Via libera Ema, si ricomincia

Riparte la campagna, anche con AstraZeneca. L'autorità UE dice che il vaccino è sicuro. Parlano la Von der Leyen e il produttore italiano. Il mondo si chiede che cosa farà Biden. Oggi festa del papà

Il vaccino AstraZeneca è sicuro, l’Ema ha verificato i casi europei di morti sospette dopo l’iniezione e in particolare si è concentrato ad esaminare quelli provocati da trombosi. Non è dimostrato ci sia una relazione fra vaccinazione e trombosi, ma non può essere escluso. Nel frattempo l’incidenza statistica dei casi riscontrati è talmente bassa che conviene continuare ad usare il vaccino. Italia, Germania e Francia ripartono subito oggi con la campagna, somministrando anche il siero anglo svedese. La decisione politica era in qualche modo prevista, se l’Ema avesse dissipato tutti i dubbi. Si è perso tempo? Sarebbe stato peggio, ma molto peggio, non fermarsi a verificare bene rischi e controindicazioni. Resta, è vero, la sensazione che ci sia stato un aspetto di guerra strategico-economico-politica in cui sono coinvolti gli Stati e le case farmaceutiche. Una cosa non esclude l’altra. Oggi sui giornali si racconta che Biden (gli Usa avevano finanziato il vaccino AstraZeneca, ma poi non è mai stato autorizzato) donerà invece quelle dosi ai messicani. La Von der Leyen (su Repubblica) e l’imprenditore italiano che a Pomezia fabbrica AstraZeneca (sul Corriere) dicono la loro anche su questo. E aiutano a farsi un’idea. Una cosa è certa: anche in tema di vaccini la fiducia si basa sui fatti, non sulle opinioni. Non deve essere un terreno di pregiudizi o di crociate.

Intanto il mondo si interroga sulla nuova tensione Usa-Russia. Gaffe o non gaffe, Biden è molto attivo in politica estera e sono diverse le letture della sua dichiarazione anti-Mosca. Putin, da parte sua, risponde con ironia, per qualcuno inquietante. Per gli europei, e anche per gli italiani, si aprirebbe però, dicono a Washington, un ruolo più importante di prima, in un multilateralismo competitivo, dove Usa, Cina e Russia “camminano e masticano la gomma”. Cioè convivono, contendendosi lo spazio strategico. Vedremo presto che cosa significa. Per la politica italiana, al di là delle polemiche sulle mosse del governo Draghi in materia economica, ci sono ancora spine sia per Letta che per Conte, nel difficile lavoro di ricostruzione di Pd e Movimento 5Stelle. Oggi è il 19 marzo, San Giuseppe, e festa del papà. Auguri. Vediamo intanto i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Si riprende e si riparte sui titoli dei quotidiani di oggi che si concentrano sulla decisione di Ema e il conseguente semaforo verde dei Governi europei. I giornali cercano di metterci un po’ di entusiasmo. È un Ritorno di fiala, come dice Il Manifesto. Per il Corriere della Sera: AstraZeneca, da oggi si riprende. Per il Quotidiano nazionale: «È sicuro». Si riparte con AstraZeneca. A parte la posizione delle virgolette titolo molto simile de La Stampa: «AstraZeneca è sicuro, si riparte». IlDomani si lamenta: AstraZeneca è sempre stato sicuro. Abbiamo fermato i vaccini per niente, il che però tende a sottostimare le verifiche stesse dell’Ema. Hanno analizzato o no questi casi di trombosi?La Verità concorda nella disistima verso l’organo di controllo europeo: UFFICIALE: CI PRENDONO IN GIRO. Il Giornale invece cerca di andare sul positivo: Ora basta paura. Mentre la Repubblica guarda avanti: Vaccini, corsa contro il tempo, anche se sembra un titolo già letto. Avvenire allude alla prima giornata nazionale in memoria delle vittime: Iniezione di memoria. Mentre Il Fatto “vignetta” i due leghisti con boccettine di vaccini in mano: Giorgetti e Salvini divisi sui vaccini. Che fa molto Totò e Peppino. Libero spara: Metà italiani rifiutano il vaccino. Risponde Il Mattino: AstraZeneca, chi rifiuta aspetta. Il quotidiano economico, Il Sole 24 Ore, si concentra sul decreto in approvazione oggi: Decreto sostegni, l’assegno coprirà al massimo il 5% delle perdite annue. Mentre Il Messaggero pensa alle vacanze di Pasqua: Seconde case, stretta Regioni.  

VIA LIBERA DELL’EMA. SI RIPARTE CON LA CAMPAGNA

L’Ema ha studiato tutti i casi di possibili effetti collaterali. Al di là della loro percentuale molto bassa, 25 su 20 milioni, ci sono all’esame rare forme di trombosi, segnalate dai diversi Paesi europei, per i quali il legame con il vaccino AstraZeneca non può essere escluso. Sarà rivisto il “bugiardino”, il foglietto illustrativo delle controindicazioni, ma il vaccino è sicuro. I Paesi europei ricominciano da oggi ad usarlo di nuovo, Italia e Germania in testa. Riassume così la vicenda Elena Dusi su Repubblica.

«Il vaccino di AstraZeneca è sicuro ed efficace. I suoi benefici superano i rischi». Con il giudizio dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, torna il semaforo verde per il vaccino sospeso da inizio settimana in quasi tutto il continente. Alcuni casi di una rara forma di trombosi, spiega l'Ema, si sono effettivamente verificati. Il legame con l'iniezione non può essere escluso. Ma i loro numeri sono troppo esigui sia per trarre conclusioni certe che per giustificare uno stop della campagna di immunizzazione: 25 casi di cui 9 fatali su 20 milioni di dosi somministrate in Europa e Gran Bretagna. Su questi l'Ema continuerà a vigilare, ma in sostanza non ha modo né di prevederli né di prevenirli. Tanto meno può bloccare la campagna di immunizzazione sulla base di un rischio così esiguo. «La somministrazione del vaccino AstraZeneca riprenderà già da domani» (oggi per chi legge) ha subito annunciato il premier italiano Mario Draghi. «La priorità del governo rimane quella di realizzare il maggior numero di vaccinazioni nel più breve tempo possibile». Da recuperare ci sono circa 200mila iniezioni, perse da lunedì, giorno dello stop. Ci vorranno almeno un paio di settimane. Alcune Regioni hanno cominciato a riorganizzare le prenotazioni già dalla mezzanotte di giovedì. Le iniezioni riprenderanno ovunque alle 15 di oggi, dopo l'ok formale dell'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco. Recuperare la fiducia in un vaccino, quando si è insinuato il sospetto di un effetto collaterale, non è comunque mai facile. In Francia il premier Jean Castex ci metterà il braccio oggi a Parigi. Lo stesso farà a Londra il collega Boris Johnson. Anche la Germania riprenderà oggi. La Spagna aspetterà mercoledì, l'Olanda la prossima settimana. Norvegia e Svezia non si sentono ancora sicure, attenderanno di avere «un quadro completo della situazione» (…) I meccanismi di farmacovigilanza d'ora in poi guarderanno con attenzione alla rara forma di trombosi per chiarire qual è, se esiste, il legame con il vaccino. Nel frattempo la possibilità di questo effetto collaterale verrà inserita nel bugiardino. Medici e pazienti verranno avvertiti di quali sintomi tenere d'occhio. Ma non ci saranno altre misure: impensabile ad esempio prevedere la somministrazione di anticoagulanti prima dell'iniezione. Anche questi farmaci hanno effetti collaterali e prescriverli non farebbe che allungare la catena dei rischi».

Sempre su Repubblica Alberto d’Argenio da Bruxelles intervista la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Tema: l’Europa e i vaccini, dopo l’ok di Ema, senza dimenticare la disputa con AstraZeneca sulle forniture, la trattativa con UK e il russo Sputnik.

I problemi relativi alle consegne dei vaccini danneggeranno in modo permanente la fiducia dei cittadini nell'Unione e nella Commissione europea? «Ora siamo concentrati a fare di tutto per ridurre la diffusione del virus aumentando e stabilizzando le forniture dei vaccini, siamo ancora in una situazione molto preoccupante tra varianti e terza ondata. Posso capire quanto sia difficile e frustrante la situazione, quanto soffrano i nostri cittadini ma dico che giudicheremo la crisi quando la avremo superata. Sono profondamente convinta che capiremo tutti che l'approccio giusto era di stare insieme come Unione europea». Sente di avere ancora la fiducia dei capi di Stato e di governo e dell'opinione pubblica europea? Si dimetterà se non raggiungerà il target da lei fissato di vaccinare il 70% della popolazione adulta entro la fine dell'estate? «Sono estremamente fiduciosa che raggiungeremo l'obiettivo». Non sente una certa fatica da parte dei governi nel restare uniti per superare la pandemia? «Vedo esattamente il contrario, ovvero che solo insieme saremo capaci di uscire dalla pandemia e da questa profonda crisi, come abbiamo dimostrato in primavera quando con il Next Generation Eu abbiamo trovato un approccio comune sul versante economico. Quando abbiamo negoziato i contratti con aziende che avevano richieste da tutto il mondo, a farlo eravamo 450 milioni di europei. Nessun Paese da solo avrebbe ottenuto un portafoglio di vaccini tanto vasto e oggi vediamo quanto sia importante disporre di una ampia scelta perché puoi sempre avere problemi con un produttore. Non posso nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se 4 o 5 Stati membri avessero avuto i vaccini e gli altri no: sarebbe stato devastante per l'unità europea e avrebbe distrutto il mercato unico. È vero che stiamo attraversando situazioni molto critiche, ma tutti realizziamo che miglior approccio per uscirne è quello di lavorare uniti a livello europeo». Dopo il pronunciamento dell'Ema su AstraZeneca, cosa direbbe ai nostri cari, ad esempio a mio cugino, per convincerli a vaccinarsi? «In Europa abbiamo immunizzato 7 milioni di perone con AstraZeneca con risultati molto buoni e stiamo iniziando a osservare che il tasso di mortalità degli anziani sopra gli 80 anni sta scendendo nonostante i contagi siano in crescita. Iniziamo a vedere l'effetto del vaccino ed è stato molto importante che l'Ema abbia preso il tempo necessario per analizzare in profondità tutti i dati per arrivare alla conclusione che è sicuro ed efficace. Questo dovrebbe convincere suo cugino». (…) Non teme una guerra commerciale totale con Londra? «Ho messo sul tavolo il tema della reciprocità, ora discutiamo con i governi gli strumenti per raggiungerla in preparazione del vertice europeo (di giovedì prossimo, ndr )». Al summit proporrà anche di attivare l'articolo 122 del Trattato per prendere il controllo degli stabilimenti e sequestrare le fiale? «È importante discutere con i leader tutte le opzioni sul tavolo, al termine dei nostro colloqui troveremo una via comune su come procedere». Pensa di agire anche contro altri Paesi? «L'Europa ha esportato fiale verso 33 nazioni tra le quali ce ne sono alcune che producono vaccini, come la Corea del Sud. L'invito ad avere un flusso reciproco ora è sul tavolo». Nella migliore delle ipotesi AstraZeneca consegnerà il 30% delle fiale previste per il primo trimestre e dopo settimane di stallo la Commissione ha annunciato una lettera all'azienda per risolvere le controversie come da contratto: è la premessa di un'azione legale se continuerà a non rispettare gli ordini? «Abbiamo mandato oggi (ieri per chi legge, ndr) una lettera di messa in mora ad AstraZeneca perché vogliamo attivare un processo strutturato di soluzione delle dispute. Ci sono diversi punti aperti sui contratti e il modo migliore per chiarirli è questo». L'Europa firmerà un contratto comune con Sputnik? «Un buon vaccino non ha nazionalità, però deve dimostrarsi efficace e sicuro per superare l'esame dell'Ema. Ricordo che Sputnik ora è in rolling review, ma non ha ancora chiesto l'autorizzazione formale. Il secondo punto fondamentale - e lo vediamo con AstraZeneca - è che una azienda deve essere capace di rispettare le forniture e al momento non abbiamo visto alcuna prova della capacità produttiva di Sputnik. L'Ema prima di autorizzare deve certificare anche i siti di produzione e la loro qualità». La Commissione ha proposto un Certificato digitale verde per far ripartire i viaggi entro l'estate: come risponde ai governi che ritengono il documento discriminatorio per chi non è vaccinato? «Il certificato è del tutto neutrale, informa se una persona è vaccinata, ha un test negativo o ha gli anticorpi perché ha superato la malattia. Dà diversi strumenti per provare che non sei contagioso e dunque non è discriminatorio». Come replica agli attacchi dell'austriaco Kurz sul sistema di ripartizione dei vaccini in Europa? «La Commissione ha raccomandato che fossero distribuiti ai partner equamente in proporzione alla popolazione, ma i governi hanno deciso di per poter modulare le loro quote nei sei vaccini nel nostro portafoglio. Ora ci ritroviamo con sbilanciamenti in quanto alcuni produttori, come AstraZeneca, sono al di sotto delle consegne. Ho però ottenuto 10 milioni di dosi in più (di Pfizer, ndr) e raccomando ai governi di usarle per compensare i gap».

Sul Corriere si sfoga con Margherita De Bac Piero Di Lorenzo, Presidente della Irbm di Pomezia che sta fabbricando il vaccino AstraZeneca nel nostro Paese. Di Lorenzo è convinto che la tormentata immagine del siero, sospeso fino ad oggi e per tre giorni in mezza Europa, sia dovuta a fattori politici e di immagine, non scientifici. Brexit compresa.  

«Sfortuna? «Voglio pensare che sia un concentrato di casualità. Elenco altri fatti. Qualcuno oggi ha ricordato dei casi di mielite di cui sui giornali si è scritto per settimane, bloccando la sperimentazione per più di un mese? E che dire della dichiarazione divertita di un ricercatore che ha parlato di serendipity , di scoperta casuale? Si riferiva al protocollo sperimentale che aveva portato a dimostrare una efficacia del 91%, subito tradotto e qualificato invece come errore, quando errore non era. Ritenere che il trattamento riservato al nostro vaccino non sia stato proprio sereno non è un'affermazione esagerata». E il taglio delle dosi da consegnare all'Europa mentre i lotti andavano al mercato estero? «Due premesse. La prima. Da italiano non riesco a essere neutrale. Perciò ritengo ovvio e giusto che il nostro Governo percorra ogni strada per procurarsi il maggior numero possibile di dosi per i nostri concittadini» E la seconda? «Non rappresento AstraZeneca e ho la facoltà di ricordare un "dettaglio", per dirla con ironia, che sta passando quasi inosservato. L'azienda sta facendo uno sforzo sovrumano, dopo aver gestito tutta la sperimentazione clinica, per organizzare la produzione e la distribuzione di 3 miliardi di dosi del vaccino senza guadagnare un centesimo». Siamo sicuri? «Sottolineo questa frase: senza guadagnare un centesimo. Sento tanti discorsi sul vaccino inteso come bene comune e sulla necessità di consentire a tutti di vaccinarsi per dovere etico nei confronti della collettività. Ebbene una multinazionale fa questa scelta e l'iniziativa viene metabolizzata come se rinunciare a un pacco di miliardi di dollari fosse una ovvietà». Ma le dosi da consegnare all'Europa si sono assottigliate troppo. «Purtroppo, fare vaccini non è come fare pillole: è un processo vivo la cui resa è sempre sconosciuta fino a quando non si comincia a ragionare su scala industriale. I contratti sono stati firmati prima di avere tali conoscenze. Poi una serie di problemi nella messa a punto del processo produttivo nel sito belga ha provocato le conseguenze che stiamo vivendo. Infine, penso che la Brexit non abbia affatto aiutato la soluzione dei problemi. Lorenzo Wittum, presidente di AstraZeneca Italia, sta facendo l'incredibile perché sia garantito al nostro Paese il maggior numero di dosi possibile». Il prezzo politico a 2,80 euro del vaccino (molto più basso di quelli di Moderna e Pfizer) ha determinato ostruzionismo da parte delle aziende concorrenti? «Scherza? Sulla estraneità di Pfizer e delle altre multinazionali rispetto alle perplessità che ho espresso metterei la mano sul fuoco. Al massimo qualche banda locale può aver strumentalizzato il prezzo di vendita nel quale non è stato incluso alcun profitto per AstraZeneca, per far passare l'idea che fosse dovuto a un'efficacia minore. Penso inoltre che qualche nazionalismo mediatico esasperato possa aver prodotto una comunicazione distorta e orientata, oltre a concrete azioni di ostruzionismo come gli attacchi hacker che hanno colpito anche l'Irbm». (…) Quali saranno le conseguenze di questi allarmi? La gente ha già cominciato a diffidare del vaccino. «Sì, è innegabile che questa serie di allarmi concorra a creare un clima di sfiducia e di incertezza che si traduce in perplessità verso tutti i soggetti dell'operazione vaccinale. Mi rincuora la certezza che i medici e gli scienziati, a parte qualche eccezione irrilevante, siano ben convinti di quanto sia efficace e sicuro il vaccino che AstraZeneca sta distribuendo nel mondo».

Alessandro Sallusti scrive il fondo del Giornale (titolo: Tempo perso per colpa altrui) in cui sostiene: eravamo costretti al “disastro” dello stop precauzionale, l’Europa è debole anche sui vaccini, ma non avevamo altra scelta.   

«Una cosa è chiara: dopo che la Germania, per qualche misterioso motivo, ha deciso unilateralmente lo stop, nessuno in Europa avrebbe potuto fare diversamente, e non perché ci si debba sottomettere alla Merkel. Se l'Italia avesse continuato, cosa che probabilmente avrebbe voluto fare di suo, l'effetto panico sarebbe stato uguale o, addirittura, maggiore. Governo irresponsabile avrebbe detto la gente , la Germania protegge i suoi cittadini e noi siamo mandati al massacro con AstraZeneca. Se poi in quei giorni ci fosse scappato pure il morto di trombosi addio a Draghi e ai suoi «competenti». Sono convinto che l'Italia non avesse alternative praticabili, per di più non è il momento di spaccare un fronte europeo faticosamente ricostruito. Attenzione, sui vaccini l'Europa è stata un disastro, ma credo che da soli avremmo fatto un super disastro, non avendo né soldi né forza contrattuale. Del resto, a differenza di Cina, America, Russia e Inghilterra (che hanno investito nella loro ricerca dell'antivirus una montagna di soldi pubblici e ora ne godono i vantaggi), i Paesi europei non hanno un loro vaccino e quindi sono da una parte in balìa delle multinazionali e dall'altra terreno di conquista delle stesse. Nella guerra alla pandemia l'Europa è come quell'esercito costretto ad andare al fronte disarmato sperando che qualcuno gli passi un po' di munizioni, e in questo la Germania non fa eccezione, per capirci è nelle stesse condizioni, sia pure con un po' più di euro in cassa, di Italia, Francia e Spagna. Detto questo non è il momento di stracciarsi le vesti, ma quello di rimboccarsi le maniche. Abbiamo perso tre giorni di vaccinazione con danni enormi, sia economici che sanitari. Non complichiamo le cose con l'effetto panico: AstraZeneca è sicuro, alla pari degli altri vaccini. Invidio chi da oggi potrà iniettarsi una sua dose e aspetto con pazienza il mio turno, sperando che arrivi al più presto».

RISTORI E POLEMICHE. DRAGHI “COMUNISTA”

Andrea Duccio spiega sul Corriere della Sera il decreto Sostegno, che va in approvazione oggi pomeriggio al Consiglio dei Ministri. Ieri è stato illustrato ai rappresentanti della maggioranza, in una riunione con ben 47 partecipanti.  

«È un decreto con interventi per 32 miliardi quello destinato all'approvazione del Consiglio dei ministri convocato per oggi pomeriggio. Un provvedimento finanziato in deficit attraverso lo scostamento di bilancio autorizzato dal Parlamento, dove la misura più attesa e più consistente è quella dei ristori, già annunciata dal governo Conte e, poi, slittata a causa della crisi che ha portato Mario Draghi a Palazzo Chigi. La voce dei contributi a fondo perduto destinati a imprese, partite iva e professionisti vale 11 miliardi e serve a ristorare una platea di circa 5,5 milioni di attività colpite dalle chiusure e dagli effetti della pandemia. Il meccanismo previsto dal dl Sostegni stabilisce che l'indennizzo vada alle imprese che hanno subito perdite oltre il 30% di fatturato nel 2020. La base per il calcolo dell'indennizzo (che non può superare in ogni caso 150 mila euro) è la perdita media mensile del 2020 rispetto al 2019 moltiplicata per due. A questa base si applica una percentuale dal 20 al 60% secondo l'entità del fatturato. Rispetto alla bozza iniziale i ristori sono estesi alle aziende con ricavi annui fino a 10 milioni (anziché 5 milioni), stabilendo così 5 categorie: imprese fino a 100 mila euro di ricavi (si applica il 60%), da 100 a 400 mila (si applica il 50%), da 400 a 1 milione (40%), da 1 a 5 milioni (30%) e da 5 a 10 milioni (20%). Il criterio dei ristori prevede, dunque, indennizzi progressivamente decrescenti all'aumentare della fascia di fatturato. L'Agenzia delle Entrate ha stimato un ristoro medio per le imprese nella prima fascia di circa 2 mila euro, mentre quelle della seconda fascia ne otterranno mediamente 5 mila. La previsione è che 3 milioni di attività incasseranno in media circa 3.700 euro.».

Maurizio Belpietro su La Verità si scaglia contro il Governo sulla conferma al blocco degli sfratti e dei licenziamenti. La domanda, retorica, che pone è: serviva Draghi “per portare un po’ di comunismo” nel nostro Paese?

«Sia il blocco degli sfratti che quello dei licenziamenti avrebbero dovuto essere a tempo e comunque compensati da adeguati rimborsi sia per i proprietari di case che per le aziende costrette a non avviare programmi di ristrutturazione. Invece, da interventi d'emergenza si sono trasformati in ordinamenti stabili. Il blocco delle esecuzioni è stato di volta in volta prorogato e lo stesso si è fatto con i licenziamenti. Dopo un anno di governo Conte, pensavo che un presidente del Consiglio come Mario Draghi avrebbe provveduto ad abolire lo stop, varando un decreto che aiutasse gli inquilini non in grado di pagare l'affitto e sostenesse i lavoratori che eventualmente fossero colpiti da processi di ristrutturazione. Invece, il nuovo esecutivo si comporta come quello vecchio, forse a causa della nomina di Andrea Orlando, ossia di un ministro del Lavoro cresciuto a falce e martello, nel defunto Pci. E proprio come un ex comunista, fa comunella con i compagni e con i sindacati, prorogando il blocco dei licenziamenti fino alla fine dell'anno. Certo, la maggioranza delle persone sarà contenta. Perché aumentare il numero di disoccupati in un Paese che ha già battuto ogni record di posti di lavoro persi non è una mossa che strapperebbe applausi. Tuttavia, legare le mani a un'impresa, impedendo di agire sul costo del lavoro senza prevedere alcuna compensazione, equivale a condannare l'azienda, aggravandone i problemi. Se una società è in crisi, la cassa integrazione in deroga e gli altri strumenti che sindacati e compagni mettono in campo non risolveranno il problema, ma lo sposteranno solo un po' più in là, rendendolo ancora più grave. L'articolo 41 della Costituzione dice che l'iniziativa economica privata in Italia è libera. Ma che libertà c'è se una delle variabili più importanti della produzione, ossia il costo del lavoro, è intoccabile per legge? Serviva un ex governatore della Bce per portare un po' di comunismo in Italia? Sul lavoro, non avevamo già le norme meno flessibili dell'Occidente, come mi pare che in passato qualcuno ci abbia spiegato?».

LETTA SCEGLIE, DI MAIO PENSA AL VOTO PER POSTA

Oltre che di vaccini ed economia (sta montando una polemica sulle cartelle esattoriali), si parla ancora della riorganizzazione di Pd e 5Stelle. Enrico Letta completa l’organigramma del Pd, scegliendo le persone da chiamare a collaborare con lui nella segreteria del Nazareno. 16 persone, 8 donne, 8 uomini fra cui qualche esterno e tre ex del Governo Conte: Sandra Zampa, Francesco Boccia e Antonio Misiani. In squadra c’è anche Mauro Berruto, l’ex CT della Nazionale di pallavolo, sportivo ma anche recentemente manager della Scuola di scrittura Holden, fondata da Alessandro Baricco. Lo ha intervistato il Corriere.

«Questo nuovo Letta metterà a frutto tutta la sua esperienza precedente e la competenza, ma il vero valore aggiunto è la discontinuità degli ultimi sette anni». Sette anni passati a Parigi, a insegnare ai giovani. «E a guardare le cose da un punto di vista diverso. È stato un grande privilegio anche per me, che nel 2015 ho lasciato la nazionale di pallavolo per fare l'AD della Scuola Holden. La discontinuità è stata un grande arricchimento, per me come per Letta». L'ha convinta il discorso dell'ex premier? «Molto, ci ho visto il manifesto di quel momento generativo di cui le parlavo. Ma la stima e l'amicizia che mi legano a lui non mi permettono di essere obiettivo». Perché ha accettato di far parte della segreteria? «Perché me lo ha chiesto Enrico. Dopo qualche mese di vagabondaggio intellettuale non avevo più un tetto sulla testa». Un po' come il Pd. «Sono felice e orgoglioso di poter provare a mettere una tegola anche io». Ha la tessera del Pd lei? «No, ma mi sono sempre riconosciuto in quel mondo. Ho solo il santino del Toro e due tessere, dell'Anpi e dei giornalisti». Il suo piano per rilanciare lo sport dopo la pandemia? «È il momento più duro degli ultimi 70 anni. Migliaia di società sono in ginocchio e non riapriranno più. Il modello dello sport di base si è frantumato, bisogna alzare lo sguardo e costruirne uno completamente nuovo».

Sembra ancora ai blocchi di partenza la leadership di Giuseppe Conte nel Movimento 5 Stelle. Ieri l’ex premier ha scritto un lungo post per ricordare le vittime del Covid, ma è qualche tempo che non interviene su temi politici. Il retroscena di Emanuele Buzzi sul Corriere ipotizza che Di Maio potrebbe avere un ruolo di traghettatore. Primo nodo da sciogliere: il rapporto con Rousseau/Casaleggio.   

«Nelle ultime ore sta prendendo piede l'idea di uno stratagemma: far votare gli attivisti via posta in modo da aggirare Rousseau. Una soluzione, però, che trova già diversi Cinque Stelle perplessi. «Potremmo esporci a una serie di ricorsi e trovarci punto a capo», dice uno di loro, che si domanda: «Come si può garantire che abbiano effettivamente votato gli aventi diritto?». In questa situazione confusa, con Conte che preferisce attendere un'investitura ufficiale con tutti i crismi prima di muoversi da leader, nel Movimento c'è una frangia in pressing su Luigi Di Maio perché gestisca lui in prima persona sia la trattativa con Casaleggio sia i nodi politici più urgenti da sciogliere. In primis rinsaldare l'asse con i dem, un argomento su cui non a caso il ministro degli Esteri è intervenuto in un'intervista a El Pais . «Ho sempre lavorato bene con Letta, è una persona in cui ho molta fiducia. L'alleanza tra Pd e M5s sarà rafforzata», ha detto Di Maio. E poi ha precisato: «Ma non deve essere solo elettorale, è necessario guardare ad orizzonti lontani per crescere insieme. Dobbiamo affrontare insieme le grandi questioni sociali. Letta e Giuseppe Conte troveranno spazio per il dialogo». L'ex capo politico M5S ha parlato anche di ius soli, citato dal segretario dem tra i suoi punti programmatici: «Quando parliamo di cittadinanza a mio avviso dobbiamo coordinarci a livello europeo». Il primo scoglio da affrontare con i dem, però, è quello delle alleanze per le Amministrative. Nell'attesa del nuovo corso contiano, prosegue sottotraccia una flebile trattativa. Su sei capoluoghi di regione, nel Movimento auspicano di chiudere «almeno un patto per quattro (…)  E proprio il Campidoglio rischia di essere l'altra città con dem e M5S spaccati: l'endorsement di Beppe Grillo alla sindaca uscente sarà difficile da scalfire per chiunque nel Movimento. I pentastellati sostengono che il Pd abbia fretta di definire un quadro preciso e punta ad avanzare proposte anche in altri capoluoghi. Quelli interessati da un possibile asse sono Bologna, Milano, Torino e Napoli. Situazioni ancora incerte, ma il Movimento vorrebbe provare a proporre un civico d'area per la città governata da Chiara Appendino, mentre sotto il Vesuvio rispunta la candidatura di Roberto Fico, ben vista nella coalizione. Proprio ieri il presidente della Camera ha incontrato il nuovo segretario del Pd».

L’altro retroscenista specializzato in grillini, Luca De Carolis sul Fatto, spiega che il voto per posta sarebbe comunque elettronico, attraverso la PEC. Ammesso che si riescano ad avere gli indirizzi degli iscritti da Casaleggio, che per adesso li conserva nella memoria della piattaforma Rousseau.

«Ecco l'idea del Movimento per tenersi in equilibrio: da un lato insistere con Conte perché chiuda almeno subito dopo Pasqua, dall'altro lavorare a un'alternativa a Rousseau per votare (ratificare) altrove il piano di rifondazione dell'ex premier e annessi e connessi, come l'organo collegiale che dovrà affiancare Conte. Altrove, prima di definire il progetto di una nuova piattaforma (avviato ma ancora da limare) a oggi potrebbe significare anche cambiare proprio mezzo. Ossia ricorrere alla Pec, la posta elettronica certificata, come strumento per far affluire i voti degli eletti e dei "semplici" iscritti. Certo, c'è il nodo per nulla irrilevante che l'elenco degli iscritti lo ha in pancia Rousseau, e non ha mai voluto condividerlo con il M5S . Ma si sta studiando come ovviare. Di certo se ne discute, ai piani alti del Movimento. Ma si ragiona anche di molto altro. Per esempio di terzo mandato, nodo che è stato nuovamente riproposto a Conte, e che potrebbe essere risolto sottoponendo gli eletti con due legislature in Parlamento a un recall, cioè a una verifica da parte degli iscritti, anche in base a criteri meritocratici più o meno oggettivi. Poi c'è l'argomento segreteria. Conte vorrebbe un organo non affollato dai soliti big, anche per favorire un ricambio e costruire una classe dirigente. E intanto deve tenere conto della spinta delle donne 5Stelle, che come accaduto nel Pd (per ora, senza quel clamore) reclamano più spazio e più ruoli. Così ad aspettare una chiamata ci sono l'ex ministra all'Istruzione Lucia Azzolina, attivissima su agenzie e social, e la viceministra al Mise Alessandra Todde, manager sarda stimatissima dal contiano doc Stefano Patuanelli (ex ministro al Mise, che le aveva affidato la delicata delega alle crisi aziendali). (…) Conte sa e riflette, mentre lavora al nuovo Statuto e a un M5S con coordinatori regionali, aperto il più possibile ad associazioni e società civile. Un Movimento che in queste settimane ha perso decine di parlamentari tra espulsioni e addii, tutti fuori per aver detto no al governo Draghi. Un danno anche economico, per i gruppi parlamentari».

PUTIN RISPONDE A BIDEN CON L’IRONIA

Vladimir Putin ha risposto con ironia alla pesantissima accusa di Joe Biden, “assassino”, formulata in un’intervista televisiva. Ha fatto il verso all’avversario, come lui stesso ha detto, “come facevamo da bambini”. “Chi lo dice, sa di esserlo”. Noi da piccoli dicevamo: “Chi lo dice lo è, cento volte più di me”. E comunque gli ha fatto gli “auguri”, concludendo che non voleva scherzare o essere ironico. Se fossi in Biden, rinuncerei al tè… Massimo Gramellini sul Corriere nel suo Caffè (titolo Joe, stai sereno).  

«Sembra il battibecco tra due mocciosi, se non fosse che questi maneggiano codici nucleari, e in due fanno quasi 150 anni. Anziché coalizzarsi contro il comune spauracchio cinese, Biden e Putin si scambiano carinerie a mezzo stampa. Quando Trump insultava un capo di Stato estero veniva preso per pazzo, mentre l'alone di bon ton che circonda Joe Biden rende commestibili agli esteti persino i suoi atti più indigesti. Però è stata la replica di Putin a farci precipitare dentro un film di 007. E non tanto per il «chi lo dice lo è» che contiene un fondo di verità - già Jung spiegava come non sopportiamo negli altri proprio ciò che ci risuona dentro -, ma per quell'augurio a Biden di «buona salute» e «sii sano», che tra le gelide labbra di un ex agente del Kgb assume i contorni di una minaccia o, peggio, di una notizia. Come se nessuna cartella clinica avesse segreti per lui. All'ombra di Mattarella e Draghi, che in tutta la loro vita non hanno mai messo una cravatta o un avverbio fuori posto, verrebbe voglia di ergersi per la prima volta a giudici del malcostume altrui, ma non possiamo dimenticare che siamo pur sempre la patria di quello che per mandare a stendere un avversario politico gli scrive «Bacioni», e di quell'altro che augurava a Enrico di stare sereno. A proposito: poiché quell'Enrico è appena tornato alla ribalta, non si può affatto escludere che gli auguri iettatori portino bene e si tramutino anche per Biden in elisir di lunga vita».

Sempre sul Corriere Fabrizio Dragosei, a lungo corrispondente da Mosca:

«Vladimir Putin ha risposto per le rime al presidente Biden che ha detto di ritenerlo un killer. Il presidente russo ha ritorto verso gli Usa le accuse, ricordando lo sterminio dei pellerossa, lo schiavismo (ma in Russia non c'era la servitù della gleba?), le bombe atomiche sul Giappone. «Se no, da dove verrebbe il movimento Black Lives Matter?» si è chiesto. Ma poi ha subito voluto riprendere il filo del dialogo, affermando che bisogna ricominciare a discutere di relazioni bilaterali e crisi regionali. E ha sfidato Biden a un colloquio in diretta web davanti a tutto il mondo: «Sarebbe interessante per il popolo russo, quello americano e per molti altri». La Casa Bianca ha però fatto sapere che nei prossimi giorni il presidente «è molto impegnato», e ha ricordato come l'ambasciatore americano «sia ancora al suo posto». Comunque Washington vuole continuare ad avere una relazione «produttiva» con la Russia, come se niente fosse stato. Ma così non è e le affermazioni di entrambi i presidenti sono destinate a lasciare il segno. Al «killer» di Biden, Putin ha semplicemente replicato: «Si mantenga in buona salute». Poi è passato a commentare le affermazioni sulla Russia: «Quando uno giudica altre persone è come se si guardasse allo specchio chi dice una certa cosa, sa di esserlo». In sostanza, i killer siete voi visto quello che avete fatto nella vostra storia. Più inquietante l'accenno alla salute del suo interlocutore. Almeno due volte Putin ha rivolto strani «auguri» a suoi avversari. Prima a Grigory Rodchenkov, il direttore dell'antidoping russo che denunciò i casi di manomissione delle provette: «Dio gli mandi buona salute», disse nel 2018. Poco dopo fu la volta dell'ex spia Sergej Skripal che aveva subìto un tentativo di avvelenamento da parte di due agenti dello spionaggio militare russo (Gru): «Spero che si mantenga sano, vivo e vegeto». Nel rispondere alla domanda se Putin fosse un killer, Biden aveva di sicuro in mente casi precisi, dalla giornalista scomoda Anna Politkovskaya, assassinata nel 2006, all'esponente dell'opposizione Boris Nemtsov freddato sotto le mura del Cremlino nel 2015. Per non parlare di Aleksej Navalny, il blogger anti Putin che tentarono di uccidere in Siberia. Fatto del quale sono apertamente accusati i servizi segreti statali (Fsb, ex Kgb) che sono alle dirette dipendenze del Cremlino».

Su Avvenire l’editoriale di Giorgio Ferrari, (titolo: Gran partita) si occupa della tensione Usa-Russia, notando che Biden sembra in continuità più con Reagan che con Obama… il nemico strategico è la Cina, la gran partita sarebbe quella con Pechino.

«A cosa è servito dunque quell' «I do», inteso come 'Sì, lo penso', con cui Biden ha confermato di reputare Putin un killer? Certamente a tracciare una linea rossa che Mosca d'ora in poi non potrà più oltrepassare, se non a un prezzo molto salato, dopo due tornate di interferenze elettorali in America e dopo una vischiosa e velenosa campagna orchestrata dai russi e da Trump ai danni del figlio di Biden. Una linea rossa che marca il rispetto dei diritti umani (il caso Navalny è soltanto il più recente ed eclatante degli aspetti) e che si potrebbe riassumere nel seguente motto: trattare sempre, tollerare mai. (…) Con una differenza, rispetto al passato: nella nuova geopolitica americana non è più Mosca la superpotenza rivale, ma la Cina. E infinitamente più importante dell'irritazione di Putin si è rivelato l'incontro che ieri si è svolto ad Anchorage in Alaska fra il segretario di Stato americano Anthony Blinken e il consigliere per la sicurezza Jake Sullivan e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi accompagnato dall'alto membro del Politburo Yang Jiechi. Un primo incontro interlocutorio, dove i motivi di frizione sono innumerevoli, dai diritti umani a Hong Kong, dalla persecuzione nei confronti degli Uiguri ai dazi, dalle dispute sulle aree d'influenza nel Mar Cinese Meridionale al 5G: temi di frizione non privi di rischi, ma che convalidano la consacrazione di Pechino a grande superpotenza con cui l'America è tenuta inevitabilmente a confrontarsi. Un nuovo Great Game nel quale l'Europa stessa è chiamata a scrollarsi di dosso debolezze e ambiguità, partecipandovi a pieno titolo. Questo chiede Biden al Vecchio Continente, e perché non s' illuda che quella fra la Casa Bianca e il 'killer' Putin sia solo una guerra di parole, cala sul piatto una richiesta (per ora non ufficialmente formulata ma già contemplata fra le possibili sanzioni) che la Germania non potrà rifiutare: sospendere la costruzione del gasdotto NordStream2 in concorso con la Russia. Per quanto attuata da un presidente democratico, quella di Biden assomiglia molto a una riedizione degli anni reaganiani: anche qui c'è il proposito dichiarato di mettere all'angolo la Russia, che già Obama aveva umiliato relegandola a potenza regionale. Ora il bersaglio è Vladimir Putin, in crisi di popolarità e di prestigio, che si vorrebbe spingere a rapido congedo. Ma c'è un pericolo da non sottovalutare. Coloro che pensano a un dopo-Putin per la maggior parte risiedono a Pechino».

Su La Stampa Paolo Mastrolilli intervista Charles Kupchan, già consigliere strategico di Obama, che sostiene: lo scontro con Cina e Russia è fisiologico ma l’Europa (e l’Italia) possono avere un ruolo nel mantenere il dialogo.

«L'Italia ha in mano una chiave per riaprire il dialogo con Russia e Cina, perché a ottobre ospiterà il G20, a patto di prepararlo per formare «un fronte unito tra alleati europei e Usa». A suggerirlo è Charles Kupchan, uno che nelle stanze di questi vertici c'è stato proprio con Biden, quando era direttore per l'Europa nel Consiglio per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Obama. Il motivo lo spiega così: «Il rapporto con Russia e Cina è destinato a complicarsi, ma le tensioni di oggi sono un posizionamento per trattare domani, perché abbiamo troppi interessi comuni che ci obbligano a «camminare e masticare una gomma allo stesso tempo», come ha detto il capo della Casa Bianca. Un vertice bilaterale in persona tra Biden e Putin, o Biden e Xi, sarebbe troppo complicato ora. Perciò il G20 di ottobre a Roma è la prima occasione perfetta per farli incontrare, e riaprire il dialogo». Definendo Putin un assassino Biden ha fatto una gaffe, o era parte della strategia? «Le relazioni tra Washington, Mosca e Pechino sono un lavoro in corso. La frase operativa è "camminare e masticare la gomma". Biden da una parte segue la linea dura, perché entrambi minacciano Usa e alleati, e quindi risponde in maniera appropriata. Dall'altra però abbiamo interessi comuni, come il controllo degli armamenti, la sicurezza europea, il Mediterraneo, e con la Cina la Corea del Nord, il clima, il dossier cyber. Stiamo vedendo un posizionamento, non la svolta». Mosca potrebbe interrompere le relazioni diplomatiche? «Putin ha reagito, richiamando ambasciatore. Ci saranno scambi caldi, ma non è la prima volta». Gli europei cosa devono fare? «Non esagerarne l'importanza. Ci sono temi più grossi come Siria, Libia, Nagorno, Ucraina, le armi. Gli europei devono prendere tempo, affinché la diplomazia normale sia restaurata». Cosa può fare l'Italia in Libia? «Abbiamo la miglior situazione da diversi anni, perché c'è un processo politico per un governo più stabile. La relazione tra Mosca e Washington non sarà buona, però viviamo in un mondo interdipendente, e nulla lo dimostra meglio della Libia, dove russi, turchi, francesi, italiani hanno grandi interessi. Serve una posizione dura con Mosca, ma anche tenere aperta la comunicazione».

L’ANNO DI GIUSEPPE, MODELLO DI PADRE

Oggi è San Giuseppe, festa di tutti i papà. Un pensatore laico come lo psicanalista Massimo Recalcati ha sostenuto (ne Il complesso di Telemaco) che la figura evangelica di Giuseppe è un modello per tutti i padri. Tutti i figli sono in qualche modo adottivi, in quanto donati e “altro” da sé. Lello Ponticelli, sacerdote e psicologo, scrive oggi per Avvenire una lettera aperta di auguri ai padri, ritornando sulla lettera apostolica di papa Francesco Patris corde, emanata con l’indizione dell’anno dedicato a San Giuseppe: accogliete ciò che non avete scelto e che eppure esiste.

«San Giuseppe ci insegna a credere che Dio può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. Non solo, ma da san Giuseppe possiamo imparare ad accogliere tutto di noi e della nostra storia, ritrovando pace e riconciliazione anche con tutto quello che in questa storia non è andato. Cari papà, è importante riconciliarci con la nostra storia, così come è stata e così com' è adesso, magari nella solitudine del sentirsi rifiutati o nel doloroso pentimento delle nostre colpe vere. «Se non ci riconciliamo con la nostra storia - scrive ancora papa Francesco - non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni». Allora, coraggio, non abbiate paura! Provate a lasciare la rabbia e la delusione verso voi stessi e verso gli altri che avete e che vi ha ferito; lasciatevi riconciliare da Dio con voi stessi, con gli altri, con la vita, con Dio stesso, magari. Abbandonate la voglia di tenere tutto sotto controllo e accogliete, senza alcuna rassegnazione, ma con fortezza piena di speranza, ciò che non avete scelto eppure esiste».