Un voto super partes

12 milioni di italiani alle urne. Veleni e polemiche alla fine di una campagna per i sindaci, vuota di contenuti e moscia nei candidati. La chance Calenda a Roma. Scholz guiderà il governo tedesco

Oggi si vota in due terzi dei Comuni italiani. Si sarebbe dovuto discutere (e decidere) su come devono cambiare le città, dopo la crisi della pandemia. Le case, gli uffici, i negozi, i trasporti. O della gestione dei rifiuti e dell’energia, vero incubo della società dei consumi. Avremmo dovuto sentire proposte alternative per scegliere i sindaci. Invece la campagna elettorale è stata insieme svogliata e distante e alla fine nevrotica e ricca di scandali. Un’inchiesta penale su un dirigente della Lega, la sentenza durissima e inaspettata sulla testa di un sindaco simbolo della sinistra e infine un’inchiesta giornalistica sul mondo di Fratelli d’Italia e della destra nostalgica sono diventati i veleni della vigilia.

Personalmente stento a pensare che si possa votare sulla base di una bufera giudiziaria che riguarda un comportamento privato. O anche sul fatto che alcuni elettori del partito della Meloni non abbiano fatto i conti col passato fascista. Così come il populismo di sinistra alla De Magistris va punito nelle urne, ma non certo sulla base di una sentenza giudiziaria a 13 anni di carcere, sproporzionata e incomprensibile. Tutta la vicenda della pandemia ha posto un criterio molto più radicale e urgente perché legato all’oggi: semmai a mio parere non si devono votare partiti e formazioni che sono stato pericolosamente ambigui sui No Vax, a destra e a sinistra. Come dice giustamente il giudice Nordio al Giornale stamattina: peserà di più lo scetticismo sul Green pass che il video del saluto romano. Quando Silvio Berlusconi dice, a proposito della possibilità di governare di Meloni e Salvini, “non scherziamo”, non si riferisce certo al caso Morisi o al “barone nero”. Ma alla capacità e alla responsabilità di governare in tempo di crisi, rifuggendo da populismi e da tentazioni estremistiche.   

Gli scandali sotto elezioni suscitano poi sempre il sospetto di essere “manovre”. Oggi La Verità pubblica un articolone di Giacomo Amadori e Fabio Amendolara in cui si racconta tutto di uno dei due escort romeni del caso Morisi, che avrebbe già ripreso “l’attività”: “Se paghi arrivo”. Trovate l’articolo nei pdf. Che ha aspetti inquietanti. Tuttavia ci sono scelte positive che possiamo fare nei seggi oggi. A Roma Carlo Calenda rappresenta una novità super partes, che potrebbe dare un grande segnale ai partiti di destra e di sinistra. Rappresentando concretezza e competenza, contro i populismi e gli autoritarismi. Ma non è l’unico candidato che ha mostrato di essere orientato dalle esigenze e dai problemi della gente, invece che dagli schemi di potere dei partiti. Tireremo una riga domani sera e vedremo com’è finita.

Dall’estero arrivano buone notizie dalla Germania, dove Scholz è sicuro di formare un nuovo governo, in parte in continuità con la Merkel, ma con una maggiore accentuazione a sinistra, per noi italiani fondamentale per la conferma della linea europea del Recovery. Drammatiche le notizie dal Libano: la bancarotta e il mercato nero hanno distrutto la classe media. L’emergenza ambientale, dopo il corteo studentesco guidato da Greta a Milano, ha visto la conclusione della Pre-Cop26 con la partecipazione di leader e governi. Si è andati oltre il bla bla bla? Per ora non pare proprio, nonostante quello che dice il ministro Cingolani al Corriere. Non ci sono impegni, ma buone intenzioni. Il Papa ha ricordato ai giovani riuniti ad Assisi: la vostra generazione deve salvare il pianeta.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera è descrittivo nel giorno della chiamata alle urne per 12 milioni di italiani: Città al voto, sfida sui sindaci. La Repubblica spinge ad andare al seggio: Le città al voto decideranno gli incerti. La Stampa annota: Città al voto tra i veleni, l’incognita è l’affluenza. Libero attacca gli scandali a orologeria degli ultimi giorni: Nelle urne la sinistra gioca sempre sporco. Il Giornale invita a: Un voto anti-fango. Dall’altra parte dello schieramento Il Domani in polemica coi nostalgici: Il “barone nero” smentisce Giorgia Meloni e attacca Domani. Il Fatto fa le pagelle e indica i cattivi: Votiamo perché non vincano i peggiori. Quotidiano Nazionale ricorda l’oggetto del voto, che è poi il governo delle città: Alle urne per i sindaci della ripartenza. Il Manifesto la vede dura: Giungle metropolitane. Il Mattino prova a sottolineare i contenuti della sfida locale: «Più trasporti e sviluppo la Napoli che vogliamo». Il Messaggero: L’Italia al voto per i sindaci. Il Sole 24 Ore resta sui temi economici e scova le promesse del Governo sulle tasse, contenute nella Nadef: Cartelle, 7,2 miliardi al Fisco nel 2021. Lettere anti evasione, 2,5 milioni nel 2022. Avvenire esalta il messaggio di papa Francesco ai giovani sul futuro del pianeta: «Salvateci, salviamoci».

COME SI VOTA, I CONSIGLI DEI GIORNALI

Più o meno dichiarate, le simpatie politiche dei giornali si traducono in commenti dei direttori in prima pagina. Chi sono i peggiori, quelli da non votare, ad esempio per il Fatto? Ecco i cattivi sulla lavagna di Travaglio: Forza Italia, Calenda, Italia Viva, la Lega di Giorgetti… Mentre i buoni sono i 5 Stelle guidati dall’amato Conte, ma anche il Pd quando è alleato dei grillini e persino i Fratelli d’Italia della Meloni oggetto di un complotto “per tagliare le ali” in favore dell’odiato Draghi. Scrive Travaglio:

«Se fossimo un Paese normale, tratteremmo le elezioni amministrative per quello che sono: lo strumento per scegliere i sindaci e i presidenti di regione. E, in subordine, un test parziale sulla salute dei partiti. Ma siamo in Italia, dunque domani tutti gli aruspici ci spiegheranno chi ha vinto fra Draghi, Meloni, Salvini, Letta, Conte, B., Giorgetti ecc. (nessuno dei quali è candidato). Fare previsioni o dare indicazioni di voto è inutile, visto che l'alleanza di centrosinistra compare e scompare a seconda delle città e quella di centrodestra sulla carta è dappertutto, ma è pura finzione, visti i pessimi rapporti fra partiti sedicenti alleati e anche al loro interno. In generale, sappiamo che il nuovo centrosinistra 5Stelle-Pd governa molto meglio delle destre; che le sindache M5S , Appendino a Torino e Raggi a Roma, han fatto molto meglio di chi le ha precedute; e che i candidati del Pd non sono tutti uguali. Sala a Milano e Lo Russo a Torino sono pressoché indistinguibili dal centrodestra, infatti nelle due metropoli del Nord destra e sinistra han sempre fatto affari insieme chiunque le governasse e continueranno a farli chiunque le governerà. Tutt' altro discorso per il pd Lepore a Bologna e il contiano Manfredi a Napoli, che non si limitano a sommare i voti di Pd e M5S , ma sono figli di un progetto comune e meritano fiducia, così come la ricercatrice Amalia Bruni in Calabria (la presenza al suo fianco di certi revenant del vecchio apparato Pd sarebbe insopportabile se dall'altra non ci fosse una delle destre più indecenti mai viste). Ma da lunedì le amministrative verranno lette con gli occhiali deformanti del progetto Draghi Forever: quello del Partito degli Affari che, dopo il Conticidio, vuol imbalsamare SuperMario a Palazzo Chigi anche per la prossima legislatura tagliando le ali (FdI e M5S ) e accroccando un orrendo centrone formato da Lega giorgettiana, FI , Pd de-lettizzato e ri-renzizzato e centrini vari. Dunque si augura quanto segue: Meloni indebolita; Conte fallito come nuovo capo 5S ; Salvini bocciato e subito dopo sfiduciato o commissariato da Giorgetti, Zaia&C.; Pd più forte dove corre da solo e più debole dove si allea col M5S ; buoni risultati per FI e Calenda (l'Innominabile non lo nominano più nemmeno gli amici). Noi, che aborriamo questo ennesimo golpe bianco alle spalle degli elettori, ci auguriamo l'esatto opposto. E almeno un appello al voto ci sentiamo di farlo: chiunque fosse tentato di astenersi perché convinto che il suo voto non serva, ci ripensi e vada a votare. È il miglior modo per far capire a lorsignori che il prossimo governo vogliamo deciderlo noi e che, per deciderlo loro al posto nostro, dovranno passare sui nostri cadaveri».

Per Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, il nemico è il populismo dei 5 Stelle ma anche quello dell’estremismo di Fratelli d’Italia, espressione di principi contrari alla Repubblica italiana.  

«Nelle elezioni amministrative che si svolgono in Italia il 3 e 4 ottobre domina il tema dell'indebolimento delle forze politiche - tanto tradizionali che populiste - ma dietro tale tendenza nazionale si affacciano delle significative novità a livello locale che potrebbero avere conseguenze. L'indebolimento di partiti e movimenti è sotto gli occhi di tutti: il centrodestra si è lacerato sulla scelta dei candidati di Roma e Milano svelando seri conflitti personali e politici fra i suoi maggiori leader nonché legami - nel caso specifico di Fratelli d'Italia - con un estremismo contrario ai principi fondatori dell'Italia repubblicana; il Movimento Cinquestelle è una copia sbiadita della forza anti-sistema che cinque anni fa conquistò Roma e Torino, ridotta a battersi per non essere del tutto cancellata dal territorio; il centrosinistra può ambire ai risultati migliori nelle urne ma non è riuscito a presentare i suoi candidati come l'espressione di un unico progetto coerente di ricostruzione del Paese intero. Tenuto presente questo quadro di insieme, Repubblica è entrata nell'ultimo mese sul territorio delle maggiori città contese - Napoli, Roma, Torino, Bologna e Milano - grazie a sondaggi locali, conversazioni digitali con i lettori e dibattiti con i candidati che hanno fatto venire alla luce alcune significative novità. A Napoli la fine del decennio del sindaco Luigi de Magistris innesca una grande vivacità politica, con idee, volti e iniziative che descrivono la volontà - soprattutto da parte di giovani e donne - di rinascere e ricominciare. Il populismo e l'ideologia di De Magistris hanno causato tanti e tali danni da generare una palpabile voglia di riscatto cittadino che ogni candidato sindaco a suo modo esprime anche se nessuno sembra in grado di insidiare Gaetano Manfredi. Se Napoli è l'immagine nitida del fallimento del populismo come governo metropolitano, a Roma ciò che colpisce è l'incertezza di una sfida dovuta ad un numero di indecisi senza precedenti, frutto di due fallimenti: quello di Virginia Raggi nel risollevare la qualità della vita dei cittadini e quello del centrodestra nell'indicare un candidato capace di raccogliere i voti centristi, cattolici e moderati. Ciò significa che nella capitale gli unici ad aver deciso come votare sono gli elettori del Pd - riuniti attorno a Roberto Gualtieri - e la destra più estrema che si riconosce in Enrico Michetti. Da qui la novità di Carlo Calenda, un candidato che viene dal centrosinistra ma ha chiuso la campagna riempendo Piazza del Popolo con molti elettori di centrodestra in cerca di alternative moderate a Gualtieri. È una dinamica nuova che nasce dagli errori di Salvini e Meloni commessi con la scelta non solo di Michetti a Roma ma anche di Luca Bernardo a Milano: il risultato è rendere i voti del centrodestra vulnerabili non solo al corteggiamento capitolino di Calenda ma anche all'offensiva meneghina dell'anomala grillina Layla Pavone e dell'ultra-populista Gianluigi Paragone. La frantumazione degli sfidanti è tale da far sperare a Beppe Sala una riconferma a Palazzo Marino sin dal primo turno mentre Torino si prepara al ballottaggio più incerto fra il centrodestra di Paolo Damilano e il centrosinistra di Stefano Lo Russo, entrambi volti credibili di una sfida mozzafiato che ha in palio i voti che nel 2016 premiarono a sorpresa la grillina Chiara Appendino. Chiunque prevarrà sotto la Mole, è già evidente la sconfitta di un Movimento che non solo ha mancato la promessa di risollevare le periferie ma ha penalizzato Torino rinunciando a candidarsi ai Giochi invernali e cedendo alle sirene No-Tav. Ultima, ma non per importanza, Bologna dove Matteo Lepore guarda con fiducia al risultato già del primo turno, forte di una vasta coalizione democratica e progressista, da Italia Viva alle Sardine, che somma l'eredità di una buona amministrazione alla sfida su ambiente, diritti ed innovazione. Il modello-Lepore offre non solo al Pd ma a tutto il centrosinistra un esempio di valore su come sfruttare la ricostruzione per recuperare i voti fuggiti in passato verso grillini ed attirare ora quelli moderati. Ecco perché la campagna elettorale per le amministrative ci consegna la fotografia di importanti cambiamenti in atto sul territorio: il desiderio di liberarsi in fretta del populismo a Napoli e Torino, la vulnerabilità del centrodestra a Roma e Milano, la possibilità di rigenerare il centrosinistra a Bologna».

Alessandro Sallusti su Libero è schematico: votate il centro destra. Nelle città che contano, si parte da un 5 a zero per la sinistra, dunque non si ha nulla da perdere.   

«Se fosse per i Cinque Stelle e per la sinistra oggi avremmo ancora premier Giuseppe Conte, Arcuri sarebbe commissario per il Covid, la Azzolina governerebbe sulla scuola e Toninelli avrebbe voce in capitolo. Poi, per fortuna, Renzi ha avuto un guizzo, Berlusconi e Salvini lo hanno assecondato e dal cilindro è uscito Mario Draghi, Pd e grillini hanno fatto buon viso a cattiva sorte e l'Italia si è rimessa in marcia. Oggi c'è l'occasione di fare ripartire città che in mano alla sinistra e ai grillini sono ferme, paralizzate da quel vento giustizialista che soffiò cinque anni fa e che aveva fatto credere ai romani e ai torinesi che la competenza e l'esperienza in politica fossero degli optional, al punto da consegnare le chiavi delle città a due ragazzine presuntuose e arroganti di nome Raggi e Appendino e il disastro fu servito. Ai milanesi andò meglio, Beppe Sala non era certo l'ultimo arrivato, ma un conto è organizzare da manager l'Esposizione Universale, altro è dare un indirizzo politico allo sviluppo della città. E qui mister Expo è rimasto irretito dalla demagogia di quella sinistra radicale che gli ha assicurato i voti necessari per governare: porte aperte agli immigrati clandestini, strizzate d'occhio ai centri sociali, via libera all'ambientalismo della decrescita felice con piste ciclabili che uccidono il commercio e strozzano la mobilità. Oggi c'è la possibilità di ribaltare la situazione. Impresa difficile, ma vale la pena di provarci. Ricordiamoci una cosa importante. Impedire ai candidati della sinistra di vincere al primo turno li costringerà a chiedere aiuto al ballottaggio ai grillini, il che invece che rafforzarli li indebolirà perché i due elettorati non si amano per nulla. Le aggressioni mediatiche e giudiziarie al centrodestra degli ultimi giorni sono la prova che a sinistra hanno paura. Quando si arriva a evocare, come ha fatto ieri Enrico Letta, lo spettro del nazismo significa che si teme la democrazia delle urne. Andiamo a votare e giochiamoci questa partita, nelle grandi città - Milano, Roma, Torino, Napoli e Bologna - si parte da un cinque a zero per loro del 2016. Non abbiamo nulla da perdere, solo da guadagnarci».

Su Quotidiano Nazionale si cerca di ragionare sul voto, con un’intervista al politologo Alessandro Campi. Di Antonella Coppari.

«Un'occasione persa. Alessandro Campi, docente di scienza della politica all'Università di Perugia, è deluso dai candidati in campo in queste elezioni amministrative. «Avremmo avuto bisogno di sindaci visionari, in grado di interpretare il cambiamento post Covid». In che senso? «La pandemia ha reso gli spazi urbani obsoleti. Bisogna ripensare i luoghi di lavoro, le scuole e le università, le aree verdi, i trasporti. Quello che c'era prima non funziona più: ci sono occasioni di intervento straordinarie. È questa la scommessa in tutto il mondo. Sono state buttate in pista persone che non hanno detto nulla su questo versante. Forse Sala, a Milano, è stata l'unica eccezione. Al contrario, avremmo avuto bisogno di figure in grado di interpretare il cambiamento facendo proposte ardite. Dei visionari». È sbagliato pensare che torni la stagione dei sindaci d'Italia? «Sì. Per essere il primo voto nazionale dopo la pandemia, che riguardava le grandi aree urbane del Paese, il dibattito politico è stato di una povertà sconsolante. Come se gli ultimi due anni non fossero mai esistiti. Invece di discutere di quello che bisogna fare in concreto a Roma, a Milano, a Bologna, a Torino e a Napoli si è parlato delle solite robe generiche, dalla sicurezza alla immigrazione. È stata una carenza trasversale, particolarmente pronunciata in casa del centrodestra». Può influire sul voto? «Interpreto il disagio di molti, è plausibile che l'astensionismo aumenti. È possibile cioè che la gente non vada a votare perché i candidati non riescono a dare una risposta alle richieste di cambiamento che il post pandemia esige. Poi magari andrà diversamente: l'Italia è un Paese strano, lo spirito partigiano prevale su tutto e può anche darsi che le polemiche di questi giorni spingano gli elettori di destra a mobilitarsi contro attacchi che ritengono strumentali, e quelli di sinistra a fare altrettanto per evitare la vittoria della destra». Qual è la vera posta in gioco? «Riguarda i partiti. Sul governo non ci saranno riverberi».

INCHIESTE E VELENI PRIMA DEL VOTO

A proposito di scandali e polemiche. Queste elezioni amministrative, come notava Campi, sono state molto poco sul merito. Una campagna elettorale turbata da un’inchieste penale (su un esponente della Lega), da una durissima sentenza contro un candidato simbolo della sinistra e un’inchiesta giornalistica su Fratelli d’Italia. Chiara Giannini sul Giornale torna sul caso Morisi e sull’ipotesi di una “manina” che ha pilotato il caso.

«Come fa il quotidiano la Repubblica a sapere che «Luca Morisi o comunque persone che parlavano a suo nome nei giorni seguenti al 14 (agosto, ndr) hanno preso contatto con tre persone al ministero dell'Interno»? E chi ha detto ai giornalisti che «la sollecitazione era sempre la stessa: gestire la pratica col massimo riserbo, evitare la fuga di notizie»? Forse qualche leghista ha ragione ad asserire che nella vicenda che riguarda l'ex spin doctor di Matteo Salvini c'è l'ombra della manina del Viminale. Sia chiaro, nessun nome è stato fatto, ma gli attacchi del leader della Lega all'attuale ministro dell'Interno Luciana Lamorgese per certi ambienti erano qualcosa che andava fermato. E allora cosa c'è di meglio che andare a colpire le persone più vicine al segretario del partito del Carroccio, studiandone i movimenti, le abitudini, pure sessuali e quindi colpirlo a 5 giorni dalle elezioni amministrative? Le notizie su Morisi, guarda caso, arrivano tutte proprio a Repubblica e al Corriere della sera, giornali molto vicini al Viminale. Il primo quotidiano parla delle telefonate dell'ex social media manager, il secondo è bene informato su quanto accadde quella notte, spiega che «il pomeriggio del 14 agosto Morisi lo passò in caserma», che «non fece il nome del pusher e alla fine rifiutò di firmare il verbale». Con l'attenzione mediatica che c'è sulla vicenda, con l'assicurazione della procuratrice di Verona Angela Barbaglio sul fatto che nessuna fuga di notizie è avvenuta dagli ambienti della magistratura e con la certezza che neanche i carabinieri hanno fatto trapelare notizie, c'è da chiedersi come il quotidiano continui a poter avere così tanti dettagli. È ovvio che c'è un corvo, qualcuno che, forse in ambienti che già tenevano d'occhio la vita di Morisi, sa bene come sono andate le cose e le spiffera ai giornali «amici» col solo intento di colpire la Lega in periodo di elezioni. La cosa che sorprende ancora di più è che nonostante le contraddizioni nel racconto di Petre, uno dei due presunti escort romeni che accusa l'ex social media manager di avergli passato quella bottiglietta contenente liquido trasparente, i giornali continuino a indagare sulla vita privata di Morisi. Ormai siamo ai livelli di voyeurismo da Grande Fratello, con le telecamere puntate sui gusti sessuali e sui vizi di una persona più che sugli eventuali reati commessi. Che poi c'è da dire: che sarà se fosse dimostrato che lo stesso era solo un consumatore di cocaina e non uno spacciatore? I processi mediatici messi in atto da qualche giornale gli avrebbero affibbiato un marchio difficile da togliere. La questione toglierà voti alla Lega? È da dubitarne fortemente, visto che la maggior parte degli italiani sui social parla di «accanimento» nei confronti di una persona. Se Morisi fosse stato uno qualsiasi sarebbe stato classificato come un consumatore di stupefacenti, uno tra i tanti e la storia sarebbe finita lì. Ma questo è il Paese che rende vittima un Mimmo Lucano condannato a oltre 13 anni di carcere. Morisi ha un'unica colpa: era vicino a Salvini e al centrodestra».

Poi c’è il caso sollevato dall’inchiesta video di Fanpage. Che ha plasticamente illustrato pratiche quantomeno spregiudicate. E che ha portato all’autosospensione dell’europarlamentare di Fdi Fidanza. Il “barone nero” Jonghi Lavarini lancia un messaggio ai leader del centro destra: non fate finta di non conoscermi. Il punto di Giampiero Rossi sul Corriere.

«Il giorno dopo la bufera è anche il giorno prima del voto. Così i buoni motivi per evitare di rispondere alle domande che suggeriscono le immagini dell'inchiesta di Fanpage sono almeno due: il silenzio elettorale (imposto dalla legge) e la prudenza giudiziaria (raccomandata dai rispettivi avvocati). Così i tre protagonisti principali del videoracconto del giornalista travestito da imprenditore che per tre anni ha frequentato alcune figure della destra milanese, almeno per il momento, non forniscono una loro interpretazione autentica di frasi e dialoghi che spalancano la strada a pesanti dubbi politici e a un'iniziativa della magistratura e della Guardia di finanza milanese per fare luce su presunti canali illeciti di finanziamento della campagna elettorale. Tace Carlo Fidanza, eurodeputato e punto di riferimento importante di Fratelli d'Italia a Bruxelles, a Milano e a Roma. Non risponde Chiara Valcepina, la candidata per un posto da consigliere comunale a Milano attorno a cui gravita il gruppo avvicinato dal falso imprenditore. Dice di non poter parlare, ma fa partire una raffica di comunicati e messaggi (anche trasversali), Roberto Jonghi Lavarini, detto «il Barone nero», che nelle immagini appare molto attivo accanto a Fidanza nella campagna a sostegno dell'avvocato Valcepina. «Sono assolutamente indipendente e apartitico ma nessuno faccia finta di non conoscermi o, peggio, si permetta di offendere gratuitamente me e la comunità di veri patrioti che rappresento», posta su Instagram, accanto alle foto che lo ritraggono con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E così sembra voler replicare a chi, come Ignazio La Russa, lo ha liquidato come «macchietta». Perché, aggiunge Jonghi Lavarini, «il 5% di voti della destra radicale fa gola a tutti ed è indispensabile per vincere». Quindi fa sapere: «Stiamo raccogliendo il lungo elenco di chi sarà denunciato per diffamazione aggravata a mezzo stampa e minacce sui social». A prendere le distanze, tuttavia, è anche Mery Azman, la candidata nel Municipio 3 a Milano che nel video di Fanpage viene indicata come «la candidata ebrea» perché vicina alla comunità: «Almeno in mia presenza, nonostante il clima scherzoso e poco politico, non vi è stato alcun atteggiamento apologetico né tantomeno razzistico - precisa a proposito di un'iniziativa elettorale alla quale ha partecipato - e gli esponenti di FdI presenti hanno semmai, parlando tra loro, preso le distanze da idee e comportamenti di Jonghi Lavarini descritto come un personaggio da non prendere mai sul serio e lontano da FdI». In effetti il «Barone nero» era stato già espulso da An, ricorda sempre La Russa, e successivamente aveva rotto polemicamente con Fratelli d'Italia, un partito troppo moderato e «centrista» per lui, salvo poi apparire come candidato alla Camera nel 2018, ma «come indipendente». Nel 2020 ha rimediato una condanna a due anni per apologia del fascismo per aver scandito in televisione le sue idee a dir poco nostalgiche del ventennio: «Il fascismo è stata una splendida epoca», «un goccino di olio di ricino è digestivo», «l'unico errore vero di Mussolini è che è stato troppo buono». Intanto Massimiliano Bastoni, consigliere comunale e regionale della Lega vicino agli ambienti della destra radicale milanese, rivela che il giornalista «spacciandosi per lobbista, ha avvicinato anche me promettendo finanziamenti illeciti per la mia campagna elettorale ma gli ho risposto che faccio tutto in regola e che non vendo i miei ideali. Ho registrato tutte le conversazioni e sono a disposizione della Procura».

Il rapporto col passato fascista potrebbe essere uno dei motivi della mancata affidabilità di Giorgia Meloni. Lo pensa lo storico Franco Cardini, intervistato da Concetto Vecchio di Repubblica.

«Professor Franco Cardini, lei ha molta stima di Giorgia Meloni. «Confermo». Voterebbe per Fratelli d'Italia? «Allo stato attuale delle cose assolutamente no». Perché? «Giorgia è bravissima, ma la sua classe dirigente e il suo staff sono, salvo eccezioni, poco affidabili. Diciamolo pure: è sprecata in quel partito!». Un leader di valore non dovrebbe scegliere gli uomini migliori? «È equilibrata, il suo linguaggio è all'altezza delle situazioni, studia i dossier, non come certi cialtroni che vanno in giro con il rosario di Lourdes. Purtroppo pesa sul suo partito un ben noto peccato originale». Si riferisce all'eredità neofascista? «Sì, e ritengo che non sia stata né sufficientemente elaborata, né criticamente affrontata». L'inchiesta di Milano sembra avvalorarlo. «Temo che non possa diventare premier. All'indomani della sua vittoria alle politiche comparirebbe subito una svastica sulla sinagoga di Roma, l'Anpi e i centri sociali insorgerebbero, e a quel punto sarebbe costretta a fare un passo indietro. Giorgia mi ha scritto una mail per dirmi che però sottovaluto il suo partito». Cosa ha risposto? «Per il momento non vedo motivi che lo rendano particolarmente affidabile». Cosa pensa di quel che sta venendo fuori dall'inchiesta di Fanpage? «Non ho visto il video, ma mi dicono che l'eurodeputato Fidanza è tutt' altro che uno sprovveduto. Il retroterra che rivela è piuttosto melmoso, del resto quel tipo di cultura è abbastanza diffusa in Fratelli d'Italia». Non è preoccupante per un partito che vuole andare al governo esaltare il saluto romano? «Sì, ma sono episodi avvenuti in un ambiente chiuso: sono un segno di aggregazione». Non è troppo morbido con chi ha nostalgia del Ventennio? «Non sono affatto morbido. Ma trovo quei gesti suscettibili di storicizzazione e in quel contesto rappresentano un riconoscimento di fratellanza. Vorrei capire cosa significhino criticamente». Cosa pensa di Roberto Jonghi Lavarini, il Barone nero? «Con quel nome da lavatrice se lui è nobile io sono il re di Spagna». Può un partito annoverare simili esponenti? «Penso che se davvero dovesse andare al potere dovrebbe operare una scelta molto rigorosa: non so in che misura le sarà possibile». Il Barone nero è stato condannato per apologia del fascismo. Non è grave? «Temo che codesto signore non supererebbe un esame di primo corso sulla storia del fascismo». Lei è stato missino? «Sono stato iscritto al Msi dal 1953, avevo tredici anni, fino al 1965. Me ne andai per amore di Fidel Castro. E qualche saluto romano l'ho fatto pure io e viste le circostanze non me ne pento». Poi è cambiato? «Sono sempre stato uno sfasciacarrozze. Un reazionario rivoluzionario. Ma il Msi rispetto a Fratelli d'Italia era l'accademia». Che destra rivela la vicenda di Milano? «Oggi i neofascisti sono netta minoranza in Fratelli d'Italia. Mi riferisco soprattutto agli elettori. I più sono ceto medio, operai e sottoproletari, gente che chiede a Meloni protezione: dall'invadenza della Ue, dalle tasse del governo e dalla globalizzazione». Perché allora Fratelli d'Italia fatica a dirsi antifascista? «Sul fascismo storico i pareri in Italia sono molto vari. Resta il fatto che è un problema politico: i problemi politici non si affrontano mai con un giudizio assoluto, negativo o positivo che sia. Servono memoria, informazione, senso critico».

TERZA DOSE CON L’ANTINFLUENZALE. PER FAUCI “40 VOLTE” PIÙ PROTETTI

Veniamo alla pandemia. Non si è ancora raggiunto l’obiettivo dell’80 per cento di vaccinati con due dosi. Ma, stamattina alle 6, siamo arrivati al 79 per cento, e l’obiettivo di Figliuolo è raggiungere l’85 entro fine mese. Intanto già 93 mila persone, pari al 10 per cento degli over 12, hanno avuto la terza dose. Dal Ministero ieri è arrivato l'ok alla somministrazione del richiamo, concomitante con la profilassi antinfluenzale per i più fragili. Il virologo Usa Fauci sostiene che con la terza dose si è protetti 40 volte di più. Enrico Negrotti per Avvenire.

«Mentre nel mondo vengono superati i 5 milioni di morti, secondo un calcolo dell'agenzia Reuters, in Italia è stato deciso che sarà possibile somministrare una dose di vaccino contro il Sars-CoV-2 in concomitanza con la vaccinazione antinfluenzale. Lo ha stabilito una circolare del ministero della Salute diffusa ieri. E mentre la campagna vaccinale anti Covid è prossima a quell'80% di immunizzati tra gli over 12 posto come obiettivo dal commissario all'emergenza, il generale Francesco Figliuolo, gli esperti alzano l'asticella, ponendo l'immunità di gruppo con l'90% dei vaccinati. Si discute anche del valore della terza dose: l'immunologo statunitense Anthony Fauci ha segnalato che ha migliorato la protezione dalle 23 alle 44 volte, a seconda della variante di Sars-CoV-2 considerata. Alcune categorie di persone potrebbero essere presto interessati sia dalla vaccinazione antinfluenzale stagionale - raccomandata in particolare per la popolazione over60 e per alcuni soggetti a rischio per patologie specifiche - sia da quella contro il Covid-19, per la terza dose (perché over 80 o fragili) o perché soggetti over 60 non ancora immunizzati. «Sarà possibile programmare la somministrazione dei due vaccini nella medesima seduta vaccinale», spiega la nota congiunta, firmata da Giovanni Rezza (direttore generale della Prevenzione al ministero della Salute), Nicola Magrini (direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco, Aifa), Silvio Brusaferro (presidente dell'Istituto superiore di sanità, Iss) e Franco Locatelli (presidente del Consiglio superiore di sanità, Css). Con la cautela che «un'eventuale mancanza di disponibilità di uno dei due vaccini non venga utilizzata come motivo per procrastinare la somministrazione dell'altro». La nota specifica che sebbene nelle schede tecniche dei vaccini anti Sars-CoV-2 autorizzati dall'Agenzia europea dei medicinali (Ema) «non siano presenti, ad oggi, indicazioni relative alla loro somministrazione concomitante con altri vaccini », tenuto conto «delle attuali indicazioni espresse dalle principali autorità di sanità pubblica internazionali e relativi comitati consultivi», nonché dei dati preliminari disponibili, viene autorizzata la co-somministrazione dei due vaccini, anti-Covid e antinfluenzale, nella medesima seduta vaccinale. Viene inoltre prevista la possibile somministrazione concomitante di un vaccino anti Sars-Cov-2 e di un altro vaccino del Piano nazionale di prevenzione vaccinale. L'unica precauzione riguarda i vaccini vivi attenuati, per i quali viene suggerita una distanza minima precauzionale di 14 giorni prima o dopo il vaccino anti Covid. Una precauzione che, ragionevolmente, interessa solo il vaccino contro l'herpes zoster (difficilmente può riguardare il morbillo- rosolia-parotite). La campagna vaccinale ha raggiunto ieri il 78,98% della popolazione over12: «Siamo in linea con i risultati che ci eravamo posti» ha dichiarato il commissario Figliuolo. Ma gli esperti segnalano che occorre aumentare ancora la percentuale di vaccinati per raggiungere l'immunità di gruppo: «Con una variante come quella Delta e delle disomogeneità geografiche, purtroppo forse bisogna andare anche oltre l'80% - commenta Guido Rasi, ex direttore dell'Ema -. Forse un 90% ci darebbe la copertura totale». Concorda il virologo dell'Università di Milano, Fabrizio Pregliasco: «Solo se dovessimo andare sopra il 90% di popolazione generalizzata (quindi comprendendo anche i bambini, ndr) coperta col vaccino, allora magari si arriverebbe a uno spegnimento del virus Sars-CoV2». Sull'utilità della terza dose vengono i dati dell'immunologo Fauci, che ha parlato - dopo 15 giorni dalla somministrazione del richiamo di Moderna, come era accaduto per Pfizer - di un «aumento della protezione di 23 volte contro la mutazione D614G (la prima rilevata rispetto al ceppo originario), di 32 volte rispetto alla B.1.351 (sudafricana) e di 44 volte rispetto alla P.1 (brasiliana)».

LA PRECOP HA BUONI PROPOSITI. CINGOLANI: NON È UN BLA BLA BLA

Atto finale ieri della Pre-COP26 che si è tenuta a Milano. Non ci sono obblighi ma buone intenzioni. La cronaca del Manifesto.

«Il bla bla bla è arrivato all'atto conclusivo, ieri, con la conferenza stampa finale della PreCOP26: «La discussione è stata estremamente costruttiva perché abbiamo avvertito l'urgenza, l'emergenza di agire prima. I messaggi fondamentali che sono emersi dalla conferenza e che tutti hanno riconosciuto è che COP 26 sarà fondamentale per il prossimo decennio; abbiamo raggiunto il consenso sul fatto che occorre fare di più per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C e aumentare i contributi determinati a livello nazionale nel futuro» ha detto Alok Sharma, presidente designato della COP 26, già Segretario di Stato per gli affari economici, l'energia e la strategia industriale del Regno Unito. Peccato che i contributi siano piani per la riduzione delle emissioni non vincolanti. Eppure - ad ascoltare la conferenza stampa - la PreCOP26 di Milano pare aver fatta propria l'agenda dei movimenti, che hanno contestato dal primo giorno l'appuntamento istituzionale. «L'energia che è arrivata dai giovani (i 400 delegati che hanno partecipato allo Youth4Climate, tra loro Greta Thunberg, ndr) ha galvanizzato il gruppo di ministri. Nelle prossime settimane, prima di COP26, dobbiamo ricordare quello che ci hanno detto i giovani e pensare a quella che potrebbe essere la loro reazione ai risultati che raggiungeremo con COP26» ha aggiunto Sharma. Tra i galvanizzati c'è anche il ministro italiano della Transizione ecologica, Roberto Cingolani: pur continuando la sua narrazione contro i giovani che protestano, perché «è importantissimo che lo facciano» ma «è altrettanto importante che la protesta si trasformi in proposta», alla conferenza stampa fa propria una delle chiavi dei movimenti per la giustizia climatica: «C'è stata una dichiarazione molto chiara che sarà impossibile investire in attività correlate con i combustibili fossili. Cerchiamo di disincentivare qualsiasi investimento in ricerca ed estrazioni di fossili» ha detto. Salvo poi sottolineare che «è impossibile raggiungere subito zero investimenti, perché la transizione implica che per un certo lasso di tempo ci sarà coesistenza tra rinnovabili e fossili». Manca una data di scadenza, per le trivelle. Non è che detto che sarà Glasgow a determinarla, anche se l'urgenza c'è. La conferenza stampa finale è stata l'occasione per alcuni Paesi di intervenire: l'inviato speciale del presidente Usa per il clima, John Kerry, ha detto: «Scendere ben sotto a un aumento di temperatura di 2 gradi non significa ridurla di 1,9 o 1,7 gradi, ma almeno di 1,5 gradi. È un obiettivo che possiamo raggiungere, ce lo chiede la scienza». Per Kerry, Glasgow sarà «la linea di partenza di quella che sarà la gara del secolo». Per gli Stati Uniti d'America «ciascuno deve fare la sua parte», in primis «i Paesi del G20, i 20 Paesi più ricchi del mondo che assicurano l'80% delle emissioni del pianeta, e dobbiamo capire che siamo tutti sulla stessa barca, che nessun Paese piccolo può da solo affrontare la questione, ma neanche nessun Paese grande da solo». Kerry si è detto fiducioso anche di un accordo con la Cina. Gli ha fatto eco il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans: «Dobbiamo cambiare. E dobbiamo cambiare rapidamente ogni cosa. Ogni governo ha la responsabilità di agire». Ieri è stato presentato anche il documento della Climate Open Platform, una rete che raccoglie oltre 130 organizzazioni. È una «Dichiarazione per il futuro» e ha ambizioni più alte di quelle della PreCOP: chiede il riconoscimento nel diritto internazionale del «diritto umano al clima», una carbon tax globale, il passaggio dalla fonti fossili alle fonti rinnovabili, aiuti ai Paesi poveri per la crisi climatica (questi sono stati promessi), una pianificazione industriale statale green. Alcuni dei punti chiave erano stati consegnati anche a Mario Draghi, giovedì mattina, dalla delegazione di Fridays for Future. «Siamo la generazione senza futuro, che vive e vivrà sulla propria pelle gli effetti sempre più intensi della crisi climatica» dichiarano le attiviste e gli attivisti della Climate Open Platform. E se il ministro Cingolani dice che «la transizione ha i suoi tempi», loro ribadiscono che il tempo è scaduto».

Daniele Manca sul Corriere della Sera ha intervistato proprio il ministro Cingolani.

«Un cambio di passo e di approccio alla questione ambientale mai accaduto prima. E non solo perché i lavori preparatori della riunione di Glasgow di novembre (Cop26 l'assemblea dell'Onu sul clima) saranno alla base degli impegni dei governi e delle imprese nella riunione in Scozia. Anche perché tra le manifestazioni con Greta Thunberg e i 400 giovani che alla Fiera di Milano hanno steso richieste e indicazioni per i Paesi, il lavoro del governo italiano si è ritrovato a essere quello al quale in questi mesi si sta guardando per la «svolta green». Davvero tutto questo è successo a Milano. «Vede, facciamo fatica a volte a essere consapevoli di quanto il nostro Paese in questi mesi sia stato decisivo. Per la prima volta la Youth4Climate (Y4C), i giovani per il clima, hanno potuto dialogare con 50 ministri arrivati da tutto il mondo, dall'America alla Cina. Sia detto per inciso, i principali emettitori di anidride carbonica, CO2, al mondo». Roberto Cingolani sta tornando a casa. La voce è piena di quell'adrenalina che ne ha fatto il protagonista della lotta al riscaldamento globale tra i G20 di questi mesi e la settimana appena chiusa. Ha dovuto mettere assieme due mondi che viaggiavano forse paralleli, di sicuro non si parlavano. Ma ha visto concretizzarsi quello che diceva da mesi: attenzione, non si riducono le emissioni in un Paese solo, abbiamo bisogno di fare in modo che la parte del pianeta più sviluppata aiuti quella meno avanzata. Che si viaggi assieme. Ma Greta Thunberg, Vanessa Nakate, non sembravano convintissime. «Certo Thunberg dice che non abbiamo fatto abbastanza. Che porsi l'obiettivo di stare sotto i 2 gradi di riscaldamento globale è ipocrita, serve di più. Mentre Nakate è stata chiara, non si deve far finta che il cambiamento climatico che per noi significa inondazioni per altre parti del mondo significhi invece non aver accesso all'acqua. O che mentre per noi il riscaldamento globale è passaggio alle fonti rinnovabili di energia, per il resto del mondo significa che almeno un miliardo di persone è senza luce ed energia». Appunto, non mi sembrano accuse da niente. «La differenza rispetto a prima è che finalmente i due mondi si sono parlati. Che la consapevolezza di dover lavorare assieme è dei giovani come dei governi». Hanno convinto anche lei quei 400 ragazzi? «Non si tratta di essere convinto. Si tratta di dialogare. Non ci sono scorciatoie. E semplificare le posizioni di questo o l'altro è una scorciatoia. E l'Italia ha imposto un metodo. La presenza del presidente Mattarella, del premier Draghi, di Kerry, di Boris Johnson, di Alok Sharma (presidente della Cop 26), di Timmermans, commissario Ue, hanno un significato che va al di là delle parole». E cioè? Siamo ancora nel campo dei buoni propositi. Tutto questo non significa atti concreti. «Non è così. C'è l'impegno ad aiutare con 100 miliardi i Paesi in via di sviluppo. Più concretezza di 100 miliardi». Sa benissimo che non bastano. «Certo che lo so. La differenza è che all'interno della PreCop 26 e quindi della Cop 26 di Glasgow, quell'obiettivo di raggiungere i 1.000 miliardi, un trilione, non è più solo un traguardo, ma un concreto impegno a fare sì che quei 100 miliardi possano attirare nuova finanza, finanza privata, filantropia e quant' altro per aumentare la mole di investimento. Non sottovaluti il lavoro di queste settimane anche in termini di metriche dell'inquinamento». Che c'entrano le metriche, lo vediamo tutti che il pianeta sta soffrendo. «Sì, ma dobbiamo fare in modo che tutti i Paesi sappiano e misurino allo stesso modo quello che sta accadendo nelle loro nazioni per evitare confusioni o addirittura distorsioni. Si tratta del famoso articolo 6 che può evitare il problema dei doppi conteggi nella riduzione delle emissioni. E non solo. Pensi all'adattamento». Cos' è adesso l'adattamento? «Tenere in considerazione che quello che accade ad Haiti è diverso da quello che accade in Finlandia. Che le azioni devono essere diverse. Che c'è un tema di competenze da creare, di scuola, di formazione, di tecnologia ed economia circolare. Non può esserci una ricetta unica uguale per tutti». Certo, tanto più che se il più grosso produttore di alluminio (uno dei settori più energivori) occidentale pesa per il 6% nella produzione mondiale e i cinesi per il 60%, che si riducano qui le emissioni e nel resto del mondo si continui a fare finta di niente... «Vede quanto è importante fare queste riunioni? Vede che non si tratta solo di chiacchiere. Va sfatata la visione semplicistica del bla bla bla. Portare a questi tavoli tutti i Paesi serve». Servirà ma la Cina continua a usare carbone, a emettere CO2. «Non vorrei le fosse sfuggito un fatto importante del quale avete scritto voi. La Cina non costruirà più centrali a carbone fuori dal loro territorio». Ma in Cina sì. «Anche qui con una consapevolezza diversa». E cioè? «Sa che l'obiettivo dell'accordo di Parigi era di non superare i 2 gradi di riscaldamento globale. E saprà anche che gli allarmi internazionali ci dicono che qui rischiamo di arrivare a 3 gradi». Appunto la situazione è ben grave. «Ma proprio la Cina, a Milano, in questi giorni, ha affermato che si deve stare "well below" i 2 gradi. Non era mai accaduto. E quell'obiettivo di stare sotto 1,5 gradi si fa più vicino e urgente». (…) Scusi lo scetticismo, ma i cittadini stanno vedendo che al danno del cambiamento climatico si è aggiunta anche la beffa delle super bollette per il gas. «Lo ripeto, l'80% è legato ai costi del gas, il 20 ai costi della CO2. Gli analisti attendono di vedere l'evoluzione del prezzo del gas agli inizi dell'anno prossimo. Questo perché con la messa in funzione di nuove infrastrutture potremmo assistere a una modificazione dei prezzi. Sperabilmente verso il basso, ma solo il prossimo anno». Mi scusi ma tutto questo parlare di azione globale poi si traduce nel fatto che solo sui vaccini l'Europa ha capito che comprandoli come Europa e non come singoli Paesi era molto meglio. E per il gas? «Mercoledì probabilmente ne discuteremo in sede di ministri per l'Energia in Lussemburgo. Vede, questo non è il momento degli scetticismi. Questo è il momento di spingere i governi a fare. Perché mai come oggi nel mondo i leader sono pronti ad ascoltare».

Federico Rampini su Repubblica analizza gli ostacoli per il prossimo vertice Onu sull’ambiente:

«“In futuro nessun investimento sui combustibili fossili”. Questo obiettivo è stato ribadito a Milano, nel summit che doveva spianare la strada a Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si aprirà a fine mese a Glasgow. Ma l'obiettivo è reso aleatorio da quanto sta accadendo nel mondo reale. È scoppiato un nuovo shock energetico, che penalizza la ripresa economica post-Covid e potrebbe perfino farla deragliare nello scenario più catastrofico. L'imperativo immediato è reperire energie fossili, le uniche che possono impedire nel breve termine la chiusura di fabbriche, l'interruzione di attività, il rincaro esorbitante di bollette, tariffe, costi di trasporto. In Europa, alle prese con una iper-inflazione energetica, in particolare sul gas naturale, qualcuno silenziosamente ri-accende centrali a carbone. La Germania "benedice" il gasdotto Nord Stream 2 che in un futuro prossimo potrebbe accelerare nuove forniture dalla Russia, a Putin piacendo. È in gravi difficoltà la virtuosa Inghilterra, che negli anni passati aveva puntato sulle pale eoliche nel mare del Nord, e sul gas naturale come energia-ponte (fossile ma molto meno inquinante del carbone) verso l'obiettivo di zero emissioni. L'eolico ha tradito Londra fornendo meno energia del previsto. Il gas scarseggia sui mercati internazionali e i suoi prezzi sono nella stratosfera. L'America potrebbe esportarne di più verso il Vecchio continente, se solo avesse costruito nuovi porti e terminali attrezzati. Governi di ogni colore e regimi politici di varia natura sono confrontati con lo stesso dilemma: scaricare sui consumatori gli effetti dello shock con bollette pesantissime; oppure razionare l'energia con tutto ciò che comporta per la ripresa dell'occupazione. In nessun luogo al mondo queste contraddizioni sono esplosive quanto in Cina. Lo shock energetico colpisce più duramente la nazione più popolosa del pianeta, che continua anche ad avere la capacità manifatturiera più imponente. L'economia cinese, energivora, è dipendente a 360 gradi da tutte le fonti esistenti: dal carbone al solare, dal gas al nucleare, dal petrolio all'eolico. Le penurie hanno effetti drammatici in un Paese che aveva imboccato una ripresa vigorosa: si segnalano blackout a ripetizione (una piaga che un tempo era tipica dell'India, non della Cina), e di conseguenza chiusure di fabbriche. Xi Jinping paga anche lo scotto della sua prepotenza: nei mesi scorsi ha messo un embargo contro le importazioni di energia dall'Australia per punire il governo di Canberra (colpevole di aver chiesto un'indagine sulle origini del Covid). Ora quel gesto arrogante si ritorce contro Pechino. Ma è solo uno dei tanti aspetti dello shock che colpisce la Cina. Il regime comunista ha sempre cercato di tenere a bada l'inflazione per evitare tensioni sociali. Le forniture energetiche sono soggette a prezzi politici. Il calmiere sui prezzi è pericoloso: non trasmette ai consumatori il segnale che l'energia è scarsa e va risparmiata. La Cina è in una situazione difficile, con un piede nel futuro e uno nel passato. Accelera la sua corsa verso una leadership mondiale nelle fonti rinnovabili e vuole che l'Occidente dipenda da lei per auto elettriche e pannelli solari. Nel frattempo centinaia di milioni di cinesi lavorano perché le loro fabbriche ricevono corrente generata da carbone o gas. Le emissioni di CO2 della Cina, il 28% del totale planetario, sono il doppio di quelle americane e non accennano affatto a scendere. I leader che hanno partecipato alla conferenza di Milano hanno sottolineato i cambiamenti positivi. «Gli Stati Uniti sono tornati con noi», ha detto il vicepresidente della Commissione UE, Frans Timmermans. Ma una volta conclusi i doveri della diplomazia internazionale, ogni leader a casa sua affronta una realtà scomoda: l'inverno è alle porte, i consumi di energia da riscaldamento aumenteranno, nell'immediato bisogna consumare l'energia che c'è, non quella che vorremmo ci fosse. Lo shock inflazionistico ha il vantaggio di rendere più competitive le fonti rinnovabili, ma i limiti del vento e del sole sono noti e ancora non abbiamo tecnologie in grado di superarli. Il nucleare resta tabù, malgrado un inizio di autocritica in alcune correnti dell'ambientalismo. La scienza e l'economia devono trovare risposte facendo i conti con i vincoli pesanti della realtà, che non si prestano alle semplificazioni degli slogan nei cortei».

A Londra è l’esercito a portare la benzina alle pompe. Luigi Ippolito dalla capitale inglese fa il punto per il Corriere.

«Boris Johnson è costretto a schierare l'esercito. Da domani circa 200 militari saranno impegnati a portare la benzina ai distributori inglesi, ormai a secco da una settimana. È una crisi che non accenna a a risolversi: anche ieri a Londra e in buona parte dell'Inghilterra è stata una giornata critica, tanto che a farne le spese è stato pure Cristiano Ronaldo, il fuoriclasse ingaggiato dal Manchester United. Qualche giorno fa due delle sue auto sono rimaste in coda per sette ore a un distributore di benzina (alla guida non c'era il calciatore, ovviamente, ma i suoi autisti): quando però è arrivato il loro turno, hanno scoperto che non c'era più carburante a disposizione. E quindi gli autisti se ne sono dovuti tornare da Ronaldo con i serbatoi praticamente vuoti. È un problema che tocca in questi giorni tutti gli automobilisti: la gente vaga di distributore in distributore alla vana ricerca di carburante (e intanto i prezzi stanno schizzando alle stelle). Le code si segnalano ovunque e non sono mancati episodi spiacevoli, dalle risse alle minacce col coltello. Johnson ha cercato ieri di tranquillizzare gli animi, dicendo che la situazione «si sta stabilizzando», e ha sottolineato che si tratta di un'emergenza provocata da un eccesso di domanda, non da una mancanza di scorte. In effetti in Gran Bretagna la benzina ci sarebbe: solo che sono spariti gli autisti delle autocisterne incaricati di portarla nelle stazioni di servizio (ed è per questo che ora hanno messo in campo i soldati). Migliaia di autotrasportatori europei sono tornati nei loro Paesi di origine a causa della pandemia: e adesso le restrizioni alla libertà di movimento introdotte con la Brexit li scoraggiano dal rientrare in Inghilterra. Per far fronte alla situazione, Johnson si è addirittura rassegnato a fare marcia indietro su uno dei capisaldi del divorzio dalla Ue e ha deciso di concedere migliaia di visti d'urgenza ai camionisti europei: ma non è certo che la mossa avrà l'effetto desiderato. Dieci giorni fa, i problemi logistici avevano costretto diverse aziende petrolifere a chiudere parte dei distributori e a razionare le consegne agli altri: una mossa che ha scatenato il panico fra il pubblico, che si è lanciato in un corsa forsennata a fare il pieno il prima possibile. Risultato: le pompe sono rimaste a secco perché non si riesce a rifornirle in tempo. È un'emergenza che rischia di avere pesanti ricadute politiche: anche perché non è soltanto la benzina a scarseggiare. Le falle nella distribuzione toccano ormai molti settori e per questo spesso nei supermercati ci si imbatte in scaffali vuoti (tanto che c'è già chi paventa un Natale senza tacchino in tavola, che per gli inglesi sarebbe uno choc insormontabile). Le penurie si sommano ai rincari dei prezzi dell'energia e alla recente decisione del governo di alzare le tasse per ripianare il buco del servizio sanitario nazionale: insomma, ce n'è abbastanza per preconizzare un «inverno dello scontento». Per il momento, la popolarità di Boris continua a sfidare le leggi di gravità: i conservatori restano largamente in testa nei sondaggi sui laburisti. Ma sul capo di Johnson si stanno addensando pesanti nubi di tempesta.».

IL GRANDE DEBITO DELLA CINA PESA SUL MONDO

Non solo per l’inquinamento globale, la Cina inquieta il mondo. Con il caso della immobiliare Evergrande, l’economia di Pechino ha mostrato tutti i limiti di solidità finanziaria. Ne scrive Marcelo Minenna sul Sole 24 Ore.

«Il caso Evergrande ha riportato alla ribalta il tema dell'enorme debito dell'economia cinese e dei rischi di contagio in caso di deflagrazione. A marzo 2021 il debito del settore non finanziario (pubblico e privato) superava i 46 mila miliardi di $, pari al 287% del Pil. Impressionanti sono soprattutto i ritmi di crescita, in media il 18% annuo negli ultimi due decenni. Come conseguenza la Cina, che nel 2001 rappresentava meno del 3% del debito non finanziario globale, ora pesa per il 21%, seconda solo agli Usa. Fino al 2008 la crescita del debito è andata sostanzialmente di pari passo con quella dell'economia. La prima grossa accelerazione si è avuta nel 2009, in scia al mega-stimolo fiscale e monetario varato in risposta alla crisi finanziaria globale. Da allora il rapporto debito/PIL ha continuato a crescere a passo spedito fino ai giorni nostri. Il comparto immobiliare è tra quelli che più hanno beneficiato di questo rapido accumulo di debito, approfittando di anni di accondiscendenza delle autorità monetarie. Quando il settore mostrava segni di rallentamento, la banca centrale (PBOC) interveniva tagliando i coefficienti di riserva obbligatoria delle banche. A lungo andare ciò ha alimentato la speculazione e l'impennata dei prezzi di terreni ed edifici. Si pensi che a fine 2020 le passività totali delle prime 5 società immobiliari superavano i 1000 miliardi di $, circa 10 volte in più del 2011. Ad agosto 2020 il governo ha annunciato l'intenzione di frenare la crescita dei prezzi e dirottare il credito verso altri settori, specie quello tecnologico. La stretta è arrivata quest' anno con l'introduzione di soglie precise per tre indici di leverage di alcune grandi società immobiliari. Se un'azienda non rispetta nessuna delle tre soglie, l'anno dopo non potrà aumentare il proprio debito più del 15%. Le nuove regole hanno reso più ostile il clima finanziario per il settore anche perché, insieme ai primi default di piccole aziende pubbliche, hanno messo in dubbio la garanzia implicita dello Stato sul debito delle imprese. Tuttavia la crisi di Evergrande e la sua immediata propagazione agli altri developers, alle industrie collegate e ai mercati finanziari hanno costretto la PBOC a iniettare liquidità nel sistema per parecchi giorni di seguito, minando la credibilità dell'impegno delle autorità a contrasto della speculazione. Già in passato iniziative simili hanno avuto poco successo per via dell'atteggiamento ambiguo dei policymakers consapevoli che il successo economico del Paese dipende molto dall'abbondanza di credito. Il tentativo di quest' anno appare più deciso e rientra nel più ampio disegno di Xi Jin Ping di virare verso una "crescita genuina" che assicuri la prosperità di tutti. In questo disegno si inquadrano anche le mosse volte a colpire i grandi paperoni e evitare la fuoriuscita di capitali. Di certo, la trasformazione del panorama socio-economico cui ambisce Pechino non è facile da realizzare. Intanto l'Occidente monitora attentamente la situazione, perché ormai la rilevanza economica e la capacità di innovazione della Cina sono talmente consolidate che continueranno ad attrarre nel Paese i grandi capitali internazionali. Vedremo se gli investitori avranno imparato la lezione e faranno un re-pricing del rischio di credito degli emittenti cinesi o se invece anche lo scandalo Evergrande non avrà insegnato nulla».

GERMANIA: SCHOLZ È SICURO DI FARCELA

Dall’estero è Paolo Valentino da Berlino, sul Corriere, a raccontate un leader socialdemocratico sicuro di sé quanto alla creazione del nuovo Governo tedesco.

«Sarò il nono cancelliere tedesco alla guida di una coalizione tra Spd, Verdi e Fdp». In attesa dell'avvio di negoziati formali con ambientalisti e liberali, Olaf Scholz si mostra sicuro di sé e fiducioso che la trattativa per una maggioranza «semaforo» andrà a buon fine. Nel più classico (e autorevole) dei format mediatici della politica tedesca, un'intervista a Der Spiegel , il leader socialdemocratico definisce univoco il messaggio emerso dalle elezioni di domenica, dove la sua Spd ha chiuso prima con il 25,7% dei voti: «I tedeschi vogliono un nuovo inizio e la Germania deve osarlo. È ciò che unisce i tre partiti». In questo racconto comune di progresso, spiega Scholz, ognuno ha una sua priorità: «Noi la modernizzazione industriale compatibile con la difesa del clima, i Verdi naturalmente l'agenda climatica, i liberali lo sviluppo tecnologico e i diritti civili». Scholz rassicura i futuri alleati che verranno trattati con rispetto, da pari a pari. Riferendosi al fallimento delle trattative del 2017 tra Cdu, Fdp e Verdi per una coalizione «Giamaica», spiega che allora «c'era l'impressione si trattasse di un negoziato solo tra cristiano-democratici e ambientalisti, con i liberali marginalizzati». L'errore non sarà ripetuto: «Vero affetto - dice il ministro delle Finanze, usando un termine inconsueto in politica - c'è soltanto quando si entra in una relazione seria». Scholz non parla male di Angela Merkel, con cui la Spd ha governato insieme per ben 12 anni su 16. Anche perché, spiega, molte delle cose realizzate, «stavano a cuore alla Spd». Ma ora gli elettori hanno detto chiaro «che non vogliono più la Cdu-Csu nel prossimo governo». Risolvere la questione del potere, tuttavia non basta: «Non vale nulla se non vuoi nulla. E io sono entrato in politica, perché vorrei rendere il mondo un pochino migliore». Le grandi manovre per il futuro governo sono in pieno svolgimento. Venerdì liberali e verdi si sono incontrati per la seconda volta, a delegazioni allargate, entrando più nel merito degli argomenti. Avanza il tentativo di costruire un terreno comune, dal quale poi negoziare insieme con più forza con i due partiti più grandi. Nei prossimi giorni tutti parleranno con tutti. Ma se è vero che i Verdi preferiscono la Spd, mentre i liberali tengono aperta l'opzione con la Cdu, è evidente che quest' ultima ha poche chance di passare. Nell'Unione già orfana di Merkel volano infatti gli stracci. Armin Laschet appare sempre più vacillante. Si discute apertamente della necessità di un radicale rinnovamento, sia nei contenuti che nel gruppo dirigente. «Al più tardi in gennaio ci vuole un nuovo congresso che discuta tutto questo», dice alla Welt am Sonntag il ministro della Sanità e vicepresidente del partito Jens Spahn, ex alleato di Laschet, secondo il quale «in campagna elettorale sono stati commessi molti errori e il nostro candidato non ha funzionato bene». Anche Norbert Röttgen, il portavoce di politica estera che al congresso si era candidato contro Laschet, indica l'impopolarità di quest' ultimo come la «causa principale della sconfitta». La crisi di nervi dei cristiano-democratici è profonda e diffusa. Si moltiplicano le richieste di un maggiore coinvolgimento della base nelle scelte strategiche e di leadership. «Sarà inevitabile che il prossimo presidente sia deciso da un referendum fra i tesserati», dicono due deputati dell'ala conservatrice, Carsten Linneman e Christian von Stetten. Finora il leader è stato eletto dai delegati al Congresso. Se si andasse al referendum, secondo la Bild , l'eterno Friedrich Merz, sconfitto nelle ultime due elezioni prima da Annegrette Kramp-Karrenbauer e poi da Armin Laschet, sarebbe pronto a ricandidarsi. Ma tutto questo non accadrà prima che si spengano del tutto le velleitarie speranze di Armin Laschet, di poter dar vita a una coalizione «Giamaica», nel caso in cui i negoziati per una maggioranza «semaforo» sotto Scholz dovessero fallire».

MIGRANTI E DEPORTATI FRA TUNISIA E LIBIA

Otto anni fa la strage di 368 persone, tra cui 9 bambini e 83 donne, nelle acque al largo di Lampedusa. Ieri sette barconi con decine di persone a bordo, tra cui anche donne incinte, sono stati intercettati e riportati indietro dai tunisini. Le immagini scattate dai migranti sono state spedite all’Avvenire. Nello Scavo.

«Da quasi una settimana i più fortunati tentano di sopravvivere tra la sabbia e i sassi senza quasi più acqua né cibo in una zona desertica al confine tra Tunisia e Libia. Il loro "salvataggio" si è infatti concluso con la deportazione in mezzo al niente. Agli altri è andata peggio: sono stati consegnati ai trafficanti libici. È accaduto lunedì scorso quando sette barconi, quattro con a bordo persone di origine subsahariana e tre carichi di tunisini, hanno preso il mare lasciandosi alle spalle l'arcipelago delle isole Kerkennah, al largo di Sfax. Dopo 12 ore di navigazione la piccola flotta di migranti è stata intercettata dalle unità marittime della Guardia Nazionale Tunisina. Tutte le persone sono così state riportate sulla costa tunisina. Secondo le testimonianze raccolte da diversi operatori umanitari, le persone di nazionalità tunisina sono state rilasciate, mentre gli africani subsahariani sono stati deportati sul confine libico. «Secondo le nostre fonti, il gruppo di stranieri era composto da un centinaio di persone, tra cui diverse donne e minori. Almeno tre delle donne erano incinte», spiegano alcuni legali per i diritti umani che stanno cercando di ottenere un intervento di assistenza urgente. Le immagini consegnate ad Avvenire e riprese dagli stessi migranti, mostrano un gruppo di persone all'interno di un edificio privato. In altri filmati si vedono dei subsahariani abbandonati nel nulla. La posizione geografica che sono riusciti a trasmettere con il loro telefono, li colloca su una lingua di terra sabbiosa e arida a ridosso del confine Nord tra Tunisia e Libia. Nessuno aveva intenzione di rientrare nell'inferno dei campi di prigionia dei clan libico. Ma non hanno avuto scelta. Quando hanno tentato di fuggire, dalla parte tunisina sono state sparate raffiche che hanno spinto gli stranieri verso l'unica via di fuga, in direzione proprio della Libia. Solo alcuni sono riusciti a raggiungere la boscaglia e riparare tra i terrapieni dove sono stati lasciati senza alternative: uscire allo scoperto e venire catturati oppure tornare verso Zuara, in Libia. In una nota congiunta di diverse associazioni, tra cui il "Forum tunisino per i diritti umani", "Medecins du monde", "Avvocati senza frontiere" e l'italiana "Asgi", spiegano che «all'arrivo al confine con la Libia, gli ufficiali della guardia nazionale tunisina avrebbero costretto i migranti sotto la minaccia delle armi ad attraversare il confine con la Libia». Una volta attraversato il confine, un primo gruppo di migranti è stato catturato dai trafficanti in territorio libico. Una prassi ordinaria, con cui le milizie si approvvigionano di prigionieri da avviare alla tortura a scopo di estorsione e di nuovi schiavi per gli affari dei clan. «Secondo le nostre fonti - aggiungono le organizzazioni che hanno raccolto testimonianze dirette in Tunisia e Libia - i migranti sono attualmente detenuti non lontano dalla frontiera, a Zouara, in una casa privata. Si dice che i rapitori abbiano chiesto circa 500 dollari a testa per il loro rilascio. Un altro gruppo di migranti, inizialmente bloccato a Ras Jedir. I loro telefoni, che sono irraggiungibili, sarebbero stati confiscati. Si dice che ci siano due donne incinte in questo gruppo, compresa una donna di otto mesi». Alcuni degli stranieri acciuffati in mare e poi abbandonati senza alcuna assistenza hanno raccontato che la polizia tunisina avrebbe prelevato i loro passaporti e i telefoni cellulari senza più restituirli. Tuttavia qualcuno è riuscito a nascondere il telefono da cui si è poi messo in contatto alcuni conoscenti. Nelle immagini si vede anche una donna costretta a partorire all'aperto, con il solo aiuto di un uomo che l'accompagna. Le forze armate, che avrebbero assistito al parto, li hanno poi trasferiti all'ospedale Ben Gardane, l'ultimo posto sanitario prima di entrare in Libia. Non si tratterebbe della prima volta. Altre testimonianze riferiscono di un'altra deportazione sommaria verso la Libia, avvenuta alla fine di agosto, che ha coinvolto anche molte donne e minori».

REPORTAGE DAL LIBANO IN BANCAROTTA

A Beirut gli stipendi valgono 10 volte meno: scarseggiano benzina e corrente. L'ossessione è l'istruzione dei figli. Mentre dilaga il mercato nero. Il reportage è di Luca Geronico per Avvenire.

«Anche questa mattina, la "preghiera laica" di tutti i libanesi, è stata intonata cercando sul telefonino la quotazione del "black change": «Un dollaro per 16mila lire», è la quotazione abituale di questi tempi. Un cambio informale - di fatto quello reale - che in due anni ha spazzato via la storica quotazione del dollaro a 1.500 lire libanesi. Una tempesta nella Monte Carlo del Medio Oriente, dopo che il 9 marzo 2020 il governo ha dichiarato il default finanziario non riuscendo a ripagare una tranche da 1,2 miliardi di dollari su un prestito in Eurobond del 2010: chi aveva uno stipendio medio di 3 milioni di lire - pari a 2.000 dollari al mese - si trova ora ad avere in tasca meno di 200 dollari. Il buco nero, di quella che la Banca mondiale ha definito una delle tre crisi economiche peggiori dal 1850, da mesi sta inghiottendo, nel silenzio, il ceto medio che si trova paralizzato e senza immediate vie d'uscita se non, per chi ha un parente o una buona professione da mettere sul mercato, la fuga all'estero. Così ad agosto gli aerei che decollavano da Beirut per l'Europa sembravano l'ultimo giro di giostra per trovare accoglienza nella diaspora. Code chilometriche per il carburante. Chi resta sopravvive in una vera "economia di guerra" che ha svuotato di auto i caotici ed inquinatissimi viali di Beirut: non c'è nemmeno denaro per comprare il gasolio da quando la Banque du Liban ha deciso di togliere ogni sussidio. Nella seconda metà di settembre il carburante iraniano, fatto giungere da Hezbollah attraverso la Siria, ha di nuovo riempito le pompe e file chilometriche di auto hanno riempito di mesti serpentoni le strade della capitale. Una boccata d'ossigeno, violando le sanzioni contro l'Iran, pagata a caro prezzo: un gallone di benzina costa ora 210mila lire libanesi rispetto alle 20mila lire di due anni fa. Dieci giorni di assalto alle pompe, per garantire i servizi essenziali, ora terminato perché i soldi sono finiti prima delle scorte. Intanto gran parte dei dipendenti pubblici, e non solo, sta a casa perché viaggiare in auto è troppo caro. «Adesso è peggio delle bombe». «Adesso è peggio che durante la guerra civile. Allora c'erano le bombe, ma il nemico era visibile e c'era una causa da difendere », esclama Claudette Hage, referente in Libano di Punto Missione (Ong Focsiv). L'insofferenza verso tutta la classe dirigente - mentre dopo 14 mesi di vacanza Najib Mikati ha finalmente insediato il suo governo - non sono più dissimulate: «Il nemico adesso? È il governo». È la rabbia, non più contenibile, anche di queste famiglie cristiane legate al Movimento ecclesiale carmelitano che fino al 2019 - per cercare di reagire alla crisi già presente - aveva organizzato dei corsi di cioccolateria e dei mercatini che procuravano ad alcune donne un mezzo stipendio. In Libano non c'è pensione per gli anziani e la sanità pubblica è garantita ai dipendenti statali. Per cui basta una malattia o - con la disoccupazione al 40% - un licenziamento per piombare sul lastrico. «Sono pronta a vedere tutto per far continuare gli studi a mia figlia all'estero. E ogni giorno speriamo di avere la corrente elettrica e un po' di gasolio. Da cinque mesi, ormai, rimandiamo la tradizionale grigliata di famiglia», spiega nel salotto del suo appartamento Haly Karam. «Adesso il cacao e gli altri ingredienti costano troppo e nessuno ha i soldi per comprarlo», spiega. La cioccolateria, come tutto il resto, è andata in "default": i casi di suicidio e di disagio mentale sono schizzati alle stelle. E quando tutti hanno le tasche vuote, non resta che la vicinanza umana. Con una ossessione, tipicamente libanese: riuscire a far studiare lo stesso i figli, in patria o all'estero. «Quando durante la prima ondata di Covid abbiamo distribuito dei kit sanitari si è formata una coda di tre chilometri: molti erano dei professori», spiega nel suo ufficio padre Michel Abboud, presidente di Caritas Libano. Assicurare la scuola per 120mila studenti. La spiegazione è semplice: «Le famiglie non sono più in grado di pagare le rette delle scuole cattoliche e quindi mancano i soldi pure per gli stipendi degli insegnanti». È la paralisi di una società, con tanti ragazzi che rischiamo di restare a casa, magari in bei condomini residenziali ma senza energia elettrica. «Ci sono professionisti ora costretti a chiedere, in gran segreto e senza voler registrare il nome in elenchi ufficiali, quei 100 dollari che prima lasciavano in Caritas per chi stava peggio di loro», prosegue il padre carmelitano. Per garantire la sopravvivenza del circuito educativo cattolico - che accoglie un 30% di studenti musulmani - è nato grazie a un donatore francese il progetto "Education trust": 120mila famiglie riceveranno 30 euro, circa la metà della retta, almeno per iniziare l'anno. Si barattano i vestiti senza mai dire «domani». «In Libano ormai nessuno dice domani», ti spiegano i beirutini. Vivere alla giornata è già una impresa. Mila, il viso dolcissimo di ragazza appena sfiorito nonostante i cinquant' anni e la vedovanza, è tornata nella casa dove vivono i fili per prendere del lavoro a maglia. Per vincere la depressione è tornata nel villaggio in montagna dei genitori e coltiva l'orto: un modo per risparmiare cibo ed elettricità. Ma non riesce a trattenere le lacrime: «La prossima volta vi mostrerà un altro Libano». Duecento metri più in là, nella parrocchia di San Charbel, le donne accomodano dei vestiti appena arrivati. Chi ne ha uno fuori taglia lo porta, chi non sa come vestirsi può prenderlo. Senza pagare una lira».

LA FRANCESCO ECONOMY, SECONDO IL PAPA

Messaggio del Papa ai giovani radunati ad Assisi per il secondo appuntamento mondiale dell’evento “The Economy of Francesco”. Da Avvenire, che nel titolo di prima pagina ha sintetizzato così: «Salvateci, salviamoci».

«Pubblichiamo di seguito il testo integrale del videomessaggio che papa Francesco ha inviato ai giovani che hanno partecipato al secondo evento mondiale di "The Economy of Francesco", che si è svolto ieri in diretta streaming dal Palazzo Monte Frumentario di Assisi. Di seguito le parole del Papa.

Cari giovani, vi saluto con affetto, lieto di incontrarvi - seppur virtualmente - in questo vostro secondo evento. In questi mesi mi sono arrivate molte notizie delle esperienze e delle iniziative che avete costruito insieme e vorrei ringraziarvi per l'entusiasmo con cui portate avanti questa missione di dare una nuova anima all'economia. La pandemia del Covid-19 non solamente ci ha rivelato le profonde disuguaglianze che infettano le nostre società: le ha anche amplificate. Dall'apparizione di un virus proveniente dal mondo animale, le nostre comunità hanno sofferto il grande aumento della disoccupazione, della povertà, delle disuguaglianze, della fame e dell'esclusione dall'assistenza sanitaria necessaria. Non ci dimentichiamo che alcuni pochi hanno approfittato della pandemia per arricchirsi e chiudersi nella propria realtà. Tutte queste sofferenze ricadono in maniera sproporzionata sui nostri fratelli e sorelle più poveri. In questi due anni, ormai, ci siamo confrontati con tutti i nostri fallimenti nella cura della casa e della famiglia comune. Spesso ci dimentichiamo dell'importanza della cooperazione umana e della solidarietà globale; spesso ci dimentichiamo anche dell'esistenza di una relazione di reciprocità responsabile tra noi e la natura. La Terra ci precede e ci è stata data, e questo è un elemento-chiave nella nostra relazione con i beni della Terra e quindi premessa fondamentale per i nostri sistemi economici. Noi siamo amministratori dei beni, non padroni. Nonostante questo, l'economia malata che uccide nasce dalla supposizione che siamo proprietari del Creato, capaci di sfruttarlo per i nostri interessi e la nostra crescita. La pandemia ci ha ricordato questo profondo legame di reciprocità; ci ricorda che siamo stati chiamati a custodire i beni che il Creato regala a tutti; ci ricorda il nostro dovere di lavorare e distribuire questi beni in modo che nessuno venga escluso. Finalmente ci ricorda anche che, immersi in un mare comune, dobbiamo accogliere l'esigenza di una nuova fraternità. Questo è un tempo favorevole per sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo. La qualità dello sviluppo dei popoli e della Terra dipende soprattutto dai beni comuni. Per questo dobbiamo cercare nuove vie per rigenerare l'economia nell'epoca post-Covid-19 in modo che questa sia più giusta, sostenibile e solidale, cioè più comune. Abbiamo bisogno di processi più circolari, di produrre e non sprecare le risorse della nostra Terra, modi più equi per vendere e distribuire i beni e comportamenti più responsabili quando consumiamo. C'è anche bisogno di un nuovo paradigma integrale, capace di formare le nuove generazioni di economisti e di imprenditori, nel rispetto della nostra interconnessione con la Terra. Voi, nell'«Economia di Francesco» come in tanti altri gruppi di giovani, state lavorando con lo stesso proposito. Voi potete offrire questo nuovo sguardo e questo esempio di una nuova economia. Oggi la nostra madre Terra geme e ci avverte che ci stiamo avvicinando a soglie pericolose. Voi siete forse l'ultima generazione che ci può salvare, non esagero. Alla luce di questa emergenza, la vostra creatività e la vostra resilienza implicano una grande responsabilità. Spero che possiate usare quei vostri doni per sistemare gli errori del passato e dirigerci verso una nuova economia più solidale, sostenibile ed inclusiva. Questa missione dell'economia, però, comprende la rigenerazione di tutti i nostri sistemi sociali: istillando i valori della fraternità, della solidarietà, della cura della nostra Terra e dei beni comuni in tutte le nostre strutture potremo affrontare le sfide più grandi del nostro tempo, dalla fame e malnutrizione alla distribuzione equa dei vaccini anti Covid 19. Dobbiamo lavorare insieme e sognare in grande. Con lo sguardo fisso su Gesù, troveremo l'ispirazione per ideare un nuovo mondo e il coraggio di camminare insieme verso un futuro migliore. A voi, giovani, rinnovo il compito di rimettere la fraternità al centro dell'economia. Mai come in questo tempo sentiamo la necessità di giovani che sappiano, con lo studio e con la pratica, dimostrare che una economia diversa esiste. Non scoraggiatevi: lasciatevi guidare dall'amore del Vangelo, che è la molla di ogni cambiamento e ci esorta a entrare dentro le ferite della storia e risorgere. Lasciatevi lanciare con creatività nella costruzione di tempi nuovi, sensibili alla voce dei poveri e impegnatevi a includerli nella costruzione del nostro futuro comune. Il nostro tempo, per l'importanza e l'urgenza che ha l'economia, ha bisogno di una nuova generazione di economisti che vivano il Vangelo dentro le aziende, le scuole, le fabbriche, le banche, dentro i mercati. Seguite la testimonianza di quei nuovi mercanti che Gesù non scaccia dal tempio, perché siete suoi amici e alleati del suo Regno. Cari giovani, fate emergere le vostre idee, i vostri sogni e attraverso di essi portate al mondo, alla Chiesa e ad altri giovani la profezia e la bellezza di cui siete capaci. Voi non siete il futuro, voi siete il presente. Un altro presente. Il mondo ha bisogno del vostro coraggio, ora. Grazie! Francesco»

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