Varianti nuova emergenza

La terza ondata coi numeri peggiori di sempre. Verso la metà delle scuole in DAD: prime proteste. Sul piano vaccini, le Regioni nel mirino. L'Europa rischia la figuraccia. Il Papa parte per l'Irak

Chi sa leggere i dati epidemiologici è molto pessimista da qualche giorno. L’accelerazione del virus, inaspettata, non è solo la “terza ondata” ma ha una particolare velocità di diffusione e colpisce in fasce d’età che prima apparivano marginali. Giovani e anche bambini, non più solo asintomatici. “Rischiamo di essere travolti”, ha detto il Presidente dell’Emilia-Romagna Bonaccini. Così è la scuola a pagare il prezzo più alto: visto il parametro deciso dai tecnici (la soglia allarme è quella di 250 contagiati ogni 100mila abitanti), si avvia ad andare in didattica a distanza in quasi la metà dei casi. Ci sono già proteste diffuse in tutta Italia, la studentessa Anita torna in piazza a Torino, ma anche idee di nuove strategie del ministro Bianchi su come recuperare: in estate certamente. Intanto sembra finalmente che la vaccinazione stia prendendo un certo ritmo: ieri superate 200mila dosi distribuite. Tre fronti per Draghi nella campagna vaccinale: dialogo serrato con l’Europa (ieri colloquio con la Von der Leyen), confronto con le case farmaceutiche per renderci autonomi nella produzione e coordinamento delle Regioni, fino ad oggi in ordine sparso nella somministrazione. Intanto sul fronte economico, ci sono certezze sul rinvio dei licenziamenti, indennizzi e ristori e anche nuovi stanziamenti. Nel dibattito politico ancora critiche nel Pd e scontro nei 5Stelle sul ruolo di Casaleggio e della piattaforma Rousseau. Il Papa parte per l’Irak e non ha intenzione di rinunciare, nonostante i missili piovuti su quel Paese. I titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Il Manifesto non rinuncia al gioco di parole e sintetizza la drammaticità del momento: Onda rossa. Rosso come divieti ed emergenza, però. Il Corriere della Sera usa lo stesso termine nel titolo di prima pagina: Mezza Italia va verso il rosso. La Stampa resta sul tema delle scuole costrette ad andare in Didattica a distanza: Bianchi: Dad anche dopo il Covid. Mentrela Repubblica apre la sequenza dei titoli che si occupano della campagna vaccinale: Vaccini, Regioni in ritardo. Tocca alla protezione civile. Il Messaggero: «Vaccinazione, ecco il piano». Il Quotidiano nazionale la vede dal lato negativo: Regioni in ordine sparso, flop vaccini. Usa la parola “flop” anche Il Fatto che si chiede a proposito della tormentata regione Lombardia: Bertolaso e Moratti flop, ma chi li caccia?Il Mattino di Napoli propone: «Vaccini, il piano porta a porta». Mentre per una volta Libero è ottimista: Draghi: pronti 2 miliardi per i vaccini. Finalmente. La Verità insiste sullo scandalo e visto che Arcuri è tornato ad Invitalia punta sul ministro della Salute:CADE LA MASCHERINA DI SPERANZA. DALLA CINA MILIONI DI TAROCCHI. Il Giornale mette insieme misure economiche e vaccini e titola: SVOLTA SUI SOLDI. MentreIl Sole 24 Ore dettaglia: Indennizzi a 2,7 milioni di partite Iva. Avvenire propone un tema diverso: migliaia di stranieri sono “nel limbo”, in attesa dei permessi di soggiorno. Titolo: Emersione sommersa.

NUMERI MAI COSÌ IN SALITA

Contando il fatto che i dati arrivano sempre con un po’ di ritardo, la tendenza dal 21 febbraio ad oggi è di un’impennata senza precedenti. Dal punto di vista matematico peggio di un anno fa e peggio dell’autunno scorso. La pressione sulle terapie intensive e in genere sui ricoveri lascia poche speranze. Ecco come sintetizza il quadro La Stampa:

«I governatori vedono "rosso" e si preparano a mettere in lockdown sempre più comuni e province. Ma intanto un'altra bella spennellata di arancione e rosso la darà con ogni probabilità il monitoraggio a cura dell'Iss, che domani dovrebbe registrare un Rt nazionale sopra l'uno, indicato come soglia di sicurezza. E l'asticella rischiano di scavalcarla Calabria, Lazio, Puglia e Veneto, che così passerebbero dalla fascia gialla a quella arancione dove i bar e i ristoranti chiudono anche di giorno. Nel girone con le misure meno rigide resterebbero a quel punto solamente Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sicilia, mentre l'Emilia Romagna da arancione potrebbe passare al rosso lockdown. Dopo una sola settimana corre invece il pericolo di uscire dal paradiso della fascia bianca del tutto aperto la Sardegna, dove i contagi hanno ripreso a crescere. Ma la curva continua a salire verso l'alto in tutta Italia. Nelle ultime 24 ore si è passati da 17mila a 20.884 casi, con 347 morti e le terapie intensive che continuano a riempirsi, con 84 ricoveri in più ieri, 193 invece nei reparti di medicina. Colpa dell'effetto varianti, che preoccupano sempre più i governatori, pronti a colorare di rosso o "arancio scuro", altri comuni e province. (…) In questa situazione il governatore emiliano Stefano Bonaccini la sua regione in rosso sembra intenzionato a portarcela comunque. «Venerdì l'analisi settimanale della cabina di regia nazionale potrebbe portarci in zona rossa, ma se così non fosse noi non possiamo aspettare perché il ministero registra casi più vecchi di almeno una settimana». Non vede rosso il governatore del Piemonte, Alberto Cirio, che però ammette: «non si sono ancora accese le spie d'allarme, ma le cose stanno peggiorando, e come abbiamo già fatto istituendo zone rosse locali continueremo a intervenire chirurgicamente dove necessario». «Non ci sono in questo momento situazioni che possano far pensare a cambi di fascia», mette le mani avanti il governatore lombardo Attilio Fontana. Che poi però aggiunge: «riguarderemo i dati e se ci saranno comuni e provincie in condizioni particolarmente allarmanti interverremo». Non si nasconde invece dietro parole di circostanza il "suo" commissario regionale per l'emergenza Covid, Guido Bertolaso, che non considera la Lombardia messa peggio delle altre regioni, ma confessa poi di vedere «ad eccezione della Sardegna tutta Italia marciare a passi lunghi verso la zona rossa».

IL DILEMMA DELLE SCUOLE: DAD O CONTAGI?

Ieri avevamo notato, in questa Versione, che l’espressione “scuole chiuse” usata per estrema semplificazione nei titoli dei giornali poteva essere fuorviante. E soprattutto molto frustrante per studenti e insegnanti che cercano di fare del loro meglio con la DAD. Gianna Fregonara sul Corriere della Sera parte proprio da questo concetto per poi raccontare le proteste e le mobilitazioni in tutta Italia:

«Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi prova già la mattina presto a rassicurare studenti e genitori: «La scuola non chiude, non ha mai chiuso: i nostri insegnanti sono sempre presenti con tutti gli strumenti che abbiamo. Dobbiamo soltanto mettere in sicurezza i nostri ragazzi perché c'è un aumento rapidissimo della variante inglese che è più subdola. La didattica digitale è solo per le situazioni estreme». Ma «le situazioni estreme» coinvolgono ogni giorno nuove zone e anche intere Regioni e non sembrano più tanto estreme. Se il trend sarà confermato nei prossimi giorni, da qui a lunedì ci saranno due terzi degli studenti almeno davanti ai computer di casa. (…) Contro le chiusure di tutte le scuole nelle zone rosse e arancioni - che sono state reintrodotte con il Dpcm di martedì - c'è già una petizione del comitato Priorità alla scuola con 20 mila firme: «Il ministro Bianchi si è riempito la bocca di scuola e poi non si è opposto alla chiusura», insistono i genitori No Dad. La casella mail del ministro è stata bombardata di proteste. C'è Anita, la studentessa di Torino, che da lunedì sarà in piazza con i suoi compagni per fare lezione davanti a scuola visto che non è possibile farla dentro. Sono sul piede di guerra anche i sindaci con il presidente dell'Anci Antonio Decaro, primo cittadino di Bari. E dentro la maggioranza i deputati del M5S in commissione cultura puntano il dito contro l'inasprimento delle misure che non condividono: «Non possiamo essere d'accordo con un decreto che chiude le scuole e lascia aperto tutto il resto. Si fa un pericoloso passo indietro». Cerca di riportare un po' di calma il capo del sindacato dei presidi Anp, Antonello Giannelli: «La Dad ha dei limiti, lo sappiamo tutti. Se non c'è alternativa questo si fa, credo la scelta sia dolorosa ma inevitabile». Le nuove norme si incrociano con la vaccinazione dei docenti e del personale della scuola. Chiedono di far presto Iv e anche la sottosegretaria Barbara Floridia (M5S): ci sono ancora problemi in alcune regioni - tra le altre proprio la Lombardia - e non è ancora stato chiarito dove deve essere vaccinato chi lavora in una scuola fuori dalla regione di appartenenza.». 

Torna un cliché disturbante che si ripropone: per la destra la chiusura che fa scandalo è quella di bar e ristoranti. Per la sinistra quella delle scuole. Anche se poi i primi Presidenti di Regione a mandare tutti in DAD sono stati Emiliano in Puglia e De Luca in Campania. Teatri e cinema riaprono (così è previsto) il 27 marzo. Ma non ci dovrebbe essere una certa oggettività dei dati? Maria Sorbi del Giornale intervista un matematico del CNR, che va dritto sui numeri.

«Spiega Giovanni Sebastiani, primo ricercatore dell'Istituto per le applicazioni del calcolo «Mauro Picone» del Cnr: «L'indice Rt (quello del contagio ndr) diminuisce del 35% quando si passa dalla didattica in presenza a quella a distanza. Le misure restrittive del periodo natalizio ci hanno permesso di passare dal 13% dei positivi all'8%, lasciando chiuse le scuole saremmo arrivati al 3%». Da qui la sua considerazione, lapidaria: avremmo già dovuto chiudere prima. «È stato un grosso errore riaprire le scuole sia a ottobre sia adesso. Aumentano gli studi che mostrano il nesso causale tra l'attività didattica in presenza e l'aumento della diffusione del virus. Le regioni che hanno ritardato l'inizio delle scuole sono quelle che hanno avuto un minore aumento percentuale della crescita delle terapie intensive». Il problema non è l'attività scolastica in sé: la maggior parte degli istituti riesce a rispettare le norme di sicurezza all'interno delle aule. Il guaio è tutto ciò che ruota attorno alla scuola, prima e dopo le lezioni: i pullman e i vagoni della metropolitana, le attività extra scolastiche, i ritrovi fuori dagli istituti, i ragazzi che (quando non sono controllati) abbassano la mascherina anche quando sono in gruppo. «Convincere le persone che bisogna mettere in atto misure restrittive quando sembra che non sia necessario non è facile - ammette Sebastiani - però mettere in atto le stesse misure in ritardo di due settimane comporta che, per avere un effetto benefico, la durata delle misure si allunghi». E allora d'accordo, chiediamo un ulteriore sacrificio ai nostri figli: ancora computer, ancora amici visti solo nelle finestrelle dello schermo, ancora distanza. Ma si tenga conto dello strappo sociale che si sta creando…».

Su Repubblica Corrado Zunino ragiona col Ministro Bianchi su che cosa bisognerà fare per cercare di riempire il vuoto educativo e formativo creato da tante settimane in DAD. In Germania una regione propone di ripetere completamente l’anno. Da noi si pensa ad una mobilitazione estiva, che viene detta “scuola leggera”, un possibile “nuovo tipo di insegnamento”:

«Per chi ha debiti scolastici il recupero sarà affidato a strumenti nuovi, all'aiuto degli studenti più grandi, a lezioni mirate e mai frontali. Ci sono le risorse, sì, per attivare questo post-scuola fine giugno-inizio settembre: 250 milioni, cifra notevole, a bilancio tra la Legge 440 (in supporto all'autonomia scolastica) e i Fondi Pon (di natura europea). Serviranno a finanziare le due questioni (Didattica online e scuola leggera d'estate) e soprattutto a offrire un incentivo ai docenti per il lavoro in surplus che si andrà a richiedere (salve, ovviamente, le ferie di contratto). È previsto un coinvolgimento attivo del Forum delle disuguaglianze Bianchi sta costruendo il perimetro del post-scuola 2020-2021, valido per tutti i cicli, poi saranno i singoli istituti, nella loro autonomia, a scegliere modalità e orario dell'investimento culturale. In Portogallo si è scelto di utilizzare le festività di calendario per recuperare i vuoti didattici, in un Länd tedesco si è deliberata la possibilità della bocciatura decisa dalla famiglia per quegli studenti in ritardo nelle competenze. Che cosa si farà, in Italia, nel corso di questo ponte estivo? Giovanni Biondi, presidente Indire, riferimento del comitato per l'innovazione nominato dal ministro, spiega: «In primavera dobbiamo innalzare subito la Didattica online, ed è possibile, in estate costruire un nuovo tipo di insegnamento. Entrambe le cose resteranno per settembre e consentiranno agli studenti di recuperare senza pesi, che in questo momento non sono in grado di portare».

VACCINI 1. L’EUROPA NON PUÒ RESTARE INDIETRO

Una cosa è certa: più si vaccina e meno restrizioni avremo. Draghi continua nella sua determinata svolta sui vaccini. Ieri c’è stato un nuovo incontro con la Presidente della Commissione europea Von der Leyen. L’Europa rischia una figuraccia mondiale su questa emergenza. In un retroscena Marco Galluzzo sul Corriere della Sera scrive:

«Mario Draghi cerca di offrire un contributo decisivo e pragmatico e i vertici comunitari sono disposti ad accettare rilievi, condividere obiettivi, fare uno scatto in più rispetto al recente passato, in cui più di qualcosa non ha funzionato: dai tagli alle consegne dei vaccini sino ai presunti ritardi nell'autorizzazioni da parte dell'Ema, l'Agenzia europea che deve dare il via libera all'immissione sul mercato. La settimana scorsa, durante il Consiglio europeo informale, Mario Draghi aveva in qualche modo esortato tutti i Paesi membri della Ue, e con essi la presidente della Commissione europea, a fare di più e ad accelerare. Secondo alcune interpretazioni era stato anche un garbato atto d'accusa proprio nei confronti di Ursula von der Leyen. Interpretazioni definite scorrette ed esagerate da Palazzo Chigi. In ogni caso ieri è stata la von der Leyen a chiedere un confronto durato 30 minuti con il presidente del Consiglio. A parte il dossier sul Recovery plan e sulla gestione dei migranti, gran parte del confronto è stato monopolizzato dall'emergenza sanitaria. Oltre all'obiettivo di creare una vera e propria rete industriale europea che consenta sinergie, condivisioni di dati e un lavoro comune di tutti i membri della Ue per una produzione autonoma, l'altro focus è stato sulle pressioni che in questo momento la Commissione sta esercitando sulle case farmaceutiche per consegne più puntuali e senza tagli alla produzione rispetto ai contratti sottoscritti. Anche su questo punto Draghi e la von der Leyen lavoreranno in comune, anche perché finora questo pressing è stato poco efficace. Così come su un altro tema che verrà posto dall'Unione nelle principali sedi internazionali, ovvero considerare i vaccini come risorsa comune a livello globale, un concetto che se fosse definito e sottoscritto dovrebbe accompagnarsi ad una straordinaria solidarietà a livello mondiale. Il confronto fra il governo italiano e la Commissione avviene in un momento in cui i vertici di Bruxelles vengono criticati. Oggi i premier di Austria e Danimarca, Sebastian Kurtz e Mette Frederiksen, saranno Tel Aviv per parlare con il primo ministro israeliano della produzione congiunta di vaccini di seconda generazione. «È nel loro diritto», è la replica di Bruxelles.»

VACCINI 2. UN FRENO ALL’ORDINE SPARSO DELLE REGIONI

Il fronte interno della campagna vaccinale riguarda due aspetti: il rapporto con le Regioni, che vanno (troppo?) in ordine sparso e la fabbricazione autonoma in Italia dei vaccini. Intanto secondo i dati ufficiali diffusi, nelle ultime 24 ore abbiamo finalmente superato i 200 mila vaccini al giorno somministrati. Sul Corriere, a doppia firma, se ne occupano Margherita De Bac e Lorenzo Salvia. Ieri c’è stato un incontro tra Giorgetti, Farmindustria, AIFA e il generale Figliuolo. Obiettivo: diventare autosufficienti.

«A Palermo sono pronti per vaccinare gli avvocati. A Milano, invece, i penalisti chiedono di dare la precedenza ai detenuti. Nelle Marche sono partiti ieri con i poliziotti. Mentre a Viggiù procedono a tappeto su tutta la popolazione, con il vantaggio di avere solo 5 mila abitanti. Regione che vai, vaccinazione che trovi: finora è andata così. (…)  Ma dovrebbero essere ridotti i margini di manovra delle singole Regioni, che oggi hanno un'elevata discrezionalità nel decidere il destino dei lavoratori dei servizi essenziali, quasi 4 milioni di persone. Non per il gusto di accentrare a prescindere. Ma per evitare che quelle scelte e velocità diverse possano innescare un mix di «gelosia del vaccino» e «concorrenza sleale» di cui proprio non abbiamo bisogno. (…) Sulla produzione in Italia dei vaccini ieri c'è stato il secondo incontro tra il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e Farmindustria, l'associazione delle aziende del settore guidata da Massimo Scaccabarozzi. Confermata l'accelerazione rispetto al primo round della settimana scorsa e l'obiettivo di un polo di produzione nazionale che metta insieme pubblico e privato. Nell'immediato il contributo delle aziende italiane a una produzione condivisa tra i Paesi europei non si dovrebbe limitare alla fase finale del processo produttivo, e quindi all'infialamento, ma puntare anche alla produzione del principio attivo e degli altri componenti. Diverse le aziende disponibili con la differenza che nel primo caso si può partire praticamente subito, mentre nel secondo ci vogliono 4/6 mesi. Per il momento i lavori non si sono concentrati su un vaccino specifico. Anche se AstraZeneca è stata più aperta per la concessione della licenza. In linea di principio non si esclude nemmeno il russo Sputnik V. Che però prima dovrebbe essere approvato in Europa dall'Ema, oppure in emergenza dalla nostra Aifa.»

IL MONITO DI DOMBROVSKIS: “ATTENZIONE AL DEBITO”

Sembra una barzelletta ma nel momento in cui obiettivamente l’Europa sta perdendo credibilità proprio sui vaccini, il falco Dombrovskis ci ricorda che i Paesi UE che hanno debito, come noi e la Grecia, non possono dimenticarsene. Lo racconta Federico Fubini sul Corriere, che dà conto di un incontro del Vice presidente della Commissione Europea con un gruppo di media.

«Italia e Grecia hanno il debito pubblico più alto nell'Unione europea, ma il peso del turismo fa sì che siano fra le più colpite dal Covid. Cosa chiedete a questi Paesi? Devono contenere il debito usando i trasferimenti diretti del Recovery plan come stimolo all'economia? «L'idea della differenziazione nelle raccomandazioni-Paese riguarda anche i Paesi a alto debito e sì, è qui che Next Generation Eu entra in gioco: è disegnato soprattutto per aiutare Paesi in questa situazione. È per questo che l'Italia è nettamente il maggiore percettore dei trasferimenti diretti e anche la Grecia lo è, in proporzione alla sua economia. Questi trasferimenti permettono di dare stimoli senza far salire il debito». In sostanza lei dice che ora non ci sono le regole tradizionali, ma i governi ad alto debito dovrebbero già nella legge di bilancio per l'anno prossimo mettere il debito su una traiettoria discendente? «Bisogna essere più sfumati, qui. I Paesi ad alto debito devono evitare un ulteriore peggioramento della posizione di bilancio sottostante e, quando sarà possibile, migliorare la situazione dei conti. Ma questo non significa che debbano ritirare il sostegno di bilancio in maniera brusca o prematura. Piuttosto, dovranno essere molto seri su come o dove spendono i loro soldi e cercare di far sì che le misure siano temporanee e mirate là dove serve realmente. Non sarebbe opportuno, se finissero con un onere permanente sul deficit. C'è poi anche da gestire il passaggio dalla risposta immediata alla crisi a misure più precise di sostegno alla ripresa».

CONTE DRACULA (DI VOTI PD) E SCONTRO SU ROUSSEAU

Dai “moniti” europei alla politica di casa nostra. Oggi partiamo dal Pd, dove lo scontento è diffuso. L’immagine, fortina, è di Alessandro De Angelis, che ne ha scritto su Huffington Post: il Conte Dracula. Gli ultimi sondaggi, con i 5Stelle al 22 per cento e il Pd al 14, hanno innervosito non poco i dirigenti del Nazareno. Conte “succhierebbe” i voti a sinistra dopo essere stato sostenuto come il migliore dei “Papi stranieri”. Scrive Carlo Bertini su La Stampa:

«Alla fine di un'altra giornata di passione, Nicola Zingaretti è esasperato: «Basta, con i contagi che impennano e la terza ondata in arrivo, continuano con le polemiche, così non si va avanti, ora rispondiamo colpo su colpo». Il segretario è sempre più incline ad accettare la sfida di un congresso in estate prima delle comunali. E mette in fila tutti gli attacchi di giornata, uno dopo l'altro, dalla richiesta di un congresso nel Lazio sulla scelta di far entrare i 5 Stelle in giunta (senza nulla in cambio, per fargli fare la campagna alla Raggi, lo accusano i suoi nemici), a quella delle donne dem che spingono Andrea Orlando giù dalla torre di comando. Ma a colpire Zingaretti è soprattutto l'uscita di una personalità di prestigio, Pierluigi Castagnetti, molto ascoltato nelle stanze del Quirinale in quanto amico di Mattarella. È solo un tweet quello di Castagnetti, ma dice tante cose. «Capisco la resistenza di Zingaretti verso un congresso straordinario. Ma a fronte di sondaggi al 14%, qualcosa di straordinario bisognerà pure inventarsi. E anche subito».(…) Zingaretti rigetta ai suoi detrattori le «polemiche degradanti» e chiede «lealtà». Sulla legge elettorale chi lavora sul campo parlamentare racconta che «si è tentata una sortita con i leghisti per vedere se si può sbloccare la legge elettorale che è incagliata». Ma al di là di questo fattore di tensione, Zingaretti incassa tributi a sostegno e un appoggio strategico: quello della robusta corrente di Dario Franceschini, per bocca di Franco Mirabelli. «Noi lo sosteniamo e sui 5 Stelle non è mistero che noi per primi abbiamo proposto un rapporto...»»

Nei 5Stelle c’è scontro proprio anche sull’alleanza con il Pd nel Lazio. Luca De Carolis sul Fatto:

«Il rifondatore non è ancora capo, segretario o la carica che preferirà darsi. Ma Giuseppe Conte già decide, nel Movimento. E visto che c'è, deve già occuparsi delle grane: una caterva, nel M5S . Per questo nelle scorse ore Conte ha dato la sua benedizione al matrimonio prossimo venturo tra Pd e Cinque Stelle nel Lazio, dove Roberta Lombardi e Valentina Corrado entreranno nella giunta del segretario dem Nicola Zingaretti. Una coalizione giallorosa, insomma, e figuriamoci se il sempre aspirante federatore Conte poteva dire di no. Però ora a dire di sì all'accordo dovrebbero essere gli iscritti sulla piattaforma Rousseau: e non si sa quando riusciranno a farlo. Perché Davide Casaleggio, il patron della piattaforma, potrebbe sbarrare le porte della sua creatura finché non gli verranno dati i soldi che invoca. O almeno così dicono (o malignano) da Roma. E da qui si precipita subito alle rogne, per Conte. Mediatore più che necessario, visto che la guerra tra il M5S e Casaleggio sta deragliando. Come raccontato dal Fatto ieri, il patron della piattaforma Rousseau pretende dal Movimento circa 450 mila euro di versamenti arretrati dei parlamenti. E oltre 40mila, filtra, ne ha chiesti nei giorni scorsi agli europarlamentari, che però non hanno intenzione di darglieli: anche in virtù della normativa vigente a Bruxelles che leggerebbe quei pagamenti come una via per aggirare il vincolo di mandato. Cifre di uno scontro che è anche politico, sulla rotta e le scelte del M5S».

A conferma di quanto sostiene il Fatto, Carlo Sibilia, intervistato da Repubblica, dice che bisogna liberarsi di Rousseau.

«Il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia nel caso specifico non utilizza l'arma della diplomazia: «Se non si trova un accordo rapido con la Rousseau ci rivolgeremo ad altre società che possano offrirci una consulenza simile». Perché serve arrivare ad un contratto di servizio con la piattaforma? «Il buon vecchio Rousseau andava bene finché restava il pensatoio del M5S, ma oggi viene invece percepito come un partito nel Movimento, finanziato dai parlamentari per fare però un'azione contro lo stesso M5S. Episodi ne abbiamo avuti più di uno: ricordo quando eravamo sui palchi per il referendum sul taglio dei parlamentari e il problema per cui finivamo sui giornali era che versavamo i soldi in ritardo a Rousseau. La sensazione è quella di sentirsi depredati senza peraltro ottenere risultati all'altezza». Ma si tratta di una percezione o è proprio così? «Riporto il sentore di una larga fetta di parlamentari. Io invece faccio notare un'altra cosa. Gli stessi che prima della trattativa per formare il governo Draghi chiedevano con insistenza il voto su Rousseau sono quelli che alla fine non ne hanno rispettato l'esito. Questo mi fa pensare che lo strumento in sé probabilmente ha dei limiti, se invece di unire alla fine spacca».

IL PAPA PARTE PER L’IRAK: “FRATELLI TUTTI”

Siamo alla vigilia di uno storico viaggio di Papa Francesco. Bergoglio parte domani per l’Irak in quel viaggio tanto desiderato da san Giovanni Paolo II, a cui però fu impedito. Sul Corriere della Sera ne scrive Gian Guido Vecchi:

«Era il sogno di Wojtyla alla fine del secondo millennio, il viaggio in Iraq che Bergoglio ha voluto a tutti i costi per «incontrare quella Chiesa martire», i cristiani perseguitati dalla furia fanatica di Daesh-Isis, e «quel popolo che ha tanto sofferto», anni di guerre e attentati. Andare in Iraq, nonostante tutto: il Covid che si diffonde nel Paese, i rischi di affollamenti spontanei, le minacce di attentati dell'Isis che fanno dei tre giorni nell'antica Mesopotamia, da domani a lunedì, il viaggio più pericoloso del pontificato, fino all'ultimo in forse. Ma «il popolo iracheno ci aspetta», ha detto ieri: «Aspettava San Giovanni Paolo II, quando è stato vietato di andare: non si può deludere un popolo per la seconda volta».  (…) Il Paese è in lockdown, nelle città il Papa si sposterà con un'auto blindata. Il 21 gennaio, a Baghdad, due islamisti si sono fatti esplodere nel mercato e hanno ucciso 32 persone. Il 15 febbraio sono stati lanciati tre razzi sull'aeroporto di Erbil, a Nord, nel Kurdistan iracheno, dove il Papa atterrerà con un volo interno domenica. Il motto del viaggio è «voi siete tutti fratelli» e il programma fittissimo, fino a domenica sei località, sette discorsi e nove voli, due in elicottero militare».

Su Repubblica scende in campo il fondatore Eugenio Scalfari, che non nasconde la sua amicizia personale con il Santo Padre:

«L’Irak attende papa Francesco che riprenderà a viaggiare scegliendo di portare il conforto a un popolo che ha sofferto in questi anni a causa delle persecuzioni, della guerra e delle violenze perpetrate dall'Isis, ma anche per continuare la via della fratellanza e il grande ponte del dialogo. Per la prima volta nella storia un Papa visiterà l'Iraq, il Paese che ha dato i natali ad Abramo ed in cui risiede una delle comunità cristiane più antiche. Ha ancora molto visibili le ferite della guerra e affronta le piaghe della povertà, del terrorismo e ora del Covid 19. Il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, rimarca l'importanza del viaggio evidenziando l'urgenza della collaborazione per ricominciare una nuova tappa. Si tratta di una missione apostolica all'insegna del motto «Siamo tutti fratelli». È la prima volta che un Pontefice nel territorio dell'antica Mesopotamia».