VACCINI, IN ORDINE SPARSO

Riprende la campagna ma ogni Regione decide le precedenze. Così non si abbassa la curva dei decessi. Ancora polemiche sul condono. Per Salvini chiesto il processo. Erdogan sempre più islamista

È il primo giorno di primavera ma si fa fatica ad essere ottimisti. Nelle ultime 24 ore sono stati somministrati solo 176 mila vaccini e un milione e 868 mila dosi sono rimaste nei frigoriferi. In Lombardia è andato di nuovo in tilt il sistema informatico affidato ad Aria, l’agenzia della Regione, sollevando grandi critiche della stessa Moratti. Secondo il Gimbe di Bologna, e il Corriere offre un approfondimento su questo tema, la disparità fra le diverse Regioni è clamorosa. Si sta pesantemente riflettendo sulle curve di contagi e di decessi. Sembra che i responsabili (e a tratti anche i cittadini che pure fanno tanti sacrifici) non capiscano che se non si mira meglio il target di chi si vaccina sulle fasce a rischio, si rimanda il ritorno alla vita. Per tutti. Altro che colori. Le speranze sono legate allo Sputnik che arriva allo Spallanzani, e alla coscienza che presto potremmo fare da soli. Si torna anche a discutere sui giornali delle responsabilità europee. Inquietante invece non per l’adesione numerica ma per la qualità delle idee, purtroppo ampiamente condivise anche fra chi non si dice negazionista, la manifestazione No Mask e No Vax di Torino. Sul fronte politico, c’è una coda polemica consistente dopo il Decreto Sostegni. Le discussioni fra Lega, 5Stelle e Forza Italia da una parte e Leu Pd dall’altra proseguono. La Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per il caso della Open Arms. Il Giornale ricorda che cosa disse Palamara sul giudice titolare della richiesta di rinvio e ciò è imbarazzante. Fra le critiche di Letta, la richiesta della procura di Palermo e le polemiche sul condono si rischia in questi giorni di regalare alla Lega una grande popolarità… Nel frattempo il mondo violento del dopo Trump registra un altro atto politico diplomatico molto grave di Erdogan verso l’islamizzazione della Turchia: il suo Paese non aderisce più alla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Ecco i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

La polemica sulle decisioni del Governo prese venerdì in campo economico, il piano vaccini e la richiesta di rinvio a giudizio per Salvini sugli sbarchi tengono banco nei titoli di prima pagina. Cominciamo da Avvenire che polemizza con Draghi, dopo aver analizzato il Decreto Sostegni, perché non ci sono ancora aiuti alle famiglie: Figli senza sostegni. Anche Il Sole 24 Ore ha fatto bene i conti: Condono, fuori tre cartelle su quattro. Contratti a termine con meno vincoli. La Repubblica trova una cerniera sui due temi e intervista il sindacalista Landini: “Vaccinare, non licenziare”. Il Corriere della Sera apre la sfilza dei titoli dedicati solo alla pandemia, alludendo alle differenze di trattamento degli over 80 nelle varie regioni: Vaccini, il caso degli anziani. Il Fatto sottolinea invece il pasticcio delle code: Mi manda Figliuolo. Gente in fila, centri in tilt. Un po’ di ottimismo viene dal Quotidiano Nazionale, che riporta una ricerca della Statale di Milano: Lo studio: siamo al picco dei contagi. In qualche modo confortato da La Stampa che intervista il ministro Speranza: “Vaccini, la svolta è vicina ma l’Italia dei colori resta”. Il Mattino segnala: Napoli, fuga dei prof dal vaccino. Mentre La Verità torna sul Ministero della Salute: I GIOCHI DI POLTRONE DI SPERANZA DIETRO IL PASTICCIO ASTRAZENECA. Sulla giustizia, c’è Il Giornale: Trame contro Salvini. Il Messaggero sente Davide Ermini vicepresidente del CSM che propone: «Toghe, carriera legata ai processi». Libero commenta: Vogliono distruggere Salvini. L’unico quotidiano che sceglie l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è il Manifesto che propone un gioco di parole su Erdogan: Instanbullo.

CODA VELENOSA SUL CONDONO FISCALE

Lo scontro sul condono che aveva caratterizzato i ritardi e le incertezze del Consiglio dei Ministri di venerdì   è tornato ieri in due polemiche, in qualche modo parallele, entrambe generate dal Pd. Letta ha attaccato Salvini, mentre il Ministro Orlando ha chiesto conto ai 5Stelle della loro posizione a fianco della Lega. Repubblica ha intervistato lo stesso Orlando.

«Vi siete ritrovati contro il Movimento, che considerate alleato. Questo l'ha sorpresa? «No perché so che si tratta di una loro posizione storica, ma quest' alleanza deve favorire un'evoluzione, in parte già avvenuta, e in quest' evoluzione mi auguro si possa convergere su un punto: un conto è il fisco amico, un altro è indebolire la fedeltà fiscale». Enrico Letta ha biasimato l'atteggiamento della Lega, Salvini gli ha risposto «stai sereno». Da quando siete insieme al governo, i toni si sono fatti più aspri. «Letta ha parlato in sintonia con il presidente Draghi: non è il momento di far pesare sul governo le bandiere propagandistiche. Ognuno ha il diritto di sventolarle, ma non può tenere in ostaggio l'esecutivo. Che si fonda su un'alleanza tra diversi, anche alternativi. Questo passaggio si giustifica perché il capo dello Stato ha richiamato la situazione drammatica della pandemia, ma è chiaro che non siamo né vogliamo essere omologati alla Lega». Draghi reggerà queste tensioni? «Ha dato un messaggio chiaro. È legittimo che ognuno cerchi di affermare il suo punto di vista programmatico, ma quando si carica di significato simbolico una questione, spesso si finisce per non risolverla».

Dalle colonne del Corriere della Sera si difende dalle accuse il ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli, indicato come l’alleato della destra sulla cancellazione delle cartelle. Patuanelli spiega: nessun asse con i leghisti, ho seguito le indicazioni del Movimento.

«Lo scontro sulle cartelle da rottamare ha spaccato il governo e visto rinascere l'asse tra Lega e M5S. «Non c'è stato alcun asse e nessun braccio di ferro, semplicemente la Lega non voleva accettare la mediazione di Draghi, che io ho accolto ritenendola di buon senso». Dopo che lei e Giorgetti vi siete battuti per togliere il tetto dei 30 mila euro, prevede altre battaglie comuni? «Smentisco di aver dato battaglia per togliere i 30 mila euro, io ho riportato la posizione del Movimento. Non esiste un asse gialloverde e voglio dirlo molto chiaramente, io sono stato uno dei fautori del governo con il Pd nel 2019 e resto convinto della necessità dell'asse tra M5S, Pd e Leu». Il governo Draghi non rischia di rompere l'alleanza? «No, non credo assolutamente che sia così. Questo governo ha natura straordinaria, per noi l'ordinarietà è l'asse con Pd e Leu. Tornando al decreto io penso sia un provvedimento equilibrato, dove trovano risposte le fasce più fragili, dall'ulteriore finanziamento al reddito di cittadinanza, ai sostegni alle imprese. Nel mio piccolo, bene anche i 450 milioni per l'agricoltura, tra fondo filiere e decontribuzione»».

Libero intervista il leader dell’opposizione, Giorgia Meloni, leader dei Fratelli d’Italia. Non è soddisfatta delle misure economiche di Draghi.

«Nel merito, parlano i numeri: le partite Iva riceveranno aiuti dall'1,7 al 5 per cento del fatturato annuale perduto. È una percentuale irrisoria, per non dire una mancetta, di fronte a un'ecatombe occupazionale annunciata, alla desertificazione del sistema produttivo e alla necessità di dare risposte adeguate e rapide». Almeno è saltato il cervellotico sistema dei codici Ateco, come aveva chiesto FdI, e c'è il condono per una parte delle cartelle esattoriali. «La vera notizia, purtroppo, è che il governo ha rifinanziato il reddito di cittadinanza e prorogato lo scandaloso sistema dei navigator. Quanto alle cartelle esattoriali, malgrado l'impegno in Cdm di Forza Italia e Lega, con il tetto ai redditi di 30mila euro annui mi sembra che siamo ancora molto lontani dalla pace fiscale invocata dal centrodestra». I suoi alleati di coalizione sono stati sconfitti? «So che si sono battuti, ma quando i numeri sono in mano agli altri non puoi vincere. Nel nuovo governo comandano ancora il Partito democratico e il Movimento 5 stelle, la mentalità prevalente è sempre la stessa e si traduce nella solita guerra ideologica contro il ceto medio».

AVVENIRE POLEMIZZA SUI MANCATI AIUTI ALLE FAMIGLIE

Sull’Avvenire Mauro Magatti, sociologo, si chiede se il Governo sappia che l’Italia è in declino demografico. Sarebbe “un grave errore non indicare la questione demografica e famigliare come obiettivo strategico”. Scrive fra l’altro:

«Nel Family Act - recentemente approvato con consensi trasversali, anticipando la stagione del governo Draghi - è stato finalmente introdotto l'assegno unico universale. Si tratta di un passaggio fondamentale che per la prima volta riconosce nel nostro ordinamento che mettere al mondo un figlio non è un affare privato, ma un investimento sul futuro vantaggioso per l'intera collettività. Tale strumento - la cui attivazione è prevista da luglio 2021 - va reso pienamente operativo e rafforzato con fondi adeguati, anche mettendo a disposizione risorse del Pnrr (i soldi del Recovery ndr). È necessario altresì intervenire rendendo più facile la modulazione dell'orario di lavoro in rapporto alle esigenze della vita familiare come già avviene in molti altri Paesi. (…) Tirare su un bambino non è mai un fatto solo privato. Ma frutto della attenzione di un'intera comunità. Tutto questo va fatto adesso. Con urgenza. È, ripetiamolo ancora una volta, una scelta politica di fondo da inserire con la giusta evidenza nel Pnrr. Per l'Italia, questa è forse l'ultima occasione per rimettersi davvero su un cammino di crescita».

VACCINI 1, IL CASO ANZIANI

Veniamo alla lotta alla pandemia. Ieri ci eravamo occupati del caso della Regione Lazio, dove si cominciano a vedere gli effetti della vaccinazione delle persone anziane anche sull’andamento dei contagi e dei decessi. Oggi Il Corriere della Sera mette a paragone tutti i dati delle diverse Regioni e scopre: siamo complessivamente in ritardo di almeno due mesi, con una “differenza abissale” fra le diverse regioni.

«Secondo la tabella aggiornata ogni giorno dalla Fondazione Gimbe, il Lazio è al quarto posto in Italia per percentuale di over 80 che hanno completato il ciclo con il richiamo (22,8%), quindi che sono immunizzati del tutto. Un altro 27,6% ha ricevuto la prima dose di Pfizer-Biontech e Moderna, i due preparati indicati per le categorie dei fragili. L'assessore alla Salute (del Lazio ndr) Alessio D'Amato vede vicina la meta: 290.000 anziani hanno fatto la profilassi con almeno una dose oltre quelli ricoverati nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) e raggiunti a casa. La media nazionale però è insoddisfacente. Appena il 14,7% degli ultra 80enni è immunizzato al completo, il 28,2% si trova a metà del percorso, col primo inoculo. In pratica meno della metà della popolazione più in avanti con gli anni, a più alto rischio di ricovero e di morte (4.442.000) ha avuto l'iniezione. Quasi ultimata invece la fase nelle Rsa dove moltissimi sono stati protetti: l'89,1% degli ospiti (507.912). La differenza tra Regioni è abissale, a prescindere dalla posizione geografica nord-sud. Secondo il piano originale presentato in Parlamento dal ministro Speranza il 2 dicembre e poi aggiornato sulla base delle pessime notizie di mancata consegna dei vaccini, gli anziani avrebbero dovuto essere messi al riparo dal Sars-CoV-2 entro febbraio, scadenza poi slittata a fine marzo per le note difficoltà di approvvigionamento di materia prima. Ora il traguardo scivola a fine aprile, o addirittura a maggio quando sarà scattata la campagna di massa.».

Sul tema anziani il Corriere della Sera intervista Mariastella Gelmini, ministra Affari Regionali, che insieme a Speranza ha tenuto costantemente i rapporti con le Regioni, in questa fase.

«Si poteva fare meglio, ma la confusione iniziale è eredità del recente passato e del fatto che, nella prima fase, il vaccino AstraZeneca era riservato fino ai 55 anni. Vaccinare gli anziani e i fragili è una priorità assoluta, ma è più semplice vaccinare gli operatori sanitari e le persone ricoverate nelle Rsa che un anziano di 80 anni». Serve un cambio di passo? Centralizzare è la risposta? «Certo che serve un cambio di passo, anche le Regioni lo auspicano e sono pronte a farlo. Appena insediato il nuovo commissario è stato varato, in accordo con le Regioni, il nuovo piano vaccinale per uniformare la campagna in tutto il Paese. Si va avanti per fascia d'età e per fragilità. Due giorni dopo il varo del piano è scoppiato il caso AstraZeneca, ma con le nuove regole e l'organizzazione di Regioni, esercito e Protezione civile, recupereremo rapidamente il gap. Non serve centralizzare ma organizzare: occorre un grande sforzo corale e lo stiamo realizzando senza scavalcare le Regioni, ma aiutandole». Sui vaccini Draghi ha detto che se l'Europa latita, l'Italia è pronta a fare da sé. «Giusto. Siamo ai limiti: il secondo trimestre è cruciale. Devono arrivare decine di milioni di dosi e siamo pronti a vaccinare da aprile 500 mila persone al giorno. Non tollereremo i ritardi accumulati nel primo trimestre». Quando si potrà tornare ad una vita «normale»? «Siamo all'inizio della più grande campagna vaccinale della storia: se non ci saranno problemi con le forniture, raggiungeremo l'obiettivo che ci siamo dati per la fine dell'estate. Ora dobbiamo tenere duro: i contagi e le vittime sono ancora troppi. Per pensare alle vacanze c'è tempo, ma siamo sulla strada giusta».

POLEMICA SULLE CODE, VICINI AL PICCO

Il Fatto quotidiano nell’ansia di denigrare il governo Draghi, e con una certa quota di nostalgia del buon Arcuri, sostiene che il caso nelle code per il vaccino è una conseguenza della “gaffe” del Commissario Figliuolo sulle dosi da dare ai passanti se avanzano a fine giornata.

«La frase "basta buttare dosi, vacciniamo chi passa", pronunciata nei giorni scorsi dal commissario straordinario per l'emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, è stata presa alla lettera. Troppo alla lettera. In tutta Italia, per giunta, perché anche l'Ats Sardegna ieri mattina ha dovuto lanciare un appello ribadendo che "solo le persone chiamate possono recarsi a ricevere il vaccino". Così, davanti a molti dei circa 1.800 centri vaccinali italiani, si sono creati assembramenti fuori dalle strutture. Con tutti i rischi del caso. Ma l'ordinanza firmata il 15 marzo dal generale Figliuolo disponeva che "le dosi eventualmente residue a fine giornata qualora non conservabili, siano eccezionalmente somministrate (…) in favore di soggetti comunque disponibili al momento" ma "secondo l'ordine di priorità individuato dal piano nazionale". Provvedimento pensato anche per evitare che le dosi in più finissero ad amici e parenti del personale sanitario, come accertato in diversi casi dai carabinieri. La linea guida alle Regioni, dunque, era quella di creare delle "aliquote di riserva" sul modello intrapreso già da un mese dal Lazio: la cosiddetta "panchina". A Roma, infatti, si sono accorti dai primi di febbraio, che un fisiologico 2% dei prenotati poi non si presentava. I tecnici laziali si sono così confrontati con i parigrado di Israele, dove si è registrato un avanzo anche dell'8% di dosi. È nata così la "panchina": si invia un sms a un gruppo casuale di persone già prenotate per la settimana successiva oppure si affidano le dosi alle unità mobili che le portano a domicilio. Evitando sprechi. Dal Lazio, hanno preso poi esempio anche Bolzano e Trento, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Campania e Toscana. Ma per ora le Asl che si sono organizzate sono ancora troppo poche. E con evidenti problemi gestionali.».

Dalle colonne di Quotidiano Nazionale, parla Carlo La Vecchia, epidemiologo dell’Università Statale di Milano, che è ottimista sull’andamento della curva dei contagi. Vede arrivare il picco e poi comincerà la discesa: 

«Confermo che la velocità di contagio del virus sta calando, l'Rt è ormai prossimo alla soglia fatidica di 1. Per la verità l'ultimo dato diffuso dal ministero della Salute parla di un Rt a 1,16, ma si riferisce alla settimana fra il 12 e il 18 marzo. La curva epidemica si sta livellando». Ha qualche dato a suffragio di questa lettura dell'attuale contesto epidemiologico? «Come sempre, non dobbiamo guardare alle oscillazioni giornaliere dei nuovi positivi. A far fede sono i numeri su base settimanale che indicano un incremento dei nuovi contagi pari al 2,5% negli ultimi sette giorni. La settimana precedente il rialzo era stato, invece, del 14%, quella ancora prima aveva fatto registrare un +24%». Quanto al picco della terza ondata, fino a sette giorni fa si prospettava una salita massima attorno a 35-40mila nuovi casi al giorno. Il dato è stato rivisto? «Sì, stando ai nostri grafici e alle nostre proiezioni, ci aspettiamo un plateau più basso sui 25mila. Purtroppo, complice una malattia che non inizia subito in maniera aggressiva, ma peggiora con il passare dei giorni, dovremo, invece, attenderci una crescita significativa sia dei ricoveri in terapia intensiva, sia dei decessi. Questo almeno per due-tre settimane, quelle che misurano lo scarto temporale fra l'andamento della curva dei contagi e quelle relative alle rianimazioni e alle vittime del Coronavirus». A livello regionale, quali sono i territori che arriveranno prima al plateau? «Ci sono regioni che hanno già iniziato la discesa. Penso all'Emilia Romagna e alla Lombardia, che, su base settimanale, fanno registrare rispettivamente un -5% e un -2%. Anche la Toscana, l'Umbria e le Marche sono avviate verso il picco. Diverso è il discorso per quelle aree che hanno visto un'infiammata dei contagi a fronte di un basso livello di partenza del numero di positivi. Sto parlando del Lazio, del Friuli Venezia Giulia e della Sicilia. In questi casi il livellamento della curva sarà ritardato». Esaurita la terza ondata, dobbiamo prepararci a una quarta nei prossimi mesi? «Spero e non credo che questo avverrà. Andiamo incontro alla buona stagione che di per sé ostacola un'alta diffusione dei virus respiratori. In più, se andrà a regime la campagna vaccinale, con le 500mila iniezioni giornaliere promesse, c'è da attendersi sicuramente una forte contrazione dei casi di malati gravi che va combinata con un minor trasmissibilità del virus per la diminuzione delle malattie sintomatiche».».

VACCINI 2, L’EUROPA INDIETRO, SPUTNIK A ROMA

Ma la vicenda dei vaccini è anche una vicenda strategica internazionale. Andiamo da soli o restiamo legati alla Ue? Ferruccio de Bortoli sul Corriere in qualche modo difende l’Europa. È vero, sostiene: Inghilterra, Stati Uniti e Israele sono più avanti di noi nella campagna vaccinale e invidiamo il loro ritorno alla vita normale. Ma la loro spregiudicatezza non avrebbe mai potuto essere imitata dai Governi europei.  

«Paul Krugman ha scritto per il New York Times un articolo nel quale si chiede che cosa debba imparare l'America dai ritardi europei. E punta il dito sulla eccessiva avversione ai rischi (sbagliati) che ha accompagnato la stipula dei contratti sui vaccini da parte della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen. Ovvero la preoccupazione di non essere accusati di fare troppe concessioni alle case farmaceutiche, di non apparire deboli nei confronti del mondo privato, di non pagare più del dovuto per le forniture. In estrema sintesi, il premio Nobel dell'Economia accusa l'Unione europea di temere troppo le conseguenze, soprattutto politiche e giuridiche, della propria azione. E, quindi, di mettere in secondo piano la necessità di ottenere subito un risultato concreto, di contrastare i rischi veri, quelli della salute. Costi quel che costi. (…) In Israele, in questi giorni, la vita è ripresa normalmente. Gerusalemme ha pagato ogni dose del vaccino molto più di quanto abbiano versato gli europei, importandolo poi dagli stabilimenti dell'Unione (Europea ndr). Oggi invidiamo quei cittadini di Tel Aviv che festeggiano nei locali la fine delle restrizioni e ballano addirittura sui tavoli. Bravi. Ma dobbiamo domandarci che cosa sarebbe accaduto se l'Unione europea, come Israele, oltre a pagare di più, avesse venduto tutti i nostri dati personali alle aziende di Big Pharma. Nessuno dei governi europei - legge permettendo - si sarebbe preso una simile responsabilità. Dare la colpa all'Europa però è ancora una volta fuorviante e strumentale. La Commissione sarà stata certamente un negoziatore timido e per certi versi sprovveduto - ancora ieri Ursula von der Leyen ha sollecitato il rispetto degli impegni - ma ha trattato su mandato dei governi nazionali, entro i limiti da loro posti e precostituiti in trattative già avviate. E meno male che vi è stata una centralizzazione degli acquisti».

Sul tema torna anche il ministro della Salute Roberto Speranza, incalzato dalle domande de La Stampa:  

«L'Europa ha esportato 33 milioni di dosi, ma Usa e Gran Bretagna a noi non ne danno. Agiremo di conseguenza? «L'Europa si è ispirata sempre al principio di solidarietà promuovendo acquisti unitariamente. Personalmente non credo che la guerra Paese contro altro Paese per gli acquisti avrebbe prodotto risultati migliori. In queste ore siamo i primi a chiedere alla Commissione Ue di essere rigorosa nel far osservare alle aziende i contratti. Con chi non rispetta i termini di consegna dobbiamo adottare una linea dura perché ogni vaccino somministrato prima può salvare una vita. Abbiamo già bloccato l'export di chi non rispetta i patti e siamo pronti a farlo ancora». Chi rifiuta il vaccino di Oxford finirà in coda? «Se uno rifiuta dobbiamo darlo immediatamente ad altri. Fuori dalle indicazioni delle autorità sanitarie non ha senso scegliere il vaccino perché sono tutti sicuri ed efficaci. E soprattutto sono tutti capaci di proteggere dalle forme gravi di malattia». Merkel ha annunciato che acquisterà Sputnik anche senza l'ok di Ema. E noi? «Resto convinto che non conti la nazionalità degli scienziati che hanno permesso la scoperta di un vaccino quanto la sua sicurezza ed efficacia. Cose che solo le nostre Agenzie regolatorie possono accertare. Mi aspetto comunque che Ema sia rapida nel decidere su Sputnik come sugli altri vaccini in arrivo».

Il Messaggero in un retroscena racconta l’asse Roma-Mosca per portare il vaccino Sputnik in Italia. Grazie alla collaborazione scientifica con l’istituto Spallanzani e in attesa dell’autorizzazione dell’Ema. Mauro Evangelisti spiega che ci sono tre nuovi vaccini che potrebbero essere usati in Italia, oggi nel processo di autorizzazione europea: il tedesco Curevac, l’americano Novavax e il russo Sputnik. Quest’ultimo però è il più vicino all’approvazione.  

«Angela Merkel e Mario Draghi hanno cancellato un tabù: acquisteremo Sputnik V, il vaccino sviluppato dall'istituto russo Gamaleya, se sarà autorizzato da Ema (l’agenzia europea per il farmaco). I piloni di questo ponte, che supera anche le distanze della geopolitica, sono stati piantati a Roma, visto che proprio l'Istituto Spallanzani, centro di cura e ricerca delle malattie infettive di eccellenza, da molte settimane dialoga con Gamaleya, d'intesa con l'assessore alla Salute, Alessio D'Amato. Che predica: «Servono più dosi di vaccini anti Covid, se Sputnik V funziona, non tiriamoci indietro». E ieri anche il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, ha aperto all'asse Spallanzani-Gamaleya, quando ha annunciato: «Fra qualche giorno verrà stipulato un primo accordo per una sperimentazione a Roma con il vaccino Sputnik, in attesa di autorizzazione formale dell'Ema, per quanto riguardo lo studio sulle varianti». (…) Ad oggi la società produttrice di Sputnik V ha inviato circa il 30 per cento della documentazione richiesta dal Chmp (comitato per i medicinali umani dell'Ema). Entro la fine del mese, due ispettori dell'agenzia del farmaco europea partiranno per Mosca. Dovranno visitare e controllare lo stabilimento in cui si produce il vaccino russo. Se non ci saranno intoppi lungo la strada, se i dati della sperimentazione risulteranno solidi, l'Ema autorizzerà Sputnik V entro maggio, dunque in teoria prima del via libera al tedesco Curevac e all'americano Novavax. E qui si arriva alle dichiarazioni del ceo del Fondo Russo, Kirill Dmitriev: «Dopo l'approvazione da parte dell'Ema saremo pronti a fornire vaccini per 50 milioni di europei a partire da giugno».

NO MASK E NO VAX: “GIUSTIZIA LIBERTÀ RESPIRARE VERITÀ”

Dire che la terra è piatta è certamente un’opinione. Ma è anche una menzogna. Non è e non può essere sullo stesso piano di chi dice: la terra è rotonda. E tuttavia la pandemia sta facendo emergere questa contraddizione nella cultura dell’uomo di oggi: se non esiste più un dato di realtà condiviso, non esiste più un linguaggio comune. Sbaglia chi pensa che sia solo un problema di noi operatori dell’informazione, è una questione decisiva per la nostra convivenza. Oggi La Stampa riporta la cronaca di una manifestazione di negazionisti che non indossano le mascherine in nome della “verità”.

«Ieri, in piazza Castello, nel centro di Torino, più o meno trecento manifestanti «no mask» e «no vax» hanno dato vita a una protesta non autorizzata con lo slogan «Giustizia libertà respirare verità». (…). A parte qualche insulto e un graffio alla mano di un poliziotto, la manifestazione di Torino, chiamata World Wild Demo Torino 2021, si è svolta senza disordini. Colpiscono però i commenti dei partecipanti contro «l'omologazione delle informazioni», sulle «fake news dei contagi» e l'irritazione verso le forze dell'ordine: «Non ci potete controllare, siamo liberi». Al presidio, indetto accanto a Palazzo Madama, è stato invitato anche Ugo Mattei, giurista, docente di Diritto privato all'università di Torino e candidato sindaco con la lista civica Futura-Per i beni comuni alle prossime elezioni comunali. «Mi hanno invitato a parlare di Costituzione» dice, per nulla sorpreso dalle persone senza mascherina. «Io la metto se mi trovo al chiuso. Fuori no, a meno che il mio interlocutore non si preoccupi - prosegue -. Certo, la mascherina è molto importante in determinate condizioni. Ma le persone manifestavano un disagio rispetto a quello che essa simboleggia. Crea divisioni». Il professore aspirante sindaco, prendendo la parola, accetta il confronto e analizza l'emergenza. «Credo che la situazione sia grave sia dal punto di vista epidemiologico che sociale. Sono indignato per come è stata gestita. Bisognava investire nel trasporto pubblico e raddoppiare le terapie intensive. I lockdown hanno prodotto conseguenze terribili». Va bene il dissenso, ma le sciocchezze che vengono urlate in piazza? Ad esempio paragonare il Covid a un raffreddore? O negare i morti di Bergamo? Ignorare il conteggio quotidiano di vittime? «La libertà di opinione è sacrosanta - dice Mattei -. È un diritto anche credere alle stupidaggini. Anche coloro che pensano stupidaggini vanno protetti giuridicamente». E aggiunge: «Come giurista, la mia vera preoccupazione è che si possano sospendere i diritti fondamentali della persona utilizzando come spiegazione l'emergenza sanitaria».

RENZI E GRILLO, L’OSSESSIONE DELLA COMUNICAZIONE

A proposito di fake news, retorica contemporanea, comunicazione, ci sono due leader politici da sempre molto attenti a questo aspetto: Renzi e Grillo. Ieri Italia viva ha tenuto la sua Assemblea nazionale. E i critici, anche interni, hanno paventato che tutto si riduca alla “retorica”. Ecco la cronaca de La Verità, giornale sempre critico nei confronti Matteo Renzi.

«Il micro partito di Matteo Renzi ha celebrato ieri, in videoconferenza, l'Assemblea nazionale, e dalla relazione del leader quello che si è capito è che il rottamatore di Giuseppe Conte punta a collocare Italia Viva al centro del centro, per essere libero di allearsi con chi gli pare alle elezioni, che siano politiche o amministrative. Del resto, Renzi non può fare altrimenti: Iv è nata in laboratorio e i suoi quadri sono formati da ceto politico proveniente dal Pd ma non solo (molti esponenti locali arrivano da Forza Italia) che ha individuato il partitino come una zatterona sulla quale c'è posto per tutti. «Noi», dice Renzi, «non vogliamo andare alle elezioni con i sovranisti e non lo faremo. E non vogliamo candidare le nostre esperienze con i populisti e non ci candideremo con i populisti. Se questo messaggio suona chiaro ai Meloni e Salvini da una parte e ai Di Maio e Di Battista dall'altra», aggiunge, «è perché la nostra la posizione è il riformismo». (…) Per il resto, solite stoccate a Giuseppe Conte, e un messaggio a Enrico Letta: «C'è una grande novità con il Pd di Letta», argomenta Renzi, «a cui va il mio sincero augurio, che rappresenta una svolta rispetto all'epoca Zingaretti. Mi pare che non ci sia più "Conte o morte", non ci sia più il proporzionale. Tutto è cambiato in modo molto rapido. Se davvero si vuole aprire una nuova stagione del riformismo, una primavera del riformismo, passiamo dalle parole ai fatti». Intanto, diverse voci raccontano di tre parlamentari pronti a dire addio a Iv: i senatori Eugenio Comincini e Leonardo Grimani starebbero bussando alla porta del Pd, così come il deputato Camillo D'Alessandro, che nel suo intervento in assemblea nazionale attacca Renzi: «Dire che Italia Viva è alternativa a populisti e sovranisti significa non dire nulla. Rischiamo la retorica, di non essere percepiti o neanche considerati come opzione. Come è accaduto in Puglia dove nonostante la generosità e l'impiego delle nostre figure più rappresentative il risultato è stato fallimentare».

Beppe Grillo, l’ Elevato, come si fa chiamare ironicamente, è nel mirino di Aldo Grasso nella sua rubrica di prima pagina domenicale. Grasso è il principe dei critici televisivi e non si lascia sfuggire l’occasione di inchiodare il fondatore dei 5Stelle alle sue stesse parole. Le paragona ai dettami delle dittature, quelle storiche, o quelle immaginate. E si augura che nessun conduttore tv accetti il ricatto.

«L'Elevato ha pubblicato un breve intervento di «etica dell'informazione» per lamentarsi di quanto siano scomposti i talk, dove ormai è impossibile imbastire un ragionamento (nel frattempo, Mario Draghi ci ha già dato una lezione sull'informazione, professionale non «etica»). Per superare l'incitamento alla rissa, Grillo detta alcune regole che sembrano provenire da molto lontano: dal Centro di Predestinazione del «Mondo Nuovo» di Huxley, dalla tv della Ddr, dalla serie «Black Mirror», dal «Racconto dell'ancella». Grillo intima che i grillini non vengano interrotti, che godano del diritto di replica, che le discussioni non siano «svilite con inquadrature spezzettate e artatamente indirizzate», né interrotte dal conduttore o dalla pubblicità: «Chiediamo che i nostri portavoce siano inquadrati in modalità singola, senza stacchi sugli altri ospiti presenti o sulle calzature indossate, affinché l'attenzione possa giustamente focalizzarsi sui concetti da loro espressi». Stacchi sulle scarpe, come quel «pervertito» di Nanni Moretti in Bianca. Non è Grillo che spaventa; a spaventare sono quei conduttori che dovessero accettare le norme «etiche» suggerite dalle fauci ricattatorie e retrive del Controllore». 

“PROCESSATE SALVINI”, INTANTO MARTEDÌ IL CSM

La Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per il caso della Open Arms. Alessandro Sallusti sul Giornale tira in ballo nell’articolo di fondo le frasi di Palamara sul giudice che ha avanzato la richiesta.    

«Ieri il procuratore diPalermo Francesco Lo Voi ha chiesto il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per sequestro di persona per aver negato lo sbarco, nell'estate del 2019, a 147 migranti soccorsi al largo di Lampedusa dalla nave della ong Open Arms. Va bene, facciamo finta che Palamara non abbia raccontato che cosa è successo in quell'estate dentro la magistratura per andare a colpire la Lega. (…) Ma almeno che gli italiani sappiano da che pulpito arriva la richiesta di rinviare a giudizio Salvini per un presunto reato politico. Bene, mi affido alle parole di Luca Palamara nel libro Il Sistema. Si tratta di nominare il nuovo procuratore di Palermo: «Mi convoca il procuratore di Roma Pignatone e a sorpresa mi dice: Si va su Lo Voi? Rimango sorpreso, è il candidato con meno titoli tra quelli in corsa, ma sono uomo di mondo, mi adeguo e studio la pratica. È un'impresa difficile, l'uomo era distaccato fuori sede, all'Eurogest. Ricordo la trattativa come una delle più difficili della vita, faccio un doppio gioco e la vinco: Lo Voi va a Palermo e, dopo il giusto ricorso di un suo avversario, io e Pignatone organizziamo una cena con il magistrato che dovrà decidere sul ricorso che...». E ancora: «Un ingenuo membro del Csm il giorno della nomina di Lo Voi disse davanti a tutti: Lo Voi non aveva i titoli, oggi ho capito che cosa è il potere». Ecco, la politica oggi si fa giudicare da un uomo così, abbassa la testa, non apre commissioni di inchiesta sulla magistratura, tace impaurita. Sapete che c'è? Ben le sta».

A proposito dello scandalo Palamara, martedì si riunisce il Csm, sarà presente il Capo dello Stato e ci sarà anche il nuovo ministro della Giustizia, Marta Cartabia. Il Messaggero intervista il vice presidente del CSM, Davide Ermini, che fra l’altro lancia anche una proposta di riforma per valutare “nel merito” le carriere dei giudici.

«Lo scandalo Palamara ha però avuto effetti devastanti... «È vero. Ma dico denigratori perché si arriva a mettere in dubbio l'imparzialità della magistratura e dunque la legittimità dei suoi provvedimenti. Ma quanti sono i magistrati coinvolti a vario titolo nello scandalo? Cinquanta? Cento? Sono però migliaia i magistrati che in tutti questi anni hanno garantito diritti e legalità, a volte rischiando anche la vita e a volte purtroppo perdendola. Si badi, difendere la magistratura non è difendere una casta, ma è difendere la giurisdizione che è un pilastro della democrazia. Giurisdizione di cui fanno parte anche gli avvocati e le cui libertà sono sotto attacco in diversi Paesi europei. Se viene meno la fiducia nella magistratura, viene meno un pilastro della democrazia». Ma il Csm come ha reagito in questi due anni? «Il Csm non ha mai mancato un plenum, mai una commissione, mai ha smesso di svolgere tutte le funzioni attribuite dalla Costituzione e dalla legge. In tutti questi mesi sono stati nominati capi di uffici giudiziari, sono state approvate circolari, valutati magistrati, votati pareri e linee guida per l'organizzazione dei processi in emergenza pandemica. La prima commissione è da mesi al lavoro su migliaia di trascrizioni inviate da Perugia, per individuare se ci sono i presupposti per il trasferimento per incompatibilità dei magistrati seriamente coinvolti nelle chat. Soprattutto è al lavoro la sezione disciplinare: abbiamo fissato e in gran parte già avviato tutti i procedimenti istruiti dalla procura generale». Sembra che descriva il migliore dei mondi possibili. «Per carità, non dico questo. Risalire la china di un discredito così profondo non è per nulla facile. Critiche, delusioni, ci può stare tutto, ma un sistema spartitorio nel Csm ora non c'è più. C'è trasparenza nelle decisioni, nelle nomine prevale l'ordine cronologico, le istruttorie prevedono audizioni degli interessati. Ci stiamo seriamente provando, anche se resto convinto che i fatti incresciosi e dolorosi che hanno incrinato il prestigio e la credibilità della magistratura e del suo organo di autogoverno non possano risolversi solo attraverso sanzioni o trasferimenti dei colpevoli. Richiedono anche buone leggi di riforma e soprattutto una rifondazione etica, una vera rivoluzione culturale, da parte dei magistrati». Il pallino delle riforme ora è in mano alla ministra Cartabia. Sarà presente anche lei al plenum di martedì. «E noi siamo ben lieti di accoglierla, nel Csm troverà sempre un interlocutore leale, attento e aperto al cambiamento. La ministra è una giurista eccelsa, ha un senso profondo della giustizia e delle istituzioni. Sa che le istituzioni vanno salvaguardate al di là delle persone. Va accertata fino in fondo e a tutti i livelli qualsiasi responsabilità, ma mai le colpe personali devono trascinare in basso le istituzioni». La legge di riforma del Csm è ferma, tra un anno e mezzo si vota per il nuovo Consiglio. Una corsa contro il tempo quella della ministra Cartabia. «Ho piena fiducia nel suo metodo e nelle sue capacità di mediazione. Certo, la maggioranza che sostiene il nuovo governo è piuttosto variegata, sono però convinto che saprà fare sintesi tra posizioni anche diverse e portare in porto una riforma che è indiscutibilmente necessaria. È necessario cambiare la legge elettorale e bisogna fissare criteri più stringenti nelle procedure di nomina. Personalmente, sono dell'avviso che nel valutare la professionalità di un magistrato vi sia anche un controllo sulla qualità e sulla tenuta dei suoi provvedimenti: se ad esempio la gran parte dei processi chiesti da un pm finiscono in assoluzione o se le sentenze di un giudice civile vengono riformate in quantità, va considerato o no in una valutazione di professionalità? Ma al di là delle mie opinioni, resta il fatto che la riforma del Csm va fatta». 

LA TURCHIA NON ADERISCE PIÙ ALLA CARTA DI ISTANBUL

Era stata evidentemente scelta con qualche buon motivo Istanbul, come sede della firma della Convenzione contro la violenza sulle donne, siglata 10 anni fa. Ora Erdogan ha deciso di ritirare l’adesione della Turchia a questo Trattato internazionale. Un altro passo verso l’islamizzazione forzata del Paese. Ieri le donne sono scese in piazza, si attendono reazioni adeguate da parte degli importanti alleati internazionali di Ankara, come Usa e Israele. La cronaca dal Manifesto, che dedica al tema il titolo principale della sua edizione domenicale.

«Le donne turche e le associazioni femministe lo avevano già capito. Manifestano dall'anno scorso, nonostante la pandemia, perché l'uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul era nell'aria, portata dalle parole insistenti come martelli pneumatici di ministri, politici, dello stesso presidente Erdogan. Venerdì sera è successo: la Turchia, primo firmatario della Convezione del Consiglio d'Europa e Paese ospitante il debutto della principale carta internazionale contro la violenza sulle donne, non aderisce più al trattato. La Convenzione, entrata in vigore nel maggio 2011, firmata da 45 Paesi (e dalle istituzioni Ue) e ratificata da 35, è la prima a introdurre strumenti legalmente vincolanti per combattere la violenza sulle donne, prevenire gli abusi domestici e perseguire i responsabili. All’articolo 3, definisce la violenza di genere come una forma di discriminazione e individua una serie di abusi come specifica violenza contro le donne: violenza psicologica e fisica, stupro, molestie, stalking, matrimonio forzato, mutilazione genitale femminile, aborto forzato e sterilizzazione forzata, delitti d'onore. Ankara dice di non averne bisogno e affida questa certezza a un tweet della ministra della famiglia, Zehra Zumrut: «A tutelare le donne ci sono già le leggi nazionali, a partire dalla nostra Costituzione. Il nostro sistema giudiziario è dinamico e abbastanza forte da implementare nuove leggi». (…) Immediata la reazione delle opposizioni del Chp (i repubblicani ndr) e dell'Hdp (i democratici ndr) , ma soprattutto quella delle associazioni delle donne e femministe che hanno chiamato subito alla piazza, mai lasciata in questi mesi: «Chiamiamo alla lotta totale contro chi ha rimosso la Convenzione di Istanbul», il messaggio affidato ai social dalla piattaforma turca We Will Stop Femicide, annunciando proteste in tutto il Paese, nel pomeriggio di ieri, da Hakkari a Erzurum, da Duzce a Kirsehir. Il quartiere di Kadikoy a Istanbul si è colorato di viola e riempito del grido di migliaia di donne: «Karari geri çek, sözlesmeyi uygula» (Ritira la decisione, rispetta la Convenzione). Con loro membri del Chp, le socialiste femministe dell'Ehp (il movimento dei lavoratori ndr) , il Partito comunista e tanti altri. Lo slogan comune «Non stiamo zitte, non obbediamo». La polizia le ha caricate».