Vaccini solo per ricchi

Delusione dal Patto di Roma: il G20 non va oltre le promesse generiche. Intanto in Italia polemiche sul Green pass e l'obbligo. Cade il Panshir: Talebani al comando. Oggi si parlano Draghi e Xi?

Delusione dalla riunione dei Ministri della Salute del G20 riuniti a Roma: il documento finale, il Patto di Roma, contiene propositi generici e non obbliga a quella solidarietà internazionale sui vaccini che invece sarebbe necessaria e che il Papa torna ad auspicare in un libro di Fabio Marchese Ragona per la Bur, anticipato oggi dal Giornale e dal Corriere. Ora la speranza è che i Ministri delle Finanze rendano concreti gli auspici dei colleghi della Salute. Sul piano nazionale ci sono ancora diverse polemiche legate al Green pass e agli eventuali obblighi.

Intanto si è scoperto che il 60 per cento dei medici No Vax continua a lavorare, nonostante il preciso obbligo che riguarda il personale sanitario. Polemiche anche sui prof universitari, che si erano distinti in questa crisi pandemica per essersi infilati tra le primissime categorie a rischio all’inizio della campagna vaccinale, pur essendo in Dad, e che ora firmano in centinaia contro il Green pass negli atenei. Brillante Gramellini sul divulgatore Barbero. Molto chiaro il punto di Michele Ainis per Repubblica sugli aspetti giuridici e sui diritti del cittadino per orientarsi nel dibattito. Aldo Grasso polemizza con Confalonieri sui talk show televisivi, che celebrano spesso il variegato mondo dei Boh Vax, Ni Vax, No vax. Anche se poi giornalisti e politici sono tutti vaccinati.

L’Afghanistan oggi dà notizie plumbee: la valle del Panshir è stata presa militarmente dal governo talebano. Le speranze degli occidentali alla Bernard-Henri Lévy sono già tramontate. Dopo Del Re di Repubblica, anche Cremonesi del Corriere è arrivato a Kabul. Sono rimaste le donne afghane a difendere la libertà contro il regime, come sottolinea Serra nella sua Amaca.

Mi prendo qualche riga per parlare ancora della Versione. Siamo tornati da voi con il solito orario prima delle 8 di mattina, impegno che manterremo dal lunedì al venerdì. Piace a molti l’altra grande innovazione di questi giorni: la possibilità di scaricare gli articoli integrali in pdf. Trovate un link alla fine della Versione e se qualcosa vi interessa scaricatelo, perché il file resta disponibile solo per 24 ore. In diversi hanno scritto per commentare L’altra Versione di Daniele Grassucci fondatore di skuola.net pubblicata ieri. Ci torneremo prima dell’inizio delle scuole. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La pandemia condiziona ancora le nostre vite. A cominciare dai titoli dei giornali stamattina. Il Corriere della Sera fa il punto su come si ritornerà in classe: Scuola, le regole del rientro. Avvenire si mostra deluso dal G20 di Roma perché solo pochissimi vaccini saranno destinati alla solidarietà nel mondo: Un 5% di giustizia. Il Fatto denuncia: 2 medici No Vax su 3 sono ancora al lavoro. E il Giornale commenta: Nessuno ferma i medici no vax. Mentre il Quotidiano Nazionale amplifica il senso di un annuncio del ministro Speranza: Anche l’Italia sceglie la terza dose. La Stampa è sulla stessa linea: Vaccini, via libera alla terza dose. Il Mattino di Napoli torna sulla fine del lavoro a distanza: Smart working, c’è la stretta. Il Messaggero lo mette insieme alle novità sul richiamo del vaccino: Lavoro agile, le nuove regole. La terza dose da settembre. Il Sole 24 Ore approfondisce la mancanza dei medici di famiglia sul territorio: Medici di base, ne mancano 1.200. Libero va sulle aspettative di vita: Per colpa del Covid si vive un anno meno. Su Kabul e sulla caduta dei ribelli del Panshir restano Il Manifesto: Talebanistan. E La Repubblica: In Afghanistan cade l’ultima resistenza. La Verità è contro la Lamorgese: I camper del rave party di Viterbo arrivati scortati da Arma e Polizia. Domani torna su Brugnaro: Il conflitto di interessi del sindaco di Venezia arriva in parlamento.

DELUSIONE DAL PATTO DI ROMA

Il documento finale della riunione dei ministri della Salute del G20 è deludente. Ci sono obiettivi di principio, che rischiano di restare lettera morta. Michele Bocci per Repubblica.

 «Vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro la fine di quest'anno. È uno degli obbiettivi del "Patto di Roma", il documento conclusivo, limato in ore di riunioni e pre-riunioni, del G20 della Salute che si è svolto ai Musei capitolini. Per raggiungere l'obiettivo bisogna fare circa un miliardo di somministrazioni in quattro mesi, visto che oggi hanno completato la vaccinazione circa il 27% degli abitanti della Terra. «Vogliamo dare questo messaggio: nessuno deve restare indietro. I Paesi più forti devono aiutare i più fragili, e devono farlo subito », ha spiegato il ministro alla Salute Roberto Speranza. La strada scelta per allargare la vaccinazione non è però quella della sospensione dei brevetti, ipotesi portata avanti da tanti esperti e sposata anche da alcuni Stati, contro la quale si è schierata tra gli altri la Germania. Ma visto che le iniziative come Covax, che prevedono la donazione dei vaccini da parte dei Paesi ricchi a quelli poveri, potrebbero non bastare, si punta anche sulla capacità produttiva di alcuni Stati, come India e Sudafrica. A loro potrebbero essere trasmesse le conoscenze per fare il vaccino anti Covid (il cosiddetto trasferimento tecnologico) ma senza cedere gratuitamente il brevetto. «Non basta trasferire dosi, dobbiamo spostare la produzione, condividendo metodologie e processi di fabbricazione», spiega sempre Speranza. Non sono soddisfatte dei risultati le associazioni Oxfam ed Emergency: «In termini di accesso globale ai vaccini, nessun passo decisivo e concreto è stato fatto. Il documento adottato oggi, al netto di importanti dichiarazioni di principio, per altro condivisibili, sui vaccini come bene pubblico globale, non offre risposte concrete alla sfida più drammatica e urgente posta dalla pandemia. Abbiamo bisogno adesso di soluzioni, di un vaccino per tutti ovunque, non di un vaccino per pochi a difesa degli interessi di alcuni». Speranza ha spiegato che «all'ultimo G20 non era stato firmato un documento conclusivo, come è invece successo qui a Roma. Il nostro lavoro non finisce qui, comunque. Ci sarà una riunione con i ministri delle Finanze, per cercare risorse e portano i vaccini nei Paesi più in difficoltà». In questi mesi di pandemia si è capito che bisogna essere in grado di prevenire e rispondere rapidamente a eventuali nuove emergenze. Per questo nel patto si annuncia che ci si impegnerà per «abbreviare il ciclo di sviluppo di vaccini, terapie e test sicuri ed efficaci da 300 a 100 giorni». Riguardo alle terze dosi, il ministro ha ribadito che già questo mese l'Italia inizierà a farle a chi ha il sistema immunitario più debole, come trapiantati o pazienti oncologici. «Dopo - prosegue Speranza - continueremo ad analizzare i dati e con tutta probabilità proseguiremo la campagna della terza dose, tenendo come bussola la fragilità, quindi passeremo agli ultraottantenni». E proprio ieri l'agenzia del farmaco europea, Ema, ha iniziato la valutazione della domanda di Pfizer sulla possibilità di somministrare la terza dose di richiamo sei mesi dopo la seconda».

“Il Patto di Roma non basta”, scrive Alessia Guerrieri su Avvenire.

 «L'impegno, approvato all'unanimità, è quello di portare i vaccini in ogni angolo del mondo, soprattutto nei Paesi più fragili. Ma solo nella quota del 5 per cento. Il che è ancora una soglia troppo bassa, nonostante i ripetuti appelli del Papa per non lasciare indietro nessuno, specie i più svantaggiati, nella campagna di vaccinazione globale. Si conclude con un risultato a metà il G20 dei Ministri della Salute. I 'grandi' della Terra aiuteranno sì con donazioni di dosi e trasferimento produttivo a 'immunizzare' i territori più poveri, ma senza lo sperato salto di qualità anche e soprattutto nei numeri. Tanto che Oxfam Italia, Emergency e Civil 20 non nascondono la propria delusione: «Nessun passo avanti concreto, rimangono le diseguaglianze». Il G20 sigla il Patto di Roma, che si allinea all'obiettivo dell'Oms di vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro il 2021. Ma leggendo i 33 punti della dichiarazione finale c'è solo la conferma degli impegni Covax/Gavi di assicurare 1,8 miliardi di dosi necessarie a coprire quasi il 30% della popolazione delle economie che soddisfano i requisiti Amc (Advanced Market Commitment) e di lavorare per una maggiore condivisione di sieri, sostenendo l'istituzione di Covax humanitarian Buffer. Tuttavia, resta quella soglia minimale del 5% delle dosi per questo scopo. Un accordo all'unanimità «né facile e né scontato», ha tuttavia ammesso il responsabile del dicastero di Lungotevere a Ripa Roberto Speranza alla fine della due-giorni di summit ai Musei capitolini. Insomma, è stata messa nero su bianco la volontà del G20 di «camminare insieme per vincere ora la sfida del Coronavirus e quelle che avremo davanti», a partire dal rilancio dei sistemi sanitari nazionali e dell'impianto universalistico».

L’ESTENSIONE DEL GREEN PASS

Mario Draghi punta tutto sull’estensione del Green pass. A questo fine ha aperto una trattativa anche dentro la maggioranza. La cronaca di Tommaso Ciriaco per Repubblica.  

«Ha incontrato Maurizio Landini nel pomeriggio, a Palazzo Chigi. E vedrà prestissimo anche Matteo Salvini. Mario Draghi intende sciogliere i due nodi che ha sul tavolo: uno politico, l'altro sociale. L'obiettivo è allargare al massimo il Green Pass. Per farlo, potrebbe servirgli qualche giorno in più rispetto al previsto. Non è detto che la cabina di regia si tenga questa settimana. Potrebbe slittare qualche giorno ancora. Il tempo necessario per attuare una strategia in tre mosse. Primo: portare a casa senza troppi traumi il decreto d'agosto, a cui si oppone l'ala No Vax del Carroccio. Secondo: convocare le parti sociali per siglare un accordo sul passaporto vaccinale. Terzo: ragionare sulla possibilità (e l'utilità) di includere anche l'intera galassia delle aziende private, non limitandosi solo ai dipendenti della pubblica amministrazione e ai settori nei quali è già previsto per gli utenti (bar, ristoranti, palestre, treni e aerei). L'incontro con Landini non è improduttivo. Si svolge pochi minuti prima del vertice tra sindacati e Confindustria, e precede anche quello tra Cigl, Cisl, Uil e Confapi. Non è ancora pieno accordo tra le parti sociali. Nulla di imprevedibile, a dire il vero. Toccherà a Palazzo Chigi provare a comporre il quadro, convocando tutti per sbrogliare gli ultimi dettagli sui tre grandi dilemmi che congelano ogni decisione: Green Pass o vaccini obbligatori, protocolli rigidi o meno stringenti, tamponi gratuiti o a pagamento. Serve tempo, però. E Draghi potrebbe concedere qualche giorno in più, lasciando che questa settimana serva a convocare sindacati e imprese, se possibile e praticabile. E a capire se non sia preferibile un provvedimento unico, che parifichi gli obblighi dei dipendenti statali e del settore privato, senza frammentare ulteriormente gli interventi. Parallelamente, continua a provocare tensioni il "caso Lega". Al suo interno, Matteo Salvini un po' accarezza e un po' si lascia imbrigliare da una minoranza rumorosa che continua a opporsi al Green Pass. È per garantire il loro dissenso che il Carroccio preme fino a tarda sera, chiedendo di evitare la fiducia sul decreto d'agosto. «Spero che non la mettano - si espone il leader in prima persona - Chiederò al governo di non farlo». L'alternativa è perdere lungo il cammino una decina di irriducibili, sensibili alle ragioni di Claudio Borghi. Sulla carta, Palazzo Chigi si dice disponibile a concedere questo segnale. A patto che il leader leghista convinca però i suoi uomini a ritirare gli emendamenti, permettendo all'Aula di chiudere al massimo entro mercoledì mattina la partita. L'esecutivo non vuole incidenti parlamentari, né può accettare una nuova sconfessione degli accordi di maggioranza, dopo lo strappo in commissione. Nel pomeriggio, il ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D'Incà presiede un vertice con i capigruppo. Sembrano tutti d'accordo sul "disarmo". Ma poche ore dopo il patto, ancora una volta, viene rimesso in discussione da Salvini. «La fiducia in genere si mette per superare l'ostruzionismo. Ma la Lega ha presentato cinque emendamenti». Comunque inaccettabili, per Pd e 5S. La verità è che la spaccatura del Carroccio fatica a restare negli argini. Certo, al termine della segreteria federale, Salvini giura che la posizione del partito «unisce tutti». Ma è evidente anche solo dalle dichiarazioni pubbliche che i governatori e l'ala governativa sostengono un'estensione del pass che il leader fatica a digerire. Giancarlo Giorgetti, poi, è netto, sempre più netto, sempre un passo più avanti rispetto al progressivo cedimento di Salvini sul certificato vaccinale. «Estenderlo a pubblica amministrazione e imprese? Dobbiamo garantire condizioni di sicurezza. Il Green Pass è una misura che va in questa direzione - dice il ministro - e ne prevedo una ulteriore estensione ». Non è la prima volta che esprime sintonia verso la linea indicata da Draghi, che è poi la stessa del Quirinale. Pare anzi che nelle ultime riunioni ristrette dell'esecutivo - e a margine di un recente consiglio dei ministri - abbia mostrato freddezza verso la linea del capo. E a domanda esplicita sulla posizione della Lega, abbia replicato più o meno così: «Non domandate a me, chiedete a Matteo». È lui e non Salvini, però, ad essere capo delegazione del Carroccio. Ed è sempre lui a sedere nella cabina di regia che assumerà le prossime decisioni. Anche se in queste ore il segretario leghista si ritroverà a breve con il presidente del Consiglio per un altro - ormai consueto - faccia a faccia a Palazzo Chigi».

I MEDICI NO VAX SONO ANCORA AL LAVORO

La denuncia viene dall’ordine dei medici e non lascia tranquilli. Più del 60 per cento dei medici No vax stanno continuando a lavorare. Natascia Ronchetti sul Fatto.

 «Da un lato c'è la difficoltà delle aziende sanitarie ad affrontare la riorganizzazione del servizio necessaria a tappare i buchi lasciati dagli operatori no vax che devono essere sospesi. Dall'altro, reti informative regionali che non dialogano tra di loro, trasformando così il procedimento di verifica in un colabrodo. Il risultato è che a oltre cinque mesi dall'entrata in vigore del decreto legge 44, che obbliga gli operatori sanitari e sociosanitari a vaccinarsi contro il Covid-19, più del 60% dei medici non vaccinati continua a lavorare. Nonostante la norma sancisca che l'immunizzazione è requisito essenziale per l'esercizio della professione. Una percentuale altissima. E alla quale va aggiunta quella che riguarda gli altri operatori della sanità: infermieri, psicologi, fisioterapisti. La stima arriva dalla Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici. Il presidente Filippo Anelli ha fatto una ricognizione. Alla data di ieri solo 40 Ordini su 106 avevano ricevuto dalle aziende sanitarie la segnalazione del provvedimento di sospensione di iscritti all'albo. Questo per un totale di 600 comunicazioni in tutta Italia (comunicazioni che sono indispensabili per annotare la sanzione). "Poche", dice Anelli. "Quindi -prosegue - o ci limitiamo a prendere atto che ci sono medici che non si vaccinano o applichiamo la legge. In gioco non c'è solo il tema della legalità: basti pensare all'impatto devastante che può avere su un paziente il rapporto con un medico che non si è vaccinato. Sul piatto della bilancia dobbiamo mettere due cose. Conviene sollecitare un'azione maieutica dell'azienda sanitaria, anche a costo di riorganizzare il servizio, oppure fare finta di nulla? Senza dimenticare che in questo caso un sistema tollerante non è credibile. In ballo c'è la tutela della salute pubblica". Attualmente gli operatori sanitari e sociosanitari non vaccinati sono il 2,1%. Con grandi differenze tra le regioni. Le defezioni si concentrano soprattutto in Sicilia (4,8%), Puglia (6,5%), Emilia-Romagna (7,2) e Friuli-Venezia Giulia, dove addirittura raggiungono il 10%. Poi c'è il Trentino, con il 4,1%. "Non ho ricevuto comunicazioni ufficiali da parte delle aziende sanitarie triestine - conferma Cosimo Quaranta, presidente dell'Ordine dei medici di Trieste -. L'unica cosa che so, e l'ho appresa dalla stampa, è che otto infermieri della nostra provincia sono stati sospesi. Questi sono i fatti". Lentezza, problemi di organizzazione. Ma anche assenza di una banca dati nazionale, come osserva Quaranta: "Se un medico si laurea a Trieste e inizia a esercitare nella sua città, ma poi decide di lavorare in Veneto e di vaccinarsi lì, quando il dipartimento di sanità pubblica acquisisce gli elenchi dall'Ordine non ha notizia di una immunizzazione conclusa in un'altra regione, perché non esiste una rete informativa nazionale". Fino ad ora le segnalazioni agli Ordini sono arrivate solo da alcune regioni. Marche, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Sicilia, Calabria, Campania. Eppure i tempi dettati dal decreto legge erano stringenti. Entro cinque giorni dall'entrata in vigore della normativa, avvenuta il 1° aprile, sia gli Ordini professionali sia le aziende sanitarie dovevano inviare alle Regioni, rispettivamente, l'elenco degli iscritti e l'elenco dei dipendenti. A loro volta queste ultime, entro 10 giorni, dovevano verificare lo stato vaccinale di ciascuno e segnalare alle Asl di riferimento i nominativi di chi non si era immunizzato. Il fatto è che spetta poi alle aziende sanitarie il compito di invitare l'operatore a produrre la documentazione necessaria, quella che attesta l'avvenuta inoculazione o, al contrario, condizioni di salute che esonerano dall'obbligo della vaccinazione. E quest'ultimo ha cinque giorni di tempo per farlo, pena la sospensione dell'esercizio della professione a contatto con il pubblico. Disposizioni che possono essere aggirate, come già scritto dal Fatto, ricorrendo al semplice trucchetto di prenotare la somministrazione e poi disdirla, per poi continuare a ripetere l'operazione. Se invece a stoppare la vaccinazione sono le condizioni di salute, entra in gioco una apposita commissione del dipartimento di sanità pubblica che deve esaminare la documentazione ed eventualmente chiedere una integrazione. E i tempi si allungano».

Massimo Gramellini sul Corriere pizzica il guru della divulgazione Alessandro Barbero, che ha firmato il pronunciamento dei prof universitari contro il Green pass. Titolo del suo Caffè: Le invasioni barberiche.

«Secondo il professor Barbero, illustre capofila mediatico del «pronunciamento» di oltre 350 accademici contro il green pass, Dante avrebbe messo i politici nel girone degli ipocriti. In effetti il certificato verde è anche uno strumento di pressione per imporre surrettiziamente l'obbligo del vaccino, perché ti rende la vita talmente difficile e piena di tamponi che alla lunga offrire il braccio alla puntura diventa la scelta più comoda. Quello che però il professor Barbero si dimentica di aggiungere è che in quel girone il governo farebbe fatica a trovare un posto libero: gli ultimi, Dante li avrà già sicuramente assegnati ai docenti universitari che se ne stavano muti finché il green pass colpiva i ristoratori, ma che si sono improvvisamente svegliati dal sonno degli indignati appena la tempesta ha investito la loro piccola corporazione. Almeno dagli intellettuali ci si aspetterebbe che reagissero ogni qual volta ritengono leso il Bene Comune e non solo quando il sopruso, vero o presunto, lambisce il loro «particulare». Che poi, a voler essere sofisti, nel ragionamento di Barbero c'è una forma di ipocrisia ancora più sottile. Laddove dice che, se il vaccino fosse dichiaratamente obbligatorio, lui non avrebbe nulla da obiettare. Ma non sarà che lo dice proprio perché sa quanto sia difficile che il vaccino diventi obbligatorio? Altrimenti, se davvero non ha nulla da obiettare, perché non suggerisce ai suoi colleghi sulle barricate di vaccinarsi, così la finiamo qui?».

MA CHE COSA DICE LA COSTITUZIONE?

Green pass, obbligo, tamponi. Il costituzionalista Michele Ainis mette in fila una serie di questioni che riguardano le decisioni del governo e del Parlamento su tutta la materia.

«Green Pass o vaccino obbligatorio? Per tutti o soltanto per alcune categorie di cittadini? Con decisione parlamentare o del governo? Attraverso uno stimolo, un’agevolazione, un premio, o piuttosto un castigo? Ciascuna di queste domande interroga la Costituzione, oltre che la politica. Ma la risposta non è mai definitiva. Dipende dalla situazione di fatto, dai responsi della scienza, dalla qualità dei diritti in gioco. E dipende altresì dall’esigenza di distinguere, di separare il grano dal loglio. Cominciamo da qui, dalle distinzioni. C’è una differenza, e di non poco conto, fra chi accetta il vaccino e chi viceversa lo rifiuta. Entrambi difendono la propria salute, rispettivamente contro i rischi del Covid o contro quelli della vaccinazione; ma i primi difendono pure la salute altrui. Dunque obbediscono ai “doveri di solidarietà sociale” evocati dalla nostra Carta (articolo 2) e richiamati domenica scorsa dal presidente Mattarella. È un merito a fronte di un demerito, che di per sé giustifica l’intervento dello Stato, anche perché la Costituzione stessa definisce la salute come un “interesse della collettività” (articolo 32). Però quell’intervento può assumere tre forme distinte. L’una coercitiva: obbligo di vaccino per tutta la popolazione, e ai renitenti multe salatissime. L’altra persuasiva, attraverso esercizi di pedagogia istituzionale, con l’appello a vaccinarsi ripetuto dalle cariche più alte dello Stato; e magari con la prospettiva d’un vantaggio per chi raccolga l’invito (succede in Indonesia, dove s’offre un pollo in regalo ai neo immunizzati; altrove lotterie, premi in denaro, piscina o palestra gratis). E c’è infine una terza via, in cui lo Stato non cerca di convincerti né ti obbliga al vaccino, bensì t’induce a immunizzarti, per superare uno svantaggio che altrimenti dovrai sopportare. Ecco, è in questa terra di mezzo che si colloca il Green Pass. Puoi ottenerlo anche senza vaccinarti, se ti sottoponi alla tortura d’un tampone ogni due giorni; in caso contrario la tua tortura consisterà in una privazione, che al momento colpisce il tempo libero (niente stadi, concerti, ristoranti al chiuso), oltre che i viaggi su lunghe percorrenze. Da qui il pregio costituzionale del Green Pass, perché bilancia l’esigenza di proteggere la salute pubblica con il rispetto delle scelte individuali: valori entrambi garantiti dalla Carta. A condizione, tuttavia, che questo strumento venga regolato dalla legge (non da una Faq, da una risposta sul sito di palazzo Chigi, come ha fatto il governo circa l’uso delle mense). E che il tampone sia gratuito al pari del vaccino, altrimenti chi non può sostenerne la spesa verrebbe discriminato nell’esercizio dei diritti in base al proprio reddito. Non che la vaccinazione obbligatoria sia di per sé incostituzionale. Dal 2017 è prevista già per i minori, con ben dieci vaccini; quanto alla popolazione adulta, una legge del 1963 ha imposto la vaccinazione antitetanica a muratori, agricoltori e altre categorie; diverse vaccinazioni gravano sui militari; infine da aprile il vaccino anti-Covid è obbligatorio per il personale sanitario. Dunque si può estendere ancora, ma a tre condizioni. In primo luogo, dopo un via libera dall’Agenzia del farmaco, voce ufficiale della scienza. In secondo luogo, senza violare i diritti fondamentali (quello al lavoro, come accadrebbe se il no-vax fosse licenziato; il diritto alla salute, se i non vaccinati dovessero pagarsi le cure ospedaliere, come ha proposto l’assessore alla Sanità del Lazio). In terzo luogo, se l’emergenza giustifica misure draconiane. Quest’ultima valutazione chiama in causa le responsabilità della politica, che fin qui ha proceduto per estensioni progressive, sia sul Green Pass che sull’obbligo vaccinale. Decisione saggia, a prima vista; ma in realtà foriera di conflitti. Perché il passeggero e non anche il conducente? Perché il lavoratore pubblico e non quello privato? Perché l’insegnante sì e il poliziotto no? Insomma, questioni d’eguaglianza. Per venirne a capo, meglio non parcellizzare le misure. Mal comune mezzo gaudio, recita un vecchio proverbio».

I TALK SHOW E GLI SFESSATI

Aldo Grasso sul Corriere risponde a Fedele Confalonieri che qualche giorno fa sul Foglio (citato dalla Versione) aveva difeso la linea ambigua sui vaccini dei talk show televisivi.

«Fedele Confalonieri mi perdonerà se per una volta non sono d'accordo con lui. Intervistato da Salvatore Merlo sul Foglio, il presidente sostiene che nei talk anche gli «sfessati» devono avere diritto di parola. Ci mancherebbe, non sarò io a silenziarli che non ho nessun potere. Ma lui sì, lui potrebbe. Dice Confalonieri: «Noi non possiamo mica fare come i talebani, noi dobbiamo far parlare tutti. Anche gli sfessati. Uno spettatore sa cos'è giusto e cos'è sbagliato». Talebani no, responsabili forse. Non so se gli spettatori sappiano cos'è giusto o sbagliato, ma di una cosa sono sicuro: gli sfessati vengono invitati per fare un po' di audience. Lo sa anche Confalonieri: «Il talk show deve fare casino, sennò chi lo guarda? La politica ormai è quella roba lì». Purtroppo la politica è quella roba lì e i politici che lisciano il pelo ai no vax lo fanno solo per l'audience (loro, intanto, si sono vaccinati). Per questo mi permetto di chiedere ai conduttori dei talk di considerare il periodo che stiamo vivendo, di essere più responsabili di certi loro ospiti, di provare a convincere gli indecisi. Basta un niente per ripiombare nell'incubo: scuole, trasporti, turismo, economia, psiche, tutto è appeso a un filo. Se una comunità intera si vaccina, si ottiene l'immunità di gregge, che impedisce al virus di continuare a convivere con noi e di nuocere. Da qui nasce un obbligo che non dovrebbe essere legislativo ma attuato soprattutto per ragioni etiche. Su certi temi non si può alimentare la confusione, permettere che le suggestioni stiano dalla parte di chi urla più forte. È solo un momento, poi speriamo che tutto torni come prima. E voi tornerete a invitare gli sfessati, a gettonarli, a blandirli, a incrementare l'audience urlando con loro. Ma ora, vi prego, siate responsabili e coscienziosi».

IL PAPA E I VACCINI

Il Corriere della Sera e il Giornale pubblicano stralci del messaggio di Papa Francesco pubblicato all'interno del libro Oltre la tempesta. Riflessioni per un nuovo tempo dopo la pandemia edito da Bur e in libreria da oggi. Una lunga conversazione del Pontefice con il giornalista Fabio Marchese Ragona, colloquio avvenuto nello scorso gennaio e trasmesso da uno Speciale Tg5. Ecco l’anticipazione del Giornale.

«La pandemia sta generando un cambiamento epocale, stiamo attraversando il momento più duro delle nostre vite ma stiamo allo stesso tempo provando ad andare «oltre la tempesta» perché è il momento di tornare a sperare, è il momento in cui, se vogliamo, possiamo ritrovare la quiete dopo il buio della malattia. La tempesta ha smascherato le nostre vulnerabilità e da qui possiamo rigenerarci prendendo esempio da grandi uomini di speranza, come Abramo, il quale in un momento di sfiducia, invece di chiedere il figlio promesso che non arrivava, si rivolge a Dio perché lo aiuti a continuare a sperare. Non c'è cosa più bella: la preghiera di avere speranza, perché la speranza non delude, mai. Se tu speri, non sarai mai deluso. Mi piace citare qui anche Giovanni Paolo I che, nel corso di un'udienza generale (20 settembre 1978) disse che la speranza «è una virtù obbligatoria per ogni cristiano», che nasce dalla fiducia in tre verità: «Dio è onnipotente, Dio mi ama immensamente, Dio è fedele alle promesse. Ed è Lui. Il Dio della misericordia, che accende in me la fiducia; per cui io non mi sento né solo, né inutile, né abbandonato». Dobbiamo ritrovare la speranza e fidarci oggi anche della scienza: grazie al vaccino stiamo tornando pian piano a rivedere la luce, stiamo uscendo da questo brutto incubo. Anche io posso dire che in Vaticano abbiamo riaperto le udienze generali con la presenza dei fedeli e questo è un vero dono, il poterci ritrovare «faccia a faccia», insieme come fratelli e sorelle. Perché se da un lato è vero che la tecnologia ci ha aiutato molto durante il lockdown, dall'altro è importante ribadire quanto sia fondamentale l'incontro non virtuale. E dobbiamo dire grazie a quanti si sono impegnati per farci superare il momento più duro: penso agli scienziati che hanno studiato per tanti mesi la giusta combinazione per avere dei vaccini efficaci, ma soprattutto a chi ci è stato vicino durante la fase più critica, medici, infermieri, volontari e tante altre figure che rimangono nell'ombra e non finiscono in tv o sulle copertine dei giornali. La vera sfida adesso è impegnarsi perché tutti nel mondo abbiano lo stesso accesso al vaccino, perché non ci siano «capricci» nello scegliere la dose più famosa e soprattutto che sia gratuito per chiunque ne abbia bisogno e non un qualcosa grazie al quale trarre un facile guadagno. Il vaccino può salvare tante vite umane, non dimentichiamolo e non dimentichiamo cosa ci ha insegnato la storia con altre brutte malattie del passato. È il momento di rimboccarsi le maniche e ripartire, tenendoci per mano, guardando in faccia il nostro prossimo e dire: «Restiamo uniti, è così che ce la faremo». La barca non affonderà se tutti si impegneranno a remare e a tenerla a galla. Chiediamo al Signore la grazia della speranza e di lodarlo sempre, anche in questo momento di pandemia, perché sappiamo che Egli è l'amico fedele che non ci abbandona mai e che ci ama senza misure».

AFGHANISTAN, LA NORMALIZZAZIONE TALEBANA

Reportage di Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera che da Islamabad è arrivato a Kabul, attraverso il Khyber pass.

«Davanti alla nuova clinica per la maternità nel centralissimo quartiere di Wazir al Barkhan all'improvviso si nota il posto di blocco. Nel buio della sera, con l'illuminazione limitata a causa dei tagli di corrente, i soldati sono poco visibili. Ma colpisce il loro fare professionale, come se fossero stati addestrati alle migliori scuole militari. Due stanno a qualche decina di metri col mitra carico puntato a terra. Sull'elmetto spiccano i visori notturni ultimo modello. Divise attillate, impeccabili, con giubbetti antiproiettili puliti e ben allacciati. Gli stivali non hanno le stringhe aperte in alto, classici delle milizie in tutto il mondo. Ma sono stretti sopra la caviglia e raccolgono i pantaloni della mimetica. «Sono della Badri, la brigata talebana migliore. Attenti ai documenti. Nessuno parli inglese», dice Faruk, il mio autista hazara. Con noi a bordo c'è anche Mohammadot, che è tagiko. «Se mi trovano fanno come mio cugino, che ieri l'hanno mandato di forza a raccogliere i cadaveri dei soldati talebani caduti in alto sulle montagne del Panshir», dice preoccupato. E fa il suo solito movimento dei momenti difficili: rincagna la testa nel collo, abbassa il pacol sulla fronte e cerca di farsi invisibile. Perquisiscono l'auto davanti a noi con attenzione, fanno aprire il bagagliaio. Non aggressivi, ma duri, inflessibili. Tra loro parlano con i walkie talkie e si fanno segnali con le lampadine a raggi infrarossi. All'ultimo siamo fortunati. Sull'altra corsia un'auto non si ferma all'alt. Le corrono dietro togliendo le sicure ai mitra. Le altre guardie sono distratte, ci controllano appena. Non chiedono nulla. Accadeva ieri sera a Kabul. Ci siamo arrivati passando dal Pakistan per il Khyber Pass e subito è apparsa evidente una considerazione, che ha trovato conferme a fine giornata nella capitale. Con la vittoria talebana vengono a cadere, almeno per ora, i problemi relativi agli attentati terroristici, che erano ormai all'ordine del giorno. E pare diminuisca anche il banditismo, che prima era a sua volta collegato alla destabilizzazione politica e sociale generata dalla guerriglia talebana a partire dal 2006. Questi quasi 200 chilometri di strada angusta, che passano per le gole di Sarobi, raggiungono la piana di Jalalabad e infine si inerpicano verso le montagne drammaticamente brulle che immettono nelle regioni tribali pachistane, negli ultimi anni erano diventati l'incubo di ogni autista. Rapine e sequestri erano all'ordine del giorno. Ora non più. «I talebani si stanno consolidando. Una settimana fa avevano solo cinque posti di blocco. Ora sono diventati più di venti. Non invidio i banditi che cadono nelle loro mani. Le esecuzioni sul posto stanno diventando frequenti. Risultato: si viaggia sicuri», diceva Mustafà, un camionista che viaggia regolarmente sulla tratta dei maggiori traffici della regione tra Karachi e Kabul. Nella capitale le conferme saltano agli occhi. Erano almeno cinque anni che Faruk evitava di viaggiare oltre un raggio di 20 o 30 chilometri dal centro. Adesso si dice pronto a percorrere i 600 chilometri che portano a Kandahar. Ma questo della sicurezza è l'unico punto a favore dei talebani. «Tutto il resto è una catastrofe. L'economia scivola nel disastro. Non ci sono contanti, la gente cerca di non andare a lavorare, mancano amministratori per farla funzionare, gli uffici pubblici sono chiusi, il Paese intero è bloccato. Manca un nulla perché i talebani tornino a fare la guerra e mostrino il loro vero volto. Non bisogna credere a nulla di ciò che dicono», dice Shaima, un'assistente sociale 44enne originaria di Kunduz, nel Nord. Il suo è il dramma di tutti coloro che lavoravano nei progetti di miglioramento sociale sponsorizzati dalla coalizione occidentale. Lei era nella «Women for Afghan Women» (Waw), un'organizzazione non governativa finanziata dagli Stati Uniti mirata a creare case rifugio per le donne perseguitate, spesso picchiate in casa, minacciate dai mariti e dalle famiglie. «Noi ci occupavamo di 15 donne e 25 bambini. Ma quando i talebani sono arrivati siamo dovute fuggire. Sono venuti a casa per arrestarmi. Era già avvenuto nel 2016, quando avevano conquistato Kunduz per la prima volta. Noi ci eravamo spostate a Mazar-i-Sharif, per poi finire qui a Kabul. Ora tutti i centri di accoglienza di questo tipo nel Paese sono stati chiusi, solo noi ne avevamo 14 con un migliaio di ospiti. Le donne sono andate tutte via, abbandonate a loro stesse», aggiunge. Lei con la famiglia ha trovato rifugio da lontani parenti qui in un villaggio alla periferia della capitale. Il marito due giorni fa è tornato a casa loro a Kunduz per recuperare qualche vestito. Restano nascosti: si occupavano delle donne e per giunta pagati dagli Usa, il peggio del peggio agli occhi dei nuovi padroni. Si fa sera tarda quando torniamo per la strada. I ristoranti di Sharenau sono per lo più aperti. I proprietari da tempo si erano preparati con i generatori. Ma le luci colorate delle insegne non devono trarre in inganno. «A quest' ora d'estate le vie del centro sarebbero state gremite di gente. Ora non c'è quasi nessuno», dice Omar, che gestisce una specie di Wimpy locale famoso per le centrifughe di frutta e verdura. I suoi tavolini sono vuoti. Non si vede neppure una donna, neppure col burka. Il parco pubblico nelle vicinanze sino a pochi giorni fa era ancora invaso dagli accampamenti dei profughi fuggiti agli inizi di agosto di fronte all'avanzata talebana nel Nord. Molti sono tornati a casa. Qualche famiglia però bivacca ancora sotto gli alberi e manda i figli a mendicare sulla strada». 

È caduto il Panshir, controllato fino a ieri dai ribelli guidati da Massoud. Domenico Quirico per La Stampa.

«Arrivano notizie lugubri anche dal Nord: ringagliarditi dalle nostre infinite ebetudini i taleban mettono le mani anche sulla valle del Panshir, bastione degli irriducibili, escrescenza virtuosa di tagiki eterni ribelli. Sfuma l'epopea già immaginata dai soliti inventori di romanzi rosa e da collocare sotto le cupe ombre dei monti che lo sovrastano con aria superba: la valle che già disfece l'impero sovietico che resiste impavida ai turbanti neri attorno al giovane Massoud si raggruppano via via e riprendono animo tutti quelli che vogliono dire no ai taleban e al medioevo incipiente l'Occidente umanistico e servile cerca di farsi perdonare il tradimento e torna in campo... Kabul è stata abbandonata, bene, nulla è perduto, la si può riconquistare il diluvio può diventare seconda creazione. La sceneggiatura non regge. L'epifania del bene è rinviata a data incerta. Anche nel Panshir prudentemente si fanno sparire le immagini dei Massoud, padre e figlio, dalle case da tè dai taxi dai negozi. Son già peccato mortale. Gli eroi sono stanchi, non marceranno: le epopee come i miracoli non si ripetono se si è perso lo stampo. Il sordido ventennio dei gerarchi americani, dei Karzai e complici, ha fatto metter su pancia a quelli che i russi, tremando, chiamavano «dukhi», fantasmi. Non parlano più con il fucile come Orlando con Durlindana sulla pietra di Roncisvalle. Forse anche tra loro ci sono alcuni che avevano i bagagli già pronti. Per inventare una resistenza non basta Massoud Junior che ha faccia da guerrigliero fashion, da partigiano alla Vanity Fair. Ci vorrebbe lui, Ahmad Shah Massoud, quello che i seguaci adoranti chiamavano «amer sahib», il comandante signore, che scese in guerra con 25 seguaci, 17 vecchi fucili e 30 dollari in contanti e in tempi di pusillanimità sfidò i due grandi totalitarismi del secolo. Un gigante di cui è difficile scrivere la biografia: l'uomo ci sfugge perché l'eroe trabonda. Anche se si tenta volenterosamente di copiarne la capigliatura e i gesti non basta sistemarsi in testa il pakol e indossare cerimoniosamente un mantello per diventare guerrigliero. Corriamo il rischio di contraddire i pareri autorizzati: dopo la riuscita evacuazione di centomila persone descritta come inaugurazione autofaga di un mondo radioso nessuno ha mai pensato di voler veramente aiutare la timida resistenza del Nord. Americani ed europei sono felici di aver appena cavato i piedi da quel macello e non aspettano altro che riprendere le trattative con i diavoli islamisti. Lo chiameremo realismo; o necessità di non far pagare alla popolazione le colpe dei furori taleban; o astuzia per tener a bada gli altri imperialismi russo cinese turco. E c'è la guerra all'Isis locale, se la brutalità taleban ci desse una mano? E poi per difendere il Panshir ci volevano bombardamenti aerei, e poi sarebbero venute le truppe speciali e poi le armi moderne da fornire ai resistenti e cibo per la popolazione assediata. Dollari da aggiungere ai dollari già sperperati, probabilmente qualche morto, il rischio che i dispettosi taleban si vendichino creando una Tortuga di tutti i fanatici una follia! In fondo l'aspirante leoncino del Panshir era un impiccio, le sue promesse di resistenza fino alla morte (ma forse non ci credeva neppure lui) suonavano come una accusa implicita alla nostra fuga. La leggenda di Massoud negli Anni 80 del secolo scorso fu una perfetta operazione di comunicazione dei francesi, a cui il signore feudale vendeva i diamanti del Panshir. Ci voleva un eroe, lui ne aveva la stoffa. Lo scelsero, per di più parlava un po' il francese. La leggenda, bisogna dirlo, presentava molte ombre e ipocrisie: rifiutava di metter il velo alle donne quando conquistò Kabul ma lo esigeva nel suo dominio feudale, era pietoso con i nemici russi ma fece strangolare in sua presenza senza batter ciglio due combattenti responsabili di saccheggio, era nemico implacabile dell'islamismo ma era alleato fedele del più fanatico islamista afgano, Sayyaf. Eppure ebbe ragione Bin Laden che ordinò la sua morte a due dei suoi apostoli assassini travestiti da giornalisti come necessaria «ouverture» dell'attentato delle due torri. La morte di quell'uomo in una delle faglie sismiche del mondo, era necessaria perché la vera guerra quella mondiale del jihad globalizzato e planetario potesse avere inizio. Se Massoud, quello vero, fosse ancora vivo i taleban avrebbero rivinto? Il carisma che mobilitava i suoi seguaci in modo formidabile aveva elementi di pericolosa ambiguità, serviva ai suoi combattenti anche per aggirare e disobbedire alle regole di uno Stato centrale che fosse costruito sulla eguaglianza e non sulle appartenenze e le scorciatoie tribali. Senza di lui il carisma ad personam, autoreferenziale, infatti, non ha retto, il suo movimento è affondato nella corruzione, le lotte interne, l'isolamento etnico. I Massoud, quello forte e quello debole, sono soltanto dei signori della guerra». 

Il piano diplomatico. Oggi potrebbe essere il giorno della telefonata fra Draghi e il Presidente cinese Xi in vista del G20 straordinario sull’Afghanistan. Massimo Chiari per Avvenire.

«Il telefono potrebbe squillare da un momento all'altro. Questo infatti potrebbe essere il giorno dell'attesa telefonata tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi e il presidente cinese Xi Jinping. E dunque, dopo l'apertura di Vladimir Putin, è alla sponda della Cina che il governo italiano punta per poter organizzare quel G20 straordinario sull'Afghanistan che, per Draghi e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, continua ad essere necessario. Secondo gli osservatori più accreditati, probabilmente nella tarda mattinata di oggi dovrebbe avere luogo il colloquio telefonico italo-cinese. E il dossier afghano, a cominciare dal rischio di una grave crisi umanitaria nel Paese tornato sotto i taleban, sarà uno temi chiave. L'idea del governo resta quello di mettere in campo il più possibile un approccio multilaterale alla questione. Non è facile, ma a Palazzo Chigi, sulla possibilità di organizzare l'incontro c'è un prudente ottimismo. Si tratterebbe, chiaramente, di un vertice in videocall. Che potrebbe tenersi solo dopo l'Assemblea Generale dell'Onu. «Stiamo lavorando alla convocazione di un G20 straordinario sull'Afghanistan che cercherà di mettere insieme attorno a un tavolo le più grandi potenze mondiali per decidere insieme come aiutare questo popolo», ha sottolineato Di Maio dal Pakistan, tappa finale della sua missione nei Paesi limitrofi all'Afghanistan. Da un punto di vista diplomatico il momento resta delicato anche perché, finora, le grandi potenze mondiali si sono mosse in ordine sparso. Ma l'idea dell'Italia è che per evitare una crisi umanitaria in Afghanistan e per far fronte al possibile rischio di un’escalation terroristica ci sia bisogno di tutti: dagli Usa alla Russia, dalla Cina ai Paesi dell'Asia Centrale. Di qui l'idea del G20 straordinario, appunto. È su questo binario che Di Maio ha impostato la sua missione in Uzbekistan, Tagikistan, Qatar e Pakistan. «Il grande problema ci sarà nei prossimi mesi se non aiuteremo il popolo afghano. La crisi alimentare e la crisi economica potrebbero scatenare flussi migratori significativi ed è per questo che l'Italia ha elaborato un piano per gli afghani e stiamo spingendo in tutti contesti per aiutare ad evitare una crisi umanitaria », ha spiegato il titolare della Farnesina. Di Maio, dopo aver fatto tappa ad Islamabad, ha visitato in giornata la frontiera di Torkham, tra Pakistan e Afghanistan. «Lavoreremo con il Pakistan e con gli altri Paesi confinanti per costruire una strategia comune», ha insistito. Strategia comune che tra l'Occidente e il nuovo governo dei taleban al momento resta solo un'ipotesi di scuola. E mentre le prossime mosse di Washington appaiono ancora un'incognita, un sì di Pechino al G20 straordinario potrebbe sbloccare, nei prossimi giorni, lo stallo sul vertice voluto dalla presidenza italiana. Nell'attesa la Farnesina ha riaperto l'ambasciata italiana di Kabul a Doha in Qatar. E oggi è il giorno delle informative alle Camere sugli sviluppi della situazione in Afghanistan per i ministri degli Esteri, Luigi Di Maio, e della Difesa, Lorenzo Guerini. Alle 12 sono attesi, infatti, al Senato, mentre alle 16 saranno a Montecitorio».

Michele Serra dedica la sua rubrica su Repubblica, L’Amaca, alle ragazze di Kabul.

«Le ragazze afghane che manifestano in mezzo ai mitra dei talebani (maschi tribali scesi dalle valli per punire le città blasfeme) ci ricordano che la sola vera posta della politica, sempre, è essere padroni della propria vita. Diventarlo se non lo si è, rimanerlo se lo si è già. Ovvero, la sola vera posta della politica è la libertà. Che sia libertà dalla fame o dalla schiavitù o dallo sfruttamento o dalla dittatura o dal patriarcato, è così rilevante? La strana discussione (molto in auge a sinistra) se siano più importanti i diritti del lavoro o i diritti personali ricorda un poco quel giochino che si faceva alle medie: preferiresti morire impiccato o ghigliottinato? La sola risposta credibile è: preferirei non morire. Vivere in soggezione economica o in soggezione dei capitribù, con la pancia vuota o con la bocca cucita, è comunque il contrario della dignità alla quale ogni persona aspira. Quelle donne a volto scoperto rischiano percosse, galera, stupro, uccisione, nel nome della propria volontà di appartenersi, di decidere ciascuna per proprio conto chi essere e che cosa fare, lavorare o studiare, sposarsi o no, figliare o no. Nel Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, quadro iconico del socialismo in marcia, non è forse identica l'intenzione del corteo dei braccianti? Che cosa chiedevano i proletari insorgenti, di così diverso dalle donne di Kabul e di Herat? Chiedevano la stessa cosa: voglio essere padrone della mia vita, non voglio piegare la testa all'arbitrio del più forte, non voglio arrendermi a un ordine che non prevede, tra i suoi scopi, i miei scopi. Non ero prevista, e invece eccomi qui: la ragazza afghana come la contadina con il bimbo in braccio in prima fila nel Quarto Stato».  

QUIRINALE, GIOCHI APERTI

Annalisa Cuzzocrea per Repubblica analizza la convergenza obiettiva fra il guru del Pd Bettini e il segretario della Lega Salvini. Entrambi vorrebbero Draghi al Quirinale a febbraio. Il che vorrebbero dire elezioni anticipate di un anno, ma nella primavera prossima. Ma non è detto che finisca così.

«Ci sono una certezza e uno scenario da evitare, nei ragionamenti di questi giorni sulla corsa al Quirinale. La certezza è che se Mario Draghi non fosse presidente del Consiglio, non ci sarebbe altro nome in campo per la successione di Sergio Mattarella. L'unico freno alla sua ascesa, è che dal giorno dopo l'elezione, la legislatura sarebbe di fatto finita. Non solo Matteo Salvini, che domenica mattina lo prefigurava, ma la maggior parte dei leader politici pensa che mettere insieme una nuova maggioranza e un nuovo governo sarebbe un'operazione proibitiva. Impossibile. Anche fosse solo per varare una nuova legge elettorale di stampo proporzionale. È per questo che essere a capo del governo per Draghi è più un freno che un ponte di lancio. Gli impegni assunti con l'Europa vivono della sua credibilità internazionale. Le imprese riunite a Cernobbio, in sua gelida assenza, non chiedono altro che resti dov'è. C'è un mondo fuori dall'Italia, non solo nel nostro Paese, che crede che i prossimi anni - quelli cruciali per gli investimenti e l'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza - non possano che avere la sua guida. Soprattutto nel momento in cui nell'Unione europea verrà meno quella di Angela Merkel. E quindi, non è affatto un caso che gli unici ad auspicare la sua salita al Colle prima ancora di sapere cosa ne pensi sono Matteo Salvini - ma la speranza è subordinata al successo delle liste elettorali della Lega alle amministrative - e Goffredo Bettini. Che è, di fatto, il dem più vicino al presidente M5S Giuseppe Conte, con cui si confronta e a cui pare augurare di tornare presto a Palazzo Chigi con l'aiuto del Pd. Per loro Draghi è la risorsa perfetta da mandare al Quirinale, banalmente perché questo significherebbe tornare al voto. Se il leader leghista riuscisse ad avere la meglio alle comunali sulle liste di Giorgia Meloni, potrebbe voler passare all'incasso alle politiche, forte della legge elettorale attuale e del suo patto di ferro con Forza Italia (curato dalle posizioni sempre moderate del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti). Quanto a Bettini, non ha certo il potere di influenza di cui godeva quando a dirigere il Partito democratico era Nicola Zingaretti, ma sa che tra i dem qualcuno potrebbe essere attratto dall'idea di avere nuovi gruppi parlamentari. E soprattutto teme, come molte delle persone attorno a Conte, che il consenso ancora alto dell'ex presidente del Consiglio possa sgonfiarsi e sparire da qui al 2023. Bisogna correre, per farlo serve spostare il re sulla scacchiera. Gli interessi convergenti del leader della Lega e del guru pd di Conte sono quindi quasi scontati. Ci sono però le variabili. E qui veniamo alla catastrofe da evitare. Supposto che dal premier non arrivi nei prossimi mesi un cenno che dica: «Tenetemi fuori», qualche big potrebbe giocare il suo nome senza la certezza che tenga davanti alle mille paure che percorrono il Parlamento. È lo scenario fine del mondo, quello che farebbe saltare in aria il momento di relativa quiete che l'Italia sta vivendo in Europa e sui mercati. È difficile credere ci siano deputati e senatori disposti a bocciare un nome come quello di Draghi nel segreto dell'urna. Ma le ultime elezioni dei presidenti della Repubblica, in cui sono stati impallinati nomi dati per certi fino a cinque minuti prima (quasi superfluo ricordare i 101 contro Romano Prodi) insegnano che nulla è impossibile. Soprattutto se si guarda il mondo dalla prospettiva di un deputato o un senatore senza troppa speranza di rientrare (il taglio dei parlamentari diminuisce di netto le possibilità di tutti i rappresentanti dei partiti, a eccezione di quelli di Fratelli d'Italia che per paradosso sono l'unico gruppo di opposizione e potrebbero essere il più interessato all'elezione di Draghi). Ci sono due numeri da tenere a mente. Il primo è una data, il 15 settembre, quando scatteranno quattro anni, sei mesi e un giorno di legislatura e tutti avranno diritto alla pensione (ormai bassa, ma c'è). Il secondo sono i 180 mila euro circa che ogni parlamentare perderebbe accorciando la legislatura. Basta questo a far capire che chiunque rischierebbe. C'è poi la linea ufficiale del Pd, che non è quella di Bettini. Enrico Letta ha detto chiaramente che sosterrà Draghi a Palazzo Chigi fino al 2023. Il suo vice Peppe Provenzano domenica, alla festa dell'Unità, ha risposto a Bettini spiegando che il governo Draghi «è il nostro governo come lo sono quelli in cui ci sono ministri del Pd, tanto più che sulla pandemia ha dato schiaffi a Salvini. Ma non lo è la sua maggioranza, fuori da ogni formula politica, come ha detto Mattarella». E quindi «i governi che hanno una scadenza non lavorano bene, ma il Pd è dentro con la sua agenda, quella sociale, non ne assume altre». Chi tifa per la stabilità, in Parlamento e fuori, tifa quindi per un bis di Sergio Mattarella, la cui indisponibilità è però reale. Soprattutto perché adeguare il dettame costituzionale a una necessità contingente per la seconda volta non sarebbe per il capo dello Stato accettabile. C'è però chi ci lavora, lasciando intravedere uno spiraglio: «Davanti a un'impasse irrisolvibile - possibilità non remota vista la composizione dei grandi elettori, col centrodestra in vantaggio e Renzi a fare da ago della bilancia - il bis sarebbe forse inevitabile ». A meno che inevitabile non si renda l'ascesa di Draghi, col patto di un nuovo governo fino all'autunno che a oggi appare fantascienza».

Un’immagine non elegantissima, il Quirinale albergo a ore, nell’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto che torna sul tema dell’elezione del Presidente della Repubblica. Travaglio non è sulla stessa linea di Bettini, infatti suggerisce a Conte e ai 5 Stelle un’altra strada.

«Dopo Benigni al Festival di Venezia, anche il cantante Marco Mengoni al Salone del Mobile di Rho-Pero, forse influenzato dal clima di antiquariato e modernariato, ha chiesto a Mattarella di restare ancora un po'. Come nel 2013 con Re Giorgio I e poi II, è partita la rumba delle perorazioni al capo dello Stato perché accetti la rielezione. Non per 7 anni, come prevedrebbe quel testo desueto chiamato Costituzione, ma solo un po', per tenere in caldo la poltrona a Sua Altezza Reale Mario I, che poi deciderà quando ascendere al Colle dopo avere spicciato le ultime faccende a Palazzo Chigi. Come se il Quirinale fosse un albergo a ore. Immaginate cosa pensano all'estero di un Paese che, su 950 parlamentari, non ne trova uno in grado di fare il presidente della Repubblica, cioè di dire quattro banalità a Capodanno ("vestitevi che fa freddo, mettetevi le galosce "), baciare bambini, tagliare nastri ed estrarre dal cilindro un banchiere o chi per lui nelle crisi più serie. Anzi, uno ce l'avremmo, ma purtroppo fa già il premier e, se trasloca, restiamo senza e non troviamo più nessuno in grado di guidare il governo, pur formato integralmente da Migliori. Questa barzelletta fa ridere in Italia, figuriamoci fuori dalla cinta daziaria. Eppure è il mantra che salmodiano i giornaloni e seguiteranno a biascicarlo fino alla data di scadenza di Mattarella. I Costituenti, che avevano chiara la distinzione fra una Repubblica e una Monarchia (gli italiani avevano appena scelto la prima e salutato la seconda), assegnarono al capo dello Stato un mandato settennale per sganciarlo dalla logica maggioranza-opposizione e affinché l'interessato ne avesse abbastanza. Infatti nessun presidente pensò al bis fino a Napolitano, che ruppe la tradizione. E non, come ci fu raccontato, perché non c'erano alternative, ma proprio perché c'erano: Prodi e Rodotà, che però minacciavano un governo coi vincitori delle elezioni (M5S e Pd), anziché con gli sconfitti. Infatti i padroni del vapore imbalsamarono il loro santo patrono al Colle per propiziare il governo Letta, cioè l'ammucchiata fra Pd e sconfitti(FI e montiani),e tagliar fuori i vincitori. Ora i soliti noti ritentano l'audace colpo per tagliar fuori M5S e Meloni dal prossimo governo con un'ammucchiata ancor più vasta (ora c'è pure la Lega perché i partiti "affidabili" si sono ristretti un altro po'). Se Mattarella e i suoi fan pelosi vogliono provarci, liberissimi. Ma ci risparmino le balle tipo "non ci sono alternative", "ce lo chiede l'Europa" e "il presidente è costretto al bis". Le alternative sono almeno 950. In Europa, quando scade un presidente, se ne fa un altro. E nessun presidente può essere costretto al bis: se non vuole, lo dice chiaro e il Parlamento elegge un altro».

SALLUSTI CHIEDE A MATTARELLA DI RIABILITARE MR B

Nel suo editoriale per Libero Alessandro Sallusti chiede a Mattarella di riabilitare Silvio Berlusconi, ancora imputato al processo sui testimoni del caso Ruby.

«Per la terza volta nell'arco di tre settimane Silvio Berlusconi, 84 anni, è stato ricoverato ieri, sia pure brevemente, all'ospedale San Raffaele di Milano per accertamenti e controlli. Nonostante ciò la magistratura non molla la caccia all'uomo iniziata nel lontano 1994 - non su fatti specifici ma su un teorema, cioè che le donazioni (tutte contabilizzate) da lui fatte a una serie di personaggi che hanno frequentato la sua residenza di Arcore non sarebbero dovute a impegni presi o alla sua generosità ma avrebbero avuto il fine di corrompere i testimoni del caso Ruby. Caso che come noto si è concluso con la completa assoluzione di Berlusconi, dopo un calvario mediatico durato anni, per non aver commesso il fatto. Da questa storia insomma non se ne esce nonostante l'evidenza dei fatti. E allora faccio appello al Presidente Sergio Mattarella che si avvia a completare il suo mandato settennale. Penso che come ultimo atto della sua presidenza Mattarella possa prendere in considerazione l'idea di mettere fine alla più grande guerra, giocata nei tribunali e sui media, intrapresa contro un solo uomo. Uomo che a questo Paese, comunque la si pensi, ha dato tanto sia da cittadino che da imprenditore che da politico e statista. Nessuno chiede di condividere o difendere in toto ciò che è stato il "berlusconismo", solo riconoscere che è stata una pagina importante e forse unica nella storia della democrazia italiana come riconosciuto anche da numerosi e prestigiosi attestati internazionali. Se oggi l'Italia è una democrazia saldamente nell'Alleanza Atlantica, se nonostante spinte e controspinte siamo rimasti convintamente europeisti, se insomma siamo un Paese moderno e affidabile lo si deve anche alle politiche e alle scelte di Silvio Berlusconi e del suo partito che per anni ha dominato la scena politica nazionale. Signor Presidente Mattarella. Non so come, ma concludere il suo mandato con un gesto pacificatore, anche alla luce di evidenti e comprovate forzature che si sono succedute in questi anni, non significherebbe solo riabilitare un uomo provato ma ridare completa dignità a una storia politica che ha coinvolto milioni di italiani. Mi scusi l'intrusione e l'ardire ma le assicuro, siamo in tanti a pensarla così».

L'OCSE: RIDUCETE IL REDDITO DI CITTADINANZA

Pagella europea per l’economia italiana con aspetti incoraggianti sulla crescita ma anche con una decisa presa di posizione sul reddito di cittadinanza. Va tagliato, secondo l’Ocse. Paolo Baroni per La Stampa.

«Il reddito di cittadinanza? Secondo l'Ocse «ha contribuito a ridurre il livello di povertà delle fasce più indigenti della popolazione», e sebbene i livelli di povertà siano aumentati con la pandemia, «nel 2020 i trasferimenti pubblici hanno limitato la diminuzione del reddito disponibile delle famiglie al 2,6% in termini reali». Ma l'Rdc ha anche mostrato un grande limite «il numero di beneficiari che di fatto hanno poi trovato impiego è scarso» segnala l'Ocse e per questo, tra le tante raccomandazioni rivolte all'Italia attraverso l'Economic Survey presentato ieri c'è anche quella di «ridurre ed assottigliare» l'importo degli assegni «in modo da incoraggiare i beneficiari a cercare lavoro» suggerendo in parallelo la possibilità di introdurre poi un sussidio per i lavoratori a basso reddito. Per il resto la lista delle raccomandazioni all'Italia non è molto differente da quella degli anni passati, a partire dalle pensioni. Ancora una volta, suscitando l'immediata reazione contraria dei sindacati, l'Ocse segnala l'esigenza di contenere la spesa pensionistica a fronte di un livello sempre molto alto del nostro debito pubblico, ed a questo scopo suggerisce di «lasciare cadere il regime di pensionamento anticipato», sia «Quota 100» che «Opzione donna», che scadranno a fine anno, in modo da poter poi spostare le risorse a favore di nuovi investimenti in infrastrutture nell'istruzione e nella formazione e quindi delle nuove generazioni. Sul fisco occorre invece semplificare le norme, ridurre le imposte sul lavoro (tagliando in maniera strutturale il cuneo fiscale per favorire nuova occupazione) e di contro prevedere maggiori imposte su beni immobili e successioni oltre a tagliare le spese fiscali. Quindi occorre spingere su investimenti e produttività, abbattendo le barriere normative ed aumentando la concorrenza, intervenendo anche sulla Pa aumentandone l'efficacia grazie a nuove assunzioni in grado di apportare tutte le competenze che oggi mancano e favorendo la digitalizzazione di tutti i servizi. L'Ocse, insomma, continua a battere il tasto sulle riforme. Ma rispetto al passato si mostra più ottimista. Per l'Italia l'obiettivo a cui tendere è quello di una crescita «più forte e sostenibile» nel tempo ha spiegato ieri il segretario generale dell'Ocse, Mathias Cormann. Secondo l'Ocse l'Italia, dopo aver patito più di tutti il crollo del Pil a causa del Covid, quest'anno crescerà del 5,9% e del 4,1% nel 2022. Solo a metà 2022 il Pil italiano tornerà ai livelli pre crisi e per questo al nostro Paese si consiglia di non revocare prematuramente i sostegni ad imprese e famiglie perché altrimenti «si avrebbe un aumento dei fallimenti, meno occupazione e maggiore povertà». Più in generale, «le probabilità di attuare con successo le riforme strutturali e i progetti di investimento pubblico sono ora maggiori che in passato» sottolinea lo studio dell'Ocse. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, infatti, «combina un’ ambiziosa agenda di riforme strutturali e ingenti investimenti, offrendo un'opportunità unica di transizione verso una crescita più produttiva e decarbonizzata». «Abbiamo appena completato la bozza del Piano di ripresa e resilienza e siamo entrati in una fase di implementazione ugualmente sfidante» ha spiegato durante la conferenza stampa il ministro dell'Economia Daniele Franco. «Puntiamo a una crescita post-Covid che sia più alta rispetto alla media del periodo pre-Covid» ha poi aggiunto. Quanto al debito ha ribadito che il debito pubblico italiano «è pienamente sostenibile» e progressivamente in calo («a fine decennio torneremo ai livelli pre-Covid»), e che comunque «la politica fiscale del governo Draghi nei prossimi mesi sarà sempre più prudente». Sulle pensioni Franco ha ammesso che se ci son preoccupazioni queste « riguardano solo il breve termine». Fra fine 2021 e inizio 2022, ha sottolineato, «avremo un forte cambiamento nei requisiti di pensionamento e Quota 100 scadrà. Siamo consapevoli che alcuni settori economici affrontano difficoltà, sono aspetti da tenere in considerazione - ha poi concluso -. Dobbiamo discuterne nel Governo, ma sono fiducioso che l'esecutivo troverà una soluzione equilibrata nella prossima legge di Bilancio».

ROSH HASHANA NELLO SGUARDO DI DUE GEMELLE

Sulla Stampa Mazel Assia Neuman Dayan scrive a proposito di una fotografia di due gemelle siamesi, divise da un’operazione chirurgica e che finalmente si guardano in faccia. Lo fa in occasione del capodanno ebraico perché vede in questa immagine un futuro felice. Auguri! Anzi shanah tovah anche dalla Versione.

«Ieri si è celebrato l'inizio del nuovo anno ebraico, Rosh Hashana, e precisamente l'anno 5782. Il nuovo anno si è aperto con la fotografia del primo sguardo di due gemelle siamesi che non si erano mai viste. Questa rarissima malformazione si chiama craniopagus, le bambine erano unite per la parte posteriore della testa, nonostante abbiano vissuto un anno (e nove mesi di gestazione) in reale simbiosi. L'operazione è avvenuta in Israele, al Soroka Medical Centre di Beersheba. Ci sono stati al mondo solo 20 casi simili, e questo è il primo in Israele. La preparazione è durata un anno, un anno speso a lavorare solo per questa operazione, per questo giorno, con modellini tridimensionali, procedure preventive, simulazioni di ricostruzione delle vene. Dopo 12 ore l'operazione è finita, le bambine in due stanze diverse, con vestiti diversi, a guardarsi in faccia. E' curioso pensare a due gemelle che non si sono mai guardate negli occhi. Ho cercato qualche notizia in rete sul craniopagus, e ho letto storie terribili, come quella del bambino a due teste del Bengala prima buttato nel fuoco e poi esibito come fenomeno da baraccone; purtroppo non è una sceneggiatura di Ryan Murphy. Grazie al cielo dalla rupe Tarpea ad oggi il mondo è cambiato, e grazie alla scienza siamo in grado di cambiare il corso della storia. Nella foto le due bambine sembrano stranite, come se si dicessero «ma questa chi è?» all'unisono, e sono piuttosto certa che ogni rapporto tra fratelli inizi così. Ma questo chi diavolo è, cosa vuole dalla mia vita, vuole prendersi tutto quello che è mio? È la normalità, per la prima volta, e la normalità dà fiducia nel futuro. Il rapporto tra fratelli e sorelle è sempre complesso, figuriamoci quello tra gemelli. Chissà se è vera la storia della telepatia, chissà se davvero si scambiano classe a scuola, chissà se fanno davvero finta di essere uno l'altro, o se si turnano le fidanzate, oppure gli amici. In classe di mio figlio ci sono tre coppie di gemelli, e lui non confonde mai i nomi; io, d'altro canto, sono abbastanza convinta che se avessi dei gemelli mi sbaglierei di continuo, visto che lo faccio anche con un figlio unico. Che queste due bambine si guardino un po' storto è una buona notizia. Non ne possiamo più di notizie orrende, morti, guerre, persone mediocri, sentimenti mediocri, vite mediocri, fotografie di ospedali pieni e cimiteri che crollano. Era da tanto tempo che non vedevo una fotografia felice che provenisse da un ospedale. Ho guardato un video del Soroka Medical Centre su Instagram, ci sono delle interviste ai medici prima, durante e dopo l'operazione, come se fossero dei confessionali. Non sono riuscita a contarli, erano molte persone, ognuna con il suo compito preciso, con la mascherina e la cuffietta, e per la prima volta mi è sembrata una situazione di normalità in un evento straordinario. Ho pensato alla scienza, a cosa significhi essere medico: chissà come ci si sente a salvare delle vite, a toccare le vene, a dire a un genitore che è andato tutto bene. È stato proprio un buon inizio dell'anno».

Leggi qui tutti gli articoli di martedì 7 settembre:

https://www.dropbox.com/s/45s3icogqj6j84r/Articoli%20La%20Versione%20del%207%20settembre.pdf?dl=0

Il grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) della Versione si va concretizzando: soprattutto nell’orario mattutino della consegna dal lunedì al venerdì, prima delle 8, e nella sontuosa antologia degli articoli citati in pdf scaricabile. Ieri abbiamo ospitato, per una puntata di L’altra Versione, Daniele Grassucci, fondatore e animatore di Skuola.net. Sono arrivati diversi commenti sull’imminente inizio dell’anno scolastico (a Bolzano hanno già cominciato) di cui vi daremo presto conto.

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.