Variante Covid per Draghi

Alla viglia della fiducia, polemiche sul lockdown

Draghi parlerà mercoledì e giovedì. Nessuna anticipazione seria. Per ora spazio alle polemiche dei ministri. Che invece loro parlano, eccome. Soprattutto il leghista Massimo Garavaglia, ministro del Turismo che se la prende con il divieto a riaprire gli impianti in montagna, proprio nell’immediata vigilia, almeno in Piemonte e Lombardia. Polemiche, divisioni, pareri contrastanti degli esperti.

LE PRIME PAGINE

Il nuovo Governo dunque è alle prese con l’epidemia. Sembrava arrivato il momento del calo della curva e dei vaccini, ma nella vita non mancano le varianti. E il Corriere della Sera spiega: Zone rosse per fermare le varianti. Per La Repubblica la questione è che il ministro del Turismo Garavaglia ha attaccato il collega della Salute: La Lega è già un problema. Avvenire rivendica la primogenitura dell’uscita di Walter Ricciardi domenica scorsa e in modo lapidario avverte: Divide l’idea lockdown. Sulla stessa linea La Stampa: Draghi non basta, lite sul lockdown. Per Il Messaggero e Il Giornale sono le chiusure anticipate degli impianti a minacciare Draghi: Sci, primo scontro nel governo e: Pronti, via: si litiga già. Travaglio ha l’ossessione del Governo peggiore della storia e Il Fatto strilla: Lega, FI, Iv e Pd: guerra alla Salute. Per Libero: Zaia ha trovato vaccini per tutti. Mentre La Verità si augura: Draghi rischia di finire in lockdown.

CHIUDETE TUTTO! ANZI NO

Sono tre le questioni sul virus. La prima è l’arrivo della variante inglese. Dati repentinamente peggiorati in prospettiva, dicono gli esperti, sebbene quelli giornalieri sul contagio siano buoni (ma ieri era lunedì e i numeri del lunedì sono sempre poco attendibili). Come ci si difende? Con zone rosse molto localizzate. Nei giorni scorsi è già accaduto: da Bollate a Brescia. Seconda questione: ci vuole il lockdown generalizzato, come dice Walter Ricciardi? La risposta prevalente è no, anche fra i tecnici. Terza: al di là dei ristori, le decisioni su nuovi divieti e riaperture rinviate come quella degli impianti sciistici (evitare la pigrizia linguistica dello “slittamento dello sci”) vanno comunicate in altro modo.  Come ha detto per tutti il presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini: “Speriamo sia un’ultima volta e che d’ora in poi ci sia un nuovo metodo”. Andiamo con ordine. Prima questione: la variante inglese. Su Repubblica intervista ad Alessandro Vespignani, epidemiologo di Boston:

«Si può domare il ceppo inglese? «L'aumento della prevalenza non si può frenare, è solo questione di tempo. Essendo più contagioso, il ceppo inglese tenderà a soppiantare gli altri. Ma la prevalenza è solo un numero relativo: indica quanti dei nuovi contagi sono causati dalla variante britannica. Quel che possiamo fare è ridurre il numero assoluto dei casi. Se riusciremo a tenerlo basso, la situazione resterà contenibile. Ma è importante agire adesso. Le prossime due settimane saranno quelle in cui probabilmente la prevalenza andrà dal 25% al 50%». Cosa dobbiamo fare? «Essere cauti con le riaperture. Guardare con attenzione ogni rialzo dell'indice Rt. E monitorare la diffusione delle varianti. La Gran Bretagna effettua il sequenziamento del genoma del 5% dei tamponi positivi. È un obiettivo ambizioso, ma un po' più d'ambizione è quel che serve anche oggi in Italia. La rete di monitoraggio va fatta ora. Dobbiamo sapere come si muove l'epidemia e in caso adeguare i vaccini alle varianti. Un buon laboratorio per il monitoraggio genetico, anche in futuro, ci permetterà di tenere sotto controllo eventuali malattie emergenti e la stessa influenza». 

Secondo tema. C’è un giornale che con l’editoriale del direttore rivendica l’uscita di Ricciardi sul lockdown che invece su altre testate provoca ironie e antologie di strafalcioni scientifici (sul Corriere foto di quando faceva l’attore con Mario Merola) ed è l’Avvenire. Il quotidiano della Cei si mette in curva e tifa per gli allarmi degli scienziati contro la sordità della politica. Ma soprattutto contro i distinguo della stessa comunità scientifica.

«Sulle proposte di fondo per combattere la pandemia, la comunità scientifica finisce regolarmente col dividersi, tra posizionamenti tattici, distinguo e accuse velate. Accadde un anno fa con l'esplodere dei contagi, si sta ripetendo oggi, mentre all'orizzonte (e nel resto d'Europa) si avvicina minacciosa una possibile 'terza ondata'. Sul tavolo, da due giorni, c'è la proposta lanciata su Avvenire domenica dal professor Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza. «Ecco perché dobbiamo richiudere - ha spiegato Ricciardi -. Serve un blocco drastico, limitato nel tempo, per poi ricominciare con test a tappeto e vaccini». A sorprendere non è tanto la reazione del mondo politico, quanto l'ennesimo cortocircuito che si è scatenato dentro la comunità scientifica. «Ricciardi ha ragione in linea di principio », perché «è davanti agli occhi di tutti che la faccenda delle Regioni colorate ha funzionato molto poco senza toglierci dal problema» ha sottolineato Massimo Galli, infettivologo dell'ospedale Sacco. D'accordo con l'idea di una chiusura generalizzata, è anche il virologo Andrea Crisanti, secondo cui «se avessimo fatto un lockdown serio a Natale, questo problema adesso non ce l'avremmo. Quello che manca sono linee chiare e precise date in anticipo». A favore di una blindatura dei territori, si è detto anche il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «Senza un lockdown totale per due settimane bisognerà continuare con gli stop and go per tutto il 2021». È sui tempi dell'informazione nei confronti dell'opinione pubblica, soprattutto, che si concentrano le prese di posizione polemiche contro il governo, da parte della comunità scientifica.»

Terzo argomento. Cambiare metodo per le decisioni sul virus e soprattutto sulle comunicazioni. Monica Guerzoni su Corriere della Sera:

«Basta con le fughe in avanti degli scienziati, ora si cambia. «Meno protagonismo e più coordinamento» è la formula con cui il governo di Mario Draghi prova a riallineare i paletti sulla pista dell'emergenza Covid, travolti dalla valanga di polemiche scatenata dallo stop agli impianti da sci. C'è una questione di metodo e ce n'è una più grande di merito: quale linea terrà sulla lotta al virus il nuovo presidente del Consiglio? (…) In sostanza, ecco la svolta, i tecnici devono confrontarsi con il governo invece di comunicare ai cittadini scelte che non sono state ancora assunte. I cambiamenti si vedranno presto. L'ordine del giorno e il verbale delle riunioni del Cts saranno girati ai ministri competenti. Potrebbe essere scelto un portavoce unico. E poiché è venuta meno la riunione dei capi delegazione con il premier, dove nel governo giallorosso si trovava la mediazione e si scrivevano i Dpcm, si lavora alla creazione di una nuova «cabina di regia». L'organismo potrebbe essere allargato ai ministri economici, perché per Draghi le regole per contrastare il Covid e i ristori sono due elementi indivisibili.»

Alessandro Sallusti nell’editoriale sul Giornale ne fa la vera questione politica del nuovo Governo:

«La politica è cosa altra, ministri e leader di partito non rispondono al premier ma al consenso e al loro ego e per questo non possono essere né rimossi né zittiti, si chiama democrazia. L'unico modo per impedire il caos è prendere l'iniziativa, giocare d'anticipo nella sostanza e pure nella comunicazione. Su ogni dossier gli italiani vogliono sapere, e credo ne abbiano il diritto, che cosa pensano non Tizio e Caio, ma il loro primo ministro, che è vero che non hanno votato, ma sicuramente hanno evocato e invocato. È un lavoraccio? Sì, lo è. In altre parole e stando all'emergenza Covid, la strada che il governo intende percorrere è quella degli imprenditori o quella di Speranza? Alla guida ci saranno Arcuri e Ricciardi o si intende cambiare mano? Senza fretta, ma qualche certezza penso sarebbe utile dichiararla.»

CI VUOLE UNA MORATORIA

La politica è l’arte del compromesso e quella richiesta di “moratoria” ai partiti è il vero contenuto politico del Governo dei “due Presidenti”. Con fatica i leader cominciano ad abbozzare una risposta. Ieri si sono incontrati Zingaretti e Salvini, i due leader di Pd e Lega. Forse la moratoria comincia così, con incontri bilaterali che dovrebbero coinvolgere tutti, fino ad arrivare a qualcosa simile ad una riunione collettiva. Francesco Verderami sul Corriere della Sera:

«Se ieri i leader della Lega e del Pd si sono incontrati, è stato per rispondere alla richiesta di Mario Draghi che chiedeva una «moratoria» tra i partiti. Indispensabile al governo. Il faccia a faccia tra i due segretari giunge al termine di una serie di colloqui telefonici iniziati quando ancora l'ex presidente della Bce era solo premier incaricato, è il segno di un disarmo bilaterale a tempo che potrà consentire una navigazione senza troppi scogli al gabinetto di salvezza nazionale. In Parlamento e fuori dal Parlamento. Servirà a Draghi, insomma, ma servirà anche ai partiti dalla larga maggioranza per riaffermare la centralità della politica nella stagione del «governo dei due presidenti». In attesa di tornarsi a sfidare nelle urne. Perciò l'incontro di ieri non sarà l'ultimo. E così come Salvini oggi vedrà Luigi Di Maio dopo aver visto Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, è chiaro che Zingaretti farà altrettanto. Gli appuntamenti bilaterali sono funzionali a costruire una rete di protezione all'esecutivo. (…) La coalizione vuole capire come il capo dell'esecutivo intende riscrivere il Recovery plan, come imposterà la riforma del fisco e quale sarà il suo piano vaccinale. Tema che venerdì sarà al centro del primo G7 a cui Draghi parteciperà nel ruolo di premier italiano. Della squadra di sottosegretari, dei pochi posti disponibili e della volontà di Draghi di inserire alcuni tecnici, si parlerà sabato. Resta il fatto che l'incontro tra Salvini e Zingaretti rappresenta una svolta politica, segnala la volontà di una reciproca legittimazione tra alleati che torneranno a essere avversari. Magari subito dopo l'elezione del prossimo capo dello Stato... »

CONTE PARLA SPESSO, DRAGHI QUASI MAI

C’è una curiosa circostanza che a pensarci bene sta segnando queste giornate: dal 2 febbraio, giorno dell’incarico al nuovo Governo, si susseguono le uscite del Presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte. Prima il tavolino davanti a Palazzo Chigi, poi gli articoli ufficiosi sulla sua delusione, le indiscrezioni sul fatto che non avrebbe fatto il Ministro. E ancora: il Post di Facebook, analizzato come un successo digitale senza precedenti con un milione e 200mila like nel giorno del giuramento. Gli applausi nel cortile dopo la campanella. Oggi altra notevole presenza sulla stampa. Conte non esce di scena, sostiene il Corriere della Sera nel titolo che racconta:

«Sorpreso all'uscita di Palazzo Chigi dalle telecamere del Fattoquotidiano.it , Conte dribbla sulle voci di un suo incontro con il successore Mario Draghi. E vira il discorso sulla sua vita accademica. Ieri il rettore Luigi Dei ha firmato il decreto di reintegro come ordinario di Diritto privato a tempo definito presso il dipartimento di Scienze giuridiche, pur evidenziando che attualmente la programmazione per il secondo semestre è già stata stabilita. (…)Ora l'intenzione di risalire in cattedra. Ma come? E quella rassicurazione inviata al Movimento, di fronte ai microfoni di tutte le testate («Io ci sono e ci sarò sempre»)? Incalzato, Conte ora dichiara: «Ci sono tanti modi per partecipare alla vita politica: lo vedremo insieme agli amici con cui abbiamo lavorato e ai compagni di viaggio». E i compagni di viaggio già si fanno sentire. Ieri, su Facebook, è intervenuto uno dei leader del Movimento, il presidente della Camera, Roberto Fico: «Abbiamo fatto tanta strada insieme, e sono certo che continueremo a farne ancora», ha scritto, ringraziando «di cuore» Conte per aver «lavorato al servizio del Paese, in momento difficile e complesso, con serietà, responsabilità, coraggio». Una cosa è certa, Conte non esce di scena. La sua popolarità tra la gente lo fa spiccare nel mondo Cinque Stelle in caduta di consenso. Il suo mancato coinvolgimento nel governo Draghi lo rende immune alle critiche dei puristi del M5S. Requisiti che lo potrebbero rendere una preziosa riserva non solo del Movimento di Beppe Grillo. »

Conte, come dice uno dei suoi fan, Luigino Bruni, autorevole editorialista dell’Avvenire, “è persona troppo normale per essere amata dagli italiani, che vogliono i salvatori”. E Draghi? Molto riservato. A stento ha letto pubblicamente la lista dei Ministri. Troppo semplice dire: gli avvocati per mestiere sono obbligati all’eloquio, i banchieri alla riservatezza. Il mestiere dei due in questo caso dovrebbe essere lo stesso. Per dire, Rocco Casalino, vero personaggio mediatico del Governo uscente, dopo le varie interviste sui quotidiani, ieri sera ha sostenuto dalla Gruber, e da Porro, che Draghi sbaglia: il vuoto nei mass media non esiste. E se lui sta troppo zitto, parlano gli altri. Far parlare i fatti, come ha chiesto il nuovo capo del Governo? Sembra facile ma pare difficile cambiare le abitudini di tutti. Troppo normali o salvatori, che parlassero sennò ci fanno annoiare! Pensate che barba se Draghi non va neanche dalla D’Urso e dalla Venier…     

IL GIUDICE NELLA BUFERA

Anticipazione clamorosa della trasmissione tv Le Iene sul Messaggero di oggi. Il 28 gennaio scorso, vi ricordate di un giudice che va a Palazzo Chigi per interrogare il presidente del Consiglio? Ebbene dopo l’importante atto si fa aprire un ristorante.

 «È in imbarazzo il giudice Nunzio Sarpietro, 69 anni, quando Filippo Roma, inviato delle Iene, piomba all'interno del ristorante Chinappi. Locale gourmet a base di pesce nel quartiere Pinciano, cuore della Capitale, che per le norme anti Covid-19 (il Lazio era in zona arancione) sarebbe dovuto rimanere tassativamente chiuso. E invece? Invece alza la serranda solo per il magistrato, la figlia e il futuro genero. «Ma come, un magistrato che non rispetta la legge?», lo stuzzica il giornalista. Sarpietro non perde le staffe, cerca di difendersi, la butta sul diritto. «Non si tratta di legge - questa la sua tesi - ma di un regolamento». La vicenda: è il 28 gennaio e il giudice ha appena ascoltato a palazzo Chigi la testimonianza dell'allora premier Giuseppe Conte. (…) Ebbene Sarpietro ha appena concluso l'audizione con il primo ministro. In favore di telecamera spiega che «il premier è stato molto collaborativo e profondo nelle risposte. Ha fatto un'ottima testimonianza». Poi si infila in un minivan e si dirige in via Augusto Valenziani, 19. Varca la soglia del locale, dentro ad attenderlo ci sono la figlia e il futuro genero. I due a breve si sposeranno e quel pranzo serve a parlare delle future nozze. A prenotare sarebbe stata insomma la coppia a cui si sarebbe aggiunto il padre della sposa. Poco dopo li raggiunge Filippo Roma. Nel ristorante, a questo punto, cala il gelo. Imbarazzo. «A madonna mia», esclama Sarpietro quando vede la troupe di Italia 1. »

SE IL SUPERDEBITO DIVENTA LEGGERO

Guido Maria Brera, grande finanziere e autore del fortunato “I Diavoli” sulla crisi del 2011, su La Stampa,  ragiona a proposito del “superdebito” italiano che sta diventando più leggero. Il calo verticale dello spread lo dimostra. C’è una circostanza forse irripetibile con questo esecutivo:

«Nella danza delle stelle, ci sono momenti preziosi in cui gli astri si allineano. Si tratta di eventi attesi e rari. Ora, per la prima volta dopo decenni, qualcosa di simile sembra disegnarsi nei cieli del nostro Paese. Un insieme di condizioni grazie alle quali possiamo dire che l'Italia, oggi, è il luogo del mondo dove investire. Tutto ha origine negli uomini. E nelle parole, se controllare le parole equivale a controllare ciò che accade. D'altronde sono state tre parole, "Whatever it takes", ad aver salvato l'Europa da una tempesta perfetta. Tre parole e l'uomo che le ha pronunciate, Mario Draghi. Con la sua forza, la sua reputazione internazionale e la sua capacità. Ora quell'uomo può garantire a tutti noi una stabilità politica che non abbiamo mai avuto in precedenza. E può offrire una visibilità che all'Italia, e a chi ci ha investito, non è mai stata concessa. Si tratta di due e probabilmente sette anni di presenza solida e rilevante sul palcoscenico del mondo. Un lasso di tempo che corrisponde a un'opportunità enorme, senza precedenti. Non è un mistero che la stabilità sia fondamentale per un Paese, dal momento che ne determina la credibilità.»