Vaccini, soccorso atlantico

Biden sarà al vertice europeo. Intanto si chiede alle Regioni di vaccinare per fasce d'età. C'è un giudice a Belluno. Scoppia un caso Boldrini. Gli Usa ci vogliono più lontani dalla Cina

Gli ultimi dati sono molto chiari: più del 40 per cento degli anziani sopra gli 80 anni sono stati vaccinati. Ma siamo indietro con gli over 70 (abbiamo vaccinato più i ventenni di loro). Se non concentriamo la campagna vaccinale sulle fasce d’età a rischio, sarà difficile vedere scendere la curva dei decessi. Non appena gli operatori in prima linea, medici e infermieri ma anche tutti gli altri, insegnanti compresi, saranno stati raggiunti dalla protezione del vaccino, bisognerà puntare sugli anziani. Ecco perché oggi sul Corriere il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio insiste, appellandosi a tutte le Regioni, su questa scelta. L’altro grande tema, ma è così dal primo giorno, è quello della reperibilità dei vaccini. La novità di oggi è che Biden parteciperà al vertice europeo dei prossimi giorni s u questo tema. Si spera in un soccorso atlantico. Certo, è incredibile che l’Europa sia l’unica parte del mondo sviluppato che rischia di rimanere indietro nella vaccinazione di massa, e che non ha creato un suo vaccino. Belpietro è andato a spulciare nel verbale di un’audizione del funzionario europeo, l’italiana Gallina, che doveva acquistare i vaccini per conto della Ue. Il direttore de La Verità sostiene che il passato Governo italiano non avrebbe comprato al momento giusto. Fosse vero, sarebbe davvero clamoroso.

Molte altre notizie oggi, a cominciare dalla sentenza di Belluno, che sospende dal lavoro 10 operatori sanitari di RSA che sono No Vax. E sempre in tema giuridico, Pignatone critica i Pm che hanno indagato il personale sanitario e l’Amministratore Delegato di AstraZeneca. Non era un atto dovuto. C’è poi una polemica spiacevole su un prete di Cesena, che ha detto follie dal pulpito su vaccini e aborti. Non c’è pace per il tema dell’emancipazione femminile a sinistra. Dopo i tormenti delle donne del Pd escluse da incarichi di governo, scoppia il caso Boldrini, per di più sollevato da una giornalista donna, come Selvaggia Lucarelli sul Fatto. Il Giornale e Libero stamattina ci inzuppano il pane. Conte e Letta si vedranno oggi a tu per tu. Sul fronte internazionale, visita del Segretario di Stato Usa Blinken a Bruxelles che ha incontrato il nostro Di Maio. Perché questa attenzione sull’Italia? Un’ipotesi c’è. Avvertenza per i lettori: oggi c’è tanta carne al fuoco. Ma i capitoli sono ben divisi. E quindi se non avete tempo o voglia, scegliete quello che vi interessa di più. Vediamo intanto i titoli di stamattina.

LE PRIME PAGINE

Si parla fatalmente ancora di vaccini e di due aspetti principalmente: Regioni e priorità nelle liste da una parte, arrivi e acquisti internazionali dall’altra. Il Corriere della Sera affida il titolo d’apertura ad una frase del capo della Protezione civile Curcio: «Ora si vaccini solo per età». Per La Stampa però il problema è della Sanità affidata ai Governatori: Arrivano i vaccini, Regioni in tilt . Nell’identificazione delle responsabilità Il Domani sostiene che gli errori sulle precedenze sono stati fatti a Roma: I conti sbagliati del governo su chi vaccinare per primo.Mentre il Quotidiano nazionale si concentra su un sistema sanitario di nuovo sotto pressione: Ospedali in tilt, un anno passato invano.Il Messaggero torna sul tema della fine della DAD: «Scuole aperte dopo Pasqua». Il Cts: stretta fino al 15 aprile. La Repubblica confida nella solidarietà atlantica di Biden, che parteciperà al prossimo vertice: Vaccini, l’Europa ora spera nell’alleato americano. Sullo stesso tema il manifesto che sottolinea i guai dell’Europa: Fiale e fiamme. Per La Verità di Belpietro si sarebbe dovuto comprare dalle case farmaceutiche al momento buono: I vaccini c’erano, Conte non li ha presi. Un tema a parte è quello delle polemiche su Laura Boldrini che avrebbe mobbizzato colf e segretaria.Circostanza rivelata dal Fatto ma su cui fanno il titolo Il Giornale: Boldrini maschilista, non paga la colf e Libero: Boldrini in guerra con le donne. Vanno sull’economiaIl Sole 24 Ore: L’Antitrust: «Stop al codice appalti», l’ Avvenire: Assegno ancora a vuoto e lo stessoFatto che torna su una notizia non proprio fresca e su cui aveva fatto titolo lo specializzato Sole 24 ore, sabato scorso: Il “mini-condono” ci costa 666 milioni. Il Mattino invece valorizza le parole del premier sul Mezzogiorno: Draghi: stop al divario del Sud. Recovery, altolà delle Regioni.

VACCINI 1, CURCIO: “PROCEDIAMO SOLO PER FASCE D’ETÀ”

È arrivato il momento di scegliere: puntiamo sugli anziani. Fiorenza Sarzanini intervista Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

«Siamo in ritardo? «Le mancate consegne hanno certamente provocato un rallentamento, ma stiamo recuperando bene. Entro la fine del mese arriveranno 4 milioni e mezzo di dosi. Adesso stiamo vaccinando 200 mila persone al giorno, a regime dobbiamo arrivare a 500 mila. Come ha detto il commissario Figliuolo, se le case farmaceutiche rispetteranno le scadenze a fine giugno ce la faremo». Che cosa contestate alle Regioni? «È necessario maggiore coordinamento e condividere gli obiettivi pur mantenendo la diversificazione per territorio. E seguire le indicazioni contenute nel piano. Ora che si finirà di vaccinare gli ultra ottantenni, le categorie fragili, i docenti, le forze armate, di polizia e di Protezione civile bisogna tornare alle fasce di età. L'unico criterio deve essere questo». Però bisogna fare i conti con i cittadini che rifiutano AstraZeneca e con la carenza di scorte. «Molte Regioni hanno utilizzato l'80% delle scorte e questo è un grande risultato, ma io non credo proprio che la maggior parte delle persone stia rifiutando il vaccino. È la nostra salvezza, la vera via d'uscita dall'emergenza. Abbiamo ancora 500 morti al giorno, è bene tenerlo a mente». Lei lo ha fatto per questo? «Avevo deciso di essere l'ultimo tra i miei colleghi perché così fa chi guida una squadra, quando mi sono reso conto che la mia scelta poteva essere male interpretata sono andato subito. AstraZeneca è stato definito dalle agenzie regolatorie vaccino sicuro. Va fatto». Ora si torna alle fasce di età, temete che alcuni governatori possano procedere in maniera diversa? «Non è possibile. Quando AstraZeneca veniva somministrato con alcune limitazioni per fasce di età il piano è stato variato inserendo i servizi essenziali e ogni Regione ha deciso per sé. Dall'11 marzo tutto è cambiato. Lo prevede il decreto in vigore condiviso con i governatori. Procedere per categorie non va bene, causa problemi».

Sì, ma che cosa dicono le Regioni, fino ad oggi in ordine sparso? Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, viene intervistato dal Corriere.  

«Stefano Bonaccini sprona regioni e governo a «lavorare insieme» (…) Le Regioni che procedono in ordine sparso non contribuiscono a frenare la campagna vaccinale? «Se c'è qualcuno che finora ha avuto un'enorme responsabilità sono le grandi aziende farmaceutiche che non hanno rispettato i contratti. Vergognoso». Le sembra saggio che le Regioni rifiutino le task force offerte dal governo? «Presiedo la Conferenza delle Regioni e conosco l'impegno che tutti i presidenti ci stanno mettendo. Non ci sono venti campagne vaccinali regionali, ma una sola nazionale. Da soli non si esce dalla pandemia, ne usciremo insieme come Paese. Trovo giusto che il governo metta a disposizione risorse e strumenti per far sì che si possa viaggiare tutti al massimo della velocità. Alcune Regioni hanno adottato il sistema di prenotazione delle Poste». Perché l'Emilia Romagna che lei presiede no? «La nostra struttura di prenotazione era pronta prima e sta funzionando bene, perché cambiarla? Abbiamo bisogno di accelerare, non di fermarci e sarebbe irragionevole farlo dove non ci sono problemi. Mi pare che coi ministri Speranza e Gelmini ci sia pieno accordo anche su questo». Farete muro contro la riapertura delle scuole? «Riaprire le scuole è la prima cosa da fare non appena torneremo al di sotto delle soglie di rischio. E dobbiamo fin d'ora prevedere programmi di recupero per i ragazzi».

VACCINI 2, SOCCORSO ATLANTICO

Ci sono sempre due capitoli della campagna vaccinale: somministrazione e approvvigionamento. Repubblica da giorni sottolinea l’aspetto del forcing internazionale del governo Draghi sul fronte dell’arrivo dei vaccini in Italia. Federico Rampini racconta “la mano tesa” di Biden all’Europa.  

«Biden deve cominciare subito i preparativi per aiutare il resto del mondo a vaccinarsi», è il titolo di un editoriale del Washington Post. «L'America può e deve vaccinare il mondo», fa eco l'autorevole rivista di geopolitica Foreign Affairs. La Casa Bianca evita di alimentare aspettative eccessive. Una mossa in favore degli europei può arrivare accelerando gli accordi di produzione su licenza dalle maggiori case farmaceutiche Usa. Non si può accusare Joe Biden di pensare anzitutto ai suoi: lo hanno eletto per quello. «Voglio essere sicuro che ci occupiamo anzitutto degli americani - ripete da settimane il presidente - poi cercheremo di aiutare il resto del mondo». Entro maggio, ha promesso che chiunque lo voglia potrà essere immunizzato, e al ritmo attuale il traguardo è diventato realistico. A chi accusa l'America di egoismo, la Casa Bianca risponde che una diplomazia dei vaccini è già cominciata. Dieci giorni fa al summit dei Quad - l'alleanza delle democrazie nell'Indo-Pacifico - Biden ha annunciato un accordo tra la Johnson & Johnson e l'India, per fabbricare un miliardo di vaccini da distribuire nei paesi poveri. Le aziende indiane ne produrranno altri tre miliardi su licenza americana nel 2022. Poi Biden ha sbloccato quattro milioni di dosi AstraZeneca per i due paesi confinanti, Messico e Canada. Non si aspettava che l'Europa finisse tra le aree bisognose di aiuto come i Paesi in via di sviluppo, nessuno aveva previsto la disastrosa partenza della campagna vaccinazioni gestita da Bruxelles. Biden è sensibile agli appelli dei paesi alleati, ma che cosa può fare? La Casa Bianca diffida delle proposte più radicali che puntano a sospendere la proprietà privata dei vaccini, e hanno trovato casse di risonanza all'Organizzazione mondiale della sanità e all'Organizzazione mondiale del commercio. L'Amministrazione democratica dà atto all'industria farmaceutica di avere vinto una scommessa a cui nessuno credeva un anno fa, mettendo a punto vaccini nuovissimi in tempi-record. Il modello di business ha funzionato e l'ostilità ideologica di alcuni ambienti europei contro Big Pharma si è rivelata un boomerang. Non si cambia una formula vincente. (…) Le case produttrici americane stanno già cercando di stringere il più velocemente possibile accordi di produzione su licenza con partner europei. Però, ha detto il chief executive di Moderna Stéphane Bancel, l'Europa sconta un ritardo industriale: «Non troviamo aziende con la tecnologia adeguata. Non c'è la capacità produttiva che sarebbe necessaria». Un'altra speranza è legata alla forte accelerazione nella produzione sul territorio americano. Da un mese all'altro i quantitativi di vaccini fabbricati qui sono triplicati, a quota 132 milioni nel solo mese di marzo. Se continua questa progressione, si avvicina anche il traguardo finale pianificato da Biden, cioè un'eccedenza di un miliardo di dosi. A quel punto la diplomazia americana dei vaccini non avrà più le limitazioni attuali. Nel calendario di Biden il 4 luglio è il giorno in cui gli americani potranno essere tutti vaccinati. Le fabbriche continueranno a produrre a pieno ritmo anche dopo».

Vi ricordate Sandra Gallina, l’italiana direttrice generale del dipartimento Salute dalla Ue, responsabile dell’acquisto dei vaccini per conto dell’Europa, a suo tempo criticato dal professor Burioni? Maurizio Belpietro su La Verità prende spunto dal verbale di una sua audizione in commissione al Parlamento europeo, per lanciare un’accusa pesante: il Governo di Conte, Speranza e Arcuri al momento buono non ha comprato, per tirchieria, i vaccini che adesso ci mancano.  

«Se ciò che ha raccontato Sandra Gallina è vero, significa che il governo italiano - come quello tedesco - aveva la possibilità di comprare più fiale anti Covid. Noi non sappiamo (perché la signora dei contratti non lo dice) se tra i Paesi con il braccino corto che non si decidevano a ordinare le dosi dovute ci fosse anche il nostro. Una cosa però è certa: Conte e compagni non hanno acquistato i vaccini che altri avevano lasciato «liberi». Vale a dire che, se avessimo seguito l'esempio di Berlino, ieri il Corriere della Sera e tutti i giornaloni non avrebbero all'improvviso scoperto che c'è carenza di dosi. So che l'unità nazionale ha messo il silenziatore a tutti i partiti, i quali se ne guardano bene dal creare problemi al governo. Ma c'è qualcuno in Parlamento che ha intenzione di fare chiarezza su questa faccenda? Perché se l'Italia non ha esercitato il diritto di acquisto dei vaccini prenotati o si è lasciata sfuggire quelli che altri Paesi non hanno ritirato, una responsabilità politica esiste ed è in capo allo stesso signore che ancora fa il ministro della Salute, oltre che naturalmente al precedente presidente del Consiglio. Altro che andrà tutto bene, come ci venne promesso un anno fa. Ogni giorno che passa scopriamo che non è andato tutto bene. Ieri abbiamo dimostrato che la curva dei decessi in Francia, Germania, Gran Bretagna e America è crollata grazie ai vaccini, mentre in Italia cresce ancora. Qualcuno ci vuole dire di chi sia la colpa di queste migliaia di morti?».

IL DAY AFTER IN LOMBARDIA

Dopo le decisioni drastiche e le diverse letture politiche su chi ha vinto o di chi ha perso, Repubblica torna sul caso Lombardia. E nel day after intervista Letizia Moratti, assessore alla sanità, che ha preso il posto di Gallera. La Moratti si scusa coi cittadini.   

«Letizia Moratti ci tiene anzitutto a «scusarsi con i cittadini», soprattutto anziani, vittime della disorganizzazione di queste settimane. In Lombardia, regione a guida leghista, a saltare sono sempre le teste di quelli indicati da Forza Italia: prima il suo predecessore Gallera e ora il presidente di Aria Francesco Ferri. Ma l'assessore leghista Caparini, il "regista" di Aria, si salva fischiettando. Questa storia è anche una resa dei conti nel centrodestra? «Non buttiamola in politica. Quella di azzerare il Cda di Aria è stata una decisione tecnica, presa da tutta la giunta in maniera unanime, quindi da tutti i partiti. Aria aveva mostrato inadeguatezza a svolgere il compito che le era stato assegnato. Quando gli errori sono diventati inaccettabili siamo intervenuti assegnando alla piattaforma di Poste, che fra l'altro è gratuita, il servizio di prenotazione dei vaccini». Lei è stata nominata a gennaio, si è accorta solo ora che Aria non sarebbe stata in grado di funzionare bene? «A dire la verità i miei dubbi li avevo fin dall'inizio, ma non mi sono permessa di intervenire su un meccanismo che era già messo in piedi. Tuttavia è stato proprio grazie a una clausola di salvaguardia che ho fatto inserire io nel contratto che, alla fine, è stato possibile il cambiamento in corsa con Poste». Il tutto però è costato 22 milioni di euro, si potevano risparmiare «Il costo previsto in realtà è di 18,5 milioni, ma abbiamo già dato indicazioni di rivederlo al ribasso alla luce dei nuovi obiettivi indicati». E lei ci assicura che ora non capiterà più che degli anziani siano inviati a farsi vaccinare magari a decine di chilometri da casa, oppure che si presentino e non ci siano fiale per loro? «La tecnologia di Poste ci assicura proprio questa "geolocalizzazione", che incroci i cittadini da vaccinare con il centro vaccinale più vicino. Ma devo fare un avvertimento». Ovvero? «Per serietà bisogna dire che abbiamo ancora questa "coda" da gestire nel passaggio da Aria a Poste. È un passaggio che mi preoccupa e che durerà qualche giorno, ma abbiamo fatto in modo che Aria verifichi la lista degli over 80 e la incroci con gli elenchi delle Ats. Le stesse Agenzie di tutela della salute faranno un controllo di secondo livello per evitare il ripetersi di fatti incresciosi: anziani over 80 spediti troppo lontano da casa». A proposito di anziani, possibile che in Lombardia siate così indietro? I nostri calcoli dicono che state poco sopra il 43 per cento sul totale della popolazione over 80. Nella parte medio bassa della classifica. «Non è così. Il dato medio nazionale è del 44% e in Lombardia siamo sopra il 50%, con 430 mila anziani che hanno ricevuto almeno una dose. Per quanto riguarda tutti i vaccini fatti, siamo all'81 per cento dell'utilizzo dei vaccini ricevuti, sopra altre regioni. Pensi che le nostre scorte di Pfizer sono scese sotto al 10%, seguendo le indicazioni del governo». Il governo offre alle regioni in difficoltà l'aiuto di Roma: esercito e protezione civile. Perché non lo accettate? «Guardi che, con il generale Figliuolo, Bertolaso ed io abbiamo un'interlocuzione costante. Il generale l'ho sentito anche questa mattina. Noi stiamo rispettando gli obiettivi indicati dal governo e le categorie stabilite, tanto è vero che, a differenza di altri, non abbiamo ancora iniziato con i 70 enni». Cosa avete chiesto al governo? «Ci dia la possibilità di accedere alle liste dell'Inps per avere gli elenchi dei disabili. Le do un'altra notizia: da oggi nella Asst a Milano vacciniamo nel centro per grandi disabili» Sta dicendo che non avete un problema di organizzazione? «Il modello lombardo, a parte questo problema di Aria che ci porteremo dietro fino al cambiamento con la tecnologia di Poste, è un modello di efficienza». La storia di quest' ultimo anno di lotta al Covid sembra dire il contrario: una sanità troppo sbilanciata sui grandi ospedali che ha sguarnito e impoverito i presìdi più vicini al cittadino. Non pensa sia necessaria una svolta? «Un momento: se su 14 ospedali italiani citati nelle pubblicazioni internazionali 9 sono in Lombardia, qualcosa vorrà dire o no? Sicuramente c'è un tema di revisione di un modello che tenga conto della necessità di essere più vicini ai cittadini».

C’È UN GIUDICE A BELLUNO, PIGNATONE SCENDE IN CAMPO

Il Corriere della Sera dà notizia della sentenza di un giudice a Belluno, a riguardo di 10 operatori di RSA che si sono rifiutati di proteggere se stessi (e gli anziani che accudiscono) col vaccino. Scrive il Corriere Veneto.  

«Niente vaccino, niente stipendio. Lo ha deciso il giudice di Belluno Anna Travia respingendo le richieste di due infermieri e otto operatori sociosanitari che avevano rifiutato di sottoporsi alla vaccinazione con Pfizer lo scorso febbraio e che, per questo, erano stati sospesi dal lavoro. I dieci sanitari, tutti dipendenti di due case di riposo del Bellunese (…), all'indomani del rifiuto, erano stati messi in ferie forzate dalla direzione delle Rsa e sottoposti alla visita del medico del lavoro. A quel punto il medico aveva dichiarato i sanitari «inidonei al servizio» permettendo così ai vertici delle case di riposo di allontanarli dal luogo di lavoro senza stipendio per «impossibilità di svolgere la mansione lavorativa prevista». A ruota gli operatori No Vax avevano fatto ricorso in tribunale per essere reintegrati nel posto di lavoro, rivendicando la libertà di scelta vaccinale prevista dall'ordinamento italiano e in particolar modo dalla Costituzione. (…) Il giudice ha sancito che «è ampiamente nota l'efficacia del vaccino nell'impedire l'evoluzione negativa della patologia causata dal virus come si evince dal drastico calo dei decessi fra le categorie che hanno potuto usufruire del vaccino, quali il personale sanitario, gli ospiti delle Rsa e i cittadini di Israele dove il vaccino è stato somministrato a milioni di individui».

Andrea Pasqualetto, sul Corriere nazionale, raccoglie il parere dell’ex presidente della Corte Valerio Onida:

«La vicenda che ha portato in Tribunale le aziende solleva un problema complesso. Da una parte il diritto dei lavoratori di rifiutare il vaccino, dall'altra il dovere del titolare dell'impresa di garantire la sicurezza del luogo di lavoro, dei dipendenti e, nel caso delle Rsa, anche degli ospiti, considerate persone fragili. Da una parte cioè l'articolo 32 della Costituzione, invocato dagli operatori No Vax, secondo cui «nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario», dall'altra l'articolo 2.087 del Codice civile, preteso dall'azienda, che attribuisce all'imprenditore l'obbligo «di adottare le misure necessarie a tutelare l'integrità dei lavoratori». Il professor Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, pone un punto fermo: «Per essere obbligatoria, la vaccinazione richiede una legge, non può essere imposta dal datore di lavoro. È dunque escluso innanzitutto il licenziamento». E la sospensione dal lavoro non retribuita? «Non si può sanzionare il lavoratore che non ha commesso alcun illecito. Si può solo organizzare il lavoro in modo da evitare il maggiore rischio di contagiare altri che, a pandemia ancora in corso, può verificarsi, per i non vaccinati». Dal punto di vista del sindacato «il rischio è quello di mettere in crisi le strutture sanitarie che già hanno problemi di organico - spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind che tutela le professioni infermieristiche -. Il provvedimento del giudice di Belluno penalizza i No Vax che saranno spinti a vaccinarsi, altrimenti non mangiano». Va detto che secondo Anaao-Assomed e Fnopi, cioè il maggior sindacato dei medici ospedalieri e la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, ad oggi, in Italia, appena un centinaio di infermieri su un totale di 254 mila, e l'1-2% dei medici ospedalieri (tra 1.140 e 2.280 su un totale di 114.000 attivi) ha rifiutato la vaccinazione anti-Covid».

Viene presentato sempre come “atto dovuto”, ma è giusto indagare medici e infermieri che somministrano il vaccino? O addirittura l’AD di AstraZeneca, l’azienda che fabbrica i vaccini? Giuseppe Pignatone, già Procuratore capo a Roma e attualmente presidente del Tribunale vaticano, scende in campo per dire: no. Lo fa su Repubblica.  

 «La giurisprudenza prevalente della Cassazione ha dunque ritenuto che l'iscrizione non può essere la conseguenza automatica dell'indicazione fornita dalla polizia giudiziaria o dal denunciante e che ad essa il Pm deve procedere solo se e quando a carico di un soggetto identificato emergano "specifici elementi indizianti". Solo in questo caso l'iscrizione è possibile, e quindi "dovuta". Non vi rientrano, invece, i casi in cui vi sono meri sospetti né quelli che richiedono altri accertamenti per chiarire il ruolo di molti possibili responsabili o quale sia l'effettiva causa di un evento. Situazioni piuttosto comuni quando l'indagine riguarda enti pubblici o società private di grandi dimensioni e a organizzazione complessa, ambiti in cui è inevitabile un sistema di deleghe. In questi casi non si può, per esempio in relazione a un infortunio sul lavoro o a un incidente connesso alla cattiva manutenzione delle strade, considerare automaticamente indagato il sindaco o l'amministratore delegato. Allo stesso modo non si dovrebbe, di regola, procedere all'iscrizione per colpa medica quando un paziente muore dopo essere stato curato, in un breve arco di tempo, da più medici in più ospedali. In questi casi, per i quali si è proceduto all'iscrizione di decine di medici, è infatti difficile affermare che esistano già indizi specifici. Analoghe considerazioni sembrano possibili, sulla base di quanto riferito dai media, per alcuni dei casi di morte citati all'inizio. Sarebbero stati infatti considerati indagati di omicidio colposo l'amministratore delegato di AstraZeneca Italia, alcuni medici e addirittura l'infermiere che ha proceduto all'inoculazione: la stessa diversità delle posizioni degli interessati lascia pensare che esistano al momento solo meri sospetti a fronte di una serie di possibili cause alternative. (…) Uno scrupolo in sé lodevole, ma spesso fuori luogo e che finisce col danneggiare in modo significativo l'immagine e la vita stessa di persone per le quali in realtà non è ravvisabile alcun indizio di responsabilità. Come ha sottolineato la Corte costituzionale, la condizione di indagato, una volta nota, produce conseguenze negative sia sotto il profilo professionale - specie per i pubblici dipendenti, ma non solo - sia sotto quello reputazionale. Ed è bene sottolineare che nella quasi totalità dei casi la diffusione della notizia dell'avvio di un'indagine non avviene in modo illecito, perché per legge il segreto viene meno con l'avviso all'indagato o al suo legale del compimento di un atto processuale cui il difensore ha diritto di assistere, come - per esempio - l'autopsia nei casi da cui siamo partiti. Di più: la parte offesa che presenta una denunzia ha diritto di sapere (tranne che per i reati più gravi) se e nei confronti di chi il Pm abbia disposto l'iscrizione e può poi, del tutto lecitamente, diffondere l'informazione ricevuta. Mi sembra allora opportuno che il legislatore fissi, nell'imminente riforma del processo penale, criteri chiari per l'iscrizione, recependo le precise indicazioni della Cassazione. L'eliminazione delle iscrizioni non necessarie contribuirebbe anche a far diminuire i casi di persone danneggiate, senza alcuna loro responsabilità, dalla diffusione della notizia di un atto che, paradossalmente, il codice prevede a garanzia del cittadino e che non significa affatto anticipazione di un giudizio di condanna. Si parla spesso, a questo proposito, di "gogna mediatica", che si dovrebbe far cessare: ma su questo è bene non coltivare troppe illusioni. Nell'opinione pubblica prevale da tempo un atteggiamento che indulge al sospetto e alla pretesa di una giustizia immediata che non collima con i tempi fisiologici di un processo, per quanto bene e celermente sia condotto. Si tratta di fenomeno culturale ormai consolidato e non sarà una maggiore cautela nelle iscrizioni - peraltro necessaria - o in altre attività di indagine, a determinarne la fine». 

PREDICA FAKE CONTRO ASTRAZENECA

Non ci fossero i social, pochi se ne sarebbero accorti. Oggi invece le fake news di un prete dal pulpito, durante la predica, diventano virali. A Cesena don Paolo Pasolini ha parlato dall’altare, sostenendo che AstraZeneca fa “ingravidare” le donne per poi farle abortire e così, coi feti ottenuti, fare i vaccini. Il suo Vescovo è intervenuto per cercare di correggere la predica fake. Se ne occupa Massimo Gramellini sulla prima del Corriere.   

«Veramente nessuno, tranne qualche sito specializzato in deliri senza prove, ha mai saputo nulla di loschi traffici destinati a procurare l'indicibile all'alambicco di AstraZeneca, calamita ormai di ogni nefandezza: tra un po' gli attribuiranno anche i rigori non visti al Var. Chi si aspettava che il Vaticano togliesse la patente a don Paolo (non parlava al bar, ma sull'altare e con i paramenti addosso) si è dovuto accontentare di una precisazione del vescovo di Cesena, che rimanda a un documento della Santa Sede in cui si considera «moralmente accettabile utilizzare vaccini che abbiano usato linee cellulari di feti abortiti». Il fatto è che il don aveva straparlato d'altro: di feti vivi ottenuti su commissione. Da mezzosangue romagnolo mi ha sorpreso la mancata reazione delle persone presenti in chiesa. Nonna Emma si sarebbe alzata in piedi e avrebbe urlato al prete: «Valà, ignurantaz!».

La questione reale su cui sono innestate le notizie fake del prete cesenate è spiegata perfettamente dal giornalista scientifico Daniele Banfi. Daniele non è mio parente e scrive per il magazine della Fondazione Veronesi. È il caso di citarlo. Aggiungo solo che dal punto di vista etico c’è stata già diverso tempo fa una presa di posizione chiarissima della Pontificia Accademia per la vita che trovate qui: http://www.academyforlife.va/content/pav/it/the-academy/activity-academy/note-vaccini.html?fbclid=IwAR2l0KJMOS4ZTuarWbbVuOmNpQ1wh_lghoo7-Sl6vF6MHBmKrM6mfLj_QJo

Ma ecco il Banfi scientifico:

«Visto che si tratta di un evergreen, cerchiamo di chiarire la situazione:

1) molti dei farmaci oggi sul mercato (dunque anche i vaccini) vengono sperimentati prima in vitro e poi in vivo. In vitro si valutano alcune caratteristiche del prodotto anche attraverso l'utilizzo di cellule di origine umana opportunamente "coltivate" in laboratorio. Ciò permette di studiare nel dettaglio l'interazione tra la molecola da sperimentare e il "sistema" su cui andrà ad agire.

2) tra le cellule di derivazione umana più famose ci sono le HeLa e le HEK. Le prime sono le cellule derivate dal tumore alla cervice uterina della signora Henrietta Lacks nel lontano 1951. Le seconde sono cellule provenienti da un feto abortito nel 1973. Entrambe le tipologie di cellule, grazie a particolari procedimenti, sono state rese immortali. Poste in determinate condizioni sperimentali le HeLa e le HEK si replicano all'infinito e con più facilità delle cellule adulte (le prime perché con caratteristiche tumorali, le seconde perché di derivazione embrionale). Per questa ragione rappresentano un buon modello per fare ricerca.

3) nella produzione di alcuni vaccini, tra cui quelli a vettore virale per Covid-19, l'utilizzo delle cellule HEK (che ripeto, esistono dal 1973) è fondamentale poiché tali cellule rappresentano il serbatoio ideale per far crescere il virus (innocuo per l'uomo) che serve a trasportare le informazioni utili alla produzione della proteina spike.

4) Una volta fatto moltiplicare il virus, il tutto viene prelevato e purificato in modo tale che il vaccino sia composto solo dal vettore virale. Nel vaccino dunque NON ci sono tracce di cellule HEK. Ci fossero sarebbe un gran problema dal punto di vista della sicurezza».

Riassumendo: per realizzare i vaccini non vengono creati appositamente dei feti ma si sfruttano delle cellule prelevate 50 anni fa. All'interno dei vaccini non ci sono frammenti cellulari».

LA NUOVA QUESTIONE MERIDIONALE

I nuovi fondi europei danno la possibilità di riaprire la questione nazionale legata allo sviluppo del Sud Italia. Lo ha spiegato bene ieri lo stesso Draghi, che ha snocciolato una serie di dati impressionanti sul divario fra il Mezzogiorno e il resto d’Italia. Roberto Mania su Repubblica.

«Il Sud torna ad essere una questione nazionale. Solo riducendo il divario tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord si può far ripartire l'intera economia. L'Italia è sprofondata nella crisi della pandemia dopo decenni di sostanziale stagnazione, anche perché in questi anni si è accentuato il divario tra le due aree del Paese. I 191,5 miliardi del programma Next Generation Eu possono rappresentare una svolta, purché si sappiano spendere bene. È la strategia che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha illustrato ieri (…) Tra gli obiettivi del programma europeo ci sono proprio quelli di rafforzare la coesione territoriale e favorire la transizione digitale ed ecologica. «Ciò - ha detto Draghi - significa far ripartire il processo di convergenza tra Mezzogiorno e Centro- Nord che è fermo da decenni. Anzi - ha spiegato - dagli inizi degli anni '70 a oggi è grandemente peggiorato». Alcuni numeri citati da Draghi: negli anni '70, il Pil per persona nel Sud era il 65% di quello delle Regioni del Centro-Nord mentre ora è sceso al 55%; tra il 2008 e il 2018 la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è più che dimezzata ed è passata da 21 miliardi a poco più di 10. E ce ne sono altri che fanno riflettere: la perdita di 5 milioni di residenti, tra il crollo della natalità e la ripresa dei flussi migratori con medie superiori ai 160 mila individui l'anno, che condurrà le regioni meridionali a costituire nel 2035 l'area del Paese con più concentrazione di anziani. Inoltre, c'è il costante assottigliamento del tasso di occupazione, in particolare per giovani e donne impegnati in lavori precari e di bassa qualità. (…) Tra le risorse del Next Generation Eu e altri fondi, per il Mezzogiorno ci sono 96 miliardi da spendere nei prossimi anni. Da spendere bene, però. Perché - sempre il presidente del Consiglio - «abbiamo imparato che tante risorse non portano necessariamente alla ripartenza del Mezzogiorno. Ci sono due problemi: uno è l'utilizzo dei fondi europei, l'altro nella capacità di completamento delle opere pubbliche. A fronte di 47,3 miliardi programmati nel Fondo per lo sviluppo e la coesione dal 2014 al 2020, alla fine dello scorso anno erano stati spesi poco più di tre miliardi, il 6,7%. Nel 2017, in Italia erano state avviate ma non completate 647 opere pubbliche. In oltre due terzi dei casi, non si era nemmeno arrivati alla metà. Il 70% di queste opere non completate era localizzato al Sud, per un valore di 2 miliardi. Divenire capaci di spendere questi fondi, e di farlo bene, è obiettivo primario di questo governo».».

DONNE A SINISTRA, IL CASO BOLDRINI

Per una volta, il caso di Laura Boldrini che maltratta le donne non è stato sollevato da un giornale di destra. Ma dalla giornalista Selvaggia Lucarelli sul Fatto. La Lucarelli oggi torna sull’argomento, ospitando una replica della Boldrini, con tanto di contro replica. Dal Fatto di oggi:

Scrive la Boldrini:

«In riferimento a quanto pubblicato ieri sul vostro giornale in un articolo a firma di Selvaggia Lucarelli, dal titolo "Maltrattate e mal pagate. Donne contro la Boldrini", vorrei avanzare le seguenti precisazioni. Riguardo la mia ex collaboratrice domestica, Lilia, stiamo trovando un accordo per formalizzare la chiusura del rapporto di lavoro, purtroppo con un ritardo da me non voluto ma causato da una difficoltà oggettiva a contattare la persona del Caf referente della vicenda. (…) Per quanto riguarda la mia collaboratrice alla Camera, Roberta, la cui retribuzione corrispondeva a criteri stabiliti dall'amministrazione della Camera, devo dire che ha svolto un buon lavoro in anni intensi e complessi, sempre manifestandomi la volontà di voler far parte della mia squadra, nonostante le difficoltà logistiche che doveva affrontare ogni settimana, venendo da Lodi, e che io stessa fin dall'inizio le avevo fatto presente. Per questo sono rimasta stupita e dispiaciuta nel leggere quanto da lei dichiarato, visto il rapporto che si era sviluppato con lei.

Replica la Lucarelli:

«Il rapporto di lavoro con la colf è terminato 10 mesi fa, risulta dunque poco realistico che in tutto questo tempo non sia stato possibile contattare il commercialista del Caf e che la ex collaboratrice domestica si sia dovuta rivolgere a un avvocato, sebbene la si stesse cercando da quasi un anno. Inoltre, la colf ha lavorato per lei per ben 8 anni, la vicenda si sarebbe potuta sbloccare pacificamente con una semplice telefonata alla signora Lilia, che di sicuro non era introvabile. Riguardo invece la vicenda relativa alla sua ex collaboratrice Roberta, è vero che gli accordi economici iniziali con lei erano quelli, ma è anche vero che la pandemia, la malattia del figlio e, semplicemente, un po' di empatia per una condizione di difficoltà economica di una lavoratrice madre di tre figli avrebbero potuto comportare un adeguamento almeno per il rimborso delle spese. Inoltre, se è vero che gli accordi sullo stipendio erano quelli, forse non era altrettanto chiaro fin dall'inizio che tra le mansioni richieste a una collaboratrice parlamentare potessero esservi anche la prenotazione di parrucchieri e il ritiro abiti in lavanderia».

Alessandro Sallusti sul Giornale, che dedica il titolo d’apertura, come Libero, alla vicenda dell’ex presidente della Camera, scrive:

«Non pagare la liquidazione della colf, trattare male il personale domestico femminile e altre cose del genere sono alcune delle accuse svelate ieri in un articolo di Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano - che vengono rivolte da ex collaboratori all'ex presidente della Camera Laura Boldrini, paladina a parole delle donne, soprattutto di quelle più deboli. Sarebbe banale dire: eccola la signora, prototipo di chi predica bene e razzola male. (…) La favola della Boldrini scudo umano della sua specie si infrange miseramente su una colf, due collaboratrici e una giornalista donna, la Lucarelli. Una sorta di legge del contrappasso che la signora evidentemente non aveva messo in conto, illudendosi di essere invincibile e intoccabile. Nelle prossime ore vedremo se, quanto e da chi questa storia verrà raccontata e discussa. E soprattutto vedremo da che parte si schiererà la «sinistra delle donne», che se fosse toccato alla Meloni oggi saremmo invasi di dichiarazioni sdegnate. Coraggio donne: alzi la mano chi sta dalla parte della compagna Boldrini e chi da quella della sua colf. Con un'avvertenza: astenersi sarà considerato un voto a favore della presidenta».

DONNE A SINISTRA, MARCUCCI NON MOLLA

Questa storia delle donne a sinistra in Italia rischia di diventare un tormento. Nel Pd era infuriata la polemica per i mancati incarichi ministeriali nel governo Draghi. Ora il capogruppo uscente del Senato non vuole uscire. Il retroscena su La Stampa di Carlo Bertini.

«Chiedo un atto di generosità», incalza Letta. «Ci vuole coerenza - gli ribatte Andrea Marcucci - e bisogna interrompere la tradizione di avere segretari sempre uomini». Tradotto: chiedi a noi di dimetterci. E tu? Con una minaccia finale di ricandidarsi, che non allarma il leader, forte di un accordo per la resa già siglato con i vertici di Base riformista, la corrente di Marcucci. E quindi sicuro comunque di farcela domattina a far eleggere due donne. Ma non si sa mai, perché gli ex renziani come Marcucci, malgrado Letta abbia detto «non chiamerò mai nessuno ex di qualcosa», sono furiosi per questa sostituzione, considerata «una punizione politica». Verso un gruppo di fedelissimi di Renzi della prima ora, che però hanno resistito alle sue sirene, salvando il Pd al Senato, che altrimenti si sarebbe svuotato. Se ancora dunque per 24 ore Marcucci resiste, è per non darla vinta a Letta senza fargliela sudare: lo stesso suo entourage teme che il copione della resa sia già scritto. Ma il personaggio «è imprevedibile», sperano i suoi, «e magari si ripresenta». Il che metterebbe il neo leader in seria difficoltà. (…) Ma nessuno crede nella resistenza di una corrente che vuole dare le carte nei giochi di potere. Ecco perché il toto-nomi delle donne capigruppo impazza. «Alla Camera sarà un derby tra Debora Serracchiani, vicina a Delrio, e Marianna Madia», pronostica radio Pd Parlamento. «E al Senato sarà una sfida tra Roberta Pinotti, vicina a Franceschini, Simona Malpezzi e Valeria Fedeli, entrambe della stessa corrente di Marcucci, che qui ha la maggioranza», rilanciano da Palazzo Madama».

Sul Fatto Antonio Padellaro sostiene che Marcucci, il Saul del Pd, ha una qualche ragione a non voler mollare la prestigiosa carica.

«Se al Senato la consistente fronda che sostiene l'attuale capogruppo barricato Andrea Marcucciprotesta per "l'uso strumentale delle donne", qualche ragione ce l'ha. Infondata non sembra neppure l'osservazione di Base riformista (così si chiamano i renziani imboscati al Nazareno) che rimprovera a Letta di non avere usato il tema della parità di genere quando non gli conveniva: "Per il gruppo a Bruxelles o quando non ha chiesto ai ministri maschi del Pd di lasciare il posto a donne" (La Stampa). A parte l'unanimità di facciata finita subito in pezzi, da parte di Letta non sarebbe stato più rispettoso parlar chiaro? Dire per esempio: propongo queste due parlamentari al vertice dei gruppi non solo per le loro indubbie capacità, ma anche perché più in linea con la mia proposta politica rispetto a Delrio e Marcucci? La parità di genere non dovrebbe essere una quota rosa, e neppure blu, ma il rispetto rigoroso della Costituzione là dove si stabiliscono le pari opportunità tra le persone senza distinzione alcuna? Il che dovrebbe significare non un astratto equilibrio numerico, ma la possibilità per le donne di occupare, sulla base del merito, perfino tutti i posti disponibili in un'assemblea o in un cda se ciò assicurasse un beneficio collettivo». 

OGGI SI INCONTRANO CONTE E LETTA

Emanuele Lauria su Repubbica anticipa i temi dell’incontro, previsto per oggi, fra il neo segretario Enrico Letta e il leader in pectore dei 5Stelle Giuseppe Conte. I nodi non sono pochi.

«Sarà un passaggio significativo, soprattutto per l'avvocato pugliese, che nella nuova veste dovrà misurarsi subito con due temi caldi. Anzitutto l'alleanza giallorossa per le amministrative, in bilico in tutte le grandi città. E poiché le Comunali di autunno saranno il primo banco di prova del Movimento sotto la sua gestione, Conte ha l'esigenza di non commettere passi falsi. Soprattutto a Roma, dove il prescelto da Beppe Grillo ha intenzione di difendere Virginia Raggi, che i sondaggi danno al 26 per cento, pronto a verificare in alternativa solo un'offerta politica molto solida da parte degli alleati: il nome di David Sassoli, ad esempio, o dell'ex leader Pd Nicola Zingaretti (che però anche ieri ha escluso una sua candidatura). Conte ascolterà Letta in un clima che si preannuncia più che cordiale ma difenderà uno dei punti dell'intesa che fece nascere il suo secondo governo: la riforma elettorale in senso proporzionale, diversa da quella - di stampo maggioritario - annunciata dal neosegretario dei dem. E qui l'incontro si preannuncia difficile. Anche se Letta ieri sera ha preparato un terreno agevole per il confronto, annunciando di vedere «con grande favore» l'ingresso dei 5S nella famiglia dei socialisti europei: «Una decisione - ha aggiunto il leader del Pd - sarà presa entro la fine dell'anno». Una cosa tenderà a rimarcare Conte: la pari dignità fra i due partiti, senza subalternità alcuna. Con la benedizione di Luigi Di Maio: «Servirà pragmatismo ma bisogna portare avanti il rapporto col Pd». La mission di "Giuseppi", d'altronde, è quella di ridare orgoglio a un Movimento che ha perso cento parlamentari in tre anni, e per questo negli ultimi giorni è rimasto a Roma, a fare la spola dalla residenza in via Fontanella Borghese a via Nomentana, dove c'è lo studio legale Ciannavei, per lavorare sul nuovo Statuto e sulla controversia con Rousseau. Rinunciando, dicono gli uomini vicini a lui, a incarichi legali remunerativi». 

PATTO ATLANTICO ANTI - CINA

Lo abbiamo già visto, parlando dei vaccini e della partecipazione del presidente Biden al vertice europeo. Il viaggio del neo Segretario di Stato Usa, noi diremmo il ministro degli Esteri, Tony Blinken in Europa è l’occasione per capire come si sta ridefinendo la geopolitica mondiale. Ieri Blinken ha incontrato a Bruxelles il nostro Di Maio e ha criticato apertamente la Germania sul gasdotto con la Russia. Ma perché questo interesse per il nostro Paese? Che cosa si chiede all’Italia? Per Paolo Mastrolilli de La Stampa la richiesta è: abbandonare la Via della Seta, il rapporto privilegiato con la Cina, così evidente nei due governi Conte. Scrive Mastrolilli:

«I blocchi geopolitici sono tornati. Gli Usa stanno costruendo un'alleanza delle democrazie liberali, allargata tanto all'Europa, quanto agli amici asiatici come Giappone, Corea del Sud, Australia e magari anche l'India. Ciò spinge Cina e Russia a riavvicinarsi, se non a formare un blocco concorrente. Ogni Paese quindi sarà chiamato ad una scelta di campo, basata sui valori condivisi e sul tornaconto economico. Se esisteva ancora qualche dubbio, la visita del segretario di Stato Blinken a Bruxelles l'ha fugato. Incontrando il segretario generale della Nato Stoltenberg, ha detto che «sono venuto per esprimere l'impegno risoluto degli Usa. Vogliamo ricostruire le nostre partnership, a partire dagli alleati Nato. Ne emergeremo più forti di prima». Blinken ha chiarito che gli obiettivi strategici fondamentali sono due: quello tradizionale, cioè la Russia, che è sempre più aggressiva ma ha mezzi limitati; e soprattutto quello futuro, la Cina, che invece punta a soppiantare gli Stati Uniti come superpotenza globale e incrinare la coesione del blocco delle democrazie liberali. Sullo sfondo di queste sfide epocali, ci sono i dettagli specifici. Ad esempio il nuovo ammonimento ai tedeschi sul gasdotto Nord Stream 2, che «è una cattiva idea». (…) Irrinunciabile, invece, è la scelta di campo, che nel caso dell'Italia significa le pressioni affinché rinunci all'adesione alla nuova Via della Seta. Gli americani sottolineano che è nel nostro interesse, non solo geopolitico ma anche economico, perché finiremmo strangolati dalla «diplomazia del debito» cinese. In cambio non escludono compensazioni, che potrebbero anche venire dai 3 trilioni di dollari del nuovo piano per le infrastrutture, visto che Biden vuole escludere le aziende della Repubblica popolare dalla catena di fornitura. La sfida infatti avverrà più sul campo tecnologico, che militare. Il presidente sosterrà questa strategia in persona, intervenendo via video al vertice di domani con la Ue, e partecipando al summit Nato in giugno».