Vaccini a quota 676 mila

Nuovo record per Figliuolo: nelle ultime 24 ore boom di somministrazioni. Sì all'assegno e alle assunzioni nella PA. Nozze Salvini-Berlusconi. Accordo in vista nei 5S. Marx, il cardinale, si dimette

Non so se è giustificata l’eccitazione di Quotidiano Nazionale e Repubblica, che stamattina parlano di ripartenza e nuovo Boom. Certo, i dati epidemiologici calano e le vaccinazioni vanno avanti. Persino il prudentissimo Brusaferro è apparso ottimista ieri nella consueta conferenza stampa dell’Istituto superiore di sanità. La notizia dell’alba di oggi è che Figliuolo ha stabilito un nuovo record. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 676 mila 474 somministrazioni. Mica male.

Sul piano strutturale ieri il Consiglio dei Ministri ha varato due decreti importanti: sull’assegno unico per le famiglie. E sulle nuove assunzioni nella pubblica amministrazione. Va dato atto a Draghi di saper mantenere le promesse: aveva assicurato che sull’assegno avrebbe varato una soluzione ponte fino a dicembre e l’ha fatto. Grande merito va anche riconosciuto a Gigi De Palo, presidente del Forum delle Famiglie, un modello di impegno post ideologico e molto concreto, che ha saputo dialogare con tutti i partiti. Il Ministro Brunetta è l’altro protagonista della giornata di ieri. Brunetta ha presentato alla stampa i criteri per la selezione dei nuovi 24 mila assunti nella Pubblica amministrazione: sembrano davvero seri e innovativi. Anche la Cartabia ha presentato una bozza di riforma della giustizia ai partiti che potrebbe essere un altro bel segno di cambiamento.

La politica pura ci riserva due colpi di scena: la “federazione” del centro destra fra Salvini e Berlusconi. E l’annuncio di un accordo in extremis fra Casaleggio e i dirigenti dei 5 Stelle, accordo fortemente voluto da Grillo. Nel centro destra potrebbe essere una “rivoluzione”, come dice il Giornale che racconta di un Berlusconi in grande spolvero. Certo i prossimi mesi sono cruciali per il futuro politico dell’Italia. Nel Movimento dei 5 Stelle potremmo essere finalmente alla vigilia della conquista dei pieni poteri da parte di Giuseppe Conte.

Colpo di scena anche fra gli ecclesiastici, con le dimissioni del cardinale tedesco Marx (“La Chiesa è ad un punto morto”), rese note ieri. Marx è stato uno stretto collaboratore di Papa Francesco e ci sono forti timori per il futuro. Saranno gli Europei di calcio a condizionarci, ma questo incubo tedesco ci si ripropone continuamente. Un’eterna Italia-Germania, senza fischio finale. Anche sulla politica economica: il falco Schäuble ha attaccato frontalmente Draghi, in un articolo per il Financial Times, sui conti pubblici dell’Italia. Brutto segnale. Intanto a Gerusalemme siamo alla vigilia del nuovo Governo senza Netanyahu dopo 12 anni. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Decisioni importanti ieri prese dal Governo. Avvenire festeggia il decreto sui sussidi per i figli: Staccato l’assegno. Il Corriere della Sera concorda: I fondi per lavoro e famiglie. Il Messaggero: «Un assegno contro la denatalità». Il Sole 24 Ore va secco sulla notizia: Parte l’assegno unico per le famiglie. Anche Il Fatto resta su un tema economico ma polemizza con chi sostiene che non si trovano camerieri e addetti ai bar, perché i giovani preferirebbero il Reddito di cittadinanza all’opportunità occupazionale: “Fannulloni? Turni da venti ore e fame”. Di fannulloni parla anche il Mattino ma sono quelli della Pubblica Amministrazione: Pubblico impiego, si assume. «Via i dipendenti fannulloni». Anche La Stampa mette in primo piano le misure sulle assunzioni: Negli uffici pubblici 24 mila assunti. Della fine dell’emergenza in tema di pandemia si occupa il Quotidiano Nazionale: L’Italia riparte. E sogna il nuovo Boom. Anche per Repubblica: Fuori dal virus, l’Italia ci crede. La Verità di Belpietro, con una certa originalità, polemizza con il ministro Speranza: La verità sulle terapie intensive attivate meno di una su quattro. Sulla riforma della giustizia si concentra Il Domani: Tutti uniti nella lotta contro giudici e pm. Come Berlusconi nel ’94. A proposito di Berlusconi, l’asse con Salvini fa notizia. Per il Giornale: Rivoluzione centrodestra. Ma anche per il Manifesto che mettendo una foto di Salvini e Berlusconi cita il titolo di un famoso film di Almodóvar: Légami. Mentre Libero dà proprio l’annuncio, come fosse una partecipazione: Matteo e Silvio sposi (per Colle e governo). Segnaliamo che in occasione della giornata mondiale della terra, Stampa e Repubblica si presentano con “sovra copertine” green.

ALTRE TRE REGIONI BIANCHE E COPRIFUOCO ALLE 24

I numeri dell’epidemia e del contagio sono buoni, lo dicono i dirigenti dell’Istituto superiore di sanità. La cronaca di Fabrizio Caccia sul Corriere.

«Il presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro ieri ha annunciato che «entro metà giugno quasi tutta l'Italia sarà in zona bianca se verrà mantenuto questo trend di decrescita della curva dei contagi». Il professore aveva davanti agli occhi i dati dell'ultimo monitoraggio sulla pandemia. La zona bianca, infatti, si calcola in base all'incidenza: i casi di positività, cioè, devono essere meno di 50 ogni 100 mila abitanti. Ebbene, la media nazionale ora è di 32 nuovi contagi su 100 mila persone e tutte le regioni si trovano già adesso sotto la soglia dei 50 casi. Il Molise addirittura vanta 9 casi su 100 mila abitanti, un record da «zona verde»: Molise Covid free. Ma per diventare «bianche», le Regioni devono confermare i dati per 3 settimane consecutive. Così, al traguardo ci arriveranno tutte sì, ma in ordine sparso. Da lunedì prossimo, 7 giugno, toccherà a Liguria, Umbria, Veneto e Abruzzo, che diventeranno «bianche» dopo Molise, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna (promosse il 31 maggio scorso) e aboliranno finalmente anche loro il coprifuoco. Mentre nel resto d'Italia questa misura, che adesso scatta alle 23, dal 7 giugno slitterà alle 24. A mezzanotte cioè tutti a casa. Ma il 14 giugno, poi, ecco che anche la Provincia di Trento, la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, la Puglia e l'Emilia-Romagna, continuando così, saranno «zone bianche» e una settimana dopo toccherà pure a Sicilia, Marche, Toscana, Provincia di Bolzano, Calabria, Basilicata e Campania. Così il 21 giugno, quando per decreto il coprifuoco sarà superato in tutta Italia, dovrebbe restare in «zona gialla» (oltre 50 contagi su 100 mila abitanti) solo la Valle d'Aosta, che comunque cambierà colore il 28 giugno. I numeri sono davvero incoraggianti».

ASSEGNO “PONTE” FINO A DICEMBRE

Il Consiglio dei Ministri di ieri ha approvato una soluzione ponte, come promesso da Draghi, per l’assegno unico alle famiglie. Valentina Conte su Repubblica:

«Un assegno per ogni figlio minore, a prescindere se lavori o no. Se sei sposato o no. Se italiano o straniero (purché residente da almeno due anni in Italia). Da luglio si parte, dopo che il Consiglio dei ministri di ieri ha approvato il decreto legge. Ma sarà un "assegno ponte" fino a dicembre, in attesa della riforma fiscale che metta ordine tra i bonus per la famiglia e battezzi dal 2022 l'assegno universale. Unico vincolo: avere un Isee entro i 50 mila euro. L'assegno cala al crescere dell'Isee, per azzerarsi sopra quella soglia. Si va da un minimo di 30 euro a un massimo di 167,5 euro al mese per ogni figlio fino a due. E da un minimo di 40 euro a un massimo di 217,8 euro per ogni figlio nei nuclei con almeno tre. E questo perché c'è una maggiorazione del 30% dal terzo figlio in poi. E di 50 euro per ogni figlio disabile. Un'operazione da 3 miliardi. Beneficiate 1,8 milioni di famiglie e i loro 2,7 milioni di bambini e ragazzi. Si tratta di nuclei sin qui esclusi dagli assegni familiari: incapienti (redditi bassi, sotto gli 8 mila euro), autonomi, percettori di Reddito di cittadinanza, disoccupati senza sussidio, anche lavoratori dipendenti fuori dagli assegni familiari per criteri di reddito. A loro andranno in media, nei sei mesi del "ponte", 1.056 euro a famiglia e 674 euro a figlio. Non in automatico però. Dovranno dotarsi di Isee e fare domanda a Inps - a breve aprirà un portale - oppure presso Caf e patronati. L'accredito su Iban sarà retroattivo per tutte le mensilità da luglio in poi, purché la domanda arrivi entro il 30 settembre. Per quelle successive si incassa l'assegno dal mese della domanda. Le famiglie con figli che ricevono il Reddito di cittadinanza (404 mila) avranno in conguaglio automatico da Inps la differenza tra la quota figli già inclusa nel Reddito (che vale quasi mezzo miliardo all'anno) e il nuovo assegno, senza bisogno di altra domanda. In totale a questo gruppo di famiglie "pontiste" saranno distribuiti in sei mesi 1 miliardo e 580 milioni».

LE ASSUNZIONI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Altra decisione presa ieri dal Governo: il piano di assunzioni nella Pubblica amministrazione, il terzo decreto per far partire il Pnrr. Il Sole 24 Ore lo descrive, raccontando l’intervento del Ministro Brunetta al Festival dell’Economia a Trento:  

«Lo scontro è stato tra chi vuole innovare la dirigenza pubblica e chi invece vuole mantenerla statica e ingessata». In collegamento con il Festival dell'Economia a Trento poche ore prima del Consiglio dei Ministri, il ministro della Pa Renato Brunetta riassume così le battaglie nella maggioranza che hanno complicato la gestazione del decreto sul reclutamento nella Pa approvato ieri a Palazzo Chigi. I retroscena raccontano di ripetuti tentativi di assalti ministeriali alla diligenza delle assunzioni da Pnrr, proseguiti anche nel consiglio dei ministri con il pressing di Roberto Cingolani per il rafforzamento del ministero della Transizione ecologica e chiusi dalla clausola che apre il nuovo provvedimento (articolo 1, comma 1) e che impone alle Pa di calcolare i fabbisogni di personale per i progetti e di farseli approvare dal «servizio centrale per il Pnrr» alla Ragioneria generale dello Stato. Ma Brunetta risponde «che non ci sarà nessun assalto alla diligenza»; e che, nella sua ottica, vede vincitrice l'innovazione. Il decreto intitolato al «rafforzamento della capacità amministrativa delle Pa funzionale all'attuazione del Pnrr» ha del resto una doppia anima. E affianca al meccanismo dei contratti e degli incarichi a termine per il Recovery una serie di interventi più strutturali sull'architettura complessiva della Pubblica amministrazione». 

GIUSTIZIA, LA CARTABIA STRINGE SULLA RIFORMA

“Qualcosa si è guastato nel rapporto tra magistratura e popolo”, dice la Ministra e dobbiamo ripararlo. I partiti hanno due settimane di tempo per elaborare la proposta di riforma della giustizia. Conchita Sannino per Repubblica.

«La stretta si intravede. Stop alle candidature di magistrati nello stesso territorio in cui è stata esercitata la funzione, divieto di tornare in quella circoscrizione per cinque anni, se eletti; o per tre, se la corsa non è andata bene. Basta, insomma, all'incondizionato e reversibile "transito" tra magistratura e politica cui le toghe, finora, non avevano saputo porre argine. È la linea di fermezza, non distante dal rigore del ddl Bonafede, che trapela ieri dal lavoro che la commissione Luciani, voluta dalla ministra Marta Cartabia, ha esposto ai capigruppo di maggioranza. Riforma del Csm, entrano nel vivo i lavori in commissione Giustizia alla Camera, è «interlocutorio» ma denso il confronto aperto ieri pomeriggio dalla ministra. Che dà appuntamento ai parlamentari tra due settimane: il tempo di studiare le oltre 100 pagine tra relazione e proposte del gruppo di studio presieduto dal costituzionalista Massimo Luciani. Sarà poi Cartabia a fare sintesi e a proporre i suoi emendamenti. Ma si parte dall'eloquente premessa della ministra. «Qualcosa si è guastato nel rapporto tra magistratura e popolo, nel cui nome la magistratura esercita e svolge la sua funzione - sottolinea la ministra - Occorre urgentemente ricostruirlo». Vari i nodi che si affrontano, nel disegno di riassetto a Palazzo dei Marescialli: dai dubbi sul "rinnovo modulare" cioè le elezioni parziali per un ricambio mid-term (che esigerebbe una modifica costituzionale), al numero dei componenti che si allarga (e passa a 30: 20 togati più 10 laici); dal sistema del "voto singolo trasferibile" alle modifiche dei requisiti per il conferimento di «funzioni direttive e semidirettive». Un quadro d'insieme che registra subito la disponibilità di M5S, Pd e Iv, e il freddo attendismo di Lega e Fi».

IL NUOVO CENTRODESTRA

Passaggio importante ieri nella vicenda del centro destra italiano. Silvio Berlusconi ha raccolto i suoi e ha dato il via libera all’idea di “federare” le forze governative del centro destra, lanciata da Salvini. La cronaca di Sabrina Cottone sul Giornale:

«Sono tornato in famiglia, sono emozionato e mi fa piacere vedervi tutti. Sono a disposizione». La sorpresa è stata grande per la squadra di governo, i dirigenti, i governatori di Forza Italia riuniti via zoom con Silvio Berlusconi per la prima volta dopo che il leader di Forza Italia ha ripreso l'attività politica. Non solo perché l'appuntamento è andato avanti da mezzogiorno alle due e mezza, tutto fuorché saluti formali via web dal leader risanato, ma anche per i contenuti politici decisamente forti della chiacchierata digitale. «Magari nascesse un partito unico del centrodestra» ha azzardato a un certo punto Berlusconi ipotizzando scenari futuri. Al centro della discussione sia l'identità del partito, con il suo simbolo e i ricordi del 1994, che la volontà espressa di lavorare come mediatore e federatore del centrodestra in linea con Matteo Salvini. Molto, è stato osservato, dipende dalla legge elettorale. Una risposta positiva alla proposta lanciata sul Giornale da Salvini di avviare rapidamente (entro giugno) un lavoro di federazione dei gruppi parlamentari del centrodestra di maggioranza. A luglio inizia il semestre bianco, si va verso le elezioni del capo dello Stato, il governo avrà i suoi sussulti e fare massa critica (e numerica) serve per incidere sulle decisioni in arrivo. «Non sarà un'annessione ma collaborazione. Uniti si vince, per il bene dell'Italia e del governo Draghi» ha precisato ieri il segretario della Lega, per tentare di sedare le preoccupazioni degli azzurri che temono di scomparire sotto il logo Salvini premier. Ma è stato prima di tutto un Berlusconi «in forma», secondo i racconti dei suoi video interlocutori, a sottolineare l'importanza della federazione, che il fondatore di Forza Italia vedrebbe anche allargata a Giorgia Meloni, senza escludere la sopravvivenza di Forza Italia come forza politica indipendente, «guida culturale del centrodestra, custode dei valori liberali, garantisti, cristiani, europeisti» (così ai suoi). Il Cavaliere ha ribadito i punti del programma: credibilità di governo, riforma della giustizia, riforma fiscale, con tanto di raccolta di firme ai gazebo in tutte le regioni tra l'11 e il 13 giugno, difesa delle imprese colpite dalla pandemia. La campagna sulle tasse, tema forte rilanciato anche di recente dagli azzurri, è un delle questioni su cui ha chiesto al partito di insistere: richiama l'impegno delle origini e contribuisce a sedare l'ansia di chi tra gli scranni è terrorizzato dalla dissolvenza. «Sì alla federazione» insomma, che non sarebbe una fusione. «Non siamo appiattiti sulla Lega. Valuteremo insieme tempi e modi» ha spiegato il Cavaliere, assicurando «un ampio dibattito interno».

Sull’argomento molti i commenti e gli interventi sui quotidiani di oggi. Ecco Alessandro Sallusti dalla prima pagina di Libero, il giornale che aveva anticipato la notizia del nuovo asse Berlusconi-Salvini:

«Berlusconi-Salvini è la coppia più inedita di quanto possa apparire a prima vista (in fondo i due sono alleati nella coalizione di centrodestra ma fino a ieri si erano a malapena sopportati). In Forza Italia c'è chi teme che questo sia il prologo di una fusione per incorporazione, cioè la nascita di un nuovo super partito unico a guida salviniana. Timori a mio avviso non infondati solo a patto che il duo raggiunga l'obiettivo primario, cioè portare Berlusconi al Quirinale e la Lega nell'Europa che conta, la grande famiglia del Partito Popolare (relegando così Giorgia Meloni al ruolo di socia di minoranza della coalizione) e quindi Salvini legittimato un domani a governare l'Italia. Parliamo di un obiettivo ambizioso, come ambiziosi sono i due protagonisti che devono però fare i conti, tra l'altro, con la non irrilevante variabile Draghi, uomo che mezzo mondo vedrebbe volentieri al Quirinale, dove potrebbe aprire la stagione di una repubblica presidenziale di fatto, cioè un sistema in cui il Capo dello Stato conta molto più in tutti i campi del Presidente del Consiglio. Come finirà, nessuno può dirlo. Certo è che Berlusconi e Salvini hanno inaugurato l'anno santo del Quirinale e oggi a entrambi conviene stare nella scia di Mario Draghi, che li porta in carrozza verso il traguardo. Ma la volata sarà tutta un'altra storia».

Vede molte criticità Francesco Verderami nel suo retroscena sul Corriere della Sera. Soprattutto per Salvini, più che per Berlusconi.

«L'ambiziosa operazione di Salvini si porta appresso l'incognita dell'approssimazione, appare infatti troppo veloce, poco preparata a livello nazionale e territoriale, con molti processi politici rimasti in sospeso e alcune contraddizioni da superare. È vero che il segretario leghista è costretto dagli eventi ad accelerare i tempi, perché se l'orizzonte del governo è la conclusione naturale della legislatura, se - come lui stesso ha detto - «noi sosterremo Draghi fino al 2023», allora deve attrezzarsi a una faticosa maratona. E i partiti attuali, tutti i partiti, anche quelli di centrosinistra, non hanno oggi il fiato e il passo per reggere così un altro anno e mezzo. Dovranno rigenerarsi, in alcuni casi reinventarsi, senza sapere se ci riusciranno. Ma la rifondazione del sistema politico si presenta come un passaggio ineludibile e la tentazione della scorciatoia è pericolosa, perché in quel caso la strada imboccata potrebbe rivelarsi un vicolo cieco. Infatti a rischiare è Salvini più di Berlusconi: la crisi in cui versa da tempo Forza Italia - attraversata da una faglia interna che divide le sorti dei parlamentari ma anche degli esponenti di governo - può consentire al Cavaliere di fare chiarezza rispetto a certe ambiguità. Il capo della Lega invece deve rispondere a un partito che ha l'ambizione di guidare in futuro il Paese e che però si trova ingaggiata in una competizione con Fratelli d'Italia. Nei cento giorni di gabinetto Draghi, Salvini ha impersonato ruoli diversi: a volte ponendosi in contrasto con la linea del premier, altre mostrandosi coerente con l'impegno preso all'atto della fiducia. Mentre Meloni ha costruito la sua azione presentandosi come «partito di governo che sta all'opposizione», al punto da ottenere il ruolo di interlocutore di Palazzo Chigi. Così ha aumentato i consensi virtuali nei sondaggi. E ora che Salvini le lancia un'altra sfida, la leader di FdI risponde mirando al punto debole del progetto costruito dall'alleato-avversario: «Non credo alle fusioni a freddo». Evocando il predellino, Meloni non ha solo ricordato il fallimento del Pdl, ha sollevato anche - senza citarlo - il problema che l'ex ministro dell'Interno dovrà presto risolvere: la collocazione europea del rassemblement . Forza Italia e Udc appartengono alla famiglia dei Popolari, mentre il Carroccio è ancora formalmente legato ai francesi del Front national e ai tedeschi di Afd. Ed è evidente lo sforzo del segretario leghista di uscire da quell'angolo e di «spostarsi verso il centro anche in Europa», come dice il diccì Cesa, che dà credito al disegno di Salvini e ricorda come «per molti anni a Strasburgo la denominazione del gruppo fu Ppe-De, perché federava anche i conservatori». A Roma la federazione del centrodestra di governo non è ancora nata e già si enumerano i nodi da sciogliere. Perciò quello di Salvini più che un rilancio è un autentico all-in. In Parlamento, per tenere uniti i gruppi, andrà trovato un compromesso che vada oltre la scelta dei loro presidenti alla Camera e al Senato. Sul territorio, per evitare emorragie, bisognerà coinvolgere pezzi di classe dirigente che fino ad oggi si contendevano i consensi. In Europa, per non risultare irrilevanti, sarà necessaria una scelta di campo che non contempli posizioni ambigue. In Italia, per avere un ruolo, andrà stabilito come indirizzare la forza numerica della federazione nel processo di riforme che il governo sta varando. Tanto basta, prima di dover pensare a un simbolo elettorale che non sarebbe più quello della Lega né quello di Forza Italia. Ecco l'incrocio a cui attende Meloni. Ma Salvini non ha altre strade se in futuro vuole «rientrare a Palazzo Chigi dalla porta principale».

ACCORDO IN VISTA FRA CASALEGGIO E 5 STELLE

Grazie alla mediazione di Beppe Grillo, Davide Casaleggio e i dirigenti dei 5 Stelle potrebbero trovare un accordo per uscire dal braccio di ferro sull’elenco degli iscritti. Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera:

«Una accelerazione improvvisa, interrotta dalle continue schermaglie, ma tra Rousseau e Movimento l'intesa per siglare la pace, evitare i tribunali e dirsi addio stavolta sembra a un passo. La trattativa si potrebbe chiudere già nelle prossime ore: da entrambe le parti in causa si registra un cauto ottimismo, anche se fonti vicine a Giuseppe Conte fanno sapere: «Non c'è nessun accordo». Restano infatti ancora alcuni nodi da sciogliere e sia dal fronte milanese sia da quello pentastellato trapelano incertezza e fastidio in merito alla fuga di notizie. Il filo del dialogo proseguiva sottotraccia da diversi giorni, ma con alterne fortune. Movimento e Rousseau si sono riavvicinati nelle ultime ore, dopo la sentenza del Garante della privacy. La decisione dell'Authority ha rappresentato un punto a favore dei Cinque Stelle. Anche ieri l'avvocato Francesco Cardarelli, che assiste il M5S, lo ha rimarcato: «Non si scappa, Casaleggio ceda dati o rischia fino a 2 anni e mezzo», ha detto all'Adnkronos . Ma al di là delle decisioni del Garante, sui Cinque Stelle pesavano in questa fase le incognite relative ai tempi: andare avanti a oltranza avrebbe compromesso le Comunali. Fondamentale per chiudere l'accordo è stata l'insistenza di Beppe Grillo. Il padre nobile M5S avrebbe chiesto ripetutamente di intervenire per evitare che la guerriglia tra l'ormai ex piattaforma e il neo Movimento contiano. «Dovete sedervi intorno a un tavolo e trattare», il senso del ragionamento di Grillo. Stavolta secondo quanto trapela, oltre a Vito Crimi, si sono impegnati in prima linea anche i direttivi. Un percorso complicato, frenato dalle molte ruggini che dividono Davide Casaleggio e i parlamentari M5S. Anche i big del partito hanno seguito con attenzione gli sviluppi, a partire da Luigi Di Maio, che è intervenuto durante una riunione con i suoi proprio sull'eventuale intesa tra Rousseau e Movimento. «Gli scontri ci penalizzano, per questo è importante lavorare per fare squadra, coinvolgendo tutti - ha detto il ministro degli Esteri - . Bisogna uscire da questo impasse, rilanciarci e trovare un accordo per il bene del movimento, così da continuare a dare risposte ai cittadini. Dobbiamo sostenere Conte e blindare la sua leadership, uniti possiamo ancora fare tante cose utili». 

IL CASO DI SAMAN ADESSO INQUIETA TUTTI

Sono diversi giorni che il Quotidiano Nazionale racconta la storia della scomparsa di Saman, la ragazza pachistana di Novellara in provincia di Reggio, in quasi totale solitudine. Oggi finalmente, di fronte ai sospetti più atroci (da un ultimo video si ha la sensazione che la ragazza sia stata uccisa e sepolta dai suoi parenti), parlano della vicenda quasi tutti i giornali. C’è una pagina intera del Corriere della Sera, con la cronaca di Alessandro Fulloni. Ecco uno stralcio:

«Novellara (Reggio Emilia). «Già due anni fa Saman si era opposta a un primo matrimonio combinato dal padre» con un parente in Pakistan. Voleva «denunciarlo allora» ma poi non lo fece, forse troppo giovane per fronteggiare in modo così lacerante la volontà dell'uomo. Ma il suo no al padre Shabbar, 46 anni, era stato comunque tassativo. Come tassativo era stato, successivamente, «il rifiuto delle nozze con il cugino» previste lo scorso 22 dicembre e per le quali l'intera famiglia Abbas - un gruppo numeroso, con gli uomini tutti impegnati nel lavoro in campagna, nel Reggiano - aveva già acquistato i biglietti aerei. A raccontarlo ai carabinieri è stato il fidanzato della stessa diciottenne pachistana sparita nel nulla a Novellara, dove viveva. Si tratta di un suo connazionale ventunenne, residente in Italia ma lontano dall'Emilia, conosciuto sui social nel 2019. Una storia d'amore portata avanti dai due ragazzi soprattutto restando in contatto costante sui social. Ma a partire dall'estate scorsa il sentimento, sempre più importante, li aveva spinti a vedersi più volte. Questo anche quando Saman era stata portata al centro protetto nel Bolognese dopo essersi rivolta, nello scorso ottobre, ai Servizi sociali del Comune di Novellara raccontando tutto quello che non era più disposta a sopportare in casa sua. Dove viveva praticamente da reclusa «senza nemmeno poter uscire per andare a fare la spesa». «Lei mi diceva che aveva paura» ha spiegato nei giorni scorsi il giovane agli investigatori del Reparto operativo reggiano diretto da Stefano Bove che lo hanno messo sotto protezione, a casa sua. Anche il ragazzo, infatti, è stato minacciato da Shabbar, sebbene non direttamente, ma con parole riferite dalla figlia, «terrorizzata» per le frasi del padre che, in qualche modo, le aveva fatto sapere che di quel ragazzo proprio non voleva saperne. Non solo. Saman temeva anche «lo zio e i cugini» che sapeva la «stavano cercando» ovunque».

Luigi Manconi su Repubblica ragiona sul fatto che la vicenda della ragazza pachistana è stata sottovalutata dai media italiani:

«La vicenda della diciottenne pakistana, Saman Abbas, presumibilmente rapita (forse uccisa) dai propri familiari perché voleva sottrarsi a un matrimonio forzato, solleva una questione enorme. E ci parla di una vera e propria “lotta di classe” a carattere generazionale, all’interno della popolazione straniera residente in Italia. Un conflitto che vede contrapposte le seconde generazioni (circa un milione di giovani), alle tradizioni patriarcali e integraliste, spesso dominanti nelle proprie famiglie; e che porta tanti ragazzi e ragazze a percorrere la strada dell’affermazione dei propri diritti e della piena inclusione nel sistema di cittadinanza. Ma la storia di Saman ci dice quanto possa essere faticosa e dolorosa l’integrazione – il termine è imperfetto ma è l’unico disponibile – degli stranieri, all’interno del nostro ordinamento giuridico e del nostro sistema culturale e sociale; e nella accettazione delle leggi dello Stato di diritto e dei valori su cui si fonda. In termini generali, c’è poco da aggiungere: i principi della Costituzione italiana e i diritti universali della persona valgono per tutti. Dunque, chi non rispetta la parità tra maschi e femmine all’interno della famiglia, nella formazione scolastica e lavorativa e nelle scelte affettive, sessuali, coniugali, commette reato e va sanzionato. Ancor più quando si attenti a quel diritto umano fondamentale che è l’integrità fisica e psichica: come è nel caso della pratica – prima culturale che religiosa – delle mutilazioni genitali femminili. Rispetto a tutto ciò, qualsiasi interpretazione in termini di relativismo culturale e di tutela delle “culture altre”, non è solo un grave errore, è una mascalzonata sottilmente razzista: in quanto muove dal presupposto che vi siano determinati individui, gruppi o etnie non meritevoli della protezione dei diritti universali. Perché, dunque, la vicenda di Saman è stata sottovalutata da parte di media e opinione pubblica? Non certo a causa della presunta sudditanza psicologica della sinistra verso l’Islam o di un riflesso condizionato politicamente corretto che indurrebbe a un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto ciò che riguarda l’immigrazione. (…) Ciò che pesa è piuttosto il fatto che le relazioni all’interno delle comunità e delle famiglie di stranieri, sembrano appartenere a mondi lontani e inaccessibili, dai quali difenderci e comunque prendere le distanze. (…) Ne consegue la difficoltà di un confronto ravvicinato - anche aspro e conflittuale - tra differenti culture e sistemi di valori. Il che alimenta la separatezza di quelle comunità e di quelle famiglie, al cui interno è più facile che si perpetuino rapporti di potere arcaici. Nella vicenda di Saman, per la verità, le istituzioni pubbliche si sono mosse, ma nella tensione tra due progetti di vita (quello della diciottenne e quello dei suoi genitori), ha finito col prevalere, in ragione della violenza esercitata, l’ordine della tradizione più cupa. Non accade sempre così, la sorte di Saman non è unica ma non è nemmeno generalizzabile. (…) Lo Stato deve fare la sua parte: “Non investiamo abbastanza nella mediazione sociale e culturale”, ha scritto il sociologo Maurizio Ambrosini (Avvenire del 2 giugno scorso), e molto possono fare gli italiani che nelle scuole, nei posti di lavoro, nei condomini, devono condurre una loro quotidiana battaglia culturale, ragionevole e rispettosa, senza alcuna tracotanza e senza alcuna soggezione. Ne verrà incentivata la convivenza pacifica tra stili di vita e sistemi morali destinati comunque a coabitare».

Francesco Borgonovo su La Verità intervista Maryan Ismail. La Ismail è di origine somala, si è impegnata nel nostro Paese e in particolare a Milano e in Lombardia come antropologa e mediatrice culturale.

«Ho letto un post molto bello di Ritanna Armeni che fa un mea culpa rispetto al silenzio delle femministe su casi simili a quello di Saman. Quando noi donne musulmane andammo a Brescia per Hina, non c'erano femministe. C'erano solo Daniela Santanchè e Anselma Dell'Olio. Eravamo sole contro gli imam e la comunità pakistana». Quindi le femministe tacciono per timore di offendere la minoranza musulmana? «Il discorso è più o meno questo: visto che non posso toccare la loro cultura, allora mi astengo. Noi da anni ci chiediamo dove siano i movimenti femministi. Se dessero un segnale concreto aiuterebbero molto il nostro lavoro. Le femministe sono assenti quando le donne iraniane protestano contro l'imposizione del velo, invece sono presentissime a sostegno delle battaglie di altre donne musulmane per il diritto di portare il velo». Da tempo lei conduce questa battaglia contro l'imposizione del velo. E lo fa da musulmana. «Sì, ma io e altre per questo veniamo escluse. Ci trattano come se non fossimo musulmane, è una sorta di islamofobia al contrario. È come se fossero "vere musulmane" solo quelle che sostengono l'obbligo di portare il velo. Ma non esiste un precetto islamico che obblighi a portarlo, non ci sono posizioni definitive delle varie scuole su questo». Torniamo a Saman. Sembra che la sua vicenda non rientri nelle storie di femminicidio a cui di solito si dà tanto spazio. «Quello di Saman è un femminicidio. E nessuno ha il coraggio di dirlo. Sembra che la posizione di debolezza delle donne musulmane non abbia la stessa cittadinanza riservata ad altre. In questo caso è vietato parlare di femminicidio, di diritti mancati, di diseguaglianze e di discriminazione. È come se volessero tenerci tutte in un angolo, come se fosse rassicurante per mantenere la polarizzazione politica e ideologica. E invece queste sono battaglie che vanno combattute, e dovremmo farlo insieme».

“LA CHIESA È AD UN PUNTO MORTO”, IL CARDINAL MARX SI DIMETTE

Terremoto nella Chiesa tedesca, e non solo. La scossa arriva anche in Vaticano, perché il cardinal Marx si è dimesso e ha reso pubblica la lettera scritta al Papa nell’occasione, che contiene motivazioni gravissime. Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera:

«Toten Punkt», un punto morto. Il cardinale Reinhard Marx, 67 anni, uno dei collaboratori più stretti di Francesco, lo ripete dopo averlo scritto al Papa: nell'affrontare la crisi provocata da crimini pedofili e coperture, la Chiesa cattolica «è giunta a un punto morto», un «fallimento istituzionale e sistemico». Così ha deciso di presentare al pontefice le proprie dimissioni da arcivescovo di Monaco, «si tratta di assumermi la corresponsabilità della catastrofe dell'abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni». Un gesto destinato a scuotere la Chiesa in tutto il mondo, perché Marx ne è uno dei membri più autorevoli: coordina il Consiglio per l'Economia vaticano e fa parte del gruppo ristretto di sette cardinali che aiuta e consiglia il Papa nel suo governo. La cosa interessante è che Marx aveva scritto una lettera riservata al Papa il 21 maggio ed è stato lo stesso Francesco a dirgli di renderla pubblica «e che potrò continuare a svolgere il mio servizio come arcivescovo finché il Santo Padre non avrà preso una decisione in merito», spiega il cardinale. Nella Chiesa tedesca è in corso un «cammino sinodale» aperto ai fedeli laici nel quale tra l'altro si è invocata una maggiore presenza di donne nei ruoli di vertice (la teologa Beate Gilles è appena diventata Segretario e quindi numero due della Conferenza episcopale) e c'è chi ha chiesto l'elezione diretta dei vescovi, il diaconato femminile o magari il sacerdozio (più volte escluso da Francesco come dai predecessori). Un impulso riformatore per il quale, nei settori più conservatori, si è paventato uno «scisma». Al di là dei timori, le parole del cardinale al Papa - «continuerò ad essere prete e vescovo di questa Chiesa», firmato: «Il suo obbediente Reinhard Marx» - descrivono al contrario la necessità di un cambiamento dall'interno, una scossa all'inerzia clericale. Il cardinale scrive a Francesco che il «punto morto» può diventare «un punto di svolta» e la via d'uscita «può essere unicamente la via sinodale». Ora dice: «Non sono stanco né demotivato. Il mio gesto vuole essere un segnale per dire che dobbiamo concentrarci sul Vangelo. Potrà aprirsi una nuova epoca per il cristianesimo, ma servono rinnovamento e riforme».

Sulla vicenda di Marx, Gianni Cardinale per Avvenire intervista Andrea Riccardi, ottimo conoscitore della Chiesa tedesca.

«Professore, lei ha da poco mandato in libreria il volume La Chiesa brucia. In Germania la "combustione" è più forte che altrove? «In Germania la Chiesa brucia in maniera diversa. Non solo per gli abusi ma anche per una pesantezza istituzionale, frutto anche di una tassa ecclesiastica, che mi chiedo quanto sia compatibile con l'immagine di una Chiesa profetica». Quale può essere il senso di queste dimissioni del cardinale Marx annunciate con la pubblicazione - in tedesco, in inglese e in italiano - della lettera al Papa? «Forse Marx con il suo gesto vuole inaugurare un cambiamento radicale nella classe dirigente episcopale tedesca. Questa mi sembra l'aspetto più intellegibile di una mossa che non è possibile decifrare compiutamente. Siamo di fronte a un gesto problematico, in un contesto già molto problematico». Quindi? «Credo che questo gesto vada letto in continuità con la sua non-candidatura alla guida della Conferenza episcopale quando in Germania c'è una tradizione di leader dell'episcopato che hanno mantenuto per lungo tempo l'incarico. Pensiamo a Karl Lehman. Già questa prima rinuncia mi aveva interrogato». Tutto parte dall'emersione degli scandali legati agli abusi sessuali commessi dal clero. «Sì, ma la rinuncia è anche l'espressione di un pastore che non si sente più di guidare la Chiesa tedesca in questo frangente, in questo delicato passaggio sinodale. Così dopo aver lasciato la guida dell'episcopato nazionale, ora manifesta l'intenzione di lasciare la guida di una delle diocesi più importanti della Germania e della più importante Conferenza episcopale regionale, quella bavarese. E lo fa dopo aver compiuto atti di governo molto innovativi, come la nomina di una donna a vicario generale a Monaco e Frisinga». Marx vuole lasciare proprio quando in Germania la Chiesa si sta confrontando in maniera forte all'interno di questo cammino sinodale. «Sì. Lo stanno facendo, seguendo una linea che non è divergente, ma non è neanche convergente con la lettera di papa Francesco che ha aggiunto ai temi che si stanno discutendo anche animatamente, pure quello della missione e dell'attenzione ai poveri. Forse Marx non se la sente più di fare da mediatore tra la Chiesa in Germania e Roma. Lui era l'ecclesiastico di riferimento del Papa, come testimonia la sua presenza nel Consiglio di cardinali fin dal 2013 e la nomina a coordinatore del Consiglio per l'economia. Questo gesto finisce quindi inevitabilmente per indebolire la leadership dell'attuale presidente, il vescovo di Limburgo Georg Bätzing, e oggettivamente mette in difficoltà anche il Papa». Perché? «Con le dimissioni di Marx - una delle menti più lucide dell'episcopato europeo - viene meno un personaggio consolare della Chiesa tedesca - ricordiamoci che la sua nomina a Monaco e la porpora cardinalizia risale ai tempi di Benedetto XVI - e anche della nostra Chiesa continentale: è stato infatti anche presidente della Comece. Con Marx viene meno il canale normale, il più diretto, di comunicazione tra Roma e la Germania». Rimane il fatto che Marx metta a tema la riforma, anche istituzionale, della Chiesa. «La riforma della Chiesa va fatta, ma a livello europeo e senza fughe in avanti o resistenze spaventate. Da anni rifletto sull'opportunità di un Sinodo continentale su temi comuni come la questione migratoria o il ruolo delle donne, o sul tema dei rapporti con le Chiese degli altri continenti: noi e il mondo, noi e la nostra missione nel mondo».

L’ETERNA PARTITA ITALIA-GERMANIA

Forse più del cardinal Marx, a condizionare il clima sono gli Europei di calcio, che stanno per cominciare. Ma sembra sempre di stare in un’infinita sfida fra Italia e Germania. Ilario Lombardo in un retroscena su La Stampa racconta del durissimo attacco frontale di Schäuble a Draghi sul Financial Times. Anche se non si sa bene se ieri Draghi ne abbia parlato al telefono con la Merkel, in una telefonata in vista del G7, la critica all’Italia è feroce.

«C'è una sottotrama nella storia dell'Unione europea e di questi ultimi turbolenti dieci anni che potrebbe essere scritta raccontando il rapporto franco ma ruvido tra Mario Draghi e Wolfgang Schäuble. Negli stereotipi che facilmente inghiottono le sfumature è stato narrato come lo scontro tra la severità tedesca a guardia dell'austerity e la creatività italiana che deve trovare soluzioni fantasiose per sostenere il suo storico ed enorme debito pubblico. Oggi la sfida si ripropone con ruoli ed esiti diversi. Perché, come fanno notare fonti di Palazzo Chigi, è dentro lo stesso dibattito in Germania che vengono partorite voci contrarie alle posizioni del falco che oggi siede alla presidenza del Bundestag. Senza troppo girarci intorno, Schäuble, in un editoriale sul «Financial Times», chiede a Draghi di impegnarsi per far tornare l'Unione «a una normalità fiscale e monetaria» e per evitare «una pandemia del debito». Il tedesco, anima rigorista del partito di governo Cdu, interpreta le paure dell'Europa del Nord rispetto all'allentamento dei vincoli di bilancio scaturito dalla lotta al Covid. Ricorda i lunghi confronti con Draghi, quando uno era ministro delle Finanze in Germania (sempre di un governo di Angela Merkel, ovviamente) e l'altro presidente della Banca centrale europea, di base a Francoforte. I Paesi liberi di spendere tendono a cadere nella tentazione di incorrere in debiti, sostiene: «Ho discusso di questo azzardo morale in molte occasioni con Draghi. E siamo sempre stati d'accordo sul fatto che, data la struttura dell'unione monetaria, le politiche di sostenibilità finanziaria sono responsabilità degli Stati membri. Sono certo che rispetterà questo principio come premier italiano. È importante per l'Italia e per l'Europa intera. Diversamente avremo bisogno di un'istituzione europea con il potere di imporre il rispetto degli obblighi scaturiti dalle regole». Ufficialmente Draghi non replica. Fonti a lui vicine giurano che l'attacco di Schäuble non è stato oggetto della telefonata avvenuta ieri con la cancelliera Merkel in preparazione del G7 di Cornovaglia e del Consiglio europeo. Da Palazzo Chigi invitano a inquadrare l'iniziativa in un quadro interno alla campagna elettorale tedesca che si avvia verso le prime elezioni senza Merkel, rimandando anche a una risposta del quotidiano «Süddeutsche Zeitung». La difesa di Draghi, a firma della nota giornalista Cerstin Gammelin, è totale, anche sprezzante verso Schaeuble: «Ha appeso il titolo di convinto europeista nel guardaroba della campagna elettorale. Non si può spiegare diversamente che il presidente del Bundestag tedesco minacci il premier italiano Draghi apertamente su un giornale internazionale sul fatto che se non riporta il Paese presto sui binari del risparmio Bruxelles dovrebbe costringerlo». E ancora: «È enorme il danno che lo smaliziato politico della Cdu provoca con queste dichiarazioni motivate dalla politica interna. Si è appena instaurata di nuovo qualcosa che somiglia ad una fiducia nell'Ue grazie al Recovery Fund. Draghi come premier a Roma è una fortuna. Che nelle sue valutazioni elettorali Schäuble metta questo in discussione è irresponsabile».

ISRAELE. UN CLN DA NETANYAHU

Il nuovo governo di Gerusalemme sembra più un Comitato di Liberazione Nazionale da Bibi Netanyahu che una formula organica di alleanza politica. Questo scrivono i giornali di mezzo mondo, raccontati dalla rassegna stampa internazionale della Fondazione Oasis a cura di Claudio Fontana.

«Il nuovo esecutivo è stato battezzato “governo del cambiamento”, anche se l’entità di questo cambiamento è da valutare attentamente. Gli otto partiti che lo compongono, infatti, non hanno molto in comune oltre all’avversione nei confronti di Netanyahu. L’accordo raggiunto prevede che per i primi due anni il premier sia Naftali Bennett, ebreo osservante e “campione” degli insediamenti nella Cisgiordania, a cui dovrà subentrare l’architetto di questo governo di coalizione, Yair Lapid. Il curriculum di Bennett fa pensare che potremmo trovarci alla fine dell’era Netanyahu, senza che per questo vengano meno le politiche di quest’ultimo. Tuttavia, come ha notato il Washington Post, la compresenza al governo di altri sette partiti ideologicamente molto diversi potrebbe porre un freno alle ipotesi più radicali dell’ex ministro della Difesa, come l’annessione della Cisgiordania. Alla guida del partito Yamina, grazie ai soli 7 seggi conquistati nelle elezioni di marzo, Bennett è riuscito a ottenere una posizione chiave per qualsiasi futura coalizione di governo. Sarà infatti lui, e non Yair Lapid, che invece di seggi ne ha ottenuti 17, a iniziare da premier. Lapid dovrà aspettare due anni per entrare in carica, sempre che la coalizione regga così a lungo. Molti si chiedono come potrà resistere e Nitzan Horowitz, leader del partito di sinistra Meretz, suggerisce di concentrarsi su questioni tecnocratiche. Il problema è che – e lo hanno dimostrato ampiamente i fatti dell’ultimo anno – far finta che il conflitto con i palestinesi non esista può funzionare per un po’, ma ad un certo punto il tema si ripresenterà, e probabilmente questo avverrà nel momento peggiore possibile, come ha detto Reuven Hazan al Washington Post. Nel valutare l’entità del cambiamento, il Financial Times offre una visione piuttosto disincantata: si tratta soltanto di un «governo di minoranza composto da partiti uniti solamente dal loro odio condiviso nei confronti di Netanyahu». Inoltre è del tutto possibile un ritorno di Netanyahu, a meno che la Knesset decida di squalificare dalla carica di premier ogni persona incriminata. Tuttavia nel lungo periodo, afferma David Gardner, Netanyahu potrebbe essere ricordato anche come colui che ha reso possibile la normalizzazione dei politici arabi all’interno dell’establishment israeliano: spinto anche dall’avversione verso il leader del Likud, il partito arabo e islamista Raam guidato da Mansour Abbas dovrebbe fornire i voti necessari per far passare il voto di fiducia al governo Bennet-Lapid. Come ha ricordato Isabel Kershner, a causa dei recenti scontri «a Gaza e dello scoppio della violenza arabo-ebraica in Israele molti analisti avevano predetto che sarebbe stato più difficile per Raam giocare un ruolo decisivo», ma così non è stato. La sfida ora è superare il voto di fiducia alla Knesset, dove la coalizione dovrebbe poter contare su 61 voti».

LA GLOBAL TAX AL G7 FINANZIARIO

“Siamo ad un millimetro da un accordo storico”, dicono i Ministri delle Finanze riuniti a Londra per il G7. Il  tema è la Global tax per i Big Tech. Ne scrive Federico Fubini sul Corriere.

«Per la prima volta, ne stanno discutendo alla Lancaster House di Londra i ministri delle Finanze e dell'Economia del G7. Negli anni di Donald Trump alla Casa Bianca, come in quelli di Barack Obama, gli Stati Uniti non avevano mai accettato che il Gruppo dei sette si chiedesse come tassare le Big Tech. Ieri invece il ministro dell'Economia francese Bruno Le Maire è uscito dalla prima giornata di confronto e ha detto: «Siamo a un millimetro da un accordo storico». Perché qualcosa è cambiato, in questi anni. Italia, Francia, Gran Bretagna e Spagna hanno iniziato a applicare una tassa sul 3% dei fatturati realizzati dalle Big Tech americane sul loro territorio, per prevenire la fuga dei profitti verso i paradisi fiscali. La scelta dei governi europei può innescare una guerra commerciale dato che, senza un accordo, da quest' anno per ritorsione gli Stati Uniti imporranno dazi del 25% sulle grandi case di moda e del lusso italiane e degli altri Paesi coinvolti. La sabbia nella clessidra sta scorrendo. C'è però una seconda novità, anche più profonda: con la pandemia le Big Tech, i loro manager e gli azionisti sono divenuti il simbolo di una diseguaglianza nella società ormai ritenuta intollerabile. Negli Stati Uniti come in Europa. E anche i governi dei Paesi più forti iniziano a temere che i grandi gruppi tecnologici diventino così liquidi e potenti da mettere in discussione le prerogative degli Stati. Facebook vuole persino lanciare una propria moneta. È anche per questo che, da quando è alla Casa Bianca, Joe Biden ha cambiato linea. L'ultima offerta del presidente americano agli europei è una «global minimum tax» del 15% sulle cento imprese con i maggiori utili, quale che sia la loro nazionalità. Un'azienda dovrebbe pagare nel resto del mondo tasse almeno per il 15% dei profitti, se trasferisce questi ultimi in un paradiso fiscale che preleva di meno».