Vento di Papeete

Salvini non manda i ministri al CdM su fisco e catasto. Draghi attende spiegazioni. Exploit di Calenda a Roma. Le strategie di Conte e Renzi. Parisi Nobel per la Fisica. Choc pedofilia in Francia

Il termine che i giornali hanno scelto è “strappo”. Matteo Salvini ha reagito al cedimento elettorale, sottraendo i ministri leghisti al Consiglio, che doveva varare la delega sulla riforma del fisco e del catasto. Anche il “governista” Giorgetti non si è presentato. Mario Draghi attende spiegazioni ma intanto è andato avanti. Un Papeete due? Il leader della Lega ha deciso di accelerare. Vedremo se è una “crisetta” (copyright Sallusti) che rientrerà o l’inizio di una rottura e di un cambio di governo che potrebbe segnare l’ultima fase della legislatura. Certo, Giorgia Meloni ha spinto in questo senso nelle ultime ore ed è abbastanza evidente perché.

L’altra notizia politica di ieri, a spoglio avvenuto, è l’affermazione di Carlo Calenda: la sua formazione politica è il partito più votato di Roma. Niente male, per essere un outsider. In prospettiva la sua iniziativa è nella zona del sistema politico più terremotata dai populismi, di destra e di sinistra, degli ultimi anni: il riformismo responsabile. Vedremo se Calenda troverà posto nel nuovo Ulivo immaginato da Letta o nell’area riformista che vagheggia Renzi. E che rapporti avrà con Draghi.

Anche nell’universo 5 Stelle non è facile metabolizzare un voto non proprio lusinghiero, tanto più che per Giuseppe Conte ci sono critiche scontate all’interno, “falli di frustrazione” sarebbero chiamati nel calcio, per le sindache uscenti di Roma e Torino. In realtà Gualtieri è vicino all’ex premier, come lo è Manfredi a Napoli. Su Conte è caduta però una tegola giudiziaria, con l’inchiesta sull’amico, avvocato Di Donna.  Qui l’inchiesta ad orologeria è andata a favore della politica: lo scandalo è emerso dopo il voto. Una volta tanto.

Ci vorrebbe uno studio del prof romano Giorgio Parisi, vincitore ieri del Nobel per la Fisica, per trovare anche nel sistemo politica italiano l’armonia e l’ordine nella confusione degli eventi apparentemente caotici. Che è stato poi il suo contributo alla scienza. Invece l’altro scienziato italiano oggi sugli scudi, Massimo Galli, la Cassandra dei virologi tv, deve aver calcolato male il rischio della raccomandazione ai Concorsi in Medicina. Infatti è indagato.

Dall’estero choc per un rapporto sulla pedofilia in Francia. È sulle prime pagine d’oltralpe: Figaro (titolo d’apertura La Chiesa scioccata dalla verità , con commento Esame di coscienza) e Le Monde (Pedocriminalità: il rapporto travolge la Chiesa) in prima pagina. Qui trovate la cronaca di Avvenire, si segnalano commenti in cui si chiede all’episcopato italiano una stessa forma di inchiesta per quello che è accaduto da noi.   

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Pronti, via. Contate le schede, mossa di Salvini. Per Avvenire: Delega fiscale al via. Il governo si divide. Corriere della Sera sintetizza così: Salvini strappa, Draghi va avanti. Il Domani inverte beffardamente causa ed effetto: Draghi mette subito in crisi Salvini che contesta la riforma del fisco. Ma strappare  come verbo e strappo come atto sono molto gettonati nei titoli. La Repubblica: Fisco, lo strappo di Salvini. La Verità: Tassa verde e minaccia sulle case. La Lega strappa: «Traditi i patti». Il Messaggero: Riforma fiscale, strappo Lega. Quotidiano Nazionale: Irpef e catasto, lo strappo di Salvini. Poetico nella scelta del verbo Il Sole 24 Ore: Riforma per Iva, Irpef, Irap, catasto. La Lega diserta, Draghi: spiegherà. Titolo da ovazione per il Manifesto che sulla foto di Salvini scrive: Fisco per fiasco. Libero non vede la rottura: Crisetta di governo. Per La Stampa è l’inizio di una fase: Salvini apre lo scontro con Draghi. Il Giornale sembra dare ragione alla Lega ma poi la linea è quella di Tajani e Brunetta: I tassatori ci riprovano. Il Fatto è attardato a elaborare il lutto elettorale dei 5 Stelle: Sorpresa: ha perso voti pure chi ha vinto. Il Mattino è lanciato sul nuovo sindaco: Manfredi chiama il governo: «Subito il patto per Napoli».

DRAGHI PERDE LA LEGA SUL FISCO

“Strappo improvviso” ieri quello della Lega, per Draghi che presenta comunque alla stampa la delega alla riforma del fisco passata in Consiglio dei Ministri, assenti quelli del Carroccio. La cronaca di Emanuele Lauria per Repubblica.

«A ventiquattr' ore dalla scoppola elettorale nelle grandi città, la Lega dissotterra l'ascia di guerra e rompe con Draghi sulla legge delega sul fisco. Uno strappo improvviso, appena adombrato da Matteo Salvini a Milano subito dopo le amministrative perse, quando aveva detto che nei riguardi dell'azione di governo sarebbe stato «più concreto e diretto». «Nessuno pensi di rivedere il catasto o aumentare l'Imu», aveva minacciato lunedì sera il capo del Carroccio alla ricerca del consenso perduto. Salvini non si aspettava, o almeno questo fa trapelare, che di lì a poco il premier avrebbe dato un'accelerazione alla delega fiscale, fino a condurla all'approvazione a Palazzo Chigi. Quel testo di dieci articoli viaggia con la garanzia di Draghi che «non cambia l'imposizione su case e terreni. Nessuno - sottolinea il primo ministro - pagherà di più o di meno ». E ogni decreto delegato su Irpef, Iva, Irap «avrà un sistema che non intende aumentare il gettito ma diminuirlo». Ma sono rassicurazioni che non bastano alla Lega per firmare quello che Salvini definisce un «mandato in bianco al governo». L'attacco è severo e si conclude per ora - con l'assenza dei rappresentanti del partito di via Bellerio al momento del voto sul provvedimento. Una mossa che, sottolinea Matteo Salvini, gli è stata suggerita dai suoi stessi ministri in mattinata e che addirittura avrebbe ricevuto il plauso dei colleghi degli altri partiti: «Nei corridoi dicevano: "Avete ragione". Poi dentro per ipocrisia si alza la manina...». Ancora in trance post-voto, Salvini scandisce: «La Lega invece non abbassa la testa». Di lì una raffica di smentite anche dai colleghi di coalizione: i ministri forzisti Brunetta, Carfagna e Gelmini, affermano che non aumenteranno le tasse sulla casa, mentre da Pd e M5S arrivano critiche pesanti al senatore milanese: quello di Salvini è un gesto «gravissimo», dicono all'unisono Enrico Letta, che convoca un vertice d'urgenza al Nazareno, e Giuseppe Conte. L'unica certezza è che ieri, dalle parti di Palazzo Chigi, non si è visto il capodelegazione leghista, Giancarlo Giorgetti, il più convinto filodraghiano che ha lasciato Massimo Garavaglia a rappresentare il partito. Un'assenza che ha fatto rumore. Anche perché Salvini e Giorgetti in mattinata si sarebbero sentiti e non ci sarebbero stati contrasti sulla strada da seguire. Salvini usa parole dure contro Draghi. Dopo aver letto un dossier elaborato dai suoi consiglieri economici Borghi, Bagnai, Gusmeroli, il segretario dice che «c'è un problema di metodo: i ministri della Lega non possono avere in mano un documento così importante alle 13.30 per discuterlo alle 14, non stiamo parlando dell'oroscopo ma di una legge che riguarda il futuro degli italiani». Ma c'è anche una questione di merito: «Nel testo non c'è quanto pattuito», dice il leader leghista, con riferimento al fatto che «la delega non avrebbe dovuto contenere la riforma del catasto». È un'escalation: «Qui si parla di lavoro, casa e risparmi degli italiani - aggiunge Salvini - Io mi fido di Draghi, ma chi verrà dopo? Do una delega in bianco a chi viene fra sei mesi per aumentare del 40 per cento la tassa sulla casa degli italiani? No». E quell'accenno ai «sei mesi», spiegano fonti leghiste, non è casuale. È un vero e proprio avvertimento: «Questa volta, se non si cambia, vado fino in fondo», dice Salvini ai suoi. Stavolta lo scontro con Draghi è palese: quello della Lega è un «gesto serio», dichiara Draghi. E aggiunge che sta al segretario «spiegarlo», perché la delega rispecchia principi «condivisi» dal Carroccio, che aveva a sua disposizione «sufficienti elementi per valutare». Mai tanta distanza fra il premier e il suo alleato più irrequieto. Per la prima volta nel governo c'è chi sospetta davvero che Salvini si prepari a uscirne, anche se in serata trapelano contatti per un incontro tra il premier e il leghista, voluti da quest' ultimo, per «superare le incomprensioni». Ma il filo che lega la Lega all'esecutivo di unità nazionale è adesso più esile».

“Crisetta di governo”, commenta Alessandro Sallusti sulla prima pagina di Libero.

«In un'altra era, ma anche in questa se ci fosse un diverso premier, oggi saremmo a raccontare una crisi di governo. Ma l'era è questa e il premier si chiama Mario Draghi per cui al massimo parliamo di una "crisetta", un "vorrei ma non posso" fare cadere questo governo che vuole mettere naso nelle proprietà immobiliari degli italiani e rivedere le tasse. A innescare il caso è stato Matteo Salvini che ieri ha ritirato i suoi (anche Giorgetti) dal Consiglio dei ministri che ha approvato la legge delega fiscale, la quale comprende pure il ricalcolo del valore reale delle nostre case su cui si paga dazio, oltre che la caccia ai furbetti che case e terreni sono riusciti fino ad ora a nasconderli. Quello di Salvini è un atto politico forte, una sfida a Draghi dalle conseguenze imprevedibili perché quando si gioca con il fuoco da un momento all'altro può partire un falò magari non voluto. Draghi, raccontano, non l'ha presa bene ma tira diritto, da abile giocatore vuole che sia Salvini a calare se non le braghe almeno le carte e vedere fino a che punto il leader della Lega è disposto a spingersi sulla via della crisi di governo. Partita interessante perché entrambi hanno le loro ragioni. In sintesi: Salvini non può avallare neppure l'ipotesi di un aumento della pressione fiscale, soprattutto sulla casa anche se lontana nel tempo (per la riforma del catasto ci vorranno almeno 5 anni); Draghi non può rimangiarsi - ne va della sua credibilità - l'impegno preso con l'Europa di riformare il Paese in cambio di una montagna di soldi, i famosi duecento e passa miliardi del Recovery Plan. Se qualcuno si era illuso che questi aiuti vitali per la nostra economia fossero gratis et amoris dei oggi prende atto che così non è. Da qui non se ne esce. È vero che le tasse sulla casa non aumenteranno domani, ma è altrettanto vero che si sta preparando il terreno perché questo accada. Qui la questione non è da che parte stare, ci basterebbe sapere che cosa Draghi, oltre ai soldi europei, è in grado di dare ai cittadini e alle imprese come compensazione di un nuovo ordine. Perché io Stato per chiedere, in questo caso imporre, equità e giustizia devo per primo essere equo e giusto, cosa che oggi non è».

Ugo Magri nota su la Stampa che la mossa di Salvini appare istintiva e non ponderata. Titolo: Tira ancora aria di Papeete.

«Se restare calmi è la virtù dei forti, l'agitazione di Matteo Salvini ne tradisce la debolezza politica. Ieri ha avuto la reazione tipica del leader ferito. Anziché sviscerare le ragioni della sconfitta elettorale, alcune piuttosto facili da mettere a fuoco, ha colto al volo un pretesto per scaricare sul governo la sua delusione. Perché di pretesto, appunto, si tratta: un ritardo nella consegna ai ministri della legge delega sul fisco. Che la bozza sia circolata solo all'ultimo momento, giusto un'ora prima di approvarla, trova conferme autorevoli. E non è certo l'eccezione alla regola. Da quando a Palazzo Chigi c'è Mario Draghi, la riservatezza è consuetudine, prassi costante. Specie su temi delicati, dove ci sono enormi interessi in ballo, si vogliono evitare fughe di notizie che scatenerebbero il solito tritacarne di smentite e contro-smentite dove sguazzano le lobby. E visto che le indiscrezioni filtrano spesso dagli entourage dei ministri, ecco spiegato come mai le bozze vengono tenute dal premier sotto chiave. Nessuna mancanza di rispetto alle forze politiche, insomma. Né la Lega aveva mai contestato il «metodo Draghi», applicato nei confronti dei ministri di ogni colore. Fino a ieri, appunto, quando il Capitano ha dato ordine di disertare il Consiglio dei ministri in segno di indignata protesta. Uno scatto di nervi che in altre stagioni della Repubblica avrebbe provocato immediati chiarimenti e, magari, la crisi del governo in carica. C'era davvero motivo di arrivare a tanto? Se Salvini nutriva dubbi sulla legge delega, che in fondo è una scatola vuota perché fissa indirizzi generali da tutti condivisi (fiscalità più equa ma senza aumentare le tasse), avrebbe potuto tranquillamente farli pesare nelle prossime settimane e nei mesi a venire durante un esame parlamentare che prevede mille altri passaggi. Non aveva alcuna vera urgenza di piantare la grana, sfidando a muso duro il premier, accusandolo sopra le righe di comportamento scorretto. Sarebbe bastata (al massimo) una telefonata. Invece Salvini ha scelto la teatralità, come se dopo la legnata di 24 ore prima dovesse dimostrare qualcosa. Di essere ancora vivo e in grado di vendere cara la pelle. Ammaccato e dolorante ma disposto al tutto per tutto. In chiara difficoltà eppure deciso a risalire la china. Aveva bisogno di rincuorare le truppe suonando una carica immediata, anche se disperata: perché non c'è vera logica in questa fiammata improvvisa, tantomeno una strategia. Perché Draghi non è personaggio da lasciarsi intimidire facendogli «bau». Perché se Salvini decidesse di rompere, il governo tirerebbe avanti senza la Lega, ci sono i numeri per farne a meno. Perché siamo al terzo mese del «semestre bianco» che impedisce di sciogliere le Camere, e non andremmo comunque a votare. Perché, replicando il Papeete, Matteo vanificherebbe tutti gli sforzi compiuti per accreditarsi quale leader responsabile. Perché alla fine darebbe soltanto ragione a Giorgia Meloni, che ieri non a caso lo spronava, e già questo dovrebbe farlo pensare».

DOPO IL VOTO 1. IL CASO CALENDA

Dal punto di vista politico, le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre registrano una novità: l’exploit di Carlo Calenda. Escluso di fatto dalle primarie del Pd, perché giudicato troppo anti grillino da Zingaretti e Bettini, ha costruito una sua lista, che è diventato il primo partito a Roma per consensi con il 19 per cento. Ne scrive oggi Giuliano Ferrara sul Foglio, titolo Habemus Papam.

«Carlo Calenda ha detto di non aver centrato l'obiettivo di governare Roma, non voleva fare testimonianza. Io sono un esperto di testimonianza, al Mugello contro Di Pietro e la carovana dei finti progressisti, sull'aborto contro tutto e tutti. Vent' anni dopo i risultati del testimone si conoscono: promosso per tigna e bocciato irrimediabilmente per ineffettualità in entrambe le occasioni ( una possibilità, la trombatura, che mettevo forse nel conto). Ma Calenda ha avuto invece una doppia promozione, per tigna e per un risultato politicamente molto utile, scandalosamente utile per corposità, utile alle sue idee, al suo branco di volontari accaniti e alla sua area d'opinione, al suo progetto riformista. Per non parlare della soddisfazione, condivisa da noi suoi elettori, di dare un po' di biada e strada anche alla Reine des ordures, che da oggi, a battaglia terminata, torna a essere la distinta signora Virginia Raggi, ex sindaca. La Raggi è stata il simbolo della prima versione dei grillozzi, quella insopportabile, da combattere e combattuta, che aveva raccolto il sovversivismo delle classi dominanti, questo sputazzo della casta contro le élite e il popolo, e lo aveva trasformato in banale populismo d'assalto. Ora che Di Maio si fa fotografare con il sindaco di Napoli e il meravijoso De Luca, colui che per tempo definì "una bambolina" la vincitrice dei Littoriali indetti dal Pd più stupido di sempre, tra disprezzo e sessismo, si vede quanta acqua è passata sotto i ponti, anche quello bellissimo, indimenticabile, bruciato in parte nel giorno del voto. Calenda si era attardato, legittimo, nella polemica dura contro l'opportunistica e opportuna svolta che aveva portato il suo schieramento a infliggere una storica bastonatura all'ex ministro dell'interno e capo fascioleghista mediante alleanza anomala, spuria, impura, ostica, impopolare, equivoca con il partito delle bamboline e dei bambolini. Ora Prodi (in epoca draghiana, secoli dopo) ha dissolto l'equivoco dell'alleanza strategica e del punto di riferimento per tutti i progressisti con una formula meravijosa: alleanza sperimentale. Tutti sappiamo che Calenda voterà Gualtieri, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, e tutti sappiamo che non è tenuto a farsene galoppino, sopra tutto niente zelo, anche perché i gualtieristi non gli hanno risparmiato l'accusa stramba di essere di destra, avendo Calenda un appeal anche verso elettori moderati e non "de sinistra". Altra acqua passata. Ora Calenda può andare, se non dove lo porta il cuore, dove lo porta il bel voto che ha ottenuto con una magnifica campagna elettorale: verso una leadership seria, leader sul serio, del centrosinistra, in una posizione non più tecnopolitica ma con un'arte della competenza che ne fa un oggetto abbastanza raro nel panorama di una classe dirigente non troppo ricca di idee e capacità, nemmeno povera, ma non troppo opulenta. Finita l'epoca dei convegni tematici, delle propostine di area laico- liberal- riformista, dei montezemolismi corretti e dei montismi carichi di accademia, della prospettiva unica di un ministero in un eventuale governo dei non peggiori, diciamo così. Chi ha sollecitato sempre Calenda a presentarsi sindaco di Roma a questo pensava, e a questo avrà spero pensato anche lui: ci voleva un tipo nuovo e radicato in una vera esperienza, con un pezzo di classe dirigente in formazione e scuola politica di base, per nutrire un'idea non penosa, punitiva, moralistica e povera dell'italia, e irrobustirla con un certo grado, non ostentato, non chiacchierone, di innovazione politica e programmatica. Habemus papam, sta a lui, per adesso cardinale di santa romana sinistra, evitare di disperdere il munus, il potere, la responsabilità e la libertà di una scelta che sarebbe stata clamorosa da sindaco, d'accordo, ma che resta scandalosamente utile e irrinunciabile da numero tre dei runners e da numero uno di lista in una delle competizioni più dure e sensate che la storia delle città italiane ricordi. Auguri».

Enrico Letta sta preparando il nuovo Ulivo e in esso vede Calenda insieme ai 5 Stelle. Wanda Marra sul Fatto:

«Non perde l'aplomb, Enrico Letta. Neanche mentre festeggia la vittoria in un ristorante di piazza del Campo a Siena, circondato solo dal suo staff e dal gruppo di dirigenti locali che l'ha supportato nella campagna di Toscana. Neanche mentre percorre le strade della cittadina sotto la pioggia, con un'espressione che trasuda soddisfazione. Lo schema non cambia. Sostegno al governo Draghi e nuovo Ulivo, tanto per sintetizzare. Eppure, il politico che è in lui sa che questo è il momento di accelerare nella costruzione della coalizione, nel percorso che dovrebbe portare a un'alternativa a Mario Draghi. Che non è il partito per il premier che molti accarezzano. Ieri, dopo lo strappo della Lega, ha riunito i ministri del Pd, i vice segretari e i capigruppo al Nazareno. Una scelta che anche plasticamente dice che il Pd fa blocco contro la Lega. Ma anche che a Matteo Salvini a questo punto il segretario non ha intenzione di farne passare una. "Draghi ha potuto tirare dritto perché una parte importante della maggioranza ha consentito di andare avanti". Che i dem accarezzassero il sogno della maggioranza Ursula, senza il Carroccio, non è un segreto per nessuno. Che l'uscita dal governo sembra una tentazione del leader leghista è ora la netta sensazione al Nazareno. Le prossime mosse si vedranno in questi giorni. Roma è la sfida Capitale, con Roberto Gualtieri: Letta non farà apparentamenti, guarderà a Carlo Calenda come ai Cinque Stelle. "Conte e Calenda possono stare nella stessa coalizione ed è quello che proporrò a tutti e due", ma in vista dei ballottaggi "parleremo agli elettori". Poi, entrerà nel vivo la costruzione del nuovo Ulivo. Ha la benedizione di Romano Prodi, Letta. E i risultati gli consegnano un vantaggio sul resto del Pd e anche nei confronti di Giuseppe Conte (che però continua a considerare un punto di riferimento imprescindibile). Quanto il centro di Calenda porrà veti per entrare in coalizione è tutto da vedere. Dopo i ballottaggi».

DOPO IL VOTO 2. IL CASO SALVINI

Già abbiamo detto dello strappo a palazzo Chigi. Ma qual è la prospettiva di Matteo Salvini? Paolo Bracalini sul Giornale.

«Visti i risultati, non è tempo per Salvini di pensare al voto anticipato (provocazione della Meloni al Pd), ma di far pesare il ruolo della Lega all'interno del governo Draghi, verso cui il leader leghista assicura lealtà («Leali sì, tassatori no»). Subito al voto? «Io intanto mi occupo di oggi e di evitare l'aumento dell'Imu, Iva o addizionali». Dal voto di domenica Salvini vuole «imparare, migliorare», la tornata amministrativa è stata un campanello d'allarme, la marcia trionfale (quella dal 4 al 34% delle Europee) è una fase passata, l'obiettivo ora è recuperare i voti perduti e quelli finiti nell'astensione. Il primo gesto in questa direzione è alzare il tiro sul tema tasse (molto sentito dall'elettorato moderato, a differenza dei distinguo sul green pass), ergendosi a difensore della casa dal possibile aumento di imposte contenuto nella delega fiscale. (…) È chiaro che l'accelerazione improvvisa di Salvini è legata all'esito elettorale deludente. Anche se la somma numerica è positiva («Abbiamo 69 sindaci in più. Qualcuno avvisi Letta che di sconfitte con 69 sindaci in più ne vorrei avere settimanali»), quella politica lo è molto meno. I flop nella grandi città, soprattutto Milano e Bologna, e il calo di consensi della Lega, pesano eccome. Perciò insieme ad un rilancio come forza critica di governo, il leader pensa anche al fronte interno alla Lega, e annuncia i famosi congressi, tra novembre e dicembre, «torneremo ad essere quel movimento di partecipazione e militanza, l'unico probabilmente rimasto in Italia». I colonnelli continuano a smentire le ricostruzioni sui contrasti nella Lega. «Non sto cospirando con Giorgetti per sostituire Fedriga con Salvini - dice Luca Zaia -. Di boiate in questi anni ne ho lette tante... Non ci sono due Leghe. Poi, le visioni del segretario e degli amministratori sono ovviamente diverse. Anche Bossi parlava di una Lega di lotta e una di governo». Quanto all'analisi del voto, il tonfo che pesa di più è Milano, dove la Lega scende sotto l'11%, poi l'Emilia-Romagna che sembrava il nuovo eldorado leghista, invece la sinistra vince a Bologna, Rimini e Ravenna contro candidati scelti proprio dalla Lega. Deludente anche il Piemonte (con eccezione di Novara) e la prova al sud, anche in Calabria cala di circa 4 punti rispetto alle regionali del 2020. Segno che lo sbarco della Lega al Centrosud è un'operazione che richiede ancora tempo. Dove invece la Lega è inaffondabile è il Veneto di Zaia, lì vince e stravince, conquistando nuovi comuni (Montebelluna, Chioggia, Villorba) e riconfermandosi con percentuali bulgare in altri (Cittadella, Oderzo). Dentro la Lega esce rafforzato Zaia, ma non è una novità. «In Veneto non è andata bene ma benissimo, ma mai adagiarsi sugli allori» gongola il Doge leghista».

Sulla strategia di Salvini il Corriere della Sera, con Monica Guerzoni, intervista Enrico Letta.

«Lo strappo di Salvini è gravissimo e irresponsabile. La riforma fiscale è fondamentale per avere i soldi del Pnrr». Salvini uscirà dal governo? «Non lo so, sta a lui chiarire, ma c'è un nesso evidente tra il disastro elettorale della Lega e il tentativo di far saltare il banco. Salvini ha detto cose di una gravità enorme sul premier, gli ha dato del bugiardo e chiede agli italiani di scegliere tra lui e Draghi. Noi difendiamo il premier e penso anche gli italiani». Crede ancora che il voto rafforzi il governo? «Sì, continuo a pensarlo». Spera di ereditare lo scettro da Draghi? «Non è un discorso personale il mio, il Pd erediterà il testimone perché è il motore di questo governo. Ma non è oggi che mi candido a premier. La vittoria ai ballottaggi, che non è scontata, sarà un primo passo. Il Pd ha bisogno di tempo e lo dimostra la Calabria. Ringrazio Amalia Bruni per la straordinaria campagna, ma al Sud è evidente che abbiamo un problema». Salvini e Meloni sono adatti a governare il Paese? «No, sono un problema per l'Italia, lo ha detto anche Berlusconi. Sono una anomalia per le loro ambiguità sul passato e per certi collegamenti con l'estero. Evitare che il potere vada a loro è un problema di tutti gli italiani». Non di tutti. A Roma Fratelli d'Italia è il secondo partito, dopo Azione di Calenda. Non è uno schiaffo al Pd? «No, strategie elettorali diverse, noi a Roma abbiamo presentato molte liste. Mi auguro che questa sconfitta nazionale provochi a destra un cambio radicale. Spero che qualcuno trovi il coraggio di far nascere un centrodestra europeista che possa contrapporsi a noi in modo sano, senza che a ogni elezione debba scattare l'allarme per la salvezza del Paese». Non esagera? «Assistiamo allo scivolamento del centrodestra berlusconiano verso una destra orbaniana, che è un danno per l'Italia e gli elettori lo hanno detto con il voto. Io avrei tutto l'interesse a tenermi Salvini e Meloni come avversari, invece spero che nasca un centrodestra europeo». Tifa per la Lega governista di Giorgetti? «Non so se sia Giorgetti la persona che può far evolvere le cose, ma io vedo una destra incattivita, che soffia sul fuoco dei sentimenti del Paese. Giorgia Meloni ha detto che non c'entra niente con il razzismo e il neonazismo, ma non ha detto che non c'entra niente col fascismo. Il fatto che non si ponga il problema lascia esterrefatti. Quando ho capito che il mondo economico dava per scontata la vittoria di questa destra, ce l'ho messa tutta per vincere, a cominciare da Siena».

Francesco Verderami sempre sul Corriere della Sera racconta il dialogo fra Draghi e il ministro leghista Garavaglia.

«C'è il Draghi della cabina di regia e il Draghi del Consiglio dei ministri, e i due diversi atteggiamenti del premier fanno capire quale sia il suo metodo di gestione della larga maggioranza e il suo rapporto con Salvini. In tarda mattinata, quando il ministro leghista Garavaglia solleva problemi di merito e di metodo sulla riforma del fisco, il presidente del Consiglio comprende che il nodo è solo politico. Perciò non accoglie la richiesta del Carroccio di posticipare il varo del provvedimento, e lo fa con una battuta che non lascia adito a dubbi: «Se vuoi usare questi venti minuti che abbiamo a disposizione per esaminarlo...». Garavaglia capisce che non ci sono spazi di mediazione, fa per alzarsi e dice: «Non so se parteciperemo al Consiglio dei ministri». A quel punto Draghi lo incalza: «Spiegami almeno qual è il problema». La risposta del rappresentante della Lega è rivelatrice: «Penso sia il catasto». E così dicendo ammette che il problema è politico. Il premier ora ne ha la prova e saluta Garavaglia in modo tranciante: «Vorrà dire allora che lo spiegherà Salvini». D'altronde poco prima che iniziasse la riunione, Giorgetti aveva anticipato ad un dirigente del suo partito che «Matteo ci ha detto di non partecipare al Consiglio dei ministri». E quando gli era stato chiesto quale fosse la linea, il titolare dello Sviluppo Economico aveva risposto: «Boh, chiedete a lui». Non è chiaro se Draghi già lo sapesse, ma è certo che poco dopo, in Consiglio dei ministri, muta atteggiamento. Avvisa che la delegazione leghista non parteciperà, «ne prendiamo atto». Ma non aggiunge altro. Il caso si chiuderebbe lì, se il ministro dem Orlando non chiedesse la parola per additare l'atteggiamento della Lega, rea di «un fatto grave su un tema non secondario». Il capodelegazione del Pd prova ad accendere il fiammifero politico nella santabarbara della maggioranza, ma è proprio il premier a spegnerlo se è vero che - al termine di un breve giro d'interventi - si limita a ringraziare i ministri «per il passaggio importante di una riforma che abilita il Pnrr». Insomma è sbagliata l'idea, accreditata ieri nello stesso Carroccio, che Draghi stia «mostrando la porta a Salvini». Certo non può impedire a Letta di convocare d'urgenza il vertice del Pd, come se fosse imminente una crisi. Non è così ma ognuno fa il proprio gioco. Anche se il gioco dei dem non era piaciuto a tutti in Consiglio dei ministri, al punto che la renziana Bonetti e la forzista Gelmini avevano criticato la mossa di Orlando: «La nostra responsabilità in questo contesto - attaccava la Bonetti - è mostrare la capacità dell'esecutivo di operare, non di offrire all'esterno una narrazione divisiva». Anche in questo caso Draghi non aveva detto nulla. Il suo gioco è diverso da quello di chi lo sostiene: deve tenere tutto in equilibrio. In attesa che il leader della Lega si renda conto dell'approccio pragmatico di palazzo Chigi, pronto ad essere disponibile ma anche intransigente. Al Pd che su Alitalia continuava a irrigidirsi sul testo della mozione d'indirizzo parlamentare, per esempio, il premier ha fatto sapere che non avrebbe accettato ulteriori mediazioni. E fine delle trasmissioni. «Solo che loro trangugiano senza batter ciglio», sospira un dirigente del Carroccio: «Mentre noi...». Il «noi» sta per Salvini, che l'altro ieri, mentre scorrevano in tv i dati delle Amministrative, «per due ore» non ha proferito parola alla riunione di partito in via Bellerio. Le elezioni sono state un colpo, ma se Draghi assicura che con la riforma del catasto «le tasse non aumenteranno», se ha fatto inserire un'apposita postilla nella delega come chiedeva Forza Italia, Salvini non può non accettare le garanzie del premier. E magari può rispondere al telefono, dopo una settimana di black out. Sarà così, è già così da ieri sera, e nei prossimi giorni i due si incontreranno per «superare le incomprensioni». Il premier non ha interesse a entrare nella disputa politica. Lui ha il suo cronoprogramma e ogni qualvolta gli suggeriscono qualcosa, risponde: «Mi riservo di decidere. Non vorrei che invece di agevolare il percorso, si possa ostacolarlo».

DOPO IL VOTO 3. LA STRATEGIA DEI 5 STELLE

Difficile per Salvini metabolizzare la sconfitta. E nei 5 Stelle che aria tira, dopo la batosta? La cronaca sul Corriere è di Emanuele Buzzi.

«Accelerare per far partire finalmente dopo mesi il progetto di rifondazione del Movimento: Giuseppe Conte ha una strada sola da seguire, ma diverse spine nel fianco che possono minare il suo cammino. Ecco perché potrebbe decidere di svelare la struttura del Movimento addirittura prima dei ballottaggi che vedono il M5S impegnato in pochi centri. La sconfitta elettorale intanto ha riacceso i malumori in seno ai Cinque Stelle. Non è piaciuto nel Movimento l'atteggiamento di Conte lunedì durante lo spoglio. Diversi esponenti lo criticano sottobanco. La candidata a Torino Valentina Sganga lo dice apertamente: «Mi è dispiaciuta la presenza solo a Napoli, secondo me per ripartire bisogna mettere la faccia anche nelle città dove si perde, come Torino e Roma». Fonti vicine al presidente fanno notare che l'ex premier aveva in programma anche un incontro con Virginia Raggi, saltato solo per i ritardi dello spoglio. Ma nel M5S c'è già chi sposta l'attenzione ai futuri assetti dei vertici. Vincenzo Spadafora parla di nomina «non più rinviabile». Ma sono i rumors su alcuni nomi a gettare scompiglio. «Per ripartire abbiamo bisogno di cambiare. Ci sono nomi che non possono essere spesi per la vicepresidenza: Bonafede non si è fatto da parte e da lì è caduto il governo, Crimi ha gestito il Movimento come tutti sappiamo e si può dire lo stesso di Taverna che ha consigliato male l'ex premier per questa tornata elettorale», osserva un Cinque Stelle. C'è chi si domanda quanto sia sostenibile sul lungo periodo l'alleanza con i dem che «ci stanno cannibalizzando». Fonti parlamentari vicine a Conte sostengono che il dissenso sia «numericamente limitato a pochi eletti e che la maggioranza del gruppo abbia apprezzato l'impegno del leader in una campagna elettorale non certo costruita con candidati ascrivibili a lui». Ora Conte dovrà decidere che linea tenere. L'asse con i dem non sembra in discussione: «È finita nel M5S la stagione in cui si andava a tutti costi orgogliosamente da soli. I progetti vincenti sono quelli che creano un campo largo, solido e che coinvolgano forze progressiste», dice. E anche per i ballottaggi il leader spende parole di stima per Gualtieri: «Persona di valore, ci ragioneremo». Ma l'ombra di due volti storici del Movimento come Beppe Grillo e Alessandro Di Battista rischia di complicare una situazione già difficile. C'è anche chi ricorda le parole del garante, che venerdì scorso ha paragonato Conte al mago di Oz. «Peccato che se si va a vedere la storia, si scopre che il mago era solo una persona normale, come tutti gli altri», dicono alcuni critici. Mentre Di Battista punge: «L'alleanza con il Pd non è più una scelta. È una necessità per qualcuno e per la sua poltrona».

DOPO IL VOTO 4. IL PROGETTO DI RENZI

Fabio Martini sulla Stampa intervista il leader Italia Viva: "Meglio di così non poteva andare. Noi abbiamo salvato l'anima riformista dem, che era per Conte e adesso sta con Draghi"

«La prima cosa che dice subito: «Sono felicissimo. Felicissimo!». Certo, dopo ogni elezione, se le cose non sono andate malaccio, è buona regola per ogni politico, ostentare buonumore ma Matteo Renzi in queste ore è su di giri anche in privato, come racconta chi ci parla a riflettori spenti. Lui ripete: «Sinceramente meglio di così non poteva andare». Renzi, che il vincitore non discusso di questo turno elettorale sia il Pd di Enrico Letta, rientra tra i motivi della sua felicità? «Certo. Il Pd era per Conte, ora è per Draghi. Abbiamo salvato l'anima riformista di questa esperienza, prima o poi ci ringrazieranno. In queste ore si compie una parabola che è iniziata col Papeete, quando mandammo a casa Salvini, che si è sviluppata nel 2021, quando - contro tutti - facemmo l'operazione Draghi e che si completa oggi con la sconfitta dei sovranisti sui territori. E quanto al Pd, vince quando abbandona la linea, per me suicida, del "O Conte o morte". La lezione di questa tornata amministrativa è chiara e forte: il Pd dovrà abbandonare i grillini, ci sarà spazio per un'area liberal-democratica, i Cinque stelle non arriveranno al 2023». Quindi, senza ironia: lei si sente un patriota? «Sono uno che pensa prima al Paese e poi alla sua parte. Con l'operazione Draghi abbiamo salvato l'Italia, che era la priorità. Fa il paio con il salvataggio dai pieni poteri di Salvini due anni fa». I Cinque stelle sono in crisi ma vederli svanire in 15 mesi non le pare eccessivo? «Ci metteranno meno di 15 mesi, mi creda. Loro cosa sono oggi? Non sono più l'anti-casta e sono dentro il Palazzo, stando a tavola. E con quale ingordigia, peraltro. Se sei contro l'Expo a Milano e poi provi a sostenere il sindaco dell'Expo, alla fine resti fuori. Conte impone la candidata del Fatto quotidiano e non entra neppure in Consiglio comunale: non è fantastico? Non c'è più spazio politico: se si istituzionalizzano c'è il Pd, se si movimentizzano c'è Paragone. E d'altra parte la popolarità non è consenso. Conte riempie alcune piazze, ma non riempie le urne neppure dove riempie le piazze. Non vuole parlare delle grandi città. Parliamo delle piccole, Eboli». La sua spiegazione? «La gente va a vedere il personaggio. Conte è percepito più come influencer che come leader politico. Poi vai a vedere i voti: grande piazza a Eboli ma Cinque stelle al 4 per cento. Noi al 7. Sono forti nei sondaggi, poi vai a votare e prendono meno di noi». Tutti dicono: si è rafforzato il governo. È vero? A quali condizioni? «È vero incondizionatamente. Queste elezioni paradossalmente le ha vinte l'unico che non ha partecipato. Mario Draghi, che si è rafforzato. Pensiamo alla contraddizione di Salvini: ha scelto di inseguire la Meloni anziché seguire Draghi, Avesse fatto l'opposto avremmo un altro racconto, un altro risultato. Lui ha iniziato a perdere queste elezioni quando si è messo a fare la guerra al Green pass. Poche cose sono più assurde di questa». Sul ballottaggio di Roma Calenda riflette. E lei? «Le questioni legate agli apparentamenti è giusto che se le veda chi ha corso, a cominciare da Carlo. Certo, se io fossi romano, voterei Roberto Gualtieri senza alcun dubbio. Al primo turno avrei votato con grande convinzione Calenda, penso che avrebbe fatto bene il sindaco, ma nel momento in cui non riesce ad andare al ballottaggio, è evidente che occorre scegliere tra il candidato della Meloni e il candidato europeista». Calenda, mettendoci la faccia, si è conquistato lo spazio per rivendicare il primato su un'area riformista che tarda a nascere. Forse perché è affollata da talentuosi egolatri? «Calenda ha ottenuto un ottimo risultato a Roma, dove peraltro i primi degli eletti sono due ragazzi bravissimi di Italia Viva. Ma da Milano a Bologna, da Napoli alle prossime elezioni in Sicilia e Sardegna i protagonisti sono stati e saranno tanti. In molti casi donne». E lei in che ruolo giocherà? Centrocampista avanzato? Rifinitore? «Mi sento impegnato a dare una mano senza preoccuparmi per me o per il mio ruolo. Intendo facilitare la costruzione di una casa ampia di riformisti nella quale possono stare da protagonisti coloro che vengono da Forza Italia, Pd, Italia Viva. Tutti coloro che non si riconoscono nei due estremismi, quello populista di destra e quello Cinque stelle». Se ne parla da tempo, per ora senza costrutto «Nascerà un'area forte, bella e soprattutto ampia». Ampia? Chi ci vede dentro? «Più ci sottovalutano, più ci agevolano. Ci avevano sottovalutato dopo il Papeete e nel 2021 ci davano per morti e abbiamo portato Draghi. Credo che sottovalutino questa area, impreziosita da tante personalità». Parafrasando Nanni Moretti e rivisitando Berlusconi, se uno dicesse: con quei due leader il centro-destra non governerà mai? «Questo accostamento tra Nanni Moretti e Berlusconi è suggestivo e dà il senso di come cambia la storia! Berlusconi pensa cose che non dice e dice cose che non pensa. Talvolta gli capita, come è capitato col vostro giornale, di lasciarsi andare! Non metto il naso tra le loro divisioni. Ma se il centro-destra continua ad inseguire no-vax e no-pass, perde. Alla fine una delle analisi politiche più convincenti l'ha fatta il virologo Matteo Bassetti: "I vaccini stanno sconfiggendo il virus ma anche i candidati di destra". Condivido».

GUAI (POST ELETTORALI) PER L’AMICO DI CONTE

Prudentemente l’inchiesta è diventata pubblica, in questo caso, dopo il voto. Nei guai è finito un amico di Giuseppe Conte. La cronaca del Corriere a firma Sacchettoni e Bianconi.

«Gli intercettati, un collega e un manager, lo chiamavano «il prof». Perché l'avvocato d'affari quarantaduenne Luca Di Donna è pure ordinario di Diritto privato alla Sapienza, dove insegnava il suo maestro Guido Alpa, oltre che amico dell'ex premier Giuseppe Conte con il quale condivideva lo studio legale. E nella conversazione registrata dai carabinieri del Comando provinciale di Roma, uno degli interlocutori confidava all'altro: «Gli è cambiata la vita! Quelli si sono trovati dal giorno alla notte quell'altro sfigato a fare il fenomeno, no? E stanno a sfruttare la situazione... Perché hanno la gente che gli va a chiedere le cose!... Lui dice che è lui, è il suo nome invece che dà valore alle cose... È meglio giocarcelo quando devi calare un asso, non per le stronzate!». Frammenti di un colloquio nel quale, riassumono gli inquirenti, si spiega «che il Di Donna ha acquisito potere e ha potuto condurre gli interventi che hanno portato un arricchimento economico per tutti i sodali, dopo che una terza persona si è affermata (s' intende verosimilmente sotto il profilo politico); da quel momento le porte della Pubblica amministrazione si sono aperte per loro, e le hanno sfruttate a pieno». Se qualcuno dovesse pensare a Conte, non coinvolto nell'indagine, il capo dei Cinque Stelle ribadisce che «da quando sono diventato presidente del Consiglio non ho più frequentato Di Donna, né so nulla della sua attività professionale». L'intercettazione citata nel decreto di perquisizione eseguito ieri è uno degli elementi raccolti dalla Procura di Roma nell'inchiesta su Di Donna e gli altri due avvocati Giancarlo Esposito e Valerio De Luca, svelata dalle «visite» degli investigatori nei rispettivi studi professionali. L'ipotesi di reato è «associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze», nonché - insieme ad alcuni imprenditori che avrebbero pagato e promesso somme ritenute illecite - per tre episodi di sospetto traffico di influenze. Uno dei quali vede coinvolta la vecchia struttura commissariale per l'emergenza Covid guidata da Domenico Arcuri. A carico di Di Donna e dei suoi coindagati che, secondo l'accusa, «si associavano allo scopo di ricevere utilità da soggetti privati sfruttando e mettendo a disposizione reciproca le relazioni di ciascuno di loro con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti», c'erano alcune segnalazioni di operazioni sospette da parte della Banca d'Italia. Ma a far scattare l'indagine (inizialmente per corruzione, poi derubricata) è stata la denuncia di un imprenditore che dopo una prima fornitura di mascherine chirurgiche cercava altre commesse. Un amico gli aveva segnalato proprio gli avvocati Di Donna e Esposito (già direttore generale del ministero dello Sviluppo economico) i quali gli «avevano fatto sottoscrivere un accordo per il riconoscimento in loro favore di somme di denaro in percentuale sull'importo degli affidamenti che avrebbero ottenuto dalla struttura commissariale; i due non avevano mancato di rimarcare la vicinanza del Di Donna con ambienti istituzionali governativi». Dopo un secondo incontro presso lo studio Alpa, l'imprenditore s' era tirato indietro per «le modalità opache della proposta di mediazione». Le successive indagini hanno accertato che a seguito di un contratto ottenuto dalla società Adaltis per la fornitura di test molecolari, Di Donna, Esposito e De Luca avrebbero guadagnato almeno 381.800 euro (ma un altro calcolo porta la cifra a circa 800.000). Ottenuti e spartiti con regolari bonifici, sebbene per la Procura si tratti di «remunerazione indebita della mediazione illecita, in quanto occulta e fondata su relazioni personali con pubblici ufficiali della struttura commissariale». Il primo contratto per Adaltis, «con procedura negoziata e senza previa pubblicazione di bando», è stato firmato a giugno 2020, ma l'offerta è stata presentata e accettata a metà maggio. In quel periodo i carabinieri hanno accertato, oltre alle riunioni tra imprenditori e mediatori, «diverse comunicazioni telefoniche» tra Esposito, Di Donna ed esponenti della struttura anti-Covid. Gli inquirenti segnalano i «numerosi contatti» tra Esposito, il commissario Arcuri e il responsabile della logistica dell'Ente. Inoltre ci sono contatti tra Di Donna e Arcuri che cominciano il 5 maggio e terminano il 15, tra l'inizio e la fine dell'offerta di Adaltis. Che però, fanno notare alla ex struttura per l'emergenza, sarebbe stata scelta dalle Regioni dopo le iniziali indicazioni di Confindustria dispositivi medici. A dicembre 2020 Adaltis ha ricevuto nuovi appalti di test molecolari per quasi 2 milioni e mezzo di euro, dopo i quali «Di Donna, Esposito e De Luca hanno ricevuto bonifici che non trovano, allo stato, lecita spiegazione». Un consulente della società, intercettato, racconta che Di Donna e De Luca proponevano una consulenza annuale: «Valerio (De Luca, ndr ) gli ha riferito che il livello con cui si relazionano è talmente elevato che non deve aspettarsi un contratto molto economico». Altre intermediazioni retribuite avrebbero riguardato finanziamenti di Invitalia e del ministero per lo Sviluppo economico».

SCIENZIATI D’ITALIA 1. PARISI

Grande soddisfazione per un’altra affermazione “azzurra”. Il premio Nobel per la Fisica è andato al fisico romano Giorgio Parisi. L’articolo sul Manifesto è di Andrea Capocci.

«È arrivato, finalmente. Il premio Nobel al settantaduenne fisico romano Giorgio Parisi non era del tutto inaspettato, anzi. Come ha confessato lui stesso nelle primissime dichiarazioni, aveva tenuto il telefono libero perché sapeva che qualche possibilità stavolta c'era. Solo due settimane fa la Clarivate - un'accreditata agenzia internazionale di valutazione della ricerca - lo aveva incluso nella categoria degli scienziati più citati al mondo, un riconoscimento che ha spesso anticipato l'assegnazione del Nobel. A Parisi la giuria di Stoccolma ha attribuito una metà del premio per i «contributi rivoluzionari alla comprensione dei sistemi complessi» e, in particolare, la scoperta dell'interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria». L'altra metà se la sono divisi due fisici del clima, entrambi novantenni: il giapponese naturalizzato statunitense Syukuro Manabe dell'università di Princeton e il tedesco Klaus Hasselmann, professore emerito dell'università di Amburgo, «per la modellizzazione fisica del clima della Terra, la determinazione della sua variabilità e la previsione corretta del riscaldamento globale». Il premio al fisico italiano è motivato dalle moltissime ricerche svolte dagli anni '80 a oggi nel campo dello studio dei sistemi disordinati, che hanno rappresentato una piccola rivoluzione scientifica. Per gran parte della sua storia, la fisica si era dedicata ai sistemi in equilibrio, prevedibili e regolari. Si trattava però di idealizzazioni, che ne rendevano possibile lo studio attraverso modelli matematici più semplici di quanto fosse la realtà. Parisi ha affrontato invece sistemi dominati da disordine e casualità, più difficili dal punto di vista teorico ma assai più interessanti e vicini al comportamento di molti sistemi reali. L'oggetto delle sue prime ricerche in questo campo sono apparentemente banali: sostanze amorfe come il vetro o sistemi magnetici privi di una struttura regolare, detti appunto «vetri di spin». Quegli studi, oggi premiati con il Nobel, hanno mostrato che anche sistemi così semplici possono dare vita a comportamenti complessi e non riconducibili alla somma delle proprietà dei suoi costituenti elementari. Le teorie di parisi si sono rivelate adatte a rappresentare una quantità di situazioni reali ritenute prima troppo complicate per le idealizazioni della fisica teorica, e che lo stesso Parisi non aveva certo previsto agli esordi. Grazie a quei modelli teorici è stato possibile comprendere come dal disordine possano emergere strutture regolari e, entro una certa misura, prevedibili se osservate con la giusta lente. Con gli oltre trecento colleghi con cui ha collaborato nel corso della sua carriera, Parisi ha potuto affrontare problemi diversissimi, dalle reti neurali alla base del funzionamento del cervello - un filone di ricerca condiviso con Daniel Amit - ai mercati economici e al volo coordinato degli stormi, in cui migliaia di uccelli formano coreografie perfette senza una regia evidente, uno dei settori esplorati negli ultimi anni da Parisi e dal suo gruppo di ricerca. Anche il clima rientra in questi sistemi complessi. E non è un caso se i giurati del Karolinska abbiano scelto di premiare insieme a Parisi due climatologi, che hanno condiviso l'altra metà del premio».

SCIENZIATI D’ITALIA 2. GALLI

Giurava beffardo che Draghi riaprendo i locali dal 26 aprile scorso “calcolava male il rischio”, allora portato al successo da diversi giornali, tv e opinionisti. Oggi il virologo Massimo Galli è indagato per una brutta storia di concorsi truccati a Medicina. La cronaca di Giulia Bonezzi e Simona Ballatore sul Quotidiano Nazionale.

«Il  più noto tra gli indagati nell'inchiesta milanese sui concorsi «medaglione» all'università è Massimo Galli, ordinario alla Statale e primario di Malattie infettive 3 all'ospedale Luigi Sacco, a un passo dalla pensione (ci va a novembre, a luglio ha compiuto 70 anni). Una fama guadagnata e spesa nell'ambito scientifico fino a febbraio 2020: l'impegno contro l'Aids dagli anni '80 non gli valse la ribalta sulla quale è salito con la pandemia da Covid-19. Tra i virologi laureati star dalla tivù, Galli si distingue per numero di presenze. Infaticabile, implacabile con chi sottovaluta il virus (e perciò celebrato da numerosi meme), non si sottrae a scontri social-mediatici (epici quelli con l'anestesista Alberto Zangrillo) e altre rogne portate dall'eccessiva notorietà, senza scomporsi neanche quando il suo ospedale, a febbraio 2021, smentisce una sua dichiarazione («Ho il reparto invaso di varianti»). Il Sacco aveva anche smentito, nel 2020, d'esser coinvolto nello screening sierologico che Galli condusse con la Statale e il Comune sugli autisti dell'azienda trasporti di Milano. Il professore, sostenitore dei test pungidito benché il ministero della Salute non li considerasse attendibili, l'anno scorso veniva sentito dalla procura di Pavia (lo riportò La Provincia Pavese) come esperto nell'inchiesta sul test Diasorin. Ora invece deve interloquire coi magistrati milanesi da indagato, insieme a 23 colleghi. Prima accusa: «Falsità materiale commessa da pubblico ufficiale», per un prospetto con i punteggi attribuiti ai candidati non predisposto «collegialmente» dalla commissione il 14 febbraio 2020, ma «concordato successivamente» con Agostino Riva. Insieme al direttore dell'azienda pubblica Fatebenefratelli-Sacco, Alessandro Visconti, e a Manuela Nebuloni avrebbe poi «turbato con promesse e collusioni» la selezione per l'assunzione a tempo determinato di quattro biologi e, sempre con Visconti, avrebbe predisposto «un avviso pubblico modellato sulle caratteristiche delle due candidate che intendeva favorire» e deciso la composizione della commissione affinché le privilegiasse. «Circostanza che non si è verificata perché osteggiata da Maria Rita Gismondo», si legge tra parentesi negli atti. Altro concorso sotto la lente, quello per l'assunzione di un professore di ruolo di prima fascia «a chiamata», vinto da Gianguglielmo Zehender: Galli e un altro docente avrebbero «allontanato» potenziali candidati, «predisponendo un bando che potesse esaltarne il curriculum». «Seguiamo con sconcerto e sgomento profondi quanto sta accadendo - fa sapere il rettore della Statale Elio Franzini, pur rinnovando la fiducia ai ricercatori -. Si tratta di ipotesi per ora, ma di una gravità senza precedenti per noi». In serata ha parlato anche Galli (su Rai3): «Francamente sono tranquillo, non vedo niente di particolare in quello che mi viene contestato». E ancora: «L'Italia non è un Paese meritocratico? Credo in tutta la mia vita di aver applicato questi criteri, forse anche questo diventa scomodo».

ECONOMIA, L’ETÀ DELLE RIFORME FISCALI

Dall’estero domina il campo la macro economia. L’incertezza sull’inflazione, il boom dei prezzi energetici, le decisioni delle banche centrali che non potranno a lungo mantenere la politica di stampare moneta, preoccupano. «Adesso tocca alle politiche fiscali». Dice Lawrence Summers, ex segretario al Tesoro Usa a Maximilian Cellino del Sole 24 Ore.  

«Stiamo entrando in un periodo di inflazione dopo anni caratterizzati da prezzi stabili o addirittura in discesa, i tassi di interesse dovranno quindi inevitabilmente crescere e questo potrebbe rendere più complessa la gestione del debito enorme generato da anni di politiche monetarie ultra-espansive». Dall'alto della propria esperienza, Lawrence Summers non può che guardare con una certa preoccupazione ai recenti sviluppi macroeconomici e alle sfide che attendono il mondo post-Covid. Non per questo però il presidente emerito della Harvard University - con un passato illustre da capo economista della Banca Mondiale, segretario al Tesoro Usa durante l'Amministrazione Clinton e consulente economico di Barack Obama - perde la fiducia in coloro che dovranno gestire la nuova era. Il Sole 24 Ore lo ha intercettato in occasione del suo intervento al T20 Summit organizzato da Ispi e Bocconi in vista del vertice G20 che si terrà a Roma a fine mese sotto la presidenza di turno italiana e con la guida di Mario Draghi, al quale lo stesso Summers non ha lesinato raccomandazioni e consigli. Perché è sicuro che l'economia globale sia a un punto di svolta? «Per quanto possano diventare ancora più espansive, le politiche monetarie non sono in grado di evitare i colli di bottiglia sul lato dell'offerta e partendo da tassi di interesse così bassi avranno anche un'efficacia limitata nel dare sostegno alla domanda. Penso che l'età d'oro delle Banche centrali stia volgendo al termine e le manovre fiscali possano tornare a essere uno strumento dominante della politica di stabilizzazione». Un cambiamento di testimone è dunque necessario, forse anche salutare, cosa la preoccupa? «L'impatto delle politiche monetarie sarà comunque inflazionistico e in futuro saranno necessari tassi appropriati, in qualche modo più alti rispetto a quelli del recente passato. E occorrerà gestire una situazione debitoria più complessa, soprattutto nei Paesi emergenti». E in Europa? Anche dalle nostre parti il debito è aumentato in misura notevole, e l'Italia resta sempre fra gli osservati speciali. «I rischi associati all'elevato livello di debito in Europa non si possono ignorare, ma credo che la situazione possa essere gestita con successo, anche se questo richiederà un'azione più collegata fra gli stati membri dell'Unione. Il tema del debito italiano ha invece più a che fare con un problema strutturale della vostra economia. Cosa intende? «La questione più importante per l'Italia non riguarda la riduzione del debito, ma la necessità di adottare riforme inderogabili se si vuole generare crescita e questo dipende dal Governo. Ho enorme rispetto per Mario Draghi e penso che farà tutto il possibile per far crescere il Paese».

XI SNOBBA L’ITALIA?

Il Presidente cinese Xi potrebbe snobbare l’Italia e non presentarsi al G20 di fine mese. Ne scrive Paolo Mastrolilli sulla Stampa.

«Dialogo tra Usa, Francia e Unione Europea; ma gelo con la Cina. Così si prospetta il G20 di Roma a fine ottobre, a giudicare dall'incontro di ieri tra il segretario di Stato Blinken e il presidente Macron, e la notizia riportata da Bloomberg secondo cui Xi non intende venire in Italia, saltando così il possibile faccia a faccia con Biden. Coinvolgere Francia e Ue nella strategia Indo-pacifica, magari aggiungendole a qualche commessa militare; rafforzare la cooperazione contro il terrorismo nel Sahel; serrare i ranghi occidentali contro la Cina; obiettivi transatlantici che riguardano Nato e Ue, tipo la difesa europea; la Libia, dove però Parigi compete con Roma. Sono i temi concreti su cui lavorano gli Usa, per superare la crisi dei sottomarini nucleari all'Australia compensando Parigi e Bruxelles. Lo hanno rivelato fonti del dipartimento di Stato, descrivendo la visita di Blinken nella capitale francese, dove oltre al collega Le Drian è stato ricevuto anche da Macron. Il segretario ha approfittato della ministeriale dell'Osce, per riattaccare i cocci del caso Aukus. Gli Usa non discutono più i fatti, riconoscendo che avrebbero dovuto comunicare meglio con gli alleati. Blinken invece ha discusso le soluzioni concrete, di cui parlerà anche il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan andando a trovare il collega Bonne. Lo scopo è individuare "deliverables", ossia risultati concreti da annunciare quando Biden incontrerà Macron a fine mese, probabilmente a margine del G20 di Roma. Il dialogo invece non riparte con Pechino, dai commerci alle missioni aeree sopra Taiwan, perché Xi al momento non pianifica di venire in Italia. Il governo Draghi non ha ancora però ricevuto alcuna notifica ufficiale».

RAPPORTO CHOC SULLA PEDOFILIA IN FRANCIA

La Francia è sotto choc per un rapporto sui casi di pedofilia che coinvolgono la Chiesa. La cronaca di Avvenire.

«Nella Chiesa francese nessuno potrà più vederli come fatti isolati, avvenuti qui o là e sparpagliati nel tempo. Perché è stata la stessa comunità ecclesiale della Francia, mossa da un bisogno di verità, a chiedere che piena luce fosse fatta sulla propria selva più oscura, quella degli abusi perpetrati nell'arco d'un tempo della durata dantesca d'una vita: gli ultimi 70 anni. E raggelano le conclusioni, insieme con le cifre, esposte ieri mattina dalla Commissione Ciase, l'organismo indipendente voluto dalla Conferenza episcopale francese, che lo ha affidato nel 2018 a Jean- Marc Sauvé, alto funzionario pubblico credente e già vicepresidente del prestigioso Consiglio di Stato. In una sala dominata da un pesante silenzio, le gole si sono ancor più serrate quando Sauvé ha spiegato che in 70 anni, in Francia, sono «216mila» le vittime stimate di abusi sessuali da parte di preti e religiosi uomini, prendendo come base la popolazione ancora in vita. Un dato citato assieme a quello delle «330mila » vittime totali, considerando pure gli abusi dei laici attivi in istituzioni cattoliche come scuole, oratori, gruppi scout. Nell'80% dei casi, si è trattato di ragazzi di sesso maschile, spesso fra i 10 e i 13 anni. La Ciase è entrata direttamente in contatto con 2.700 vittime, mentre altre 4.800 sono state identificate grazie ad archivi diocesani, ministeriali o giornalistici. Le stime sono state estrapolate sondando pure un campione rappresentativo di 28mila persone. Le conclusioni potrebbero sembrare incredibili, se non fossero il frutto di tre anni di lavori da parte d'un gruppo di ventuno personalità autorevoli del mondo scientifico, medico e giuridico, quasi per metà donne, scelti da Sauvé per riunire competenze complementari, come il magistrato Antoine Garapon, la teologa Marion Muller-Colard, lo psichiatra infantile Thierry Baubet, l'antropologa Laëtitia Atlani-Duault. Ad infliggere incancellabili sofferenze sono stati «fra 2.900 e 3.200 pedocriminali», su un totale di circa 115mila preti e religiosi uomini. «È come gettarsi dal secondo piano della Tour Eiffel»: così una vittima descrive il coraggio necessario, da adulto, per testimoniare su simili orrori davanti ad estranei. A citarlo, in apertura della presentazione di ieri, è stata un'esponente della Ciase e specialista di maltrattamenti infantili, Alice Casagrande, sottolineando pure quanto doloroso sia stato l'ascolto prolungato di circa 250 testimonianze di vittime e familiari, ricordando in particolare le «lacrime di un settantenne» e la «rabbia di una donna». Sul piano storico, Sauvé ha evidenziato che gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati i più macchiati dall'orrore, prima d'un sensibile calo nel ventennio seguente. Ma dal 1990 in poi, la curva non scende più. Dunque, «il problema sussiste». Sauvé ha tenuto a ricordare il carattere spaventosamente pervasivo degli abusi nell'intera società francese, dato che «5,5 milioni di maggiorenni hanno subito violenze prima dei 18 anni», nella stragrande maggioranza dei casi nella cerchia familiare. In proposito, l'esempio della Ciase serve già da modello per il lancio di iniziative simili in altre sfere sociali. Per il rigore con cui ha impostato e condotto le sue inchieste, la commissione è stata ringraziata tanto dalla Chiesa di Francia, quanto dalle vittime, rappresentate ieri sulla scena da François Devaux, dell'associazione "La Parola liberata", autore d'un intervento durissimo durante il quale ha rivendicato compensazioni tangibili. In queste ore di sgomento, papa Francesco è detto vicino alla Francia, ha riferito Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa vaticana. «Il suo pensiero - ha chiarito - va anzitutto alle vittime, con grande dispiacere, per le loro ferite, e gratitudine, per il loro coraggio nel denunciare, e alla Chiesa di Francia, perché, nella consapevolezza di questa terribile realtà, unita alla sofferenza del Signore per i suoi figli più vulnerabili, possa intraprendere una via di redenzione».

DA ANNULARE IL PROCESSO CONTRO BECCIU E ALTRI 9?

Oggi si decide ma la stessa accusa ha chiesto l’annullamento del processo contro Becciu, arrivato alla terza udienza. Vincenzo Bisbiglia sul Fatto.

«Colpo di scena al processo in Vaticano sui fondi alla Segreteria di Stato, che vede imputato anche l'ex sostituto agli affari generali, il cardinale Angelo Becciu. Il procedimento rischia addirittura l'annullamento. Ieri il promotore giudiziario aggiunto, Alessandro Diddi - dunque il pm - ha chiesto l'azzeramento. Il motivo è da ricercarsi nell'istanza dei difensori che invece reputano il processo nullo per la mancanza agli atti della testimonianza completa di monsignor Alberto Perlasca, responsabile dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato fino al 2019, un tempo braccio destro di Becciu e oggi principale accusatore suo e degli altri 9 indagati. Secondo le difese, potrebbero esserci state delle forti irregolarità procedurali nell'interrogatorio. Questa mattina è prevista la decisione della Corte, presieduta dal presidente Giuseppe Pignatone che scioglierà la riserva sulla "maxi richiesta delle parti", come l'ha definita lui stesso. Il processo ruota intorno alla compravendita-truffa di un immobile di prestigio nel quartiere Chelsea nel centro di Londra, costato alla Santa Sede una cifra stimata tra i 77 e i 175 milioni di euro, cui sono seguiti presunti episodi di peculato e abuso d'ufficio da parte di Becciu. Perlasca è stato interrogato cinque volte, due come indagato e altre tre come persona informata sui fatti: l'alto prelato è stato prosciolto quando ha iniziato a collaborare con i magistrati vaticani. Una delle deposizioni, quella chiave di circa cinque ore, sarebbe stata video-registrata, ma non è finita agli atti e dunque in possesso degli avvocati difensori. Agli atti non ci sono i file delle deposizioni, ma solo i verbali, in alcuni casi parziali. Il pg aggiunto Diddi ha motivato l'assenza del materiale per tutelare la privacy dello stesso Perlasca e delle persone da lui citate. Se la richiesta di Diddi venisse accolta, ossia "azzerare il processo fatto finora per procedere a un corretto interrogatorio davanti al promotore di giustizia", il processo ricomincerebbe daccapo. Se invece vincesse la "mozione" degli avvocati difensori, verrebbe annullato il rinvio a giudizio e si tornerebbe alla fase d'indagine. "È giusto che le difese abbiano a disposizione tutti gli atti, doveva essere fatta una selezione prima della citazione in giudizio", ha detto Pignatone. Si parla di oltre 300 dvd per un costo di quasi 371mila euro».

Leggi qui tutti gli articoli di mercoledì 6 ottobre:

https://www.dropbox.com/s/whqnh6ntlmj9wmp/Articoli%20La%20Versione%206%20ottobre.pdf?dl=0

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.

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