Ursula star del Pnrr

A Cinecittà la von der Leyen approva solennemente il nostro Piano. Arrivano i finanziamenti Ue. Scontro Vaticano-Stato sul Ddl Zan: il nodo della libertà. Gelo fra Grillo e Conte

Al di là delle tifoserie, eccitate dallo scontro inedito Vaticano-Stato, ci sono da capire molti aspetti della vicenda che riguarda il Ddl Zan. A fine aprile il cardinal Gualtiero Bassetti, a nome dei Vescovi italiani, aveva sostenuto che la legge in discussione non andava “affossata” ma che andava modificata, soprattutto sul punto della libertà d’espressione. Da molte settimane Avvenire aveva ospitato pareri di esponenti della sinistra e di alcuni movimenti storici delle femministe italiane, che avevano criticato aspetti del Ddl Zan. Un confronto che però aveva stentato a decollare sul piano politico parlamentare. La destra, e la Lega in particolare, da una parte e il Pd, dall’altra, avevano finora dato l’impressione di non voler discutere nel merito la legge, ma di farne una battaglia di bandiera. La “nota verbale” è un passo ufficiale, ancora informale, che obiettivamente deve essere stato deciso dal Vaticano, proprio perché le discussioni sul piano politico non avevano dato esito. Anche chi ritiene che il Concordato non c’entri, come Acquaviva e Margiotta Broglio, ritiene giustificati i motivi di preoccupazione della Chiesa sulla sua libertà di espressione. Vedremo se Letta, come ha detto ieri mattina “a caldo”, è per il “dialogo” o per lo scontro. E vedremo come si comporterà Draghi.

La bufera mediatica provocata dalla “Nota” vaticana ha un po’ offuscato il viaggio di Ursula von der Leyen a Roma nella sua missione di approvazione solenne del nostro Pnrr. L’Europa ha acceso il semaforo verde e sta per partire un piano di finanziamento senza precedenti. Da un certo punto di vista la partita vera comincia adesso: riuscirà l’Italia a “spendere bene” questi soldi? Sfida decisiva per il nostro futuro. Marco Travaglio si rammarica che non viene ricordato Giuseppe Conte nel giorno solenne del “Pronti via!”. Fu lui ad ottenere i soldi e adesso li gestisce l’odiato successore.

Sul fronte pandemia, la campagna vaccinale prosegue spedita. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 565 mila 363 somministrazioni. I dati del contagio e dei ricoveri sono confortanti, anche se la variante Delta provoca qualche apprensione. Il Quotidiano Nazionale racconta un focolaio della variante nel piacentino dove non ci sono vaccinati fra i contagiati. Oggi a Roma si discute anche della modalità di riapertura delle discoteche.

Nella vita dei partiti, c’è da segnalare un silenzio catatonico del centro destra su Milano mentre cala il gelo fra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. I due avrebbero interrotto il dialogo sul nuovo Statuto del Movimento. E i fedeli all’ex premier fanno capire che sarebbe possibile addirittura una scissione. La finale degli Europei di calcio, prevista a Wembley, sta diventando un caso politico internazionale di prima grandezza.

Nota bene alla Versione di oggi. Offriamo diversi materiali su Vaticano e Ddl Zan, se non interessa, non c’è che da passare al capitolo successivo. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

L’ approvazione europea al nostro Pnrr con la visita della von der Leyen a Cinecittà e lo scontro Vaticano- Italia sul Ddl Zan dominano le scelte dei giornali. La Stampa usa le parole del “falco” Dombrovskis: «Italia, Recovery solido, ma è solo il primo passo». Il Sole 24 Ore sintetizza i numeri: Via libera al Recovery plan, 15,7 miliardi da spendere per 105 progetti entro il 2021. Per Il Messaggero lo slogan è quello di Draghi: «La sfida è spendere con onestà». Il Mattino esalta i contributi per il Mezzogiorno: Recovery, appello di Draghi. Ecco i primi progetti per il Sud. Per Il Giornale se c’è il Pnrr, resta anche il reddito di cittadinanza: Soldi europei e sprechi grillini. Il Corriere della Sera resta sullo scoop prodotto ieri e sottolinea il ruolo del Governo: Legge Zan, interviene Draghi. Avvenire insiste sul merito delle modifiche chieste dal Vaticano: Libertà da difendere. Per la Repubblica il dibattito è invece dentro le stesse stanze vaticane: La legge Zan divide il Vaticano. Il Manifesto ironizza sul titolo dell’enciclica di papa Francesco, sovrapponendo un’immagine di gay pride a questo titolo: Fratelli quasi tutti. Il Domani vede incertezze fra i dem: Trattare con le destre o votare subito per sfidare il Vaticano, i dilemmi del Pd sulla legge Zan. Mentre La Verità: Habemus Papam e Libero: Il Papa divorzia dal Pd si producono in un tifo chissà quanto gradito oltretevere. Due giornali scelgono altri temi. Quotidiano Nazionale sta sulla pandemia: La variante contagia i non vaccinati. Mentre Il Fatto si concentra sulla riforma della giustizia: Così Salvini vuole i delinquenti liberi.

DDL ZAN, SCONTRO INEDITO DOPO LA NOTA VERBALE

Andiamo per ordine. Che cosa intendeva dire davvero il Vaticano, con il passo diplomatico fra Stati? Chiedere modifiche ad una legge ancora in discussione dovrebbe essere compito della politica e in Italia ci sono i Vescovi. La Cei nel passato ha espresso due interventi sulla legge, l’ultimo il 28 aprile, in cui, appoggiando l’approvazione finale, chiedeva una discussione nel merito. Senza successo. Gianni Cardinale su Avvenire fa interpretare la mossa del Vaticano dal giurista ed ex Presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli.

«La Santa Sede interviene sulla proposta legislativa del disegno di legge contro l'omotransfobia, attualmente all'esame della commissione Giustizia del Senato. Non si tratta di un'ingerenza politica o di una richiesta di privilegi, impensabili oggi più che mai, ma di un passo intrapreso dalla diplomazia d'Oltretevere perché ritiene che alcune norme previste nel cosiddetto disegno di legge Zan «riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica » in tema di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale, ovvero quelle libertà sancite dall'articolo 2, ai commi 1 e 3 dell'accordo di revisione del Concordato del 1984. L'intervento vaticano è avvenuto attraverso una 'nota verbale' della Segreteria di Stato consegnata il 17 giugno scorso all'ambasciatore italiano presso la Santa Sede Pietro Sebastiani. La notizia, rivelata al Corriere della Sera presumibilmente da fonti italiane, è stata confermata dalla Santa Sede con una breve nota sull'Osservatore Romano e con una intervista sull'argomento rilasciata al portale VaticanNews dal costituzionalista Cesare Mirabelli, già presidente della Consulta e ora consigliere generale dello Stato della Città del Vaticano. La 'nota verbale' è un passo diplomatico piuttosto raro che di solito viene compiuto solo dopo che colloqui e/o lettere informali non hanno sortito il risultato sperato. Nel documento consegnato dal Vaticano giovedì scorso si rileva in particolare come il ddl Zan rischi di interferire, fra l'altro, con il diritto dei cattolici e delle loro associazioni e organizzazioni alla «piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», come previsto dal comma 3 del citato articolo 2 dell'accordo di revisione del Concordato. Per L'Osservatore Romano, con la nota verbale «si auspica una diversa modulazione del disegno di legge». Nell'intervista al portale VaticanNews Mirabelli spiega che l'accordo di revisione del Concordato «garantisce alla Chiesa dei diritti che già la Costituzione afferma e, sotto questo aspetto, è un rafforzamento dei diritti costituzionali». In particolare garantisce «la libertà di educare, la libertà di esercitare il magistero e per i cattolici, ma evidentemente per tutti, la libertà di manifestazione del pensiero, di parola, di scritto ed esprimere il proprio il pensiero con ogni altro mezzo, e poi la libertà delle scuole». Aspetti che il ddl Zan «per qualche profilo mette a rischio». Mirabelli sottolinea «le garanzie della libera espressione di convinzioni che possono essere legate a valutazioni antropologiche su alcuni aspetti». E sotto questo aspetto la nota verbale della Santa Sede «è una comunicazione che viene fatta, una segnalazione di attenzione per il rischio di ferire alcuni aspetti di libertà che l'accordo di revisione del Concordato assicura. Non si chiedono quindi privilegi». Per Mirabelli infine la nota della Santa Sede «non vuole essere una limitazione alla garanzia per persone deboli, la dignità della persona è dignità di tutti, quale che sia la loro condizione». Non è una nota «in conflitto con lo Stato, ma una segnalazione anticipata di un rischio che si corre se le norme sono configurate per questi aspetti che sono segnalati».

In un retroscena Franca Giansoldati sul Messaggero offre un’interpretazione “dietro le quinte”.

«Di fronte all'accelerazione di Pd e M5S sulla legge contro l'omotransfobia, in questi mesi si sono mobilitati prima i giuristi cattolici, poi una settantina di associazioni laicali, poi alcuni vescovi in ordine sparso denunciando le «derive liberticide» di una «legge ideologica» che avrebbe potuto colpire la libertà di espressione dei cattolici. Il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti nel frattempo rassicurava che la legge non andava affossata, semmai solo corretta delle «evidenti vistose lacune». Nel frattempo, dietro le quinte, agiva il cardinale Pietro Parolin. Visto che finora è risultato tutto inutile e i tempi parlamentari stringevano, il 17 giugno Papa Francesco ha benedetto la nota verbale consegnata dal suo ministro degli esteri, l'arcivescovo Gallagher al governo italiano. In ballo c'è l'articolo 2 (commi 1 e 3) del Concordato. La posta in gioco è altissima per la Chiesa visto che «ridurrebbe la libertà garantita» dagli accordi bilaterali del 1984 in tema di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale. L'intervento diplomatico punta ad aprire un dialogo per una variazione del ddl. Se le cose restassero così anche per un parroco potrebbe essere sufficiente una predica con una citazione tratta dal Catechismo per finire nei guai. Gli atti di omosessualità per il Magistero «sono intrinsecamente disordinati», «contrari alla legge naturale che precludono all'atto sessuale il dono della vita» e «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

Che cosa farà adesso Draghi? Il Corriere della Sera che ieri aveva dato la notizia in anteprima, cerca di mantenere la priorità acquisita e offre un retroscena di Sarzanini e Verderami, citando la Nota Verbale redatta oltretevere. Peraltro da stamattina a conoscenza di tutti i vaticanisti, nel suo testo integrale.

«La segreteria di Stato vaticana «auspica che la parte italiana possa tenere in debita considerazione le argomentazioni e trovare così una diversa modulazione del testo continuando a garantire il rispetto dei Patti lateranensi». Eccolo il passaggio chiave della nota verbale consegnata dal cardinale Paul Richard Gallagher il 17 giugno e subito tramessa dall'ambasciatore italiano presso la Santa Sede Pietro Sebastiani al ministero degli Esteri, a Palazzo Chigi e al Quirinale. Ecco la frase che impegna il governo - la «parte italiana» - a trattare. La comunicazione è giunta per via diplomatica, ma non c'è dubbio che il premier fosse già stato informalmente messo a parte dalla Santa Sede del disagio per la possibile approvazione della legge, se è vero - come sottolinea un ministro - che «le note verbali sono elementi abituali, sempre frutto di precedenti incontri». Numerose fonti di governo lo confermano, spiegando come sia «impensabile che il Vaticano abbia formalizzato una posizione così netta senza alcuna avvisaglia precedente. Il tema viene valutato con grande attenzione». E già oggi in Parlamento Mario Draghi dirà che «dovranno essere valutati gli aspetti segnalati da uno Stato con cui abbiamo rapporti diplomatici». Un modo per rispondere alle sollecitazioni vaticane in attesa di trovare - grazie anche al lavoro degli esperti - una soluzione che non appare facile. Il disegno di legge Zan è infatti già stato approvato dalla Camera e l'esecutivo dovrà scegliere la strada per inserirsi nel percorso parlamentare senza «interferire». Secondo la Santa Sede «alcuni contenuti della proposta legislativa avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa e ai suoi fedeli». La norma contestata riguarda la mancata esenzione delle scuole cattoliche dalle attività previste nella Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia. In particolare si stigmatizza «il riferimento alla criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso». Nella nota verbale c'è un passaggio in cui si sottolinea che «ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Proprio sulla base di questa considerazione si sollecita la revisione del ddl Zan. Da qui si dovrà adesso ripartire per sbrogliare la matassa di una legge che aveva già evidenziato profonde divisioni tra i partiti della maggioranza. Una moral suasion da portare avanti con estrema cautela, ma anche con la determinazione di non mettere in discussione gli accordi tra l'Italia e lo Stato Vaticano. La reazione del premier Draghi nel corso della conferenza stampa convocata dopo l'incontro con la presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, a chi gli chiedeva che cosa farà il governo, dimostra quanto spinosa sia la questione. «È una domanda importante», ha sottolineato evidenziando la necessità di «rispondere in maniera strutturata». E così confermando l'esigenza di garantire i rapporti con la Santa Sede, di salvaguardare l'indipendenza del Parlamento ma anche di accompagnare l'approvazione di norme che proteggano le libertà. Per questo viene letto come un segnale importante la scelta del ministro per gli Affari europei Vincenzo Amendola di firmare - insieme ad altri 13 Stati membri dell'Unione - una «richiesta di chiarimenti» avanzata nei riguardi dell'Ungheria su alcune leggi approvate in quel Paese che «producono discriminazioni in base all'orientamento sessuale». E finora «non sono arrivati chiarimenti soddisfacenti». Intervenendo oggi in Parlamento, Draghi fornirà chiarimenti lasciando probabilmente intendere che la soluzione non è comunque imminente. Servirà una riflessione approfondita, e il tempo verrà usato per far decantare il clamore. Magari consentendo ai gruppi della larga maggioranza di lavorare a un compromesso su un testo che è diventato terreno di scontro politico. E che peraltro non avrebbe i numeri per essere definitivamente approvato. Si vedrà se la mossa del Vaticano spingerà i partiti verso un accordo.». 

Che cosa farà il Pd? Letta parla di modifiche possibili senza stravolgere l’impianto della legge. La cronaca di Carlo Lania sul Manifesto riporta gli umori interni ai Dem.

«L'iniziativa vaticana, giudicata da alcuni come un'ingerenza negli affari interni dell'Italia, ha intanto avuto l'effetto di riaccendere nel Pd le divisioni già esistenti sulla legge. Che le osservazioni fatte Oltretevere abbiano lasciato il segno lo si capisce fin dal mattino, quando Enrico Letta, parlando alla radio, pronuncia parole che vengono lette come un'apertura alla possibilità di modificare il ddl. «Noi siamo sempre stati favorevoli a norme forti contro l'omotransfobia e siamo sempre aperti al confronto», dice il segretario. «Guarderemo con il massimo spirito di apertura ai nodi giuridici, pur mantenendo da parte nostra il favore sull'impianto». Poi il segretario telefona al ministro degli Esteri Di Maio per avere maggiori delucidazioni sulla nota vaticana, ma intanto il cambio di atteggiamento non è passato inosservato. Tradotte, le parole di Letta potrebbero significare il via libera a un tavolo politico chiesto più volte dalla Lega e da Italia viva per aprire un confronto interno alla maggioranza sulla legge allo scopo di arrivare a un testo condiviso da tutti. Proposta che significherebbe anche accettare l'idea di un ritorno del ddl alla Camera, ipotesi sempre respinta oltre che da LeU, M5S e Autonomie, da sempre favorevoli alla ddl Zan, anche dal Pd. Basti ricordare che non più tardi di due mesi fa, nel corso di assemblea virtuale con i senatori dem convocata proprio per discutere del ddl contro l'omofobia, Letta aveva pregato quanto nutrivano ancora dei dubbi a non esitare più e a votare la legge, definita una «norma di civiltà». La nuova presa di posizione spinge ora il partito a uscire allo scoperto. «Il ddl Zan è una proposta di legge equilibrata che tutela la vita delle persone. E quando si tutela la vita delle persone si migliora un Paese intero. Il servizio Studi del Senato ha confermato ce il testo non limita in alcun modo la libertà di espressione, tanto meno quella religiosa», si legge in una nota scritta Marco Furlan, Maria Pia Pizzolante e Nicola Oddati della direzione nazionale del partito. Va giù duro anche il dem Alessandro Zan, che al testo contro l'omofobia ha dato il suo nome e che è stato il relatore della legge alla Camera, dove è stata approvata il 4 novembre 2020: «Tutte le critiche sono legittime - dice il deputato - ma è grave quando uno Stato estero contesta una legge che non è in vigore ma che è in iter». 

Che cosa c’entra il Concordato? Gennaro Acquaviva, a lungo collaboratore di Bettino Craxi e importante dirigente del Partito socialista è stato uno dei politici che da parte italiana si sono occupati negli anni Ottanta della revisione del Concordato. Lo ha interpellato il Corriere della Sera.

«Penso che la Santa Sede abbia le sue ragioni: dal suo punto di vista la libertà e l'autonomia della scuola cattolica vengono messe a rischio se è obbligata a fare qualcosa che va contro la propria coscienza, i propri principi. Ma andava evitato il ricorso ai canali diplomatici. Il Concordato rivisto nel 1984 si basa su un principio nuovissimo, nei rapporti tra Stato e Chiesa. La collaborazione. Nell'intesa rinnovata, raggiunta con Bettino Craxi presidente del Consiglio, Italia e Vaticano si riconoscevano l'un l'altro come cofondatori dello Stato moderno italiano e sottoscrivevano una collaborazione positiva per la crescita del Paese che chiudeva ben altre stagioni. Col principio di collaborazione sarebbe stato meglio sedersi intorno a un tavolo, discutere il testo del ddl Zan ed evitare un confronto formale».

Il Fatto ha ascoltato un altro storico protagonista della revisione del Concordato, Francesco Margiotta Broglio:

«"Se la Chiesa vuole opporsi al ddl Zan lo può fare sul piano politico, non certo appellandosi al Concordato". A dirlo è il professor Francesco Margiotta Broglio, tra i massimi esperti dei rapporti tra Stato e Chiesa e presidente di quella Commissione governativa che negli anni 80 portò alla revisione dei Patti Lateranensi. Professor Margiotta Broglio, perché la Chiesa non può rifarsi al Concordato? «Il diritto è una scienza esatta, non è questione di opinioni. E il Concordato non prevede assolutamente nulla che possa essere invocato per bloccare un disegno di legge come il ddl Zan. La Chiesa può portare avanti una legittima battaglia politica attraverso la sua influenza su deputati e senatori, ma il Concordato regola i rapporti con lo Stato, non c'entra niente. Faranno testo solo le maggioranze parlamentari». Le argomentazioni della Chiesa sono infondate? «Non dico questo, perché in effetti alle scuole private cosiddette di tendenza, come quelle cattoliche, nessuno può imporre una giornata festiva, che sia per celebrare il contrasto all'omofobia o per altro. Ma non c'è bisogno di scomodare il Concordato, se la legge fosse approvata così com' è sarebbero le scuole a dover rivendicare la propria libertà di scelta e in quel caso la legge potrebbe finire alla Consulta». (…) Cosa può succedere adesso? «Il Concordato prevede che in caso di divergenze interpretative si convochi una commissione paritetica tra tecnici del Vaticano e dello Stato italiano. Ma non credo ci si arriverà mai, il problema è tutto politico e si risolverà in Parlamento, con la Chiesa che tenterà di modificare il ddl attraverso i lavori parlamentari». Esiste anche la strada di un ricorso giuridico da parte della Chiesa? «Bisognerebbe trovare un giudice abbastanza matto da accettarlo. Crede che il Concordato debba essere rivisto? «Negli anni 80 riuscimmo a rivedere i Patti lateranensi sulla spinta dei referendum sul divorzio e sull'aborto. Rispetto all'accordo del 1929, il nostro testo è già molto snellito. Mi sembra che la società sia sempre più scristianizzata: c'è un rapporto dell'Istituto Pew secondo cui nel 2050 il cattolicesimo sarà presente quasi solo in Africa e in America Latina. In Europa ci si battezza e ci si sposa sempre di meno. Questo per dire che già oggi il Concordato serve a poco, visti i cambiamenti della società. Ma, come ho detto, per arrivare alla firma fu comunque necessaria una forte spinta dell'opinione pubblica dopo i risultati dei referendum. E oggi un Marco Pannella, che allora fu decisivo per quel cambiamento, non c'è».

ORGOGLIO ITALIANO. VIA LIBERA DELL’EUROPA AL PNRR

Ieri giornata dell’orgoglio nazionale per l’approvazione del nostro Recovery Plan. Il fondale del sì pubblico europeo al Pnrr italiano è stato Cinecittà: Ursula von der Leyen e Draghi hanno incontrato lì la stampa per celebrare il progetto di finanziamento. La cronaca del Corriere della Sera.

«Mario Draghi ha scelto un luogo simbolo della cultura italiana per ricevere Ursula von der Leyen, incassare il via libera formale della Commissione europea al Piano nazionale di riforme in base al quale l'Italia riceverà quasi 200 miliardi di euro da Bruxelles nei prossimi sei anni. Accanto alla presidente della Commissione il capo del governo calibra le parole, ma soprattutto si dice «orgoglioso» della valutazione del Piano fatta a Bruxelles, aggiunge che tutto il Paese avrà una responsabilità che non si esaurisce entro i confini nazionali: soprattutto «nei confronti del resto dei Paesi europei, nei confronti dei cittadini europei che pagano le tasse. Abbiamo quindi la responsabilità non solo nei confronti di noi stessi ma anche verso i cittadini dell'Europa». È uno dei concetti chiave della conferenza stampa: i soldi del Piano di ripresa e resilienza europea vengono da una prima mutualizzazione del debito, grazie a emissioni di titoli europei, quindi tutti gli Stati si fanno carico dei singoli Piani, e quello italiano è il più ricco in termini di risorse dedicate alla ricostruzione economica post pandemia. Le parole di entrambi i presidenti sono di soddisfazione, cariche di promesse e impegni per l'attuazione del Piano: «È una giornata di orgoglio per il nostro Paese. Abbiamo messo a punto un progetto per rendere il Paese più giusto e sostenibile per la sua crescita. La sfida più importante è l'attuazione. Siamo solo agli inizi», ha esordito Draghi, «l'importante che i fondi siano spesi tutti e bene. In maniera efficace e con onestà. Ci sono molti progetti pronti a partire». Ovviamente la cerimonia è intrisa di ottimismo: «Spero che sia l'alba della ripresa dell'economia italiana», continua il presidente del Consiglio, che parla di «grande responsabilità per l'Italia. È l'inizio di una fase nuova, l'Italia avrà una maggiore crescita». Cosa cambia rispetto alle tante promesse e ai tanti piani dei fondi europei degli anni passati, quelle risorse che non siamo mai riusciti a spendere? «Ci sono due ingredienti nuovi rispetto al passato - risponde ancora il capo del governo - c'è la volontà politica di attuare il piano e la capacità amministrativa di farlo. Mettiamo la pubblica amministrazione in condizione di spendere i fondi. Ora bisognerà fare la riforma della giustizia, la riforma della concorrenza. Il pacchetto di riforme cambia in profondità l'agire amministrativo. Siamo fiduciosi. Senza le riforme il Pnrr sarebbe un altro annuncio, ma con l'impegno delle autorità preposte al piano e di tutti gli attori principali che lavoreranno all'attuazione del Recovery ce la faremo». Il premier dà anche il timing delle prossime riforme: «Entro il mese di giugno presenteremo un disegno di legge delega per la riforma degli appalti e le concessioni. A luglio ci sarà la riforma della concorrenza, la riforma della giustizia arriverà a giorni nel Consiglio dei ministri. L'idea è di procedere alla massima velocità».

Il Messaggero indica i capitoli su cui saranno investiti i primi soldi dall’Europa: in primo piano il Superbonus 110% sugli edifici e poi il Turismo 4.0.

 «L'ora delle trattative, delle carte, dei progetti è finita. Il Recovery plan è ormai entrato nella sua seconda fase, quella più complicata: l'uso delle risorse europee. A fine luglio arriverà una prima tranche di soldi. Probabilmente non tutti i 25 miliardi a cui l'Italia ha diritto per aver rispettato le scadenze nel presentare i piani di investimento. Ma poco importa. Il dado ormai è tratto. Ora, come ha ricordato ieri il presidente del Consiglio Mario Draghi, bisognerà spendere bene e con onestà. E soprattutto in fretta. Perché le risorse non utilizzate entro il 2026 torneranno indietro a Bruxelles. L'Italia è pronta a partire immediatamente. Alla Commissione europea, insieme alle 2.500 pagine del Recovery plan, il governo ha consegnato un calendario preciso dell'impiego dei soldi. Si partirà subito. Già entro la fine di quest' anno il governo si è impegnato a usare risorse per quasi 14 miliardi. L'elenco dei progetti sui quali pioveranno queste prime risorse è lungo. Nel documento consegnato a Bruxelles se ne contano ben 105. Alcuni saranno finanziati con contributi a fondo perduto dell'Europa. Altri con i prestiti che la Commissione concederà praticamente a tasso zero. Da dove si partirà? Ovviamente da quelle voci del Recovery che sono immediatamente spendibili. Per esempio 460 milioni saranno immediatamente utilizzati per finanziare il Superbonus del 110%, una delle misure principali inserite nel piano di transizione energetica. Così come, sempre sullo stesso capitolo, ai Comuni saranno trasferiti subito 1,15 miliardi per rendere efficienti dal punto di vista energetico i loro edifici. Ma mentre per il Superbonus l'Italia userà una quota dei finanziamenti a fondo perduto, nel caso dei Comuni la spesa sarà coperta con i prestiti agevolati. Altri 247 milioni saranno usati per finanziare i progetti legati al Turismo 4.0 (un capitolo che nel complesso vale 8 miliardi). Altri 1,7 miliardi saranno immediatamente destinati a finanziare il programma Transizione 4.0 per le imprese, ossia gli sgravi fiscali per l'ammodernamento tecnologico e digitale. Anche su alcune infrastrutture ferroviarie sono previsti finanziamenti immediati, come sulla Liguria-Alpi (532 milioni) e sulla Brescia-Verona (341 milioni). Ma si tratta di prestiti che andranno a sostituire finanziamenti nazionali. Considerato nel suo complesso, il piano italiano prevede 58 interventi di riforma e 132 investimenti attorno a cui ruotano i 191,5 miliardi in arrivo da Bruxelles (68,9 in sussidi, 122,6 in prestiti agevolati) da spendere entro il 2026. Il cambio di passo fra la bozza del governo Conte e il testo presentato dall'esecutivo Draghi, dicono a Bruxelles, s' è vista soprattutto a livello di governance del piano. «Abbiamo collaborato molto bene con le autorità italiane». Tra i punti di confronto, l'assenza di un capitolo dedicato alla biodiversità, integrato dopo la richiesta della Commissione (si prevedono adesso 1,2 miliardi per riforestazione, protezione delle risorse marine e interventi nel bacino del Po), e la rimozione di alcune misure che l'esecutivo Ue non considerava «davvero digitali», così come di alcune che non garantivano il rispetto della sostenibilità ambientale». 

Dalle colonne del Sole 24 Ore ecco il commento del presidente della Confindustria Carlo Bonomi.

«Il presidente di Confindustria ha citato Draghi: «se saremo in grado di fare un'attuazione positiva del Piano, se i soldi saranno spesi in maniera responsabile c'è la possibilità che gli sforzi fatti dai Paesi membri possano rimanere strutturali. Questo è un grande traguardo che non possiamo fallire». Ma non basta: serve una partnership pubblico-privato. «L'importanza di stimolare interventi privati sarà fondamentale. Senza un coinvolgimento delle imprese non ci potrà essere una stabile e solida crescita economica e sociale». Un anno fa, ha ricordato il presidente di Confindustria, all'assemblea aveva lanciato il Patto per l'Italia. Oggi ne è ancora più convinto: i processi di riforma e di investimenti «devono essere collocati in una visione di politica industriale da realizzare oltre il Pnrr. Senza una forte partnership non si potrà rispondere a quelle dinamiche di crescita necessarie per ripagare il debito emergenziale che il paese ha contratto, non se ne può fare a meno». Il Pnrr prevede risorse per 191,5 miliardi entro il 2026, ha specificato il presidente di Confindustria, di cui 68,9 fondo perduto, 122,6 a prestito. «Una cifra non indifferente che dobbiamo restituire». La forchetta di crescita prevista con gli interventi del Pnrr è tra l'1,8 e 3,6% del pil, una quota che «non sarà sufficiente per ripagare nel tempo il debito pubblico che abbiamo». Bisogna spingere di più: «abbiamo di fronte investimenti importanti, per le riforme, per rispondere alle grandi disuguaglianze del Paese, di genere, generazionale, di territorio e competenze». Quella del Pnrr «rappresenta un'apertura che dobbiamo assolutamente cogliere, ancor più dopo anni in cui in Italia sembrava registrarsi un pericoloso e superficiale ritorno al pubblico e dove l'unico vero strumento di politica industriale era il rinvio. Oggi le condizioni sono cambiate, abbiamo una grande opportunità». 

Marco Travaglio dedica il suo commento di prima pagina a questa vicenda. La sua idea è sempre quella: Draghi sta godendo dei risultati ottenuti da Conte. Oggi l’immagine è quella presa dal titolo del famoso film: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Con un espediente retorico: Travaglio ripercorre l’iter di approvazione degli Eurobond, rivendicando i meriti di Conte, presentato come il premier X.

«Il 27 febbraio 2020, mentre l'Italia piange i primi morti per Covid, il premier X invita il presidente francese Emmanuel Macron a Napoli per un bilaterale su nuove misure europee contro la pandemia. Il 23 marzo consulta i leader di altri 8 Paesi Ue (Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia) e con loro mette a punto una "Lettera dei Nove" al presidente del Consiglio europeo Charles Michel per proporre "uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell'Ue per raccogliere risorse sul mercato a beneficio di tutti gli Stati membri... per un finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni della pandemia". È il primo cenno agli Eurobond o Corona bond. Germania e Paesi "frugali" del Nord guidati dall'Olanda rispondono picche: Eurobond mai, al massimo un Mes sanitario con condizionalità sospese sino a fine emergenza (all'Italia andrebbero 36-37 miliardi di prestiti). Il premier X rifiuta. Il 26 marzo, al Consiglio europeo, sei ore di scontro fra i Nove e il fronte del Nord più Merkel, che dice: "Noi preferiamo il Mes, no ai Coronabond". Il premier X lancia l'idea, perfezionata con Macron, di "titoli europei vincolati alla crisi Covid ed emessi una tantum": gli "European Recovery Bond". (…) Il premier X pone il veto sulle conclusioni finali. E ottiene un nuovo testo che impegna i cinque euro presidenti (Commissione, Consiglio, Parlamento, Eurogruppo e Bce) a presentare in 14 giorni un "Recovery Plan adeguato". Risate e pernacchie sulla stampa italiana, che pressa il premier X perché chieda i 36 miliardi di Mes e lasci perdere la follia del Recovery. Per convincere i popoli dei Paesi più riottosi ad accettare i Coronabond, il premier X si fa intervistare da tv e giornali di tutta Europa (…) Il premier X ottiene ciò che voleva: 750 miliardi e nessun potere di veto dei singoli Stati (solo un “freno di emergenza” a maggioranza in caso di inadempienze rispetto ai piani approvati dall’Ue). L’Italia ne avrà 36,5 in più del previsto: 81,4 a fondo perduto e 127,4 in prestito. Ora che ha vinto, il nome del premier X scompare dalle prime pagine italiane, sostituito da Merkel e Macron, mentre la stampa estera lo elogia. Ieri, a Cinecittà, la cerimonia per festeggiare la prima rata in arrivo del Recovery Fund, alla presenza della Von der Leyen e del premier Draghi. Ps . Dicono gli ornitologi che il cuculo è noto per il “parassitismo di cova”, che consiste nel deporre il proprio uovo nel nido di altri uccelli».

FOCOLAIO DI VARIANTE DELTA, NESSUNO ERA VACCINATO

I dati nazionali sull’epidemia continuano ad essere in miglioramento. Ma la cosiddetta variante Delta ogni tanto si manifesta. La cronaca del Quotidiano Nazionale racconta di un focolaio fra Piacenza, Cremona e Lodi. La buona notizia è che il ritorno del virus ha colpito chi non era vaccinato.

«La variante Delta ora fa paura anche in Italia, ma i vaccini dimostrano una volta di più di riuscire a fronteggiarla. Venticinque casi tra Piacenza, Cremona e Lodi. Un focolaio che in sei giorni l'Ausl piacentina ha sequenziato, rintracciato e isolato prima che potesse espandersi aprendo le porte a scenari di un potenziale contagio fuori controllo. Il focolaio innescato dalla mutazione del Covid proveniente dall'India è scoppiato in due aziende della logistica nel Piacentino. Dieci i dipendenti coinvolti, mentre gli altri quindici contagiati sono conoscenti, amici e familiari. Nessun caso grave, solo un trentenne è stato ricoverato in ospedale. Per lui non è stato necessario il trasferimento in terapia intensiva e adesso si trova in un reparto Covid. Tutti i 25 positivi (di età compresa fra i 30 e i 40 anni) non erano vaccinati. Diciannove sono residenti a Piacenza, 4 a Cremona e 2 a Lodi. E proprio la mappa del contagio estesa a diverse città, tra Emilia e Lombardia, e il fatto che alcuni positivi avessero viaggiato nei giorni scorsi con mezzi pubblici, ha spinto l'Ausl di Piacenza a lanciare appelli, chiedendo ai pendolari della linea di bus Piacenza-Cremona e Piacenza-Caorso di sottoporsi a tampone. I tamponi, sì: in tutto ne sono stati eseguiti mille, mentre in isolamento sono finite cento persone. Se ne stanno cercando altre: in ambito lavorativo e nella vita sociale, anche se l'infezione sembra essere stata circoscritta e contenuta. La conferma arriva da Marco Delledonne, responsabile del dipartimento di Sanità pubblica della città emiliana, da cui sono partite le indagini: «Abbiamo allargato il più possibile il cerchio tentando di individuare i possibili contatti dei contagiati - spiega -. Negli ultimi giorni i tamponi non evidenziano comunque alcun nuovo positivo e siamo abbastanza fiduciosi di essere riusciti a contenere il virus, grazie a un'azione tempestiva». L'attività di contract tracing è partita il 15 giugno. Da lì, l'appello dell'azienda sanitaria ai passeggeri degli autobus per cercare di risalire ai possibili malati. Tra i casi positivi notificati in questi giorni figura infatti quello di una persona che, prima della diagnosi, si è servita di mezzi pubblici per alcuni spostamenti. Indagando, sono emersi altri 3 positivi collegati al primo, anch' essi passeggeri di mezzi pubblici. Tutto questo ha così spinto l'Ausl a invitare tutti coloro che erano presenti sui bus della linea Piacenza-Caorso-Piacenza (già dall'inizio di giugno), a chiamare il dipartimento di Sanità pubblica per sottoporsi al tampone. Al netto del focolaio di Piacenza, in Emilia Romagna ieri si sono registrati altri tre casi di variante indiana, a Modena, e due sospetti a Bologna. La mutazione Delta in Italia viene rinvenuta ufficialmente nell'1% dei contagi. Numeri comunque poco attendibili, visto che il sequenziamento viene effettuato soltanto nel 2% dei casi scoperti. Per questo il ministero della Sanità ha predisposto una nuova indagine flash per stimare la circolazione delle varianti nel nostro Paese, a partire proprio dalla Delta e che prenderà in considerazione i campioni notificati il 22 giugno, dai quali si otterranno le sequenze genetiche. Secondo il Financial Times, che cita come fonte la banca dati Gisaid, nella quale tutti i Paesi depositano le sequenze genetiche del virus, attualmente l'Italia si trova al quinto posto nel mondo per numero di casi della mutazione scoperta in India, con una percentuale di contagi intorno al 26%».

Via le mascherine all’aperto dal 28 giugno, ma si studia di farle indossare nei maxi eventi, alzando il limite del numero dei partecipanti. Michele Bocci per Repubblica:  

«In tutti i locali al chiuso, nei negozi, al ristorante, sui mezzi pubblici, la mascherina si continuerà ad usare. Solo se si è all'aperto a distanza di sicurezza dagli altri, in base a quanto detto dal Cts, si potrà abbassare. E andrà tenuta anche per i maxi eventi dei quali si discute proprio in queste ore. L'idea, spiegano dalle Regioni che hanno partecipato ad un incontro con ministero alla Salute e Inail, è quella di portare la capienza al 25%. Se si organizza un concerto in un'arena all'aperto da 20mila persone, quindi, ne potranno entrare 5mila. Salta così, per i grandi raduni, il limite dei mille spettatori e del 50% dei posti occupati ad esempio nei cinema e nei teatri all'aperto. La raccomandazione è che vengano usati tutti i settori, ad esempio di uno stadio, proprio per tenere le persone ad una certa distanza. Le Regioni pressano perché il cambiamento parta prima possibile, già a inizio luglio. Al momento resta l'obbligo della mascherina per gli spettatori degli eventi all'aperto. Del resto il dispositivo di protezione deve essere usato in base ai protocolli anche negli spettacoli con poche centinaia di persone. Le Regioni però lavorano per l'abolizione anche di quella misura».

5 STELLE, IL GRANDE GELO FRA CONTE E GRILLO

La rottura fra Conte e Grillo sembra talmente grave da far pensare addirittura ad una possibile nuova scissione. Con la nascita di una forza politica autonoma guidata dall’ex premier. Claudio Bozza sul Corriere della Sera.

«Lo scontro tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo è arrivato all'apice. Tanto che l'ex premier - lunedì scorso, in una video-riunione con i maggiorenti dei Cinque stelle - avrebbe sfogato tutto il suo pessimismo sulla costruzione dei nuovi Cinque stelle. Conte, per essere incoronato leader, ha la vitale necessità di poter utilizzare il simbolo «MoVimento». Quest' ultimo, però, è di proprietà del fondatore, che minaccia di non concederglielo. Una impasse che potrebbe spingere l'ex premier verso l'addio. E si era sparsa anche la voce, smentita da fonti a lui vicine, che Conte meditasse di fondare un proprio partito. Da ormai due settimane - falliti i tentativi di mediazione (compresi gli ultimi due in versione «marittima» nella villa a Marina di Bibbona) - l'ex premier e il fondatore pentastellato non si parlerebbero più. Ogni tipo di interlocuzione, nonostante le veline parlino di «confronto sereno», è infatti affidato ai legali o mediatori politici terzi. L'ex premier, da mesi impigliato nelle vesti di leader in pectore , ha bisogno dell'agognato simbolo con la «V» maiuscola, che però il comico a riposo aveva astutamente depositato il 26 settembre 2012, in veste di «garante» del M5S, presso l'Ufficio brevetti e marchi del ministero dello Sviluppo economico. Per la precisione si tratta di un logo con la scritta «MoVimento», accompagnato dalle famose 5 Stelle. Un dettaglio chiave, che in questo durissimo braccio di ferro per il controllo dei Cinque stelle lascia a Grillo il coltello dalla parte del manico. Ma perché il fondatore ha alzato il fuoco di sbarramento? La risposta, anche se fonti vicine a Conte lo negano, è semplice: l'ex premier, nel nuovo Statuto dei Cinque stelle (per questo ancora congelato), vorrebbe ridimensionare i poteri della figura del Garante, cioè di Grillo, che, specie dopo aver garantito un futuro politico al professore aprendo a sorpresa all'intesa con il Pd, di demansionamenti alla guida della propria creatura non ne vuole sentir parlare. E a nulla, dopo lo scontro, sembrano essere valse le concessioni a Grillo, che Conte avrebbe proposto per ricucire lo strappo. Così è scoppiato il grande gelo». 

Per Luca De Carolis sul Fatto i due, il Garante Grillo e il capo politico del rifondato Movimento Conte, sono “sull’orlo del precipizio”. Anche se si spera in una mediazione dell’ultimo minuto.

«A forza di liti e rinvii sono finiti sull'orlo del precipizio. E ora i Cinque Stelle, tutti, guardano di sotto e sentono freddo. Hanno paura che il rifondatore Giuseppe Conte si stufi delle lungaggini e dello scontro con Beppe Grillo per tornare al progetto originario, una lista sua, una lista Conte: e chi ci volesse entrare sarebbe benvenuto, ma alle sue condizioni. Dall'altra parte resterebbero i cocci del M5S, con il Garante, proprio, Grillo, che proverebbe a tenere assieme la sua creatura rivendicando il ruolo di padre fondatore, e salvando gli ultimi paletti rimasti, a partire dal vincolo dei due mandati. Siamo ancora nel condizionale, nelle ipotesi peggiori per il Movimento che non sa essere normale. "Però le sensazioni non sono per nulla buone" scuotono la testa gli ufficiali grillini che appaiono in Parlamento. "Beppe non si convince" dicono. Grillo chiede molto di più, al Conte a cui pure aveva affidato tutto, in una domenica dello scorso febbraio. Pretende che il suo ruolo di Garante sia pienamente riconosciuto nel nuovo Statuto, e forse non solo, "vuole comunque avere l'ultima parola, su ogni decisione importante" sostengono più fonti. E poi rivendica "rispetto", attenzione dall'avvocato. "Beppe e Giuseppe in questi giorni si sono parlati solo attraverso delle email, ma a Grillo questo non piace" raccontano. Non gradisce questo scambio di missive con dentro stralci dello Statuto. E a breve, forse domani, potrebbe essere a Roma per ribadire le sue verità ai big e ai parlamentari, tra cui in diversi rilanciano le ragioni di Grillo "perché il suo ruolo va preservato, non può fare tutto Conte". Ma circola anche un'altra opzione, perfino più rischiosa. Quella di un post, con cui il Garante direbbe dritto come la pensa. E potrebbe essere una scomunica o una presa di distanza: comunque un meteorite, per l'avvocato. Per questo nelle ultime ore ha preso corpo l'ipotesi di una ambasciata, con un gruppo di 5Stelle di governo e non pronto a fargli visita anche a domicilio, nella sua villa in Toscana a Marina di Bibbona o nella sua casa di Genova. "Non avevo mai visto Beppe così", ammette un maggiorente. Ma tanto Conte non si sposterà. L'avvocato lo aveva detto a tutti i big, che sarebbe diventato capo solo potendolo essere, a pieno titolo. "Giuseppe non potrà mai condividere con altri il ruolo" soffia un 5Stelle di rango. Neppure con Grillo. Tradotto meglio, non vuole ritrovarsi sopra la testa un fondatore pronto a disfare tutto con un video o un post, come è sempre accaduto in questi anni. Il Garante rimarrà, certo, nel suo Statuto. Ma il capo, o meglio il presidente secondo il lessico delle nuove regole, dovrà essere Conte, con due o tre vice di nomina diretta, a cui affidare il coordinamento dei vari organi collegiali. Questa è la rotta, per l'avvocato. E non è disposto a seguirne altre». 

LA FINALE DEGLI EUROPEI, UN CASO POLITICO

La partita finale dei campionati europei di calcio a Wembley sta diventando un caso politico di prima grandezza. Si incrociano la Brexit e il protagonismo politico della Uefa, che si schiera apertamente contro due Paesi europei importanti come Italia e Germania. E invece garantisce un Paese, l’Inghilterra, che dall’Europa politica (ma non da quella calcistica) è uscito. Stefano Sacchi su La Stampa:

«La finale degli Europei sta diventando un affare di Stato in un grande gioco che va al di là del campo e incrocia la Brexit con la Superlega. Dopo il presidente del consiglio italiano Mario Draghi, anche la cancelliera tedesca Angela Merkel ha chiesto lo spostamento della final-four della competizione continentale da Londra a causa della diffusione della variante delta: «La Gran Bretagna è una zona a rischio - dice la leader tedesca - tutti quelli che arrivano da lì devono stare 14 giorni in quarantena e le eccezioni sono davvero pochissime. Io spero che la Uefa agisca in modo responsabile. Non troverei positivo che ci fossero stadi pieni lì». Per tutta risposta Nyon si è messa d'accordo con il premier britannico Boris Johnson per alzare la capienza di Wembley dal 25% delle prime partite al 75% per semifinali e finale. Quindi si potrà arrivare a 60.000 spettatori sulle tribune dello stadio londinese. «Non vediamo l'ora di organizzare una fantastica finale e di farlo in modo prudente e sicuro», commenta raggiante Johnson. Il presidente Uefa Aleksander Ceferin suggella il patto: «Sono grato al primo ministro e al governo britannico per il duro lavoro svolto al fine di concludere questi accordi con noi». Perdono così consistenza le ipotesi di un trasloco a Budapest o Roma. Se Draghi e Merkel sono uniti dallo spirito europeista contro Johnson, inviso per il ruolo di artefice della Brexit, Ceferin è legato all'esuberante Boris per l'intervento in pressing sulle sei squadre inglesi che avevano aderito alla Superlega, determinante per spingerle a un'immediata retromarcia. Il premier britannico ha salvato la Uefa dalla scissione che avrebbe affossato la Champions League. Un favore che vale bene la concessione di mantenere a Londra il gran finale dell'Europeo più geopolitico di sempre». 

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana    https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.