoi 28 anni, si è prefissato una missione: svecchiare la Chiesa e contemporaneamente riempire i social di riflessioni che spesso mancano. Ad esempio con Doncast, l'oratorio on line, e con una catechesi frizzante che dai video «stile Iene» arriva dritta al cuore dei giovani, provocandoli con riflessioni vicine al loro mondo e abbandonando (finalmente) quel linguaggio «da sermone» che non attacca più con un 17enne. E anche se un po' di fama la deve all'incontro-scontro virtuale con Fedez, a fermarlo non sarà certo la scelta del rapper, che l'ha recentemente bannato dai suoi contatti. Ma cosa è successo con Fedez? «Tra me e Fedez c'è stato un rapporto sempre e solo virtuale e poi si è interrotto: lui ha deciso di bloccarmi su Instagram. Mi è dispiaciuto, soprattutto a fronte di una storia di relazioni tutto sommato cordiali. Perché significa che pubblicamente non possiamo più avere un dialogo. Quindi ho voluto esprimere lo sgomento rispetto a questa sua decisione: sicuramente libera ma deve essere responsabile, cioè spiegata». Come mai l'ha bloccata? «Dice che gli mandavo troppi messaggi e lo asciugavo. Ma l'ultimo messaggio che gli ho scritto risaliva a un mese prima dal blocco. La reale motivazione non l'ha mai detta. Sarebbe interessante aprire un canale pubblico di comunicazione, che non vuol dire che ci dobbiamo sentire tutti i giorni. Nel confronto tra noi due, nonostante la diversità di visioni, sono venuti fuori tanti spunti di riflessione. I nostri due mondi sono venuti a contatto ed è bello che i follower di Fedez abbiano potuto rivedere la propria visione di Chiesa mettendosi a confronto vivo con la voce di un esponente che può motivare scelte che magari, per principio, vengono escluse da altri ma che magari dopo le contestualizzazioni del caso possono essere accettate. Prima di criticare qualcuno o qualcosa, è necessario quantomeno conoscerlo, poi provare a comprenderlo». Tra i suoi video su YouTube ce n'è uno molto bello in cui parla della povertà di linguaggio: se una persona non conosce le parole non riesce a esprimere la complessità dei sentimenti. Effetto collaterale dei social? «Senza avere le parole, si semplifica un sentimento e si tagliano le gambe alle persone. Ad esempio: muovere una critica al ddl Zan o argomentare l'omosessualità problematizzando, non significa essere omofobi. La parola omofobia è una semplificazione che riduce la complessità della realtà e non porta da nessuna parte. È importante avere delle parole che invece descrivano adeguatamente la complessità della realtà ed è importante avere contesti in cui le parole possono essere scambiate per raccontare fino in fondo cosa sta capitando nel mondo». Quali sono le parole che mancano? «Alcune parole vengono strumentalizzate e fraintese. La parola più fraintesa è libertà. Si dice: la mia libertà finisce dove inizia la tua. Ma è falso. Noi non siamo delle isole, io non mi posso definire solo a partire da me e dalle mie scelte, inevitabilmente devo concepirmi a partire dagli altri. La mia libertà si incrocia con la tua. A volte le pesta i piedi, a volte diventa occasione per fare qualcosa insieme. Non è: faccio quello che voglio ma è tenere conto degli altri. Quella più autentica deve essere responsabile. Invece le battaglie per la libertà a volte sono prevaricazione».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.