Vaccini a quota 450 mila

Alle 6 di stamattina nuovo record. L'Italia diventa arancione, calano i contagi. Si vedono Letta e Salvini. Si difende Michel. Draghi contro Erdogan crea simpatie. Gratteri si pente sul libro No Vax

C’è ottimismo perché la maggioranza delle regioni diventano di color “arancione” da lunedì. Ma, soprattutto, ed è un’anticipazione per voi lettori de La Versione: la vera buona notizia è che dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 450 mila 678 somministrazioni di vaccino in tutta Italia. È un record molto importante, perché siamo ad un passo all’obiettivo ambizioso di 500 mila iniezioni al giorno, fissato per la fine del mese. Anche i timori su AstraZeneca vanno rientrando. Julio Carreras, autorevole lettore della Versione, mi scrive da Buenos Aires che in Argentina hanno usato 580 mila vaccini AstraZeneca (versione Covishield, dall'India) per persone di età superiore ai 70 anni. E non si è verificato alcun caso di complicazioni. Sui giornali c’è ancora polemica sui salta fila criticati da Draghi, si sono offesi gli psicologi trentenni che si dicono indignati perché hanno ricevuto il vaccino per una priorità stabilita dal Governo e non perché hanno voluto prevaricare gli anziani (e provocarne la morte). Niente complesso di Edipo. L’importante è che il pressing sulla macchina organizzativa di Figliuolo e delle Regioni sta dando i suoi frutti. Nelle prossime ore il Commissario dovrebbe diffondere una circolare con tutti i chiarimenti di una strategia già chiara: vaccinare gli anziani e i soggetti a rischio prima possibile. Il cambio di clima non è solo dato dal miglioramento dei dati dell’epidemia in molte regioni ma anche dal dialogo politico. Ieri si sono visti in un faccia a faccia Salvini e Letta. Il dialogo è importante e gli obiettivi comuni su ripresa e riaperture ancora di più. Anche la durissima uscita di Draghi contro Erdogan ha ripercussioni positive in Europa e anche in Italia. Lo notano Folli e Verderami.

Non è bastata la Brexit e neanche la cattiva reputazione del perfido vaccino inglese AstraZeneca. La morte del consorte quasi centenario della Regina Elisabetta, il Principe Filippo di Edimburgo, greco-tedesco naturalizzato inglese (Battenberg diventato Lord Mounbatten) e convertito all’anglicanesimo, è su tutte le prime pagine dei giornali italiani. La famiglia reale che risiede a Buckingham Palace è nel nostro immaginario collettivo ed ha fatto la fortuna di schiere di corrispondenti da Londra, giornaliste e giornalisti rosa, trasmissioni tv. Chi legge questa Versione, come sempre, può scegliere o no se occuparsi del cavalier servente della Regina inglese, basta evitare il capitoletto.

Per il resto vanno segnalate le scuse di Gratteri, che non scriverebbe più la prefazione al libro No Vax e i guai di Ranieri Guerra dell’Oms, indagato per false dichiarazioni sul piano pandemico italiano. Il Giornale tifa per la Boldrini. Avvenire ricorda Suor Maria Laura, una vita per gli altri. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Le parole di Draghi di giovedì sera e i dati in miglioramento non hanno ancora prodotto il giallo, ma l’arancione sì. E basta poco per sperare. Avvenire titola: Arancione speranza. Il Corriere della Sera è più didascalico: Italia in arancione, ecco cosa cambia. Il Quotidiano nazionale: Va un po’ meglio, scatta l’arancione. Il Messaggero si porta avanti: Riaperture, il piano di aprile. Il Sole 24 Ore fa i conti con le curve della pandemia e identifica Veneto, Lazio e Molise come le zone dove si potrebbe riaprire già il 20 aprile: Numeri per riaprire in tre regioni. I quotidiani della Gedi pensano alla campagna vaccinale. Repubblica: Vaccini, tutto in 10 giorni. “Serve una terapia d’urto”. E La Stampa: Vaccini, verso il rinvio delle seconde dosi. Per Il Giornale le difficoltà vengono da un sabotaggio del personale sanitario: Così i medici no vax boicottano i vaccini.Libero sostiene: Miracolo, Draghi si sveglia. La Verità mette nel mirino Ranieri Guerra e il Ministro della Salute: INDAGATO L’UOMO DI SPERANZA «HA MENTITO SULLA PANDEMIA». Il Manifesto cavalca la polemica degli psicologi contro Draghi: Lapsus freudiano. Il Fatto ribalta le accuse e le indirizza allo stesso presidente del Consiglio: Dl Draghi: vaccini a elettricisti e portieri.

DA ROSSI AD ARANCIONI

La cronaca di Claudia Voltattorni sul Corriere della Sera è un bollettino di speranza, per una volta con entrambe le s, maiuscola e minuscola.

«Da lunedì quasi tutta Italia sarà arancione. Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana e Calabria escono dalla zona rossa e si aggiungono alle arancioni Veneto, province autonome di Trento e Bolzano, Liguria, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata e Sicilia. La Sardegna diventa invece zona rossa, dopo che all'inizio di marzo e per tre settimane era stata la prima (e unica) regione bianca d'Italia con bar e ristoranti aperti anche la sera. Ma il suo indice di contagiosità è oggi il più alto del Paese - 1,54 - e anche gli altri indicatori, come la pressione sugli ospedali, preoccupano la cabina di regia di ministero della Salute e Istituto superiore di sanità che ieri ha deciso il lockdown dell'isola. Rimangono ancora in zona rossa Val d'Aosta (che registra l'incidenza di casi più alta d'Italia: 416 ogni 100 mila abitanti), Campania e Puglia. In rosso anche le province di Firenze, Prato, Palermo, Torino e Cuneo. Le ordinanze del ministro Speranza entrano in vigore lunedì e per alcune regioni, come la Lombardia, sarà un assaggio di libertà dopo un mese di zona rossa». 

La campagna del Corriere della sera sulla data da fissare per le riaperture oggi coinvolge il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. L’intervista è di Paola di Caro.

«Dobbiamo dare il segnale che il ritorno alla normalità, è vicino. Serve una data simbolo». Quale? «Penso che l'inizio di maggio sia il momento giusto. Ci sono tante cose da fare: far ripartire la stagione turistica, quella fieristica, lavorare per i grandi eventi di estate e autunno. Bisogna dare certezza a chi fa impresa che può rimettersi in moto, facendo assunzioni, organizzandosi. Perfino alle famiglie: si deve poter pensare che sarà possibile festeggiare un matrimonio, un battesimo, fare una vacanza, un viaggio». Però intanto il premier Draghi ha duramente rimproverato chi - non pensando al bene comune - ha scavalcato i più bisognosi nelle liste per i vaccini: da presidente di Regione, si sente chiamato in causa? «Io proprio no: in Liguria abbiamo seguito rigidamente il principio dei vaccini per classi di età, anche prendendoci critiche per non aver allargato ad altre categorie. Ma più in generale, se proprio dobbiamo cercare responsabilità, le Regioni le hanno meno di tutti». Chi ne ha di più? «Il primo piano vaccinale è del governo Conte, quello di Draghi è del 12 marzo e le linee guida sono sempre state governative. Se erano troppo vaghe e non sono state individuate le priorità che intendeva il premier, forse andavano fatte meglio. Non hanno deciso le Regioni di testa loro di vaccinare categorie come gli insegnanti, il personale sanitario anche non in prima linea, quello universitario, i magistrati, le forze dell'ordine e così via. E anche la scienza, pur nella difficoltà oggettiva e innegabile, non ha dato una grande mano cambiando idea in sei settimane sulla somministrazione del vaccino AstraZeneca per gli under 55, poi gli under 65, ora gli over 60».

RITARDARE LA SECONDA DOSE, MA DI QUANTO?

La Stampa di Torino ha sposato la causa del ritardo della seconda dose. Visto che le scorte di vaccini hanno spesso ritardi, si spinge per fare come in Gran Bretagna. Francesco Rigatelli intervista Guido Rasi, ex direttore dell’Ema.

«Allungare i tempi della seconda dose di Pfizer e Moderna è possibile e aiuterebbe la campagna vaccinale». Guido Rasi, professore ordinario di Microbiologia all'Università di Roma Tor Vergata e direttore fino a novembre dell'Ema, interviene sulla proposta del presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli di passare da 28 a 42 giorni, mentre il direttore della Prevenzione del ministero della Sanità Giovanni Rezza stempera parlando «di una flessibilità di qualche giorno». Che differenza c'è tra queste possibilità? «Con una battuta direi 14 giorni, ma la realtà è che non cambia molto. Il ministero d'intesa con l'Aifa prenderà una decisione. L'importante è che ci sia strategia complessiva». Si può variare rispetto ai 28 giorni decisi dall'Ema? «Sì, perché il protocollo suggerisce la seconda dose entro 28 giorni, ma nel foglietto illustrativo l'Ema fa notare che gli studi su Pfizer e Moderna comprendono pazienti con seconda dose anche 42 giorni dopo». E non cambia niente? «Il rischio di rimanere scoperti dall'immunità è minimo, perché gli anticorpi si creano soprattutto dalla terza settimana. A quel punto chi contrae la malattia è molto protetto». Non basta però la prima dose «Per gli anziani, che hanno un sistema immunitario debole, serve la seconda. Per i giovani meno, ma è comunque per tutti un prolungamento e rafforzamento della risposta immunitaria». E la strategia complessiva? «Bisogna usare AstraZeneca, Pfizer e Moderna per vaccinare più over 60 nel minor tempo possibile. Ritardare la seconda dose può aiutare soprattutto nel caso di problemi di rifornimento. Senza dimenticare l'arrivo di Johnson&Johnson monodose». E finiti gli over 60? «Si passa ai più giovani con gli stessi vaccini».

INDAGATO GUERRA, DELL’OMS

Il pasticcio del report targato Organizzazione Mondiale sulla Sanità sulle carenze del sistema sanitario italiano, in caso di pandemia, è sfociato in un atto dei giudici: è stato indagato Ranieri Guerra.  

«Il direttore vicario dell'Oms Ranieri Guerra è indagato dalla Procura di Bergamo per false dichiarazioni. I pm gli contestano di aver negato, in un lungo interrogatorio del 5 novembre, qualsiasi pressione sul capo dei ricercatori dell'ufficio di Venezia dell'Organizzazione mondiale della Sanità, Francesco Zambon, per chiedergli di correggere un delicato passaggio sul Piano pandemico italiano non aggiornato, contenuto nel report che l'Oms aveva pubblicato a maggio 2020 sul sito della sezione europea, ma che era scomparso nel giro di 24 ore: eliminato per sempre. In più, secondo il pool che indaga per epidemia colposa con il supporto della Guardia di finanza, in quello stesso interrogatorio Guerra aveva spiegato che durante il suo incarico di direttore della Prevenzione del ministero della Salute, dal 2014 a fine 2017, non c'era stato bisogno di aggiornare il Piano pandemico, perché non c'erano stati eventi tali da richiedere nuove linee guida. Ma, ha ricostruito la Procura, nel 2013 l'Oms aveva chiesto un aggiornamento, che poi non ci fu». 

GRATTERI SI È PENTITO DELLA PREFAZIONE AL NO VAX

Con una paginata intera su Repubblica, Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, spiega perché ha scritto la prefazione al libro “Strage di Stato: le verità nascoste della Covid -19”, opera del magistrato Angelo Giorgianni e del medico negazionista Pasquale Bacco. E spiega che non lo farebbe più.

«Non sono l'autore del libro e non rispondo del contenuto, certamente discutibile. La mia prefazione nasce da un abstract non del tutto corrispondente, inviatomi dal collega Giorgianni: in quel testo si faceva esclusivo riferimento alla situazione pandemica e ai riflessi economici e criminali. Nessun riferimento ai vaccini, né a un complotto internazionale a matrice ebraica, secondo categorie culturali utilizzate da negazionisti e no vax, di cui tra l'altro nel libro non c'è traccia». Si parla di un colpo di Stato globale, di riprogrammazione sociale possibile grazie al Covid. Di nuovo ordine mondiale gestito da Gates, Soros, Rockefeller. Lei si dichiara estraneo a queste tesi? «Certamente: la prefazione è assolutamente neutra, sarebbe bastato leggerla per escludere ogni collegamento. Nella mia vita di magistrato mi sono tenuto sempre lontano da teorie complottiste, ho cercato sempre prove, non trame. Mi sono vaccinato, ho sollecitato tutti i colleghi e gli amministrativi del mio ufficio a farlo. Tutti i miei familiari sono vaccinati e quelli che ancora non lo sono, per ragioni di età, sono in attesa. Un dato oggettivo, resto distante anni luce da quelle posizioni… ».

LETTA VEDE SALVINI E POI DRAGHI, CONTE I 5S

Anche la politica italiana volge all’ottimismo. Ieri un vertice Letta-Salvini, che era previsto, è apparsoa molti giornali una buona notizia. Per il futuro del Governo soprattutto. Giovanna Vitale su Repubblica racconta i due incontri del neo segretario del Pd Enrico Letta di ieri: prima con Matteo Salvini e poi con Mario Draghi.

«Un gioco di sponda con Mario Draghi per "imbrigliare" Matteo Salvini, mettere al riparo il governo dalle incursioni leghiste che rischiano di destabilizzarlo, velocizzare le misure a sostegno di imprese e lavoratori piegati dalla pandemia. Prende corpo la strategia di Enrico Letta - che ieri ha incontrato prima il segretario del Carroccio, quindi il presidente del Consiglio. Draghi il giorno precedente aveva a sua volta visto Salvini - coll'intento di fare del Pd l'architrave dell'esecutivo di salvezza nazionale voluto da Mattarella, nonché l'argano in grado di tirar fuori il Paese dal buco nero in cui il Covid l'ha precipitato. Il tutto, in triangolazione con Paolo Gentiloni, il commissario europeo in visita in mattinata a Palazzo Chigi per discutere col premier di crisi economica e Recovery plan, vera occasione di ricostruzione per l'Italia. Gli stessi temi del confronto pomeridiano Letta-Draghi, incentrato sulle tre priorità dem: giovani, donne e Sud, in una cornice di sostenibilità sociale e ambientale. È questo lo spirito che nelle ultime settimane ha portato l'inquilino del Nazareno faccia a faccia con tutti i leader politici - da Conte e Di Maio a Renzi, Tajani e Meloni - lasciando per ultimo proprio il capo della Lega, il più refrattario ai rapporti istituzionali su cui invece Letta intende insistere per rafforzare l'azione riformatrice del governo. Un lavoro di tessitura che non poteva certo prescindere dalla "tregua" con l'ex ministro dell'Interno siglata a mezzogiorno all'Arel, il centro studi fondato da Beniamino Andreatta, dove il primo colloquio a quattrocchi tra i due - durato un'ora e un quarto, senza foto però, lo stesso trattamento riservato all'altro Matteo - è filato via senza slanci né intoppi. C'è stato spazio solo per una battuta, quando Salvini s' è lamentato dei costi di gestione della Lega e l'altro ha replicato, di getto: «Non lo dire a me, il Pd è completamente al verde». Entrambi d'accordo sul fatto che le sorti dei rispettivi partiti dipendono dai risultati del Gabinetto Draghi: «Sul piano ideologico siamo agli antipodi, ma sui temi concreti ci possiamo ritrovare», la riflessione comune, «in questa vicenda ci mettiamo la faccia, è chiaro che la vittoria dell'esecutivo sarebbe anche una vittoria dei nostri partiti». Da qui l'impegno a darsi da fare innanzitutto per sostenere commercianti, ristoratori, esercenti, partite Iva e artigiani messi in ginocchio dalla crisi: un mondo che sta molto a cuore al Pd, non solo alla Lega. E infatti: «Abbiamo convenuto sulla necessità che il governo faccia un decreto che aiuti le imprese a ripartire. Poi, alle elezioni saremo su fronti contrapposti», preciserà Letta alla fine».

Dove ci sono sempre nubi all’orizzonte è nel mondo 5 Stelle. Giuseppe Conte è alle prese con l’ultimatum di Casaleggio, oggi vedrà di nuovo i parlamentari, ma uscire dalla piattaforma Rousseau non è facile. 

«Oggi alle 15 Giuseppe Conte riapparirà su Zoom davanti ai senatori del Movimento 5 stelle. Domani, toccherà di nuovo ai deputati. Non li troverà pazienti come l'ultima volta, l'ex presidente del Consiglio. Gli eletti M5S sono stanchi di dover interagire con quello che considerano una sorta di ectoplasma. Cui l'ultima volta hanno imputato anche lo spegnimento di microfono e telecamera, mentre parlavano tutti gli altri. Con riapparizione finale giusto per dire "Buona Pasqua". Ci sono troppe domande cui dare risposta. Il limite dei mandati, ad esempio, nodo inevaso di ogni passaggio. Ma anche, semplicemente, cos' è che diventa il Movimento, senza Rousseau? A cosa serviranno i soldi che ora il tesoriere Claudio Cominardi chiede di versare al partito? Sono 2500 euro per ogni eletto. Di questi, 1500 dovranno andare a restituzioni rimaste ferme da mesi: ci sono 7,4 milioni di euro bloccati su un conto perché - ha spiegato ieri il capogruppo alla Camera Davide Crippa - «Casaleggio non ci permette di votare per la loro destinazione». L'altra parte dei 2500 euro, i 1000 euro restanti. saranno gestiti direttamente dal Movimento per le spese inerenti alla nuova organizzazione. Non ci sarà quindi più alcun versamento diretto all'associazione Rousseau. Tutto è centralizzato. Ma anche questo, lascia parecchi dubbi ai parlamentari».

CRITICARE ERDOGAN, PENSANDO ALL’EUROPA

Quel “dittatore” sparato da Draghi contro Erdogan fa discutere. Un’esagerazione, una gaffe, una voce dal sen fuggita? Oppure un’altra mossa di politica estera di Mario Draghi, una mossa studiata? Come fu l’espulsione, a suo tempo, dei russi accusati di spionaggio… Stefano Folli su Repubblica ha questa tesi: Draghi ha parlato ad Ankara, perché sentisse Bruxelles. E Roma.

«Quando giovedì sera Draghi ha dato del "dittatore" al presidente turco, Erdogan, ha espresso in modo esplicito quello che quasi tutti i governanti europei pensano eppure si guardano dal dire per ragioni di opportunità e di convenienza. È stato un errore, una "gaffe", una mossa incauta, come qualcuno ha chiosato? La frase è perentoria e certo inusuale, persino temeraria, ma non sembra casuale. Il premier ha fatto prevalere la politica sulle convenzioni diplomatiche. Un rischio calcolato, in tutta evidenza: come era accaduto poche settimane fa con la scoperta di una rete di spie russe. In apparenza, un episodio dai contorni modesti; in realtà un segnale a Mosca, di cui è stata notata l'assenza di reazioni. Segno forse di un imbarazzo rivelatore: per cui è lecito supporre che gli intrecci italiani siano assai più ramificati, a indicare una non banale penetrazione russa nel nostro paese. Ora l'incidente protocollare di Ankara, con la Von der Leyen mortificata e Michel segnato per sempre dall'apatia dimostrata. La replica italiana è la più vigorosa, di fronte ai silenzi o ai balbettii delle altre capitali europee. Criticando Erdogan, un autocrate para-islamista votato all'espansionismo che tende a ricattare l'Europa sui migranti e altro, Draghi ha innalzato il livello della nostra proiezione internazionale. Lo si può criticare per la scelta, ma non si può non vedere il disegno che sta prendendo forma. Prima la Russia, ora la Turchia. E c'è un terzo bersaglio, indiretto. È l'Unione europea in uno dei suoi principali punti deboli: l'assenza di una politica estera efficace, conseguenza di interessi divergenti e quindi della prevalente mancanza di coesione interna.».

Secondo il retroscena sul Corriere di Francesco Verderami, un po’ a sorpresa il nuovo protagonismo dell’Italia di Draghi piace ai sovranisti nostrani: Salvini e Meloni.

«Chi l'avrebbe mai detto che un giorno il banchiere, l'uomo dell'establishment, il sacerdote dell'euro, che Mario Draghi insomma, avrebbe fatto palpitare i cuori dei sovranisti italiani? Sarà perché da quando è premier si è messo a chiamare le cose «per quelle che sono». Sarà perché da europeista ha preso a criticare Bruxelles. Sarà perché da atlantista ha spezzato l'ambigua logica dell'equidistanza tra Washington e Pechino adottata dal suo predecessore. Sarà perché in nome dell'interesse nazionale ha iniziato a difendere le aziende italiane dall'espansionismo cinese e pure dalle mire degli alleati europei. Sta di fatto che la destra di governo, e per alcuni aspetti persino quella di opposizione, si identifica nell'azione di Draghi, riconosce in certi suoi discorsi lo sdoganamento di alcune loro parole d'ordine. E finisce per testimoniarlo. È vero, c'è un punto di divergenza, e non è di poco conto. È legato alla questione delle riaperture, che sta mettendo in difficoltà Salvini con il suo elettorato e con la sua rivale per la leadership nella coalizione. Ma per ora il capo del governo - che deve fare i conti con il virus - non può concedere al segretario della Lega una data certa per la ripartenza. Anche se l'intero centrodestra ha apprezzato la scelta di Palazzo Chigi di sostituire Arcuri con Figliuolo per fronteggiare l'emergenza, preferendo al maglioncino (e alla gestione) del manager la divisa (e il piano) del generale, che mette paura a certi intellettuali di sinistra. Ma è soprattutto sull'Europa che i sovranisti stanno abbracciando Draghi, per il modo in cui ha avvertito Bruxelles a cambiare registro, «o per i vaccini bisognerà andare per conto proprio». Per quanto i commenti di Salvini e Meloni siano a tinte forti, c'è una certa assonanza tra le loro critiche all'Ue - «che sulla pandemia registra il più grande fallimento della sua storia» - e il giudizio tagliente del premier sui contratti «leggeri» firmati con le Big Pharma: «I prossimi andranno fatti meglio». Non sarà una linea conflittuale, ma è una postura non convenzionale che piace al centrodestra, perché si riflette anche sulla trattativa con la Commissione per il rilancio di Alitalia. Ad affascinare i sovranisti è l'idea che - grazie a Draghi - l'Italia abbandona i panni dell'Italietta, eterno vaso di coccio tra i vasi di ferro a Bruxelles, e terra di conquista di potenze straniere».

Il Sole 24 Ore propone un’intervista al Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, che era con la von der Leyen, durante il sofà gate, e che è stato sommerso dalle critiche. Prova a difendersi.

«In un incontro con un gruppo di giornali europei, tra cui Il Sole 24 Ore, Charles Michel ha voluto giustificare il suo comportamento. «Mi spiace molto per l'accaduto. Ho già espresso il mio rincrescimento alla signora von der Leyen e a tutte le donne - ha spiegato -. Vi assicuro che da allora non dormo bene la notte e che nella mia testa ho riavvolto il film dell'episodio decine di volte. Assumo la mia parte di responsabilità. Dovremo evitare situazioni di questo tipo in futuro. Purtroppo, la vicenda ha contribuito ad occultare la sostanza dell'incontro con il presidente Erdogan e in questo frangente la capacità dell'Unione di mostrare unità». Perché Lei non si è seduto accanto alla signora von der Leyen o non le ha lasciato il posto sulla poltrona? Ho avuto qualche secondo per decidere l'atteggiamento da avere. Sul momento, la mia impressione è stata che una eventuale reazione avrebbe messo in dubbio il lungo lavoro diplomatico che aveva preparato la nostra visita. Inoltre, non volevo avere nei confronti della signora von der Leyen alcun atteggiamento paternalista. Detto ciò, rispetto le opinioni contrarie e capisco le critiche che mi sono state rivolte. Insomma, temeva che l'incidente sarebbe stato politico, non solo protocollare? Non dimentichiamoci che nei mesi scorsi le tensioni nel Mediterraneo (con l'invio di navi turche al largo di Cipro e Grecia, ndr) ci avevano realmente preoccupato. Temevamo di essere vicini a un incidente grave. L'obiettivo della visita è stato di riaprire un dialogo positivo con la Turchia. Spero che a un certo punto torneremo alla sostanza dell'incontro: lo Stato di diritto, la modernizzazione dell'unione doganale, la cooperazione economica, la stabilità regionale. Nel frattempo, il premier italiano Mario Draghi ha definito «dittatore» il presidente Erdogan. Condivide questa affermazione? Rispetto le opinioni espresse da ciascun capo di Stato e di governo europeo. Qui voglio osservare che una parte significativa del nostro incontro con il presidente turco ha riguardato la difesa dei valori democratici e dello Stato di diritto. Abbiamo espresso le nostre preoccupazioni. In ballo, c'è anche il rinnovo dell'accordo migratorio, siglato nel 2016 e che impegna Ankara ad accogliere i migranti provenienti dal Vicino Oriente in cambio di aiuti economici».

LA SCOMPARSA DEL PRINCIPE FILIPPO

Grande spazio sui giornali italiani alla morte del marito della Regina Elisabetta, il principe Filippo, scomparso all’età di quasi 100 anni. Il suo ritratto è di Enrico Franceschini su Repubblica.

«Si conoscevano fin da bambini. Appartenevano a quel clan di re, regine, zar e kaiser che per secoli si erano frequentati, sposati, imparentati l'uno con l'altro, come nelle fiabe. Elisabetta e Filippo, in effetti, sono cugini, sia pure di lontanissimo grado, condividendo la stessa trisavola nella regina Vittoria. Figlio del principe Andrea di Grecia e Danimarca e, per parte di madre, discendente di un nobile casato tedesco, nel luglio 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Filippo aveva già vissuto in esilio in Italia, Francia, Germania, Scozia e Inghilterra. Era un cadetto 18enne al Royal Navy College, quando re Giorgio VI venne a visitare la sua accademia militare portando con sé la figlia Elisabetta, allora 13enne. Pare che fu amore a prima vista. Si erano già incontrati a matrimoni e incoronazioni sparse per l'Europa. Ma quella volta giocarono insieme a croquet, parlarono, si accese una scintilla. Lei gli scrisse durante gli anni della guerra, in cui lui si distinse in numerose battaglie navali nel Mediterraneo. Terminato il conflitto, il re approvò le nozze. Ma Filippo dovette superare non pochi ostacoli: convertirsi dalla religione greco-ortodossa della sua famiglia di origine a quella anglicana; essere naturalizzato cittadino britannico, adottando il nome di Mountbatten (anglicizzazione di quello originale tedesco: Battenberg); rinunciare ai diritti al trono ellenico, da cui era stato deposto suo zio Costantino; ricevere il titolo di duca, ma non quello di principe che gli sarebbe stato assegnato solo dieci anni più tardi, come un contentino. A parte sua madre, nata a Windsor da genitori che avevano rinunciato ai titoli germanici, nessun membro della famiglia di Filippo fu invitato al matrimonio. Comprensibilmente: le sorelle erano sposate con aristocratici tedeschi che avevano simpatizzato per il nazismo. E quel giorno, 20 novembre 1947, il ricordo di Hitler era ancora ben fresco tra i sudditi britannici. Alla regina madre, mamma di Elisabetta, lo sposo non era mai piaciuto: in privato lo chiamava con disprezzo l'Unno. Partirono in viaggio di nozze per Malta, dove lui fu assegnato come ufficiale di Marina e dove restarono fino al febbraio 1952, quando la morte improvvisa di Giorgio VI richiamò a Londra la principessa e cambiò per sempre le loro vite. Gli eventi memorabili dei decenni successivi sono stati, per Filippo, tutti privati, non avendo il suo ruolo alcuno spazio autonomo in pubblico. Quattro figli: Carlo, Anna, Andrea, Edoardo. I divorzi di tre di loro, incluso quello, tragico, tra il primogenito e Diana. Filippo era un padre burbero, severo, freddo (tranne con Anna, la sua prediletta, che più gli somiglia nel carattere), insomma all'antica, come molti della sua generazione. È stato accusato a lungo, dai fautori della teoria del complotto, di essere il mandante dell'omicidio di Diana, nonostante tre indagini indipendenti abbiamo dimostrato che lady D non fu assassinata, bensì morì per un disgraziato incidente d'auto. In realtà una serie di lettere, pubblicate molti anni dopo i fatti, hanno rivelato che tra i due c'era una certa simpatia. "Non potrò mai capire", scrisse una volta lui a Carlo, "come un uomo possa lasciare una donna come Diana per innamorarsi di una come Camilla".».

Beppe Severgnini sul Corriere della Sera non nasconde la sua ammirazione per il duro lavoro che ha impegnato il consorte defunto della Regina.

«Ammettiamolo: il mestiere di Filippo di Edimburgo non era semplice. Marito e padre, presente e distante, accompagnatore e indossatore, funzionario e missionario. All'inizio ha faticato ad accettare un ruolo inevitabilmente subalterno. Ma poi ha capito. Il pianeta Filippo ha trovato l'orbita, il ritmo, perfino il gusto di fare le cose. La monarchia è una forma di servizio. Un servizio di lusso, certo. E Filippo lo ha accettato. All'interno della famiglia reale britannica il duca di Edimburgo è stato tra i personaggi più difficili da raccontare, proprio perché non ci teneva a essere raccontato. Ma l'uomo era attento, quando non sceglieva di essere svagato. Cauto, se non aveva deciso di abbandonare le cautele. Per i giovani inglesi era un bisnonno lontano. Per i meno giovani, una figura affettuosa, misteriosa, un po' eccentrica. Ho in casa un libro, The Wit of Prince Philip , pubblicato nel 1965, prezzo 21 scellini. L'umorismo del principe Filippo. A pagina 87 c'è il suo motto da studente: Avoid unnecessary work , evita il lavoro non necessario. Be', quel motto il principe Filippo lo ha tradito. Perché ha lavorato, e non è stato un lavoro facile ».

“FORZA LAURA”, IL GIORNALE TIFA BOLDRINI

Ci sono occasioni in cui la polemica sparisce. Non capita a tutti, non sempre. Per questo quando accade è giusto segnalarlo. Segno di civiltà. Stamattina Il Giornale scrive in prima pagina un articolo su Laura Boldrini, che si è operata ieri di tumore, a firma di Valeria Braghieri. Titolo: Forza Laura.

«Quando ieri abbiamo letto la notizia, ci siamo sentiti come qualcuno svegliato da un allarme antincendio. Effetto strano. Perché, in un passato (perfino recente), Laura Boldrini ci ha dato «grandi soddisfazioni», in termini di spunti polemici e distanziate risse cartacee. Oggi le chiediamo: ce ne dia un'altra, di soddisfazione: vinca lei. Contro quel diavolo che le corre dietro, contro l'intervento, le cellule disobbedienti, la paura (soprattutto quella) e la riabilitazione che ne seguirà. Vinca lei. Forza Boldrini che stavolta le siamo accanto. Davvero. Non sapevamo, che a furia di bisticciare a distanza ci sarebbe risultata vicina. E invece... Il suo annuncio sui social ci è arrivato dentro dritto. Ci ha piegato la bocca all'amaro perché è colato a picco senza preavviso né fasi intermedie. L'aria fredda di quella confessione ha sconfitto il caldo di qualsiasi lite. Questo schifo di malattia ha scatenato un raffinato effetto collaterale: siamo dalla sua parte, ovviamente. Con lei che in questi «giorni di accertamenti» avrà calpestato avanti e indietro odiosi pavimenti di linoleum consumando l'attesa: sono passi in cui ci si dimentica l'andatura; con lei che si è dovuta sentir spiegare ciò che temeva, con lei che racconta di avere una sacrosanta paura, con lei che a poche ora dall'intervento (ieri) ha voluto sparire da tutti assieme a sua figlia e pochi altri. Le sarà arrivato il gelo nelle ossa, un attimo prima di reagire e di decidere di avvisare il mondo e di essere cocciuta nella lotta e di farla fuori, questa battaglia».

SUOR MARIA LAURA, 21 ANNI DOPO

Ventun anni dopo la sua morte, il prossimo 6 giugno, Suor Maria Laura Mainetti sarà beatificata. Lo ha annunciato ieri il Vescovo di Como e lo riporta Avvenire. Che cosa c’è di più grande di dare la propria vita per gli altri? Anche per il pm che indagò sul suo omicidio fu forte la “luce”.   

«A ventuno anni dalla sua tragica morte, la Chiesa di Como, il prossimo 6 giugno alle 16, allo stadio comunale di Chiavenna (in provincia di Sondrio), vivrà il solenne rito della beatificazione presieduto dal prefetto della Congregazione delle cause dei santi, il cardinale Marcello Semeraro. (…) Era il 6 giugno 2000 quando a Chiavenna tre ragazze, all'epoca dei fatti minorenni, scelsero una data per loro evocativa (il sesto giorno del sesto mese del nuovo millennio) per compiere un rituale satanico al termine del quale uccisero la religiosa 61enne. La colpirono con pietre e coltelli. Suor Maria Laura assicurò alle ragazze che non avrebbe detto a nessuno del loro gesto, ma quando capì che non si sarebbero fermate disse: «Io vi perdono». L'allora procuratore Gianfranco Avella definì l'indagine «Raggio di luce» proprio per la testimonianza di misericordia di suor Mainetti: «Le sue parole sono un raggio di luce che squarcia le tenebre di quanto è accaduto». «Suor Maria Laura - confida l'arciprete di Chiavenna monsignor Andrea Caelli - ha curato il futuro della Chiesa e della società civile. Cioè si è presa cura, con passione ed entusiasmo, dei giovani». Erano proprio le nuove generazioni la preoccupazione grande di suor Maria Laura. «Li vedeva disorientati - dice la consorella suor Beniamina Mariani - quindi bisognosi di riferimenti. Per lei, erano i veri poveri. Ma suor Maria Laura c'era per tutti, per chiunque le chiedesse aiuto. Diceva: "Sono il mio Gesù". È stata fedele, per tutta la vita, al motto scritto fuori dalla cappella della nostra casa: "Entra per pregare, esci per amare"». Anche la notte in cui fu uccisa era uscita convinta che la ragazza che l'aveva chiamata avesse bisogno di lei (aveva detto di aspettare un bambino). «È bello essere Figlia della Croce», si legge su un cartoncino conservato sulla scrivania della sua camera».