Un'estate da tavola

Raggiunto l'accordo su 6 posti al chiuso al ristorante. Boom di vaccinazioni fra i giovani. Decreto assunzioni al CDM. Sulla giustizia si muove il Pd. Lo 007 va in pensione. La chat delle suore

Come tutti i venerdì, ci sono le novità sui colori e i nuovi divieti. Altre quattro regioni diventeranno bianche. Raggiunto il compromesso sui posti a tavola al ristorante. Al chiuso potranno essere al massimo sei. All’aperto non c’è limite alle tavolate. Intanto grande successo della campagna vaccinale fra i giovani, i primi numeri confermano un vero e proprio boom. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 575 mila 166 somministrazioni, un dato vicino ai massimi. Ottimismo dunque che si proietta sull’estate, l’ultima raccomandazione di Figliuolo alle Regioni è di usare la massima flessibilità sulle seconde dosi.

Il Governo è alle prese con il terzo decreto che completa il vero inizio del Pnrr, quello che riguarda le assunzioni. Mentre i sindacati sono sul piede di guerra per le osservazioni di Bruxelles sul blocco dei licenziamenti. Orlando minimizza: erano considerazioni in uno studio non vincolante, dice. Il timore è che la critica della Ue nasconda il vecchio riflesso tedesco, e in genere nordico, di sfiducia nei confronti della gestione italiana dei bilanci. Draghi sa bene di che cosa si tratta.

Importante il dibattito sulla riforma della giustizia, che cresce ogni giorno. La presa di posizione di un autorevole esponente del Pd, come Goffredo Bettini, in favore dei referendum radicali fa molto discutere. Il Pd è il partito architrave anche di questo Governo e il suo posizionamento sul tema è decisivo. Letta ha detto cose molto sagge sulla fine della guerra civile fra giustizialisti e garantisti. Il Fatto ha creato un fotomontaggio in copertina per dire che si sta creando un mostro: un Salvetta&Lettini. Diciamolo: la preoccupazione di Travaglio è già una buona notizia.   

Marco Mancini va in pensione. Il dirigente dei servizi segreti che cercava appoggi da Renzi, in autogrill, e da Salvini, ha chiuso la sua carriera. Per Carlo Bonini su Repubblica è la fine della stagione del ricatto. A proposito, che ne è della loggia Ungheria? È esistita davvero o era davvero una “boutade”? A parte un articolo di Paolo Mieli nessuno, sui giornali, ne parla più.

Nella politica pura, quella del mondo dei partiti, due novità: Salvini lancia l’idea di “federare” il centro destra che appoggia Draghi (tagliando dunque fuori la Meloni). L’ex Ministra Trenta lascia i 5 Stelle, sbattendo la porta. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Ancora la campagna vaccinale e i posti a tavola in primo piano. Il Corriere della Sera: «Date elastiche per i vaccini». Mentre la Repubblica sottolinea: Vaccini in ferie, si cambia. Per La Stampa: Covid, estate senza vincoli, a tavola in 6 anche al chiuso. Il Messaggero spera nella somministrazione anche nei luoghi delle vacanze: Vaccini, l’assalto dei giovani, seconda dose anche al mare. Avvenire apprezza il boom di adesioni delle ultime ore: Giovani e vaccinati. Mentre Quotidiano nazionale dà notizia del compromesso raggiunto: In sei a tavola. Tutte le regole dell’estate. Simile il Mattino: Vaccino, l’assalto dei ragazzi. Compromesso sulle tavolate. Per Libero è addirittura la: Fine della dittatura giallorossa. Mentre personalizza, come al solito, La Verità che sostiene: Disfatta di Speranza, libertà a tavola. Sulla giustizia vanno Il Sole 24 Ore: Magistrati, cambiano le carriere. E Il Fatto, che crea un fotomontaggio fra i due leader di Pd e Lega: Giustizia, ecco il duo Salvetta&Lettini. Si occupano del richiamo della Ue contro il nostro blocco dei licenziamenti il Manifesto: Un lavoraccio. E Il Domani: Le pressioni esterne sul debito, che minacciano la ripresa dell’Italia. Il Giornale lancia invece un’intervista a Salvini che propone di federare le forze governative: «Ecco la mia idea sul centrodestra unito».

TOCCA AI GIOVANI, IL TAVOLO È PER SEI

È una gran bella notizia. I giovani non aspettano altro che vaccinarsi. Su Avvenire lo racconta Viviana Daloiso:

«Che sia senso di responsabilità o semplice desiderio di riprendersi la vita, una cosa è certa: l'apertura delle vaccinazioni a giovani e giovanissimi si sta dimostrando un successo su tutta la linea. I numeri del primo giorno di prenotazioni lo mettono nero su bianco: alle 11.15 di ieri mattina in Lombardia si erano già raggiunte le 441.478 adesioni. In particolare: 44.362 per la fascia 12-15 anni, 133.511 per la fascia 16-20 e, guardando un po' più in su, 263.605 per la fascia 20-29 anni. «Bene, avanti così» il commento del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che in queste ore s' è preso la rivincita sui detrattori della "locomotiva" d'Italia, ormai da un mese capace di macinare record su record in termini di somministrazioni. Stesso risultato in Veneto: l'apertura a mezzanotte delle agende online dei vaccini dai 12 anni in su ha visto un vero e proprio "assalto" alle piattaforme di prenotazione. A mezzogiorno, anche qui, erano già 250mila: «Prenotazioni, di tutte le età ma soprattutto dei teenager - ha detto il governatore Luca Zaia -, che stanotte hanno fatto le "schegge" postando le prenotazioni sui social. I ragazzi stanno dando una dimostrazione di civiltà unica. Del resto il Covid lo hanno vinto loro, e lo stanno dimostrando». E le stesse immagini della ressa a Bologna, il 2 giugno, coi ragazzi ammassati ai tornelli per il primo open day vaccinale (che nel frattempo sono finite anche sul tavolo del ministro Speranza) sono la dimostrazione plastica dello slancio dei giovani. È prevedibile, da domani in avanti, che anche nelle altre Regioni (ognuna sta procedendo con il proprio calendario) i conti finiranno per essere gli stessi».

Dunque il compromesso sulla vicenda del numero dei posti a tavola è stato raggiunto: si può stare allo stesso tavolo in sei. Non di più. Nel frattempo, oggi è venerdì, altre quattro regioni stanno per diventare bianche. La cronaca del Corriere della Sera, a doppia firma, di Guerzoni e Sarzanini.

«Sei persone allo stesso tavolo del ristorante e quando si va a trovare amici e parenti. È questo il nuovo numero fissato dal governo per gli incontri al chiuso in zona bianca. Un compromesso che arriva dopo giorni di braccio di ferro tra ministri e governatori. L'accordo faticosamente raggiunto sarà ufficializzato oggi con una ordinanza firmata dal ministro della Salute Roberto Speranza, il più restio ad allentare le misure. Esulta la titolare degli Affari Regionali Mariastella Gelmini, dall'inizio favorevole a regole meno rigide: «La zona bianca è un "premio", non avrebbe avuto senso mantenere le stesse regole previste per la zona gialla. Torniamo alla normalità». In realtà gli spostamenti verso le abitazioni private in zona bianca dovrebbero essere liberi e invece si è deciso comunque di stabilire una limitazione. Rimane il nodo delle discoteche, ancora vietate per ballare, con i gestori che minacciano di «aprire comunque se non avremo una data». La trattativa va avanti per tutto il giorno. I governatori propongono 8 persone al chiuso e tavoli liberi all'aperto. Gelmini, ma anche il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, appoggiano questa linea. L'accordo sembra siglato, il presidente della Conferenza delle Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga se ne fa portavoce, a nome degli altri presidenti. Ma appena un'ora dopo arriva lo stop di Palazzo Chigi. Il «percorso graduale» più volte sollecitato in questi giorni da Speranza viene condiviso dal premier Mario Draghi. E così si trova il compromesso dei 6 posti. Ma con un dettaglio importante: far valere la stessa regola anche per gli spostamenti verso le abitazioni private. In zona bianca, nei bar e ristoranti al chiuso, potranno sedere allo stesso tavolo sei persone al massimo. All'aperto non c'è invece alcun limite, anche se rimane la regola di distanziamento di un metro tra tavoli diversi. In zona bianca se due nuclei familiari decidono di mangiare insieme non avranno nessuna limitazione nei posti a sedere. La regola è stata decisa per agevolare quelle famiglie che hanno più di due figli, le quali sarebbero altrimenti destinate a stare in tavoli separati. In zona gialla al momento rimane il limite di quattro persone allo stesso tavolo, sia al chiuso, sia all'aperto. In zona bianca sarà consentito lo spostamento verso un'altra abitazione privata in sei persone oltre ai figli minori. Una regola che finora non era stata prevista, perché nelle aree di minor rischio era stato deciso di consentire libertà di spostamento. In zona gialla rimane consentito «una sola volta al giorno, lo spostamento verso un'altra abitazione privata nei limiti orari del coprifuoco, a quattro persone oltre ai figli minori». Sono già passate in zona bianca Friuli-Venezia Giulia, Molise e Sardegna. Oggi il ministro Speranza firmerà l'ordinanza per il nuovo passaggio che entra in vigore lunedì. Diventano bianche Abruzzo, Liguria, Umbria e Veneto. Dal 14 giugno, se non ci saranno impennate nella curva epidemiologica, toccherà a Lombardia, Lazio, Piemonte, Puglia, Emilia-Romagna e Provincia di Trento. Il 21 sarà la volta di Sicilia, Marche, Toscana, Provincia di Bolzano, Calabria, Basilicata e Campania. Se il quadro attuale sarà confermato, l'ultima regione sarà la Valle d'Aosta il 28 giugno. A luglio l'Italia sarà dunque completamente bianca. In zona bianca non c'è coprifuoco. Lunedì 7 giugno in zona gialla il coprifuoco scatta dalle 24 alle 5. Lunedì 21 giugno anche in zona gialla il coprifuoco viene eliminato. Il 15 giugno riaprono i parchi tematici, il 1° luglio riaprono sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò, ma anche centri culturali, centri sociali e centri ricreativi. Nessuna data è stata invece stabilita per tornare a ballare. Le discoteche possono aprire, far ascoltare musica, mangiare o bere, ma senza la pista. Una situazione che sta provocando la protesta forte dei gestori: «Se non avremo una data ricominceremo comunque», minacciano. Nei prossimi giorni il Comitato tecnico scientifico esaminerà gli esperimenti di Milano e Gallipoli, dove si è decisa la sperimentazione di far ballare 2.000 persone con il green pass. Un test che ha già avuto successo all'estero. Il Cts aveva già concesso il via libera per «sperimentazioni per spettacoli dal vivo» con una deroga al numero massimo di mille persone con misure di sicurezza aggiuntive».».

L’ironia di Maurizio Crippa sulla prima pagina del Foglio si esercita sull’elemento cabalistico e un po’ misterioso della scienza applicata ai divieti governativi. Sei e non più di sei.  

«Ci dev' essere davvero qualcosa di magico, nei numeri. Anche a non essere cabalisti, ci si deve rassegnare all'evidenza. Ci dev' essere qualcosa di speciale soprattutto nel numero sei (6, o VI in numerazione latina). Era già capitato un annetto fa, quando un Boris Johnson non ancora rinsavito, ma sulla via della guarigione aveva decretato la liceità di incontrarsi nei luoghi aperti: ma in non più di sei persone per volta. Six è safe, seven becchi il Covid. Chissà perché. Pensammo a un'estensione della teoria dei sei gradi di separazione. Il caso si ripresenta ora, da noi. Alla fine di un forsennato testa a testa tra governo e aperturisti, le regioni hanno vinto sui posti a tavola: se c'è zona bianca non ci sarà nessun limite per mangiare al ristorante all'aperto (dunque organizzeranno anche i matrimoni sui marciapiedi? Aiuto!). E se invece si mangia al chiuso, al ristorante si potrà essere in sei. Sei, non sette. E ricordatevi che in cinque si può solo giocare a briscola chiamata. Però poi, magia della magia, l'appartenenza a due nuclei familiari fa da moltiplicatore, anche al chiuso. Si potrà essere nove? Dodici? Diciotto o ventiquattro? Misteri di un numero che è il doppio del perfetto. Dura fino al 21, poi chissà».

BIDEN E TRUMP, A CHI CREDERE?

Michele Serra nell’Amaca di oggi affronta il tema dei sospetti sul laboratorio virologico di Wuhan. Sospetti poco creduti ai tempi di Trump, presi sul serio con Biden. Titolo Due pesi e due misure:

«Quando a dire che il Covid potrebbe essere il frutto di un rovinoso incidente in un laboratorio cinese era Trump, tu non gli credevi. Ora che lo dice Biden, tu gli credi. Questo significa che, come tutti, sei condizionato dal tuo orientamento ideologico. Per te un'affermazione è vera o falsa a seconda di chi la pronuncia. Così mi ha detto un amico - spesso polemico, mai stupido - e mi sono sentito con le spalle al muro. Perché è vero, anzi verissimo, che ho accolto in modo radicalmente diverso i sospetti di Trump e quelli di Biden a proposito delle origini del virus. Ne è seguita una certa frustrazione. Fino a che, in uno dei non sempre inutili talk-show serali, sento un diplomatico italiano, Giampiero Massolo, dare una spiegazione molto semplice, e molto confortante, del mio bipolarismo. Gli chiedono perché molte persone che avevano giudicato spazzatura le accuse di Trump ai cinesi, oggi ritengono attendibile e lecito il dubbio di Biden. Risponde, con un sorriso tipicamente diplomatico: perché il presidente Biden è più credibile del presidente Trump. E ha tutta l'aria di essere un parere tecnico, non l'opinione di un tifoso. Mi sono sentito meglio. Non avevo dato credito a Trump non perché è di destra, ma perché è Trump. Ovvero un uomo che ha lastricato di rozze contraffazioni il suo cammino, a partire dalla menzogna fondante del populismo di tutto il mondo: presentarsi come amici del popolo e nemici delle élite, e poi tagliare le tasse ai ricchi. In aggiunta a questo, conta anche il modo. Tra uno che bercia "questa è roba cinese", a un centimetro da "maledetti musi gialli", e uno che chiede, cortesemente, una approfondita inchiesta internazionale, c'è la stessa differenza che separa un aizzatore di folle da un Capo di Stato».

ASSUNZIONI E SBLOCCO DEI LICENZIAMENTI

Enrico Marro sul Corriere della Sera racconta l’ultima fase della discussione sul prossimo decreto che completa l’inizio del Pnrr: quello che riguarda le assunzioni.

«Alla fine è dovuto scendere in campo il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e mettere il suo sigillo sul compromesso, come già è successo tante volte, l'ultima sul blocco dei licenziamenti. Anche ieri il premier ha quindi riunito la cosiddetta cabina di regia a Palazzo Chigi, questa volta sul decreto legge Reclutamento, che rischiava di restare incagliato nel tira e molla tra i vari ministeri, che cercavano di infilare nel provvedimento centinaia di assunzioni non strettamente legate all'attuazione del Recovery plan, e la Ragioneria generale. Ma l'assalto alla diligenza sarebbe rientrato. Questa mattina il preconsiglio metterà a punto gli ultimi dettagli e poi il decreto legge sarà approvato in consiglio dei ministri. Si completa così la triade di provvedimenti (nelle scorse settimane è stato varato il decreto sulla governance e sulle semplificazioni) per far partire il Pnrr, il piano di ripresa che utilizzerà i 200 miliardi destinati dall'Ue all'Italia fino al 2026. Per realizzare gli oltre 300 programmi d'investimento nei campi più diversi, dalle infrastrutture alla digitalizzazione, dalla sanità alla transizione verde, servono infatti decine di migliaia di assunzioni, sia pure a termine, legate cioè al quinquennio del piano. Ma soprattutto servono in tempi rapidi.».

Luca Monticelli per La Stampa torna sulle osservazioni di Bruxelles che ha fortemente criticato il blocco dei licenziamenti. Sindacati furiosi, mentre il Ministro Orlando ridimensiona il parere europeo che sarebbe un semplice “studio” non vincolante.

«La Commissione europea boccia il blocco dei licenziamenti e i sindacati si ribellano. Definire il blocco «controproducente» perché avvantaggia i lavoratori a tempo indeterminato e penalizza i precari, come ha fatto mercoledì Bruxelles, secondo Maurizio Landini è «una bugia totale». Intervistato a L'aria che tira su La7, il segretario generale della Cgil si scaglia contro le raccomandazioni dell'Europa contenute nel Rapporto di primavera: «Il problema del nostro Paese è la troppa precarietà - attacca Landini - e una delle cose da fare sarebbe cancellare quelle leggi balorde che hanno permesso forme di lavoro assurde». L'altro tema sul quale insiste il leader di Corso Italia è la riforma degli ammortizzatori sociali che dovrà essere «davvero universale». Insieme a Cisl e Uil, la Cgil insiste nella richiesta al governo di riaprire il dossier: «Non stiamo dicendo di non licenziare mai più, ma di spostare il blocco al 31 ottobre per tutti». Il 30 giugno infatti scade il divieto per le imprese che hanno accesso alla cassa integrazione ordinaria (in sostanza l'edilizia e l'industria) mentre rimarrà in vigore fino a fine ottobre per il settore dei servizi che potrà continuare a usufruire della cassa Covid. La mediazione del presidente Mario Draghi, rifiutata dai sindacati, prevede per le grandi aziende l'accesso gratuito agli ammortizzatori per sei mesi, da luglio a dicembre: chi attiva la cassa integrazione si impegna a non creare esuberi, ma gli imprenditori che non chiedono aiuti saranno liberi di ristrutturare. Il ministro Andrea Orlando, che aveva tentato di allungare il blocco fino al 28 agosto, si esprime così sui rilievi arrivati da Bruxelles: «Non è una valutazione ufficiale della Commissione, ma soltanto uno studio». Adesso occorre discutere della «gradualità con cui superare eventualmente il blocco - aggiunge il ministro - tenendo conto che all'interno della maggioranza ci sono posizioni diverse».

GIUSTIZIA, LA FINE DELLA GUERRA CIVILE?

Maria Teresa Meli in un retroscena sul Partito democratico, racconta la linea del segretario Letta sulla giustizia:

«Goffredo Bettini prova a rompere uno dei più radicati tabù della sinistra, o, meglio della maggior parte di essa e, segnatamente del Pd. Quello della separazione delle carriere dei magistrati. Lo fa con una lettera al Foglio in cui spiega di «non poter rimanere indifferente rispetto ai quesiti referendari posti sul tema della giustizia dal Partito radicale». Non tutti e sei lo convincono, ma alcuni senz' altro sì. Parla a titolo «personale» Bettini, e lo ribadisce, la sua presa di posizione però scuote un Pd già scosso di suo per i problemi delle candidature in Calabria e nelle città italiane chiamate al voto. Nella riunione del Comitato politico dem Enrico Letta quasi sorvola sull'argomento. Ma il segretario accusa il colpo, anche perché più di un pd appoggia il ragionamento di Bettini. Lo stesso Andrea Orlando, in quella riunione, non boccia in maniera netta la presa di posizione di Bettini. Escono poi allo scoperto Massimiliano Smeriglio, l'ex governatore della Toscana Enrico Rossi e il renziano di scuola dem Andrea Marcucci. Letta però non è d'accordo con questa impostazione: «Il referendum col quorum del 50 per cento non va da nessuna parte, non è uno strumento per fare pressione su niente», è la sua obiezione. E mentre i radicali invitano il Pd a fare un atto di coraggio, Letta aggiunge: «Allungherebbe i tempi di una riforma». Ma ci sono anche altri motivi, ovviamente, dietro la decisione del segretario di non appoggiare i radicali in questa battaglia, supportata invece da Matteo Salvini e dalla Lega. «Cioè da quelli del cappio», ironizza il leader dem con qualche parlamentare amico. Secondo Letta, infatti, «è giunto il momento di chiudere trent' anni di guerra civile tra giustizialisti e garantisti a corrente alternata, quelli che agitano il garantismo per chiedere l'impunità. Grazie all'autorevolezza e alla terzietà di Mario Draghi e Marta Cartabia abbiamo l'opportunità irripetibile di sederci tutti attorno a un tavolo e riformare la giustizia. Chi parla di referendum ora utilizza questo strumento come una scappatoia per non sedersi attorno a quel tavolo». Il riferimento ovviamente è a Salvini e non a Bettini. Dunque, per Letta, «adesso è il momento. Sarà difficile fare la riforma dopo, con governi di segno diverso». Peraltro a giudizio del leader dem l'impianto della riforma immaginata da Cartabia è coraggioso e non è certo un compromesso al ribasso».

Per II Fatto il nemico è proprio il duo Salvetta&Lettini. Wanda Marra racconta “le affinità elettive” fra Lega e Pd sul tema della giustizia:

«In una giornata densa per le tematiche della giustizia, non si sentono particolari voci di attacco verso i contabili della Lega condannati. Si legge nella premessa alle proposte sulla giustizia del Pd: "Sotto il profilo della giustizia, la presenza di un presidente del Consiglio e di una ministra della Giustizia dalla preparazione e dalla autorevolezza inattaccabili può consentire al Paese di voltare pagina. Possiamo davvero chiudere per sempre la stagione delle contrapposizioni politiche sulla giustizia, e consegnare all'Italia un sistema più efficiente, che garantisca il rispetto della legalità insieme alla certezza del diritto e dei diritti dei cittadini, anzitutto quello di ottenere giustizia in tempi rapidi". Eccola qui, scritta nero su bianco, la volontà di Letta di mediare con tutti, anche con la Lega. Inevitabile, d'altronde, visto che le riforme del Pnnr sono necessarie per avere i fondi europei. E poi, se si parla di ritorno della prescrizione, è più facile pensare che si possa fare asse con il Carroccio che con i Cinque Stelle. Di certo, negli ultimi giorni, qualcosa è cambiato. Salvini ha dato ragione al Pd sulla proroga del blocco dei licenziamenti. Il Nazareno ha consegnato una replica secca al vice segretario, Peppe Provenzano, che evidenziava la giravolta, ma è un fatto che Letta ultimamente abbia ammorbidito i toni. "Dobbiamo fare le riforme con la Lega, a partire da quelle della giustizia e del Fisco", ha detto e ridetto. Che cosa è successo? Prima di tutto, c'è stato l'ennesimo confronto con il premier, Mario Draghi. E il segretario del Pd ha voluto smettere di offrire il fianco a chi lo cominciava a dipingere come il picconatore del governo. "Se non ora, quando?", ha ribadito ieri sera, da Bruno Vespa, a proposito delle riforme. Senza la Lega, le riforme non si fanno. E il Pd parte da una debolezza prima di tutto numerica, nelle truppe parlamentari. Dunque, Letta non può che cercare dei punti di convergenza, una volta che ha visto fallire il tentativo di spingere Salvini a uscire dal governo e dar vita alla maggioranza Ursula. In questa fase magmatica della vita politica italiana, poi, si assiste a una convergenza di fragilità: i partiti contano sempre meno, rispetto alla forza personale del premier e dei suoi tecnici, ai moniti di Sergio Mattarella, persino alle raccomandazioni europee, rispetto a specifici provvedimenti. Così gli estremi, pur rimanendo estremi, si toccano. Senza contare che nelle Commissioni parlamentari leghisti e dem si parlano di continuo, senza problemi di comunicazione. Dato di realtà che fa dire alla Rossomando: "Salvini si fidi di più dei suoi parlamentari, invece di fare azioni propagandistiche". Ma in questa confusione di ruolo e di obiettivi, va anche detto che i dem aspettano con ansia di vedere gli emendamenti leghisti alla riforma Cartabia. La scommessa che si possa lavorare insieme la fanno, si aspetta la controprova della realtà. A proposito di rapporti di forza».

SULLA RAI SI DECIDE ENTRO DIECI GIORNI

Entro dieci giorni il Governo dovrà affrontare anche la questione Rai. Tito Boeri e Roberto Perotti su Repubblica affrontano il tema della gestione dell’azienda pubblica televisiva. Fanno un confronto con la Gran Bretagna e concludono che la Rai non è la Bbc.

«Il modo più semplice per comprendere i problemi della Rai è raffrontarla alla Bbc, che per giudizio pressoché unanime è considerata uno dei modelli di servizio radiotelevisivo pubblico. Nel 2019 il gruppo Rai ha avuto entrate per 2,65 miliardi, circa il 55 per cento delle entrate Bbc. Anche il numero dei dipendenti Rai è circa il 55 per cento dei dipendenti Bbc. La differenza sta nella voce salari e stipendi: il 36 per cento delle entrate alla Rai, il 22 per cento alla Bbc. Poiché in Gran Bretagna non c'è il tetto dei 240.000 euro alla remunerazione, presidente, amministratore delegato, consiglieri e alcuni dirigenti sono meglio remunerati alla Bbc che alla Rai. Ma anche se dal 2012 la Rai ha opportunamente cessato di pubblicare questo dato, sappiamo che in quell'anno un giornalista su cinque era dirigente, una percentuale incredibile che sospettiamo oggi non sia cambiata di molto (ma sollecitiamo la Rai a fornire i dati al riguardo). Il lettore interessato può andare sul sito della Rai per l'elenco dei 93 dirigenti e giornalisti con uno stipendio superiore ai 200.000 euro, inclusi il direttore generale della radiotelevisione di San Marino e alcuni giornalisti con responsabilità irrisorie; nella Bbc, che è circa il doppio per dimensioni, i dirigenti e giornalisti che guadagnano più di 200.000 sterline (equivalenti quasi esattamente a 200.000 euro una volta tenuto conto dei diversi costi della vita) sono meno di 90, e di ciascun giornalista è elencato il programma e il numero di apparizioni. Questa non può essere tutta la spiegazione della differenza di costi tra Rai e Bbc, ma è indice di un certo modo di gestire l'azienda. C'è poi l'annosa questione dei compensi delle superstar: una piccola parte del bilancio totale, ma indicativa di una certa cultura. Come è noto, la Rai non fornisce questi dati, a meno che non sia forzata a farlo da qualche commissione parlamentare, come avvenne nel 2017. Abbiamo ricostruito da varie fonti i compensi nel 2018 o 2020, a seconda dell'anno disponibile. Benché la Rai sia circa la metà della Bbc, almeno 10 suoi collaboratori guadagnano 500.000 euro o più; nella Bbc sono tre. Quello delle superstar televisive è un mercato speciale, in cui non c'è un prezzo di riferimento più o meno ovvio come quello di un chilo di pasta di una certa qualità. Proprio perché mancano riferimenti ovvi, è opportuno fare un raffronto con un'altra emittente pubblica che gode di un indubbio prestigio. E il confronto dovrebbe fare riflettere. (…) Non si tratta di imporre a tutti i costi l'austerità dei conti pubblici. Si tratta di imporre il principio che le aziende pubbliche, soprattutto quelle di diritto privato che hanno maggiori leve gestionali, vanno gestite bene nell'interesse della collettività, anche e soprattutto quando, come nel caso del canone Rai, i fondi a disposizione non dipendono dalla qualità del servizio prodotto».

LO 007 VA IN PENSIONE, FINISCE UN’EPOCA?

Carlo Bonini su Repubblica interpreta la pensione di Marco Mancini:

«È il capitolo finale di un'infelicissima stagione della nostra Intelligence e dei suoi rapporti con il Palazzo. Con una decisione comunicata all'interessato alla vigilia del 2 giugno, al sottosegretario con delega alla sicurezza nazionale Franco Gabrielli e alla nuova direttrice del Dis Elisabetta Belloni sono stati infatti sufficienti appena venti giorni per liberarsi della spia che aveva tenuto in costante fibrillazione e apprensione, per 15 anni (è del luglio del 2006 il suo arresto nella vicenda Abu Omar), il nostro sistema di Intelligence e otto diversi governi di diversa maggioranza (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II). Il che racconta almeno due cose. La prima: un "metodo" della presidenza del Consiglio e del primo cerchio di uomini e donne che sono stati chiamati a presidiare in questa fase gli snodi cruciali delle istituzioni e della vita del Paese, l'economia, la sicurezza nazionale, la protezione sanitaria. La seconda: un capovolgimento dei rapporti di forza con gli apparati e l'emancipazione dalla logica del "ricatto", o del baratto, se si preferisce. Figlio legittimo di una classe politica spesso inseguita e tormentata dai fantasmi di segreti non commendevoli, dunque non limpida né fino in fondo libera nelle sue scelte, Marco Mancini, al pari dell'ex direttore del Sismi Nicolò Pollari (a lungo suo padrino, prima che lo scaricasse ingloriosamente nella vicenda Abu Omar), doveva infatti la sua longevità alle debolezze e alla vanità degli interlocutori che aveva saputo agganciare nel tempo. Alla inconfessabilità dei patti di mutua assistenza che con loro era riuscito ad allacciare. Non fosse altro per la scientifica applicazione di una regola che, immutabile, governa i rapporti di Potere. Crea un problema e candidati a risolverlo. Sopravvissuta alla riforma dell'Intelligence del 2007 (la celebre legge 124), la scuola "Pollari-Mancini" di problemi ne aveva creati molti e altrettanti si era candidata a risolvere. Dando contestualmente straordinaria prova di continuità nell'offerta di informazioni privilegiate ad alto valore aggiunto nello scontro politico. Al punto da convincere, in questi ultimi 14 anni, una parte degli apparati a costituirsi come "moschettieri del Re". Quale che fosse il Re di turno a Palazzo Chigi. Degradando la fedeltà repubblicana a una cambiale per la scalata al cielo di carriere importanti. Come funzionassero le cose con Mancini lo aveva capito Matteo Renzi. Lo avrebbe afferrato al volo Matteo Salvini. Ne sarebbe stato rapito il debolissimo e spaventatissimo Giuseppe Conte. E, con lui, il povero Gennaro Vecchione, ex direttore del Dis, che Marco Mancini si era infilato nel taschino, riuscendo per questo ad arrivare ad un passo soltanto dalla promozione a vicedirettore del Dipartimento. La fine di Mancini e le modalità con cui si consuma sono dunque un avviso ai naviganti (non proprio pochissimi) ancora negli apparati che con lui hanno condiviso una cultura dell'Intelligence. E sono il segnale di Gabrielli e Belloni alle attuali catene di comando delle due Agenzie (Aise e Aisi) di quali siano e dovranno essere i parametri su cui misurare la fedeltà repubblicana di chi ne fa parte». 

CENTRO DESTRA, “FEDERARE CHI STA CON DRAGHI”

Sul fronte puramente politico, intervista di Stefano Zurlo per Il Giornale a Matteo Salvini, che lancia l’idea di federare, nel senso di coordinare maggiormente le forze di centro destra che appoggiano il Governo:

«Quando troverete i candidati giusti a Milano e Roma? «Sto incontrando i potenziali candidati, espressione del mondo civico. Ho appena visto Simonetta Matone che mi ha fatto un'ottima impressione, conosce Roma, è giudice, ha molte competenze. Oggi vedrò Michetti. Pure a Milano si susseguono gli appuntamenti: la dottoressa Racca, persona di alto livello, Rasia che si è mostrato brillante. Vado, anzi andiamo avanti, nel giro di qualche giorno decideremo. Ma non è tutto». C'è qualche nome forte a sorpresa? «No, c'è che il Covid ci ha insegnato ad essere veloci». Quindi? «Credo e spero entro giugno di arrivare alla federazione delle forze di centrodestra, almeno di quelle che sostengono il governo Draghi. Tutte». Vuole annettersi Forza Italia? «Per niente. Siamo tutti sullo stesso piano ma dobbiamo fare un passo in avanti». Come? «Per esempio creando gruppi unici alla Camera e al Senato. Ancora, con un lavoro di coordinamento, con conferenze stampa comuni, con iniziative legislative nel segno dell'unità. Ci sono tanti modi per rafforzare l'unità del centrodestra». Ma se è appena nati un altro partito, Coraggio Italia. Più che federazione, siamo alla moltiplicazione delle sigle? «Stimo Toti e Brugnaro, ma credo che sia giusto trovare una sintesi senza litigi nel centrodestra». La Meloni è in avvicinamento secondo i sondaggi. Con lei niente unità? «Mi sembra difficile federare forze di maggioranza e di opposizione. Ma io dico che abbiamo il dovere di creare con tutti liste comuni nel 2023. Tutti insieme nel maggioritario, scegliendo candidati comuni a tutto il centrodestra, poi ciascuno farà la sua gara nel proporzionale e lì esprimerà la propria identità».

L’EX MINISTRA TRENTA LASCIA I 5 STELLE

Brunella Bolloli per Libero intervista l’ex ministra Elisabetta Trenta, che ha deciso di lasciare il Movimento 5 Stelle:

«Al Movimento Cinquestelle mancano una guida e una visione. Lascio perché io amo fare politica, amo il mio lavoro e ho delle competenze, che qui non vengono più riconosciute». Elisabetta Trenta ha la voce ferma e le idee chiare. Non ha mai parlato molto quando era ministro della Difesa del primo governo Conte, ma adesso non si sottrae. Sulla sua vicenda ha appena scritto un libro, una lunga intervista rilasciata a Monica Macchioni, analista politica e fondatrice della casa editrice Male -edizioni. Il titolo gioca sulle sue iniziali: "E. T. Un'extraterrestre alla Difesa".Perché abbandona anche lei la creatura di Grillo e Casaleggio? «Perché questa non è più la casa della trasparenza, della democrazia dal basso, della partecipazione e della coerenza con valori che sono e resteranno comunque miei». Conte non le piace come leader? «Il problema non è se mi piace o no. Ma il fatto che il Movimento era nato per essere diverso dagli altri partiti, le scelte non dovevano essere calate dall'alto ma condivise, fatte insieme alla base. Invece ci siamo contraddetti su tutto». Per questo il Movimento è in crisi di consensi? «Ma certo. Sa quanti mi scrivono, mi mandano messaggi, sono seriamente dispiaciuti, come me, di come sono andate le cose? Noi eravamo altro all'inizio». Si unirà agli altri scissionisti che si stanno organizzando, magari attorno alla figura di Alessandro Di Battista? «Ho letto ricostruzioni fantasiose sul mio futuro. Di sicuro continuerò a fare politica e a lavorare sul territorio. A me piace lavorare e mettere a disposizione le mie competenze». Lei viene dall'Udc. Ha in programma un ritorno tra i centristi? «Lasciai l'Udc per il Movimento piena di speranze e di aspettative. Non voglio parlare adesso di partiti, dico solo che lascio i Cinquestelle, non la politica». Qualcuno sostiene che lei sia ancora arrabbiata perché quando è scoppiata la polemica sull'appartamento al ministero della Difesa, i grillini non l'hanno sostenuta. «Ho avuto tutti contro, specialmente i media. Molti colleghi si espressero con sdegno contro di me, solo due colleghe M5S mi espressero solidarietà». Qualche big grillino l'ha chiamata per chiederle di restare? «Nessuno. Ma io ho il coraggio di andare avanti, al di là dei personalismi e dei compromessi».

LE SUORE CHIUDONO LA CHAT: TROPPA GENTE

Un semplice commento al Vangelo del giorno, accompagnato da un’immagine. Il successo della chat delle suore clarisse di Mantova, con il loro post quotidiano di meditazione, titolo Parole e vita, è stato travolgente. Lo racconta Il Corriere della Sera nelle pagine lombarde, con Giovanni Vigna.

«Mantova. Un successo dirompente. Quasi eccessivo. Le Sorelle Clarisse del monastero di San Silvestro, frazione di Curtatone, hanno annunciato di aver sospeso l'invio della riflessione sul Vangelo del giorno attraverso i social network. Il motivo dell'interruzione? Nel corso dell'ultimo anno il gradimento dei fedeli è talmente aumentato da rendere l'impegno troppo gravoso per le suore mantovane. Il messaggio veniva diffuso quotidianamente, di buon mattino, su Telegram, tramite il canale «Parola e vita», che attualmente annovera oltre 6.000 iscritti. La madre superiora, suor Giovanna Zangoli, si occupava della scelta del commento da proporre sulla chat di Telegram e delle immagini contenenti riferimenti simbolici collegati al testo sacro. «Negli ultimi mesi - spiega suor Giovanna - era diventato troppo impegnativo gestire le numerose richieste dei lettori, che rispondevano ai nostri messaggi chiedendo ulteriori delucidazioni e comunicando le proprie impressioni sul passo del Vangelo». L'anno scorso le suore avevano deciso di diffondere la parola di Dio attraverso WhatsApp ma le migliaia di adesioni ricevute in pochi giorni avevano convinto le Clarisse a trasferirsi su Telegram, una piattaforma più semplice da utilizzare sotto il profilo della gestione delle iscrizioni degli utenti. «Ho comunicato alla parrocchia la decisione di sospendere il servizio - continua la Clarissa -. L'iniziativa ha avuto un successo incredibile, che francamente nessuno si aspettava. Oltre a inviare i messaggi, dovevo rispondere alle tantissime persone che ci contattavano per chiedere spiegazioni o semplicemente per condividere una preghiera. Spesso i lettori volevano indicazioni di tipo tecnico e consigli per non sovraccaricare il proprio cellulare con le immagini». Suor Giovanna trascorreva i pomeriggi e le sere scegliendo i passi del Vangelo più adatti da divulgare su Telegram il mattino seguente: «L'iniziativa ha preso piede in seguito all'articolo pubblicato proprio dal Corriere della Sera lo scorso anno. La partecipazione è stata così vasta che la cosa ci è quasi sfuggita di mano. Alla fine ho dovuto fare una scelta perché in qualità di madre superiora ho altre incombenze. La decisione è dovuta anche al fatto che presto lascerò San Silvestro e mi trasferirò presso il monastero di Ferrara». Il parroco don Cristian Grandelli, che era stato uno degli ideatori dell'iniziativa, sta cercando di dare vita a un gruppo di collaboratori per rilanciare il progetto nelle prossime settimane. Per il momento sono stati individuati due volontari laici, che si alterneranno dividendosi i compiti. La formula sarà la stessa: un commento del Vangelo del giorno accompagnato da un'immagine accattivante con un significato simbolico. «I collaboratori dell'Unità Pastorale di Curtatone prepareranno il messaggio da inviare sulla chat - fanno sapere dalla parrocchia -. Le suore, invece, continueranno a occuparsi delle richieste di ricordi e di preghiere di intercessione da parte dei fedeli».

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