VACCINI, RAGIONIAMO?

L'altra Versione. Uno spazio libero di opinioni per gli ospiti invitati nella newsletter della Versione di Banfi. Proviamo a chiarirci le idee sui vaccini con Daniele Banfi, della Fondazione Veronesi.

Benvenuti a L’altra Versione, nuovo appuntamento della newsletter della Versione di Banfi. Oggi ho chiesto un intervento a Daniele Banfi, giornalista scientifico della Fondazione Veronesi, ha il mio stesso cognome ma non siamo parenti. Un intervento ragionato per rispondere a tutti i dubbi sui vaccini suscitati negli ultimi giorni.

«Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire». Piaccia o meno Mario Draghi ha detto una sacrosanta verità. Così come Joe Biden: «Se sei vaccinato, non sarai ricoverato in ospedale, non finirai in terapia intensiva e non morirai». Certo, per un addetto ai lavori queste dichiarazioni non sono affatto esaustive perché non tengono conto di diverse sfumature. Ma Draghi e Biden non stanno parlando ad un congresso di immunologia clinica bensì a tutti i loro connazionali. I vaccini, senza ombra di dubbio, stanno salvando migliaia di vite. Ed è proprio per questo che mettersi a fare le pulci -dagli improvvisati virologi ai pasdaran dell’informazione- alle affermazioni dei due leader ricorda tanto lo stolto che guarda il dito quando ha davanti la luna.

VITE SALVATE

Nei giorni scorsi le principali testate nazionali online mostravano il pianto di un medico tunisino disperato per non aver più ossigeno per i suoi pazienti. Un qualcosa che a noi sembra lontano ma che nei primi mesi di pandemia non lo è stato affatto. Perché la pandemia è innanzitutto un problema di salute pubblica. Quando si verificano troppi casi in un lasso di tempo ridotto, il sistema salta. Rinvio degli interventi non urgenti, migliaia di tumori non diagnosticati in tempo, infarti ed ictus non trattati a dovere sono un esempio. Una situazione ciclicamente al collasso tra prima e seconda ondata che ha avuto una svolta con l’arrivo dei vaccini per Covid-19.

Con i vaccini somministrati inizialmente al personale sanitario e agli over-80, nuovi casi, ricoveri e decessi sono iniziati a diminuire in maniera più marcata tra queste categorie rispetto ai non vaccinati. Ma ora, a distanza di oltre 6 mesi dall’inizio della campagna vaccinale, l’effetto di questo straordinario strumento si sta mostrando con tutta la sua forza. A parità di casi tra seconda e terza ondata, negli stati dove si è vaccinato maggiormente il rapporto tra ricoveri e decessi è cambiato radicalmente. In altre parole all’aumentare dei nuovi casi non si verifica più l’incremento di ricoveri e decessi a cui invece si assiste laddove purtroppo non sono disponibili i vaccini.

Attenzione: questo non significa che finire in ospedale sia solo una questione da non vaccinati. I vaccini non sono armi efficaci al 100%. Ecco perché può accadere che anche un vaccinato prenda il virus, finisca in rianimazione e muoia. Evento possibile ma estremamente improbabile. Due dati su tutti: l’incidenza di nuovi casi, ricoveri e decessi è inferiore di 10 volte nei vaccinati rispetto ai non vaccinati; grazie alla vaccinazione, nel solo Regno Unito, è stato possibile evitare il 75% dei ricoveri dovuti a variante Delta rispetto all’epoca pre-vaccini salvando, di fatto, la tenuta del sistema sanitario nazionale. Perché sì, i vaccini, funzionano anche contro quella variante e se per caso ti contagi da vaccinato le possibilità di finire in ospedale sono decisamente molto basse.

CONTENERE IL CONTAGIO

Ma con le vaccinazioni non si previene solamente lo sviluppo della malattia. Un’altra caratteristica importante dei vaccini oggi in distribuzione è relativa al blocco della trasmissione del virus, ciò che gli addetti ai lavori chiamano immunità sterilizzante. Tradotto: la persona non si ammala e, anche se incontra il virus, non lo “passa” a chi gli sta intorno. Anche in questo caso non si tratta di un dogma. L’efficacia non è totale. Ma nei vaccinati che si contagiano, spesso la carica virale a livello dell’orofaringe è ridotta. Ciò significa che le probabilità di sviluppare sintomi sono minori così come sono basse le probabilità di contagiare qualcuno. Quando comunque il contagio avviene, questo è caratterizzato da una bassa carica virale e di conseguenza, la persona contagiata -se vaccinata- probabilmente non svilupperà sintomi e non veicolerà il virus ad altri tagliando -di fatto- le gambe a virus. Al contrario, nei non vaccinati, la catena di contagio continuerà ad avvenire con grande efficienza.

NON SOLO ANZIANI

Che dire invece della vaccinazione negli adolescenti? Certo, le probabilità di subire dei danni in seguito ad infezione con Sars-Cov-2 sono decisamente inferiori rispetto a quanto accade nell’adulto. Una piccola percentuale di loro può sviluppare dopo Covid-19 una sindrome infiammatoria multi sistemica che, in basse percentuali, può richiedere la terapia intensiva. Discorso simile per quanto riguarda il long-Covid, quella serie di sintomi che possono permanere anche ad un anno dall’infezione. Problemi evitabili grazie alla vaccinazione. Quel vaccino che, sulla base della sperimentazione e delle migliaia di dosi somministrate in quelle fasce di età, porta benefici enormemente superiori rispetto ai rischi (si cita spesso la miocardite dopo la seconda dose, evento estremamente raro e risolvibile -il cui legame con il vaccino è da provare- ma non si citano i danni che Covid-19 può fare proprio sul cuore degli adolescenti).

Qualcuno potrà obbiettare che in alcune Nazioni, come ad esempio l’Inghilterra, il parere di alcune istituzioni scientifiche (Joint Committee on Vaccination and Immunization) sia stato quello di vaccinare solo gli adolescenti fragili e dunque maggiormente a rischio. Un parere, criticato da molti scienziati, che non tiene affatto conto dell’impatto non solo sanitario ma sociale della vaccinazione. Mettere in sicurezza i ragazzi significa da una parte mettere in sicurezza la scuola (l’impatto sociale del lock-down nei ragazzi, ad esempio, ha aumentato l’incidenza di ansia e depressione), fondamentale per il futuro dell’intero Paese, dall’altra proteggere le persone con cui i giovani entrano in contatto, in famiglia e non solo. I giovani infatti sono anch’essi veicolo del contagio e più aumenterà la copertura vaccinale e meno il virus avrà l’occasione di correre in maniera incontrollata  dando vita allo sviluppo di nuove varianti in grado di ridurre l’efficacia della vaccinazione.

QUELLI CHE “IL COVID L’HO GIÀ FATTO”

Nella galassia dei “non sono contrario al vaccino, però”, rientrano anche tutti quelli che in seguito ad una pregressa infezione non consigliano la vaccinazione perché “tanto ho gli anticorpi”. Anche in questo caso viene in aiuto la ricerca scientifica: dopo la malattia sintomatica basta una sola dose (effettuata entro i 12 mesi) di vaccino per ottenere una risposta immunitaria “ibrida” di lunga durata e più sostenuta rispetto ad un ciclo vaccinale completo in assenza di pregressa infezione. Diversi studi indicano infatti che le probabilità di contagiarsi nuovamente sono estremamente inferiori con questa strategia rispetto a chi ha ricevuto una doppia dose di vaccino senza pregressa infezione. Un’indicazione, quella di vaccinarsi anche dopo aver sviluppato la malattia, valida soprattutto negli over-65. Gli anziani infatti sono maggiormente soggetti a possibili reinfezioni a causa di un sistema immunitario non più così efficiente. La sola immunità data dalla malattia non è sufficiente ed è per questo che la vaccinazione è decisamente consigliata.

Attenzione infine a quelli che “non fare la seconda dose, tanto hai gli anticorpi alti”. Completare il ciclo vaccinale -soprattutto in presenza della variante Delta, estremamente più contagiosa del virus originale- è di fondamentale importanza: un recente studio ha infatti dimostrato che l’efficacia nel prevenire la malattia sintomatica di una sola dose di vaccino si attesta intorno al 30%. Con le due dosi invece si ritorna a percentuali elevate. Una ragione in più per non dare credito agli “immunologi della domenica”.

I FRUTTI DELLA RICERCA

Oggi, con i vaccini, abbiamo l’opportunità di uscire finalmente dallo stato di perenne emergenza che ha contraddistinto gli ultimi due anni. Come abbiamo visto non si tratta di armi perfette ma di una strategia in grado di fare il salto di qualità nella lotta al virus. Avremo ancora nuovi casi, ricoveri e decessi. Qualcuno non beneficerà dell’immunizzazione e per questa ragione si stanno continuando a cercare ulteriori vie -come ad esempio lo sviluppo di farmaci antivirali- per curare queste persone. Il virus probabilmente non sparirà dalla faccia della terra ma, grazie ai vaccini e a tutto l’armamentario terapeutico che verrà, sarà sempre più affrontabile con successo. Covid-19 sarà un’ulteriore malattia infettiva per la quale la ricerca avrà trovato una soluzione. Ma se per alcune patologie oggi possiamo limitarci ad intervenire solo quando il contagio è avvenuto, per Covid-19 disponiamo di vaccini sicuri ed estremamente efficaci. Un traguardo reso possibile grazie alla ricerca (la strategia ad mRNA e a vettore virale è in studio da oltre 10 anni, non si tratta di nulla di nuovo). Quella ricerca che non può invece nulla nel tentare di convincere che le vaccinazioni sono innanzitutto uno strumento per proteggere la collettività. Finché intenderemo i vaccini come uno strumento di protezione personale -sono giovane, perché dovrei vaccinarmi?- il virus avrà vita facile.

Daniele Banfi