Vaccinati, si torna al bar

Nuovo decreto sulle riaperture. Coprifuoco alle 23 e per soli 15 giorni. Manca la diplomazia per fermare la guerra sporca ed evitare altre vittime. Gandolfini talebano come Zan. Caputo ad interim

Dunque alla fine il governo Draghi ha approvato il nuovo decreto sulle riaperture. Da domani il coprifuoco viene spostato dalle 22 alle 23, dal 7 giugno sarà spostato alle 24, dal 21 giugno sarà completamente abolito. Dal primo giugno diventa possibile consumare cibi e bevande anche all’interno dei locali. Alcune regole non valgono in zona bianca, zona bianca in cui finiranno dal primo giugno Friuli-Venezia Giulia, Molise e Sardegna, dal 7 Abruzzo, Veneto e Liguria. I dati epidemiologici sono buoni e le vaccinazioni continuano. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 503 mila 220 somministrazioni. La linea scelta dal Governo è di una riapertura prudente. Ma che cosa dicono i prof Cassandre, gli esperti pessimisti, che avevano accusato Draghi di rischio mal calcolato a metà aprile? C’è una legge della comunicazione che resta scritta nella pietra: se perdi credibilità, nessuno ti ascolterà più. Vale anche per gli scienziati. Crisanti ieri è tornato a dire che aveva ragione lui. Siamo un Paese meraviglioso.  

La guerra sporca in Medio Oriente provoca angoscia, soprattutto perché non c’è in campo un’iniziativa diplomatica che faccia sperare almeno in una tregua. Usa e Europa non stanno dando grandi prove, in questo senso. Il Papa prova a cercare il dialogo, ma per ora è una strada molto in salita.

La politica italiana si occupa molto di amministrative e di alleanze, ma per ora nulla di deciso. È importante la vicenda dell’iter al Senato del Ddl Zan. Ieri fra l’altro Mattarella è intervenuto contro la discriminazione nella Giornata contro omofobia, bifobia e transfobia. Oggi sul Corriere Massimo Gandolfini esprime una posizione talebana, identica anche se opposta nel merito, a quella dello stesso Zan. Nessuna correzione, come hanno chiesto invece i Vescovi, del testo della legge. O sì, o no. O di qua, o di là. Conta la bandiera, è proprio il contrario della politica e del bene comune.   

Caputo fa il direttore pro tempore del Giornale, in attesa di una nuova nomina. Esce oggi un bel libro di Marco Bardazzi. Vediamo i titoli. 

LE PRIME PAGINE

Per una volta cominciamo da Le Monde, che almeno si occupa della guerra sporca, e che sintetizza così: Gaza sotto le bombe, Biden sotto pressione, la Ue senza voce. I giornali italiani sono giustamente eccitati dalla fine dei divieti anti Covid. Il Corriere della Sera: Ristoranti e sport, l’Italia riapre. Per la Repubblica in quindici giorni è fatta: L’Italia riparte in due settimane. La Stampa vede ancora un cammino da fare: Draghi, un altro passo verso la normalità. La parola normalità piace anche al quotidiano di Roma, Il Messaggero: L’Italia verso la normalità. Il Mattino semplice semplice: Si riapre. Quotidiano nazionale: Coprifuoco alle 23, l’Italia riapre. Mentre l’Avvenire sottolinea l’importanza della campagna di Figliuolo: Riapre l’Italia vaccinata. Per il Fatto: L’Italia riparte a rate. Ma Salvini strilla ancora. Che cosa fa La Verità? Se la prende comunque con il Ministro della salute: Draghi s’è rotto di Speranza. Pian piano si torna a vivere. Libero ci vedeva nel freezer: Draghi ci scongela. Il Manifesto si occupa delle donne vittime nella pandemia: Non c’è vaccino. Sull’economia il Sole 24 Ore: Partite Iva, fondo perduto da 23 miliardi. Moratorie, per la proroga basta l’e-mail. E Italia Oggi: Avvocati, parcelle ancora ferme. A proposito di avvocati, Il Giornale celebra ancora la decisione della Corte Ue di Strasburgo: Rivincita Berlusconi. Mentre il Domani insiste sul tema spioni e politica: Mancini ha incontrato Di Maio. Gratteri ha presentato la spia.

SI APRE D’ESTATE, MA CON PRUDENZA

Mario Ajello nel fondo del Messaggero chiosa le decisioni prese ieri dalla cabina di regia e sfociate nel nuovo decreto:

«Guai a ripetersi. Guai ad assembrarsi. Guai a dimenticare. L'estate che viene, nel segno delle riaperture targate Draghi e appena decise nel consiglio dei ministri, non dovrà somigliare in nulla a quella dello scorso anno. In cui i bar (non tutti) diventavano discoteche grondanti di miasmi e di umori, i ristoranti (non tutti) si trasformavano in sudati ritrovi di spensieratezza senza verità (eravamo ancora un Paese contagiato e lo siamo ancora) e senza memoria: quella dei lutti e delle sofferenze, del lockdown e della fine della normalità diventata per molti anche dramma economico. Ripiombare in quell'incubo mascherato da letizia e da liberazione? Giammai. E fa bene Draghi a parlare di «gradualità» nella ripresa della vita di sempre (che per un bel po' non potrà essere come quella di prima) e a puntualizzare in consiglio dei ministri che «se si ripeteranno fenomeni come quelli della scorsa estate», con il caos degli assembramenti e dell'irragionevolezza leggerista e sventata, si richiude tutto e si torna nel buio da cui stiamo cercando faticosamente di uscire».

Due ministri intervengono sulle nuove misure prese. Mariastella Gelmini intervistata dal Corriere della Sera:

«Mariastella Gelmini, la gradualità di Draghi è una sconfitta del centrodestra? «Ma quale sconfitta! Vince l'Italia e vincono le forze che sostengono il governo». Anche la Lega di Salvini, che voleva abolire il coprifuoco subito? «Non mi piace né l'attività di issare bandierine né quella opposta, di indicare vincitori e vinti. Abbiamo tutti convenuto sul fatto che la gradualità sia la strada più giusta e di buon senso. I dati molto positivi ci consentono di andare spediti per non chiudere più. La logica non è solo riaprire, ma evitare fughe in avanti e passi indietro. Io sono soddisfatta, è stato trovato un punto di equilibrio». Forza Italia non voleva il coprifuoco alle 24? «Abbiamo condiviso la scelta di abolirlo dal 21 giugno, accorciandolo da subito alle 23 e poi, dal 7 giugno, alla mezzanotte. In questo decreto ci sono scelte importanti, molte delle quali chieste dal centrodestra. I centri commerciali aperti dal prossimo weekend, l'anticipo dei parchi tematici, i matrimoni col green pass, il via ai ristoranti anche al chiuso». Il «green pass» che consentirà le feste di nozze sarà esteso ad altre categorie rimaste chiuse? «In Consiglio dei ministri è stato ribadito che alla fine del mese ci sarà un check delle misure e sarà valutato l'andamento dei contagi e delle vaccinazioni. Se i dati lo consentiranno ci saranno ulteriori misure di allentamento». I gestori di piscine e discoteche sono furibondi. «Le discoteche dovranno attendere ancora un po', ma speriamo di farle riaprire presto. Nel decreto Sostegni si dovrà tenere conto di questa prolungata chiusura. Quanto ai matrimoni, mi auguro che il Cts prenda in considerazione i protocolli delle categorie senza ulteriori penalizzazioni per il settore eventi». 

Giancarlo Giorgetti, Ministro per lo sviluppo economico, intervistato dal Corriere, avrebbe voluto di più, ma apprezza i risultati raggiunti.

«Un passo in avanti verso le riaperture». Giancarlo Giorgetti, il ministro per lo Sviluppo economico è enigmatico per definizione. Appena uscito dal Consiglio dei ministri, pochi istanti prima di entrare a una cena all'ambasciata tedesca, sembra soddisfatto dell'accordo raggiunto. Con alcune riserve. Lei è stato la voce delle categorie economiche. Che cosa ne penseranno? «Noi abbiamo spinto in tutto questo periodo per ottenere qualcosa in più. I numeri dell'epidemia sono confortanti, e dunque il senso di questo decreto è "stiamo per riaprire". Da questo punto di vista, è una buona notizia». E perché allora non sembra soddisfatto? «Perché noi avevamo posto anche altre questioni. Siamo rimasti un po' da soli a fare questa parte, ma quello che ha stabilito il presidente Draghi va bene». Perché siete rimasti da soli? E Forza Italia? «Francamente?». Francamente. «Non pervenuta. Francamente, mi sarei atteso qualche sostegno in più, coerentemente con le posizioni che leggo sui giornali». Ma voi che cosa chiedevate in più? «L'orario del coprifuoco noi lo vedevamo in maniera diversa. L'idea era: i locali chiudano alle 23, ma si dia la possibilità di rientrare successivamente. Ma questa proposta non è stata accolta». Non eravate per cancellare il coprifuoco? «In ogni caso abbiamo chiesto, e la cosa sarà ribadita nel decreto, che quando una regione ha acquisito lo status di zona bianca, il coprifuoco non c'è più. Questo significa che, già oggi, per diverse regioni c'è la possibilità di guardare al futuro con altri occhi. E il coprifuoco, dunque, in parecchi casi finirà prima di quanto non dica la regola generale. È la paura che viene sconfitta dalla realtà». (…) Il ministro Speranza ha invitato alla cautela? «Guardi, io credo che noi abbiamo rappresentato un sentimento diffuso tra gli italiani, che peraltro era partito già da varie settimane. Io credo che la nostra posizione abbia effettivamente cominciato a fare breccia: dare qualche sicurezza sul ritorno alla vita per tutti, in considerazione di numeri che migliorano e che vanno confermati. Detto questo, Roberto Speranza fa il ministro alla Salute, e per un ministro alla Salute sarà pure che probabilmente le preoccupazioni non sono mai a sufficienza. Se io faccio il ministro allo Sviluppo economico devo invece rappresentare le categorie private della possibilità di lavorare. È giusto che in Consiglio dei ministri ci siano tutte le voci. Io credo che vada bene preoccuparsi per la salute, purché questa preoccupazione non diventi paura e si finisca con il vedere fantasmi dappertutto». Insomma, lo dica: alla fine, è soddisfatto. «Io credo che noi abbiamo fatto la nostra parte e che questo abbia portato a qualcosa. La sintesi è stata più prudente rispetto a quello che chiedevamo noi, ma la macchina va nella giusta direzione».

Non resistono, è più forte di loro. I nostri esperti Cassandra non ce la fanno a scusarsi. O almeno a stare zitti. La Verità li prende in giro con un pezzo di Alessandro Fico.

«Andrea Crisanti: le vittime saranno 500-600 al giorno, spireranno «in condizioni di asfissia, una morte orribile». Massimo Galli: «Rischio calcolato? Calcolato male». Fabrizio Pregliasco: «Ci sarà un prezzo da pagare di cui tenere conto, un rigurgito in salita del numero dei casi». Il Fatto Quotidiano: «Come l'Italia ha già fatto Madrid: ora è quarta ondata». «Ora» era il 18 aprile. Oggi, l'incidenza a sette giorni nella capitale spagnola è scesa del 39%, quella a 14 giorni è crollata del 55%. Sono i vaticini emessi ai tempi del precedente decreto sulle riaperture. Quando lo storico dell'arte Tommaso Montanari, su Twitter, definiva Mario Draghi «il nostro Bolsonaro». A tre settimane dal fatidico 26 aprile, la strage annunciata, per fortuna, non è arrivata. Gli indicatori migliorano. Il trend dei contagi è in diminuzione. I ricoveri, sia nei reparti ordinari, sia nelle terapie intensive, calano. Allora, Galli bofonchiava: «Draghi non ne azzecca una». Alla fine, a collezionare fiaschi è stato lui: nemmeno Milano è stata funestata dalla peste, nonostante i 30.000 interisti radunatisi in piazza Duomo, domenica 2 maggio, per celebrare lo scudetto. (…) Così, né le riaperture del «nostro Bolsonaro», né l'adunata dei nerazzurri sono riuscite a invertire la tendenza al miglioramento del quadro epidemiologico. Men che meno sono comparse - grazie a Dio - le cataste di corpi morti per asfissia, come nella descrizione splatter di Crisanti. Il quale, anziché ammettere di aver preso una cantonata, fa l'azzeccagarbugli con Adnkronos: «Se mi sento smentito dai numeri del Covid in discesa? A parte che occorre aspettare ancora un po' per una valutazione su numeri ed effetti delle riaperture, non è che si ha ragione o torto a seconda della previsione». Al contrario: proprio perché «stiamo prendendo misure di sanità pubblica», se io dico che un allentamento dei divieti provocherà una strage e poi la strage non arriva, significa che mi sono sbagliato. Crisanti non condivide: «Se anche i numeri mi smentissero», delira, «avrei avuto ragione nell'avere una posizione contraria al rischio. Resto coerente». Della serie: ho ragione anche se ho torto. O, meglio, riscrivo le regole e rinvio la resa dei conti. Per giudicare gli effetti del decreto 26 aprile, infatti, secondo Crisanti, bisognerà «aspettare 4-6 settimane a partire da quella data». Prego? Ma non s' era detto che l'incubazione della malattia era al massimo di due settimane? Siamo al livello della squadra sconfitta che chiede un minuto in più di recupero, sperando nel gol del pareggio in zona Cesarini: altre due, tre settimane, vi prego. E magari un focolaio di qua, una variante indiana di là, e si potrà tornare in tv con il ditino apodittico: «Ricordati che devi morire». Aspettate, che ce lo segniamo».

CHI VUOLE LA TREGUA? LA UE NON PERVENUTA

La guerra sporca. Chi si muove per il cessate il fuoco? La Ue non è finora pervenuta. Gli Stati Uniti, alleati storici di Israele, hanno manifestato pubblicamente perplessità, attraverso il segretario di Stato Usa Blinken, sul bombardamento della Torre dei giornalisti a Gaza. E tuttavia non c’è ancora una posizione ferma per la tregua. Anzi i giornali riportano notizie di finanziamenti Usa alla macchina bellica israeliana. Scrive il Manifesto:

«Il presidente americano Joe Biden, riportava con evidenza ieri la stampa israeliana, ha approvato la vendita allo Stato ebraico di missili e bombe Made in Usa per un totale di 735 milioni di dollari. Un via libera, deciso in questo momento, per segnalare i rapporti molto stretti con l'alleato israeliano proprio quando il premier Netanyahu si era rassegnato ad avere rapporti più tiepidi con la Casa Bianca a guida democratica dopo la lunga luna di miele con l'allora presidente Donald Trump. Il portavoce militare israeliano ieri ha riferito il nuovo lungo elenco di obiettivi di Hamas e Jihad che l'aviazione avrebbe colpito nelle ultime ore: sedi di intelligence, campi di addestramento, fabbriche di razzi e munizioni e via dicendo. Un drone ha ucciso Hus san Abu Harmid, uno dei comandanti militari più noti e importanti del Jihad Islami che ha subito minacciato una dura vendetta. I lanci di razzi sono ripresi intensi verso Israele (ieri in totale erano 3.100) dove in una settimana hanno ucciso sette civili, tra cui un bambino di sei anni, e un soldato, ferito decine di persone e provocato danni». 

Su La Stampa Domenico Agasso fa il punto sull’iniziativa diplomatica che, in queste ore concitate, passa da Papa Francesco.

«In questi giorni di conflitto in Terra Santa l'attività diplomatica del Papa è particolarmente intensa», svela un prelato d'Oltretevere. Nei Sacri Palazzi si sta lavorando per trovare e suggerire soluzioni di pace «in Medio Oriente, con tre speranze su tutte: una tregua, il dialogo, la riconciliazione». Il Pontefice segue lo sviluppo degli scontri tra la Striscia di Gaza e Israele «con grandissima preoccupazione», manifestata anche nei due colloqui di ieri con il presidente turco Erdogan, al telefono, e il ministro degli Esteri iraniano Zarif, ricevuto in Vaticano. Mentre la Santa Sede fa sentire la sua voce attraverso «L'Osservatore Romano», che mette in prima pagina una foto choc con i volti strazianti di due bambini morti, distesi nella barella sotto gli sguardi disperati dei genitori. Un fotogramma crudo e sorprendente, che riverbera la denuncia papale delle tante vittime innocenti. L'appuntamento telefonico tra Jorge Mario Bergoglio e Recep Tayyip Erdogan è alle 9 di mattina. Il leader turco - riferisce la presidenza di Ankara - ha chiesto al Pontefice un impegno comune di «musulmani, cristiani e dell'umanità intera» per fermare il «massacro» in atto contro i palestinesi. E accusa Israele di violare i «luoghi sacri, limitando l'accesso alla moschea di Al-Aqsa e alla basilica del Santo Sepolcro» a Gerusalemme. In serata in un discorso in diretta tv aggiungerà l'affondo contro il presidente americano Joe Biden, che ha le «mani sporche di sangue» per il suo aiuto a Israele. «Noi non faremo passi indietro» nel sostegno ai palestinesi, promette. Francesco dal canto suo avrebbe invitato a trasmettere «calma», a non fomentare le parti, esprimendo tutta la sua apprensione per i civili, invocando attenzione e sensibilità umanitarie prima di tutto. Per il Pontefice bisogna evitare la degenerazione in una spirale armata. Stessi incoraggiamenti rilanciati mezz' ora dopo nell'udienza con Mohammad Javad Zarif: predicare e praticare toni moderati e possibilmente concilianti. Zarif dirà all'agenzia Irna di avere discusso con Bergoglio delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti all'Iran, di dialogo interreligioso. E ovviamente del conflitto tra Israele e Hamas, che gode del sostegno di Teheran. Ne parlerà anche con Luigi Di Maio, che auspica una «de-escalation di attacchi e violenze». Insieme al capo della Farnesina, Zarif affronta inoltre altri temi spinosi come diritti umani, nucleare e le possibilità di ripresa della cooperazione bilaterale. Le due conversazioni di Bergoglio seguono di un paio di giorni il «positivo» faccia a faccia con l'incaricato Usa per le questioni climatiche, John Kerry, durante il quale si sarebbe parlato anche di Medio Oriente: segno che la trama diplomatica del Papa per far tacere le armi tra Israele e Hamas è a 360 gradi. Nel frattempo dal Dicastero per la Comunicazione giunge la copertina «scioccante, un pugno sullo stomaco», scrive il direttore editoriale Andrea Tornielli. Chiedendo «scusa ai lettori», la diplomazia delle Sacre Stanze decide di accelerare e mandare un messaggio forte e chiaro: «Le morti dei bambini sotto le bombe non ci possono lasciare indifferenti». E per comprenderlo, «scuotendoci dal torpore, abbiamo purtroppo bisogno di vedere». Pubblicare la dura immagine «è stata una scelta sofferta». Ma «condivisa».

Oltre ai missili su Israele e ai bombardamenti israeliani a Gaza, l’altro grande rischio di questa guerra sporca è l’esplodere della guerra civile fra ebrei ed arabi israeliani. Una guerra civile fatta di linciaggi e di distruzione di sinagoghe. Qui nella Versione abbiamo già scritto di Mansour Abbas e del suo partito Ra’am, che era in procinto di entrare nella maggioranza di un nuovo Governo dopo Netanyahu, proprio alla vigilia di queste ostilità. Davide Frattini sul Corriere della Sera racconta che cosa Abbas sta facendo in queste ore per ricucire le ferite, presentandosi a Lod, dal sindaco ebreo eletto dal Likud.

«A Lod i rivoltosi arabi hanno bruciato alcune sinagoghe, le tombe degli ebrei sono state devastate, il cimitero musulmano vandalizzato, un arabo è stato ucciso (l'uomo che ha sparato per ora rilasciato, mentre gli agenti indagano se sia legittima difesa), un residente ebreo è morto ieri in ospedale dov' era ricoverato dopo essere stato assaltato a pietrate. È a Lod che ha scelto di presentarsi Mansour Abbas - leader della formazione islamista che rappresenta gli arabi israeliani, sono il 20 per cento della popolazione - per dimostrare che le sue aperture ai partiti ebrei storici non sono solo tattiche parlamentari. Ha incontrato Revivo (il sindaco di Lod eletto nel partito del Likud ndr) e ha promesso che gli attivisti di Ra' am aiuteranno a restaurare i templi incendiati. Odontoiatra nel villaggio di Maghar, sulle colline dell'Alta Galilea, Abbas sta cercando di estrarre il dente della violenza interna ancor più dei leader arabi laici. È stato il primo a lanciare un appello ai giovani perché fermassero i disordini e adesso ripete: «Gli scontri sono cominciati dopo che la polizia è entrata nella moschea Al Aqsa. È nostro dovere proteggere i luoghi sacri a musulmani, ebrei, cristiani». Il caos coinvolge per la prima volta le città dove la convivenza è più stretta, dove ebrei e arabi hanno sempre vissuto gli uni vicini agli altri. Al punto che la polizia ha arrestato un arabo per la molotov lanciata dentro un appartamento a Giaffa, non avrebbe capito che la casa era abitata da arabi come lui. La stretta di mano con il sindaco Revivo è stata criticata dal Movimento islamico di cui Ra' am è l'ala politica. «A chi mi accusa di essere un colono rispondo: bisogna parlare con gli avversari, con l'altra parte». Fino all'inizio della guerra con Hamas a Gaza stava trattando l'appoggio esterno alla coalizione di centrosinistra guidata da Yair Lapid. Adesso i negoziati sono stati sospesi e Abbas ribadisce di volerli riprendere quando ci sarà la tregua. Il cessate il fuoco deve arrivare prima che scada il mandato. Altrimenti potrebbe essere di nuovo Netanyahu a tenersi il governo».

Ne aveva parlato domenica il Papa al Regina Coeli. Ieri pomeriggio l’Osservatore Romano ha messo in prima pagina una foto choc di piccoli rimasti uccisi. Quanto contano i bambini palestinesi? Adriano Sofri ne scrive oggi sul Foglio.

«Vorrei riproporre un problema, a voi e anche a me. (…) Il problema è: quanto valgono per noi i bambini palestinesi? È un dettaglio dello slogan che negli Stati Uniti è stato appena adattato: Palestinian Lives Matter. Noi ci facciamo un'idea molto diversa di israeliani e palestinesi. Israele, diciamo, è un pezzo d'Europa piantato in mezzo al mondo arabo, e circondato. I palestinesi, soprattutto quelli fuori da Israele, sono una parte di quel mondo arabo, delle più reiette. A Tel Aviv si sta come a Milano. A Gaza si soffoca, comunque si reagisca, con simpatia o con rigetto. (…) Allora: quanto sono preziosi per noi i bambini palestinesi? Quel cambio così ineguale - per esempio, 58 a 2, se non sbaglio, negli scorsi giorni, e si vorrebbe dire soltanto: 60 bambini - non misura anche la differenza nella nostra scala dei valori? C'è un razzismo involontario in noi. È il riflesso di quel nostro sentirci così a casa a Tel Aviv e così incuriositi a Ramallah e così spaesati a Gaza». 

DDL OMOFOBIA: GANDOLFINI COME ZAN

Veniamo alla politica italiana. Sul DDL Zan, il cardinal Bassetti, capo dei Vescovi italiani, aveva chiesto di approvare la legge, modificandola tuttavia negli aspetti più controversi. Controversi anche per importanti esponenti della sinistra, delle femministe di “Se non ora quando”, dell’Arcilesbica eccetera. Liquidatoria invece ieri la risposta di Zan a Bassetti: la legge si approva così com’è. Stessa posizione esprime oggi sul Corriere, ma dal lato opposto della barricata ideologica, Massimo Gandolfini, presidente dell’Associazione Family Day. O questa legge è giusta o è sbagliata, dice. Così Zan e Gandolfini sono identici nel metodo e nel pensiero estremizzante e “identitario”. È il contrario della politica. Alessandra Arachi sul Corriere.

«Massimo Gandolfini, lei è il presidente dell'associazione Family day: ha sentito quello che ha detto il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinal Bassetti, sul ddl Zan? Che la legge non deve essere affossata... «Il presidente della Cei ha fatto una mediazione per auspicare che non ci siano contrasti». Lei è d'accordo? «Personalmente no, non sono d'accordo su questa mediazione». Il presidente della Cei ha detto che la legge non va affossata, ma che va corretta, che deve essere scritta meglio per evitare sottintesi. Cosa ne pensa di questo? «Non si tratta di correggerla questa legge. Non ci sono vie di mezzo: o questa legge è giusta o è sbagliata. A me non importa se viene scritta meglio. Questa legge va contrastata». Cioè affossata? «Sì». Ma questo va contro quello che ha detto il presidente della Cei... «Il cardinal Bassetti ha espresso un desiderio di un pastore, correttamente. Io penso che questa legge in questo momento sia inutile e, come stiamo vedendo, fortemente divisiva». Perché pensa che sia inutile? «Perché esistono già tutti gli strumenti per arginare i violenti». Ma questa è una legge specifica contro l'omofobia, la transfobia, la bifobia, per le quali non ci sono aggravanti specifiche nella nostra legislazione. «A me risulta che quando ci sono violenze di questo tipo i responsabili vengono puniti in maniera adeguata». Per esempio? «L'episodio che è accaduto a Valle Aurelia: il responsabile della violenza mi risulta che sia finito in carcere». Lei dice che per questi reati esistono già strumenti giudiziari nel nostro Paese, eppure il centrodestra di governo, Lega e Forza Italia con l'Udc, ha presentato una sua legge per aggravare le pene per i reati legati all'orientamento sessuale, all'etnia, alla religione. «Lei allude alla legge i cui firmatari sono Licia Ronzulli, Matteo Salvini, Paola Binetti, Gaetano Quagliariello?». Esattamente. «Bene, sono contrario anche a quel testo. Quando ci sono episodi di violenza contro gli omosessuali basta prendere il codice penale e si condannano i responsabili». Come intendete contrastare questa legge? «Con la mobilitazione popolare. Abbiamo organizzato sabato scorso la manifestazione in piazza Duomo a Milano ora ne faremo un'altra a fine giugno a Roma, sperando che ci diano piazza del Popolo». 

PAGARE IN NERO È TANTO CHIC

Stefano Cappellini su Repubblica si occupa della controversa vicenda di un musicista che va in tv, in una trasmissione emblema del “progressismo televisivo” e che però sfruttava, in quanto ristoratore, una ragazza, pagandola in nero.

«La storia è questa. Angelini è un musicista. Lavora nel programma di Zoro, alias Diego Bianchi, Propaganda live , che da molti anni - ora su La7, prima su Rai3 con il nome di Gazebo - è un po' il tempio del progressismo televisivo. Ma Angelini è anche un ristoratore. Ha un locale a Roma, nel quartiere di San Lorenzo, un tempo capitale del centro socialismo ormai mezzo gentrificato e mezzo sventrato dalle apericene, parlandone da vive. Succede dunque che un provato Angelini fa sapere ai suoi seguaci Internet di aver preso in quanto ristoratore una multa pesante, 15 mila euro, perché una sua amica, una che ha dormito e mangiato a casa sua - «una pazza incattivita dalla vita», la definisce poi - lo ha «tradito» denunciandolo per lavoro nero alla Guardia di Finanza mentre lui l'aveva presa a fare consegne solo per farle «un favore», c'era il Covid e niente lavoro, e credeva di «fare del bene, pensa tu», e «non imparo mai dalla vita» e, per carità, Angelini capisce la lotta dei rider contro le multinazionali del delivery, ma se lui piccolo imprenditore assume l'amica con una stretta di mano poi si aspetta come minimo che non diventi Rosa Luxemburg o Vincenzo Visco. Qui c'è il primo bivio della storia. Perché il post di Angelini suscita due reazioni. La prima è quella tipica dei suoi colleghi che solidarizzano a colpi di cuore e non faremo i nomi per non partecipare al rinvio a giudizio sui social (comunque già in corso), ma sappiate che c'è il fior fiore della musica impegnata sui diritti, il cast del concertone del Primo Maggio, comprese cantanti che guai a non prevedere una legge che punisca penalmente chi insulta la comunità lgbtq ma che poi mette un cuore se a una fattorina in nero si dà della «pazza incattivita dalla vita». Quindi c'è l'altro filone di risposta, la cui sintesi è un condivisibile «Angelì, ma 'nte vergogni?». E lui un po' deve essersi vergognato, perché si è poi scusato pubblicamente con l'ex amica, pentendosi di averla «esposta alla gogna», e forse ha pesato pure il fatto che la storia era alquanto diversa da come l'aveva raccontata lui, «di pancia», come ha spiegato per giustificarsi. La ragazza era infatti stata fermata da una pattuglia mentre consegnava il sushi e, da regole anti- Covid, si era autocertificata spiegando di lavorare per chi sapete. Scattano i controlli, lei viene ricontattata dalla Finanza e - anziché resistere come i partigiani in via Tasso, sperava Angelini - conferma di essere in nero. E ora pure disoccupata, perché la sanzione in questi casi è di 7 mila euro per chi regolarizza il lavoratore e di 15 mila per chi no, dunque è chiaro come è andata a finire. A questo punto diventano guai per Angelini, perché la gogna tocca a turno e, da un paio di giorni, è la volta sua. Ma nell'era dei social funziona al contrario che nei reality show, nessuno può mai dirsi solo "se stesso". Perciò Angelini, con quel pizzetto sale e pepe, la chitarra due amici una ragazza e uno spinello, e il ristorante sushi a San Lorenzo, diventa l'emblema della sinistra radical chic che predica bene e razzola male. Quindi, se Angelini ha toppato, con lui hanno toppato tutti quelli della schiatta sua, e il Pd e la Cgil e la sinistra ztl e certo Letta e forse Bertinotti e Zingaretti no?». 

IL NETWORK SOVRANISTA DI VECCHIONE

Sul Riformista Giuseppe Conte scrive del suo omonimo più noto, a proposito del rapporto fra l’ex premier e l’ex capo dei servizi segreti Vecchione, appena destituito da Draghi. Intreccio difficile da capire che coinvolge Salvini e la ultra destra cattolica. 

«Non si è trattato di un avvicendamento di routine. La decisione politica è stata forte, assunta dal presidente del Consiglio insieme all'unica persona di cui si fida nel complicato mondo dell'intelligence, l'Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica Franco Gabrielli, ex capo della polizia. Il Dis - per capirci - è l'organo di cui si avvalgono il premier e l'Autorità delegata per l'esercizio delle loro funzioni e per assicurare unitarietà nella programmazione della ricerca informativa, nell'analisi e nelle attività operative dei due rami dell'intelligence, Aise e Aisi. (…) Gennaro Vecchione era stato indicato per il delicato incarico da Giuseppe Conte, che aveva promosso l'ex comandante della Guardia di Finanza al rango di Prefetto già il 13 dicembre 2018, nominandolo immediatamente dopo al vertice del Dis. Uno dei primi atti del suo governo. Posizione alla quale si è premurato di rinnovarlo nel dicembre scorso. Sul legame tra Vecchione e Conte si è scritto molto. Si racconta spesso che "le due mogli sono molto amiche". La consuetudine personale, famigliare, risale nel tempo e secondo il giornalista di inchiesta Paolo Fusi, consulente di business intelligence con la sua Ibi, affonda in una complicità che merita di essere sviscerata meglio. «È Gennaro Vecchione che ha individuato Giuseppe Conte e lo ha valorizzato a partire dal 2017 agli occhi del Movimento e della Lega, due partiti -taxi vicini per ragioni diverse alla figura di Vecchione». Per inquadrare il contesto si deve guardare alla Fondazione Sciacca. Molto defilata rispetto alla composizione dei suoi organi direttivi, è formalmente dedicata alla memoria di un giovane paracadutista morto in un incidente di volo. Vicina alla destra cattolica ultraconservatrice, ha come Presidente onorario il Cardinale Burke, l'arcinemico di Papa Francesco. La sua vera anima è don Bruno Lima, che lavora a L'Aquila e officia messa in latino. La sede centrale, a Roma, è nel quartiere Aurelio a un tiro di schioppo dalla Link Campus University (dove nell'ottobre 2017 è scomparso l'enigmatico professor Joseph Mifsud) ed è circondata da ville e villette intestate ad altri enti religiosi. Il comitato direttivo non può passare inosservato: vi compaiono il vice capo della polizia, prefetto Vittorio Rizzi; il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti; il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, già direttore dello Ior; il leader della Lega Matteo Salvini. Il leader leghista è stato anche presidente della Fondazione Sciacca durante il periodo del suo ministero, governo Conte I. Poi, parallelamente alla parabola discendente con il Viminale, ha lasciato. È in questo contesto che figura da anni sul sito web della Fondazione il nome di Gennaro Vecchione. Ancora oggi, mentre andiamo in stampa, il sito lo riporta come Direttore del Dise il suo nome accompagna altri vertici militari, il presidente aggiunto del Consiglio di Stato, i rappresentanti dell'industria degli armamenti, un nobile casato dell'aristocrazia romana. Un circolo dalle frequentazioni importanti, tanto esclusivo quanto riservato. Quasi esclusivamente maschile e tutto pendente a destra. Forse persino oltre la destra. «È una organizzazione contraria a Papa Francesco, legata a Qanon e ai suprematisti americani. Dietro a Qanon c'è Steve Bannon e Raymond Leo Burke, coordinati dall'avvocato Augusto Sinagra», continua Fusi. Il nome di Sinagra non è nuovo alle cronache. (…) Sinagra e Vecchione hanno ottenuto grazie a Matteo Salvini l'utilizzo della Certosa di Trisulti per un'altra creatura della galassia presieduta dallo stesso Cardinal Burke, la Diginitatis Humanae Institute. La consorella della Fondazione Sciacca nel maggio 2019 riceve in prestito dallo Stato il magnifico monastero nel frusinate».

BERLUSCONI RIABILITATO IN EUROPA? STRADA IMPERVIA

Gianni Barbacetto sul Fatto spiega: la lunghissima strada, impervia, presso la Corte Europea, scelta dai difensori di Silvio Berlusconi per rivedere la famosa sentenza Mediaset, che lo fece decadere da senatore, ha pochissime chance di riuscita. Si tratta di arrivare ad una vera revisione del processo, a Brescia, ma ciò è quasi impossibile.

«Andare a Strasburgo per arrivare a Brescia. Nella speranza di incenerire la condanna definitiva per frode fiscale. I difensori di Silvio Berlusconi puntano alla revisione (a Brescia) del processo di Milano in cui è stato condannato e per cui ha perso il seggio di senatore. Per ottenere la revisione, sarebbe utile avere una sentenza favorevole (a Strasburgo) presso la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu). Strada impervia e lunghissima, ma il cammino è iniziato. Il governo italiano ha tempo fino al 15 settembre per rispondere alle dieci domande poste dalla Cedu sulla condanna del 2013. È un passo obbligato della procedura innescata dall'ex presidente del Consiglio che nel 2014 ha fatto ricorso contro l'Italia, per la sentenza che lo ha condannato a 4 anni per frode fiscale, nel 2012 in primo grado, nel 2013 in appello e nell'agosto dello stesso anno, infine, definitivamente in Cassazione. Il ricorso presso i giudici di Strasburgo non potrà ribaltare la sentenza italiana, che ha definitivamente accertato i fatti. (…) Ma se la Cedu dovesse accogliere qualcuna delle doglianze (o tutte) che i suoi difensori hanno lamentato, potrebbe condannare lo Stato italiano e questo sarebbe un buon motivo per ottenere un nuovo processo (già chiesto) presso la Corte d'appello di Brescia. Con la speranza che - questo sì - ribalti la sentenza di condanna. Il gruppo dei difensori di Berlusconi (Niccolò Ghedini, Andrea Saccucci, Franco Coppi, Bruno Nascimbene, Keir Starmer, Steven Powles) hanno portato a Strasburgo 18 punti di critica al processo sui diritti Mediaset, sostenendo che Berlusconi non abbia avuto un giusto processo. Ne è nato il procedimento numero 8683/14, "Berlusconi contro Italia". Dopo sette anni, i giudici Cedu hanno ritenuto ammissibile il ricorso e hanno chiesto al governo italiano - come previsto dalla procedura - di rispondere alle questioni poste dalle difese di Berlusconi, condensate in dieci punti, per verificare se il condannato ha avuto un giudizio regolare. Alle dieci domande risponderà ora l'avvocatura dello Stato, che di norma difende le scelte dell'Italia, dunque dei giudici italiani, contro i ricorrenti. Sono questioni forse nuove per i giudici di Strasburgo, ma già mille volte affrontate, discusse e risolte nel dibattito processuale, giuridico, politico e giornalistico in Italia. (…) Basta la lettura delle dieci domande per capire che sarà facile per l'Avvocatura dello Stato respingere le richieste di Berlusconi. Poi saranno i giudici di Strasburgo a decidere. E quelli di Brescia (chissà) a rifiutare la revisione o a ricominciare da capo». 

IL CHIRURGO CHE VOLEVA ESSERE FELICE

Paginata di recensione su La Verità, a cura di Martino Cervo, su un interessante libro che esce oggi e che riguarda la storia di un chirurgo emiliano, Enzo Piccinini.

«Enzo Piccinini, straordinario medico, servo di Dio e brusco trascinatore d'uomini, è morto 22 anni fa, ma la sua vita è una lama di luce presente, nella parabola che pare digradante della pandemia. Ho fatto tutto per essere felice (Bur, 230 pagine, 16 euro) racconta la sua storia. Il libro è disponibile da oggi, ma le prevendite online hanno già suggerito all'editore una ristampa. Marco Bardazzi, giornalista e poi pezzo grosso in Eni, l'ha raccolta con ordine e nitore. Il risultato è un inno alla felicità, che prende una dimensione agli antipodi di quella del testo della canzone dei Thegiornalisti. Non dura un minuto, e porta botte di vita più forti di una morte brutale a neppure 50 anni. Emiliano (nasce a Scandiano, provincia di Reggio), Piccinini trascina il suo temperamento non tiepido nei roventi anni '70 su uno spartiacque tra l'estremismo di sinistra (sfiorato) e il cattolicesimo, tendenza CL. Scrive l'autore: «Nel cuore di una Reggio Emilia divisa come ai tempi della guerra, cinquecento metri separavano la scelta marxista da quella cristiana. Tutto si è giocato in quelle poche strade, dove Enzo decise di imboccare un percorso che non avrebbe lasciato mai più». Quel cammino ha il volto, la voce grattata e la fede di don Giussani, anch' egli oggi servo di Dio. L'incontro con il fondatore di Comunione e Liberazione è la scoperta di un secondo padre».

CAPUTO DIRETTORE TEMPORANEO

Livio Caputo è il direttore del Giornale pro tempore, copre “il vuoto temporaneo” creato dalle dimissioni di Alessandro Sallusti. Brevissimo saluto oggi in prima ai lettori della testata fondata da Indro Montanelli. Caputo c’era in quell’inizio.

«Cari lettori sono di nuovo con voi, sia pure per breve tempo. Dopo le dimissioni di Alessandro Sallusti si è venuto a creare al vertice del nostro Giornale un vuoto temporaneo che bisognava colmare nell'attesa dell'arrivo di un nuovo direttore. L'editore e i miei colleghi mi hanno chiesto di uscire temporaneamente dal mio ritiro forzato e di assolvere questo compito. Ne sono non solo onorato, ma anche commosso e spero di poter contribuire a un sollecito ritorno alla normalità. Quale ultimo dei mohicani, come qualcuno mi chiama, sono felice di rendere questo servizio al nostro Giornale, con cui mi sono identificato fin dalla sua nascita e a cui ho dedicato tanta parte della mia vita professionale. Con questo spirito, vi invito a rimanere saldamente al nostro fianco come è tradizione da quasi 50 anni, nella certezza che noi continueremo a batterci per i valori per cui siamo nati. E, come sempre, buona lettura».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.