WHATEVER IT VAX

Draghi affronta la questione vaccini in una dichiarazione. E ferma il panico. Anche Letta parla in video e dice sì al PD. Italia in rosso verso la Pasqua. Oggi 8 anni con Papa Francesco.

È stata la giornata dei messaggi video: hanno parlato Draghi e Letta. Mario Draghi ieri si è rivolto a tutti in una specie di Whatever it takes sulla campagna vaccinale. L’occasione una visita ad un centro vaccinale di Roma. Parole precise e molto determinate sui vaccini, sul caso AstraZeneca, su una campagna che deve arrivare alla somministrazione di 500mila dosi al giorno agli italiani, sulle code che vanno rispettate. Deciso, soprattutto diretto. Ci voleva davvero, lo avevamo detto anche noi ieri in questa Versione, per frenare l’irrazionalità ma anche i giusti timori della gente, di fronte a notizie allarmistiche su alcuni decessi di persone che avevano ricevuto il vaccino e per cui in via precauzionale è stato sospeso un singolo lotto di AstraZeneca. Ci sono momenti in cui chi guida ha il dovere di metterci la faccia e dire che cosa sta succedendo. Altro messaggio video quello di Enrico Letta che alla vigilia dell’Assemblea del Pd ha sciolto la riserva ed ha detto che non cercherà l’unanimità ma la verità. Domenica dirà quello che pensa e si aspetta una discussione. Chapeau. Parla, ma al Corriere, anche l’autore di “le più belle frasi di Osho”, il quirite Federico Palmaroli, che con foto e battute in romanesco è diventato il migliore comico satirico d’Italia. Per il resto il racconto dei giornali è dedicato alle decisioni del Governo sulla zona rossa e arancione in tutta Italia, Sardegna esclusa. Per la prima volta si è usato lo strumento del Decreto, al posto del DPCM, tanto criticato ai tempi di Conte, anche se ovviamente l’approvazione entro 60 giorni avverrà dopo che i divieti sono già stati applicati. Grande spazio anche ai chiarimenti sul caso Astrazeneca, oggi in genere tutti i giornali rinunciano all’allarmismo su questo fronte, anche se ci sono casi di psicosi, soprattutto nel sud Italia. Le prime autopsie sui casi sospetti smentiscono relazioni col vaccino e i Pm che hanno indagato i vertici della casa farmaceutica invitano gli italiani a vaccinarsi. Sul Corriere interviene Nicola Magrini, direttore dell’Aifa. Mentre la ministra degli Interni Lamorgese conferma la sua natura di esperta, super partes, al Viminale in una lunga intervista a La Stampa. Oggi, 13 marzo, sono otto anni che è stato eletto Papa Francesco, lo ricordiamo anche qui (Avvenire stampa un augurio in prima dei Vescovi italiani) con le parole di Lucio Brunelli. Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Avvenire oggi fa un po’ il verso a Il Manifesto e gioca con le parole Il rosso nell’uovo, intendendo uovo di Pasqua. Il Manifesto da parte sua, ma sicuramente è un caso di simmetria involontaria, fa il verso al giornale cattolico con questo titolo: Precetto pasquale. Tutti comunque stanno su quello che il Corriere della Sera senza grande fantasia chiama Stretta sul virus: regole e divieti. Il Quotidiano Nazionale, ieri bello allarmista sui vaccini, oggi è più calmo: Mezza Italia è rossa, il resto arancione. Il Secolo XIX è orfano della Liguria gialla: Regioni il giallo non c’è più. Sarà una Pasqua blindata. La Stampa intervista la Ministra dell’Interno. Lamorgese: “Lockdown di Pasqua, ecco il piano”. Il Fatto tende a disegnare un’Italia diventata regime sotto il nuovo Mussolini che sarebbe Mario Draghi: Tutti chiusi in casa e niente domande. La Verità, da destra, la pensa quasi allo stesso modo: IL CONTEDRAGHI RICHIUDE L’ITALIA. Libero tira fuori gli esempi di Australia e Corea per additare il buon esempio: I Paesi che ce l’hanno fatta anche senza chiudere tutto. Mentre Repubblica sceglie di puntare sulle parole del premier e sintetizza: Draghi, triplicare i vaccini e 20 miliardi di nuovi aiuti. Il Giornale insiste sulla scelta coraggiosa di non andare dietro al panico diffuso: SÌ VAX (SENZA PAURA). Mentre Il Mattino fa presente il risultato delle notizie diffuse ieri: Vaccini, pasticcio Campania, alludendo al deserto nei centri vaccinali di Napoli dove si distribuiva AstraZeneca. Il Messaggero mette insieme l’uscita di Draghi e le notizie sulle chiusure: Il lockdown un anno dopo, “Vaccini una via d’uscita”. Il Sole 24 Ore anticipa una bella notizia economica: Superbonus, proroga fino al 2023.  

PARLA DRAGHI: “VACCINI SICURI, ACCELERIAMO”

Tommaso Ciriaco su Repubblica racconta la visita del Presidente del Consiglio al centro anti Covid di Fiumicino, dove «Il premier va a braccio (ancora però senza sottoporsi a domande). E batte su due parole cruciali: “sacrificio” e “speranza”»:

 «L'ex banchiere centrale rilancia. Rilancia rivendicando lo scatto nel piano vaccinale. Ha nominato una nuova catena di comando e bocciato quella del governo Conte, ora difende la scelta: «Nei primi giorni di marzo abbiamo vaccinato il 30% di tutto il totale». Non basta. Garantisce che il ritmo crescerà ancora. «Si vedono già i primi risultati di un'accelerazione. La media di marzo è il doppio dei due mesi precedenti». E punta più in alto, sapendo che la performance va migliorata: «L'obiettivo è triplicare, presto». E dunque: andare oltre mezzo milione di dosi al giorno. Come? «Utilizzando tutti gli spazi disponibili. Ospedali, aziende, palestre, parcheggi. Sono operativi 1694 siti fissi (il dato più aggiornato è 1721, ndr ), altri verranno». Il progetto è mobilitare odontoiatri e specializzandi, medici sportivi e aziendali. «Serve l'aiuto di tutti. Fondamentale è la partecipazione di tutti i cittadini». Per il generale Francesco Figliuolo, che assiste, bisogna crederci: «Se è possibile concludere prima della fine dell'estate? Dobbiamo vincere, quindi ci proveremo». Per farlo, bisogna risolvere però alcuni deficit regionali. Un esempio è la Calabria, che lo «preoccupa». Vale per il commissario straordinario e vale per Draghi: per rispettare gli impegni servono le dosi. «Contiamo su una forte accelerazione nelle prossime settimane». Poi serve anche che l'Ue vigili e le aziende farmaceutiche non calpestino i contratti. Sul punto il capo dell'esecutivo rilancia il blocco dell'export per «tutelare la salute degli italiani». In prima fila annuiscono Zingaretti e Roberto Speranza, già entrato in sintonia con il premier. C'è un'altra novità, nel centro vaccini di Fiumicino. Draghi non chiede ai cittadini solo di rispettare le regole, ma si carica l'onere di promesse impegnative. Solo una cosa domanda: «Di aspettare il proprio turno, come ha fatto in maniera esemplare il Presidente della Repubblica. È un modo di mostrarci una comunità solidale». Ed essere comunità, sostiene, è anche aderire alla campagna in massa. Per questo, cita il blocco del lotto di vaccini AstraZeneca. «È una decisione precauzionale. L'Ema sta esaminando i casi, ma ha anche consigliato di proseguire col suo utilizzo».

Massimo Gramellini nella sua rubrica sulla prima del Corriere si sofferma sulla battuta contro il proliferare di parole inglesi (titolo: Mario Dragons), in realtà segnala un cambio di passo nella comunicazione:

«Smartworking, babysitting... chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi», è sbottato alzando gli occhi dal foglio su cui le aveva appena lette e forse anche scritte. La sorpresa è stata notevole, dal momento che non si trattava di un sovranista e nemmeno di un linguista sconvolto dal «ferst reasccion sciakk» renziano, bensì di colui che ci viene raccontato come il portavoce delle élite senza patria. Uno che la sua frase più celebre l'ha pronunciata in inglese: «Whatever it takes», a ogni costo, qualunque cosa accada. Qualcosa in effetti è accaduto. Approdato al secondo discorso pubblico in una settimana, Draghi ha cominciato a scongelarsi, azzardando commenti a braccio e persino una lieve mobilità delle sopracciglia. Non che domani assumerà Rocco Casalino e si metterà a inanellare dirette notturne su Facebook, però sembra avere accettato la prassi della comunicazione come noi la siringa del vaccino: una sofferenza necessaria».

Il Fatto di Travaglio dà sempre la sensazione di “rosicare” per il nuovo Governo e quasi in ogni pezzo di politica si rammarica delle critiche, citando Conte con grande nostalgia. Oggi se la prende con Letta che come Draghi parla in video (Il virus Draghi contagia Letta). Commenta poi la nuova presa di posizione del Presidente del Consiglio e la sua decisione sullo Sport come autoritaria. Il “frame”, la cornice, è quello dell’appello scritto nei giorni scorsi da Sandra Bonsanti e alcuni giuristi su Draghi che metterebbe “a rischio la democrazia”. Ogni giorno un piccolo riscontro, un tassello del mosaico, per confermare un’accusa molto grave che neanche la Meloni, unica opposizione in Parlamento, osa mai avanzare.

«A Mario Draghi decidere piace. Sa come si fa ed è abituato a farlo, ai massimi livelli. Parlare e discutere invece no: perlomeno non ora che siede a Palazzo Chigi. Di sicuro non con i giornalisti, perché ieri nella terza uscita pubblica in un mese da presidente del Consiglio ha evitato ancora di sottoporsi a domande. Ma l'economista è parco di sillabe anche con i ministri. A cui dice lo stretto necessario, e talvolta neanche quello. Per esempio non li aveva avvisati del benservito all'ex Commissario all'emergenza, Domenico Arcuri. E nulla ha anticipato neppure sulla nomina a sottosegretario allo Sport di Valentina Vezzali. Della scelta, ufficializzata ieri in Consiglio dei ministri, era di certo all'oscuro il M5S che, dopo aver tenuto la delega con Vincenzo Spadafora durante il Conte 2, aveva chiesto a Draghi almeno di essere coinvolto nella decisione. Magari sperando che la delega fosse assegnata al ministro delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone. Ma neppure Matteo Salvini, dicono, ne era stato informato». 

Alessandro Sallusti sul Giornale si concentra sul piano vaccini e sulla linea che ieri ha contraddistinto Il Giornale, rompendo un pericoloso cliché della destra populista, tentata dal No Vax e dal No Mask:

«Lo abbiamo scritto ieri: non è questo il momento di farsi prendere da paure no vax. «Oggi non è lecito avere paura», scriveva Oriana Fallaci a proposito di un altro tipo di minaccia globale - il terrorismo islamico che, per quanto vigliacco e feroce, non aveva provocato quasi tre milioni di morti nel mondo come invece ha fatto il virus. La verità è che il rischio che corriamo a non vaccinarci è migliaia di volte superiore a quello che si corre sottoponendosi alla vaccinazione. Senza contare che, fino a quando non avremo raggiunto una sufficiente immunità di gregge che solo il vaccino ci può dare -, hai voglia a rivendicare libertà fondamentali come quelle all'istruzione, al lavoro, allo spostamento e allo svago. Siamo ancora arrabbiati per gli errori e le leggerezze commesse un po' da tutti un anno fa all'apparire della pandemia. Ecco, non ripetiamoli per stanchezza o stupidità. Due mesi di sacrifici sostengono gli esperti - e saremo fuori dal cratere dell'emergenza, il che non vuol dire che il virus sarà sparito, ma che sarà possibile conviverci in relativa sicurezza».

ITALIA ARANCIONE E ROSSA, SARDEGNA ESCLUSA

Un decreto, che dunque dovrà essere approvato entro 60 giorni, e non più un DPCM. Così ieri il Consiglio dei Ministri ha stabilito nuove misure e divieti. Repubblica spiega con Michele Bocci e Alessandra Ziniti:

«La sintesi la fa nel pomeriggio il Cts. «Sottolineiamo l'assoluta gravità della situazione a livello nazionale e raccomandiamo l'introduzione di misure massimamente incisive per rallentare la progressione dell'epidemia». In Italia, l'Rt salito a 1,16, il virus corre e ci sono regioni in grande difficoltà. Per questo si moltiplicano le zone rosse, dove da lunedì vivranno 42 milioni di Italiani, e per questo arriva il via libera a un decreto che rende le misure ancora più rigide. Passa la linea del ministro alla Salute Roberto Speranza, quella della massima attenzione e dell'ascolto delle indicazioni dei tecnici riguardo ai pericoli di questa fase epidemica. E il Viminale, con 50.000 uomini in campo, e i sindaci blindano le città per scongiurare che le ultime 48 ore prima della chiusura si trasformino in un weekend di assembramenti. Ieri il monitoraggio della Cabina di regia dell'Istituto superiore di sanità ha portato in rosso Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Veneto, Provincia di Trento e Puglia (che ha chiesto il passaggio in quella zona anche se ha dati da arancione). Si aggiungono a Campania e Molise per un totale quindi di 10 Regioni e una Provincia rosse. Provincia di Bolzano e Basilicata sono state nella lista per alcune ore, finché una nuova analisi dei loro dati le ha portate in arancione. A parte la Sardegna, che è bianca, tutte le altre regioni si trovano in quello scenario. Il decreto che sarà in vigore da lunedì cancella fino al 6 aprile zone gialle. Troppo grave la situazione di diffusione del virus e di presenza delle varianti. Il 3, 4 e 5 aprile, cioè i giorni di Pasqua, tutta Italia sarà in rosso».

Su La Stampa di Torino intervista di Francesco Grignetti al ministro degli Interni Lamorgese. Che assicura. I controlli ci saranno e saranno capillari ma conta tanto il senso di responsabilità dei cittadini

«Non sarà semplice, ministra, perché gli italiani sono davvero stanchi. «Guardi, come sempre, le forze di polizia, i militari e le polizie locali faranno la loro parte per svolgere controlli capillari sul territorio. Ma un effettivo rispetto delle regole, che in questo contesto è finalizzato alla tutela della salute di tutti i cittadini, dipende soprattutto dai comportamenti individuali e dal senso civico che ci deve legare come comunità nazionale». La novità è che a sostegno del governo c'è ora una vastissima maggioranza parlamentare, che annovera anche Forza Italia e la Lega, fino a ieri suoi critici acerrimi. «Il governo guidato dal presidente Draghi deve affrontare una emergenza sanitaria e una campagna di vaccinazione senza precedenti, ma ha anche il compito di scrivere il Recovery plan e di tenere insieme una base parlamentare molto ampia e variegata su temi in alcuni casi divisivi. Per quel che riguarda il ministero dell'Interno, l'azione di governo deve mirare ad individuare un punto di equilibrio, senza forzare in un senso o nell'altro, che offra garanzie sufficienti a tutte le posizioni campo. Con questo spirito, due giorni fa ho ricevuto al Viminale il senatore Matteo Salvini e allo stesso modo, se lo chiederanno, mi confronterò con gli altri leader dei partiti».

IL CASO ASTRAZENECA, PSICOSI A NAPOLI

Dopo l’ubriacatura di sospetti e allarmi sul vaccino AstraZeneca offerti dalla stampa, oggi si torna sull’argomento con una certa prudenza. Margherita De Bac intervista sul Corriere della Sera Nicola Magrini, direttore dell’AIFA, massima autorità tecnico scientifica su questo argomento.

«Il vaccino di AstraZeneca è sicuro. Il rapporto tra benefici e rischi è estremamente favorevole. Non bisogna averne paura al momento e occorre continuare a recarsi ai centri vaccinali con grande tranquillità», esorta i cittadini a non farsi condizionare da facili suggestioni Nicola Magrini, direttore di Aifa, l'agenzia italiana del farmaco. Non c'è ragione di rifiutarlo come sta facendo una certa percentuale di italiani? «Le evidenze scientifiche parlano. Milioni di persone sono state trattate in tutto il mondo, oltre 10 milioni solo nel Regno Unito, e non hanno avuto che effetti indesiderati lievi, di breve durata, non pericolosi e ben noti: febbre, emicrania, dolori muscolari. Per quanto riguarda alcune segnalazioni più gravi, incluse alcune morti improvvise o infarti, il nesso di causalità col vaccino non è stato stabilito e sono pertanto da considerare episodi dovuti ad altro». A che punto sono gli accertamenti e le verifiche sui decessi italiani? «Sarà importante leggere l'esito delle autopsie nel dettaglio. Per almeno un caso è già stata esclusa la relazione diretta col preparato di AstraZeneca. Oggi sarà effettuata l'autopsia sul militare di Augusta. È di primario interesse perché è il caso più ravvicinato alla somministrazione della dose. Sono stati coinvolti per questo esame, anche esperti di coagulazione. Solo dopo gli approfondimenti sarà possibile escludere del tutto un rapporto tra il decesso e il vaccino. Siamo relativamente fiduciosi tanto che l'Italia ha deciso di limitarsi al sequestro del lotto cui appartengono le dosi "incriminate" e non disporre l'arresto della campagna che sta andando avanti». Il lotto al centro degli approfondimenti che distribuzione ha avuto? «Il lotto è molto grande, circa 500 mila dosi, distribuito per metà all'Italia, su tutto il territorio nazionale, l'altra in diversi Paesi europei, da Germania e Islanda». Chi si è già immunizzato deve temere? «No, rassicuriamo completamente i vaccinati. Gli eventuali effetti indesiderati si sviluppano nei giorni immediatamente successivi all'iniezione, di solito non oltre 48 ore. Non c'è alcun motivo di saltare il richiamo. Fatelo tranquillamente alla dodicesima settimana, come raccomandato». È meglio fare controlli se si nutrono dubbi? «La preoccupazione non è giustificata. Non è necessario fare esami di controllo. Credo, come direttore di un'agenzia regolatoria, di poter inviare un messaggio: abbiate fiducia nel vaccino e nel nostro sistema di vigilanza sui farmaci, italiano e globale. Abbiamo appena pubblicato il secondo rapporto nazionale. Pur evidenziando un tasso di segnalazioni di eventi notevole, 700 ogni 100 mila vaccinati, nel complesso è molto confortante. Tutti e tre i preparati anti Covid in uso in Italia, AstraZeneca, Moderna e Pfizer-BioNTech, mostrano un profilo di sicurezza molto buono. Nessuna reazione anafilattica né ricoveri».». 

La psicosi ha colpito duramente. Soprattutto nel sud Italia, laddove ci sono le inchieste giudiziarie e i casi sospetti. Problemi per le vaccinazioni in Sicilia, quasi deserto l’hub di Napoli. Invece a Torino, Milano, Bolzano, in Emilia i dati dei rifiuti da panico sono molto bassi. Su La Stampa si fa il punto del fenomeno e si racconta che i Pm (che pure hanno indagato l’AD di AstraZeneca) invitano la popolazione a vaccinarsi:

«L'assessore siciliano alla Salute, Ruggero Razza, ha detto che «nelle ultime 24 ore abbiamo avuto 7mila disdette, anche se in 4 giorni hanno prenotato in 118mila. La preoccupazione in Sicilia rischia di essere più alta che altrove, per questo abbiamo chiesto al governo di rassicurare i cittadini». Ma i dubbiosi non sono solo nell'isola. Nell'hub dell'Asl Napoli 1 alla Mostra d'Oltremare, ieri si sono azzerate le file che avevano caratterizzato la giornata precedente: in mattinata toccava agli insegnanti e dalle 15 alle forze dell'ordine. Ma alle 13,30 non c'era più nessuno. A Bolzano ieri il 5% delle persone che si erano prenotate, insegnanti e over 75, non si è presentato. Perfino un medico di Savona, Eraldo Ciangherotti, ha preferito «passare»: «Avrei dovuto essere vaccinato assieme ai miei collaboratori ma ci è stato proposto AstraZeneca e abbiamo rifiutato». In Liguria le disdette ieri sono state il 2,57%: «Numeri contenuti che confidiamo non aumenteranno», ha detto il governatore Toti. Defezioni anche ad Ancona e Ascoli Piceno, nelle Marche, mentre in Veneto e Calabria i medici dei centri vaccinali hanno dovuto rassicurare molti dei prenotati. Tra gli appelli a vaccinarsi, ci sono anche quelli dei pm di Catania e Siracusa che hanno aperto le inchieste per omicidio colposo sui due casi sospetti di Villa e Paternò. Procuratori e pm si sono già vaccinati con Astrazeneca. Per quello di Catania, Carmelo Zuccaro, «è un dovere civico farlo». Lo ripete anche il procuratore di Siracusa, Sabrina Gambino, che teme la «fuga»: «Bisogna raffreddare il clima e non fare allarmismo». I pm di Siracusa hanno emesso come «atto dovuto» 4 avvisi di garanzia: all'ad di Astrazeneca, Lorenzo Wittum, a un medico del 118 e a due sanitari dell'ospedale militare di Augusta dove Paternò lunedì è stato vaccinato. L'inchiesta su Villa, invece, ieri è stata trasferita a Messina perché il poliziotto era sposato con un magistrato catanese. Nell'isola ora è atteso l'arrivo degli ispettori del ministero».

PARLA LETTA: “CERCO LA VERITÀ NON L’UNANIMITÀ”

Inizia oggi l’Assemblea del Partito Democratico, dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario. Il suo successore sarà Enrico Letta, che ieri ha sciolto la riserva con un video pubblicato sul suo account twitter. Domani parlerà all’Assemblea. Maria Teresa Meli sul Corriere:

«Alle 12.01 l'ex premier ha accettato la guida dem. Non ci saranno più trattative né tentennamenti. «Io ci sono», ha scritto Letta. E in un video di poco più di un minuto ha formalizzato la sua candidatura all'Assemblea del Partito democratico che si terrà domenica, ringraziando Zingaretti e annunciando che interverrà nel corso della stessa Assemblea: «Credo nel valore della parola - afferma nel video -, invito tutti a votare sulla base delle mie parole. Sapendo che non cerco l'unanimità ma la verità nei rapporti fra di noi per uscire da questa crisi». Poi ha aggiunto: «Oggi sono qui dove lunedì scorso non avrei mai immaginato per candidarmi alla guida di quel partito che ho contribuito a fondare e che oggi vive una crisi profonda. Lo faccio per amore della politica e passione per i valori democratici». Dietro Letta, in quel video, una carta geografica dell'Italia, guarda caso a tinte gialle. È ovvio che il colore nulla c'entra con le chiusure a intermittenza e i colori che variano di settimana in settimana. Era una cartina geografica, come ce ne sono tante. Anzi, come ce n'erano. Ma quell'Italia macchiata di giallo, senza più patemi, allarme contagi, imprese che chiudono e Paese che arranca, è indubbiamente un messaggio, forse più importante di tante parole. Letta è tornato dalla Francia, ma non con l'ansia di vendetta di Edmond Dantès per chi nel Pd lo ha tradito o per chi lo ha lasciato solo dopo lo strappo di Matteo Renzi: «Nessuno spirito di vendetta, perché i dem mi hanno richiamato». E ora Letta, che vuole coinvolgere il popolo dem, propone due settimane di dibattito nei circoli. Dove, dopo questo anno complicato e mal vissuto dal Pd, ognuno potrà dire la sua senza bisogno che ci sia un congresso che assomiglia a un'ordalia. «Io non voglio vivacchiare, voglio imprimere una svolta al partito - spiega in serata a Propaganda Live su La7 -. Non mi interessa l'unanimità finta, quella per cui alla prima difficoltà ognuno se ne va per conto suo». Mezz' ora prima del tweet in cui annunciava la sua discesa in campo, Letta aveva postato un selfie dal Ghetto di Roma, scrivendo: «Stamani. Prima di decidere. Al Ghetto di Roma, ricordando le parole di Liliana Segre "non siate indifferenti"».

SuI Foglio Giuliano Ferrara commenta l’arrivo di “Letta nipote” e sostiene: ci vogliono “sangue e merda” (Copyright Rino Formica) per affrontare l’agone vero dell’ultimo partito “costituzionale” della storia italiana.

«Sconsigliamo a un Enrico Letta di tirarsela da autorevole, nonostante il diluvio di aggettivazione che gli è stato prontamente comminato in quanto ex, in quanto prof, in quanto esiliato che ritorna cincinnatescamente. Letta nipote ha delle qualità evidenti, che ha speso male in politica, fallendo mosciamente la battaglia, buona o cattiva non si è mai saputo, contro Renzi, che con Berlusconi e Craxi, suoi predecessori scattanti e turbolenti, non ha mai condivisolo stigma austero dell'autorevolezza (e ora forse esagera nella prestazione). Fossi in lui, ci metterei un po' di sangue e anche un po' di merda, per dirla con Rino Formica autorevolissimo novantenne, nell'impresa di mettersi alla testa di un partito smarrito nella falsa autorevolezza, un partito a cui si è in diritto di tenere, trattandosi dell'ultimo costituzionale, di un residuato del meglio della storia italiana, il Pci e la Dc. Voglio dire che la patina del politologo, il precedente del rancore alla campanella e dell'alzata di spalle Lungosenna di fronte alla durezza della lotta, tutto questo rende poco autorevole in principio un'avventura che ci guadagnerebbe da toni nuovi. Mi piace immaginare che il nuovo segretario del Pd non si impantani subito nel gioco dei simboli soliti, nell'ordine del luogo comune da Legion d'onore, e che invece di cercare onorificenze e sigari da cavaliere affronti di petto il tremendo bisogno di discutere e di decidere qualcosa di sensato».

Maurizio Caverzan su La Verità intervista Claudio Velardi, uno dei “Lothar” del governo guidato da Massimo D’Alema (gli altri erano Fabrizio Rondolino e Nicola Latorre), che avverte Letta sulla natura di un partito cha ha smarrito il suo ruolo.

«L'agenda la fa Draghi e i partiti perdono equilibrio. A cominciare dal Pd, il più innervato nel sistema. Negli ultimi 26 anni ha governato per 17. Si parla del berlusconismo, ma Berlusconi ha governato una legislatura e poco più. Per il resto, il Pd c'è sempre. Per questo è un partito conservatore». Le ultime esternazioni d'interesse pubblico di esponenti dem riguardano Barbara D'Urso, il direttore d'orchestra Beatrice Venezi e le sardine. «L'involucro che avvolge la struttura del Pd è fatta di politicamente corretto. Serve a coprire con il belletto il fatto di essere un partito saldamente innestato nel sistema del potere che, intendiamoci, non è di per sé qualcosa di cattivo. Solo che bisogna saperlo gestire, il Pd lo sa fare». Però la D'Urso, il vocabolario gender. «Quando va bene si parla di disuguaglianza e di poveri, sebbene il consenso lo si trovi nelle Ztl. Altrimenti si gioca con la D'Urso e le sardine». Sono fatti casuali o sintomo del distacco dalle emergenze reali? «Il Pd è insediato nel sistema non nella società. Quello che sta a cuore alla società gli arriva dopo perché non ha le antenne. Si può pensare tutto il male possibile di Matteo Salvini, e personalmente non lo apprezzo, ma gli va riconosciuto che ha battuto il Paese palmo a palmo. Come pure Giorgia Meloni e persino i grillini. Hanno raccolto le domande della società e le hanno trasferite in politica. A mio avviso, commettendo l'errore di non correggerle e di non governarle, come dovrebbe fare la politica»

LE PIÙ BELLE FRASI DI OSHO”

Intervistona sul Corriere, autore Stefano Lorenzetto, al comico satirico Federico Palmaroli che è diventato famoso con la surreale serie “Le più belle frasi di Osho”, nelle quali attribuisce al santone indiano considerazioni popolane e spesso molto terrene. Grandissima vena satirica, realizza fotomontaggi, coniugando il romanesco con le foto di autorità e di vip. Ogni giorno collabora al Tempo di Bechis, con cui condivide una simpatia politica per la destra.

«Però le hanno fatto vincere il premio Satira Forte dei Marmi con Fiorello, Ficarra & Picone e «Le Canard enchaîné». «Sì, ma la mattina in cui andavo a ritirarlo Facebook mi ha tolto il profilo personale su pressione della Osho foundation. E poche settimane fa mi ha oscurato un'altra volta per qualche ora». Perché prendersela con Rajneesh? «Tutti mi credono un ex sannyasin, un seguace pentito. Manco ce so mai annato, in India. L'ho scelto per la mimica facciale, molto adatta al romanesco. Usavo una sua foto con la mano a mezz' aria, come se dicesse: "Pare che j' ho detto cotica", cioè "Mica lo sto insultando"». Ma le vere frasi di Osho le conosce? «Qualcosa ho letto. Che te posso dì? Le trovo banalotte. Ne ricordo una che suona pressappoco così: "Se ti lascia una donna, perché soffrire? Ritorni nella situazione in cui ti trovavi prima, quando non ce l'avevi". Sì, vabbè, grazie ar c...!». «Parlare è la grande malattia di questo secolo», spiegava il santone indiano. «Che vor dì? Vale anche il contrario. Tacere spesso genera incomprensioni. Comunque un ragazzo italiano mi mandò una foto dall'India in cui si vedeva un cartello con questa mia frase appesa all'ingresso di un resort intitolato a Osho: "Ciò che non ti uccide, te rompe li cojoni". La tradusse in inglese agli adepti. Scoppiarono a ridere. E la tolsero (…) Papa Francesco a piedi a Roma in una via del Corso deserta per il lockdown: «Provo 'n attimo a vedè se tante vorte è aperto Zara». Scherza con i fanti e lascia stare i santi, non gliel'hanno insegnato? «No. Più il soggetto è alto per autorevolezza e più funziona il crash con il linguaggio del volgo. Non è blasfemia». Che cosa c'è nel suo futuro? «Ho scritto una sit-com in 10 puntate, prodotta da Simona Ercolani. Il protagonista è un povero cristo, un Osho alla vaccinara. Forse lo vedremo sulla Rai». Le sembrano tempi da ridere, questi? «Aldo Palazzeschi nel Controdolore scrive che devi entrare nel tunnel del dolore per uscire nella luce della risata».

13 MARZO, OTTO ANNI CON FRANCESCO

Sono passati otto anni dall’elezione del primo Papa della storia che si è chiamato come il Santo di Assisi: Francesco. Oggi come allora, ci sorprende l’emozione. Scusate se parlo di me, per una volta: quella sera in piazza San Pietro ebbi la fortuna di esserci, seguivo il Conclave come commentatore del TG4, e accanto a me c’era l’amico e collega Lucio Brunelli, allora inviato del Tg2 e poi Direttore del TG di Tv2000. E allora cito le sue parole, tratte dal bel libro Papa Francesco come l'ho conosciuto io, per festeggiare questo ottavo compleanno del pontificato di Bergoglio.   

«Quando il cardinale Tauran pronunciò in latino il nome Giorgium Marium… capii subito che si trattava di lui, Jorge Mario… Mentre le telecamere inquadravano ancora il volto del cardinale francese, che completava l’annuncio pronunciando il cognome Bergoglio, feci un salto in aria, di esultanza, un gesto d’istinto avendo cura di silenziare il microfono. Mi ricomposi in tempo per i primi commenti, sebbene il cuore battesse forte. Avevo la fortuna di essere uno dei pochi giornalisti televisivi a conoscere tutto o quasi del nuovo Papa. Sentivo l’euforia crescere negli studi del Tg2, eravamo stati gli unici a inserire il nome di Bergoglio nella galleria dei papabili. L’agitazione che di solito mi accompagnava nelle dirette era svanita. Parlavo tranquillo, raccontavo aneddoti, svelavo tratti inediti. Ma ora, mi domandavo, come avrebbe reagito Bergoglio all’impatto con quella folla incredibile? E la gente, quella in piazza e quella più numerosa che da casa stava seguendo in diretta l’evento, come avrebbe accolto il primo Papa latino-americano della storia? Domande silenziose, mentre continuavo a raccontare di Bergoglio, in attesa dell’apparizione sul balcone del 266esimo successore dell’apostolo Pietro. Si sarebbe lasciato paralizzare dall’emozione, sarebbe apparso troppo timido o troppo ascetico? Ero sicuro si trattasse di un uomo di Dio, deciso a cambiare tante cose, una benedizione per la Chiesa… ma che rapporto sarebbe riuscito a stabilire con la massa dei fedeli e con i media? E l’apparato curiale come avrebbe digerito un Papa così? Gli avrebbe fatto il vuoto attorno, come fecero con papa Luciani? Questi erano i miei pensieri nascosti, in quei minuti. La folla che riempiva San Pietro non sapeva niente di lui ma aveva già preso a scandire il nome scelto e anticipato da Tauran nell’habemus papam: «Francesco, Francesco!!». Tanta fiducia, tanta attesa… Un nome impegnativo, una sorpresa anche per me. Bastò quel primo “Buonasera!” a dissolvere i miei pensieri. Il feeling con la gente fu immediato e incredibile. Lo vedevo sicuro, comunicava una pace non artificiosa e una simpatia travolgente. Alla fine, quando disse ai fedeli il suo primo “pregate per me” ebbi un sussulto di emozione: l’esperienza che avevo vissuto io, otto anni prima, a casa di Gianni e Stefania, il suo sguardo che mi fissava mentre attendeva la mia risposta, ora diventava esperienza di tutti. Ero commosso e felice, come tutti quella sera».