Whatever it Vax, parte seconda

Draghi molto esplicito su vaccini e No Vax: "Non invitate a morire". Il Green pass obbligatorio è limitato. Per ora fuori scuola, lavoro e trasporti. Messa la fiducia sulla giustizia. Via a Tokyo 2020

Mario Draghi guida un Governo che è nato, per volere del Presidente Mattarella, in una situazione drammatica: combattere la pandemia da Covid 19. Le forze politiche, in diverso modo, in questi mesi, hanno dimostrato di dimenticarsene spesso. E d’altra parte se avessero avuto coscienza della situazione, non avrebbero dovuto rimettersi ad una personalità esterna. Nell’ultimo periodo, poi, quello decisivo per il raggiungimento dell’immunità di gregge (mancano ancora due mesi per tagliare il traguardo), Meloni e Salvini si sono pericolosamente avvicinati ai No Vax, blandendoli e giustificandoli. Draghi ha tagliato corto e ha messo in chiaro le cose, presentando il Green pass e le nuove regole per i colori delle regioni. “Appellarsi al No Vax è un invito a morire”, ha detto. È un punto decisivo, dirimente. Ieri sono state fatte quasi 600mila vaccinazioni nelle ultime 24 ore, esattamente 594 mila 589. Ci sono le scorte per continuare a questo ritmo e anzi si può ancora aumentare.

Sul merito delle misure, va detto che il Green pass obbligatorio è molto limitato: varrà solo per chi si siede al chiuso in bar e ristoranti, nei cinema e teatri, in piscine e palestre, negli stadi e palazzetti, fiere eccetera. Restano fuori, per ora: scuola, trasporti e lavoro. Sono invece cambiati i parametri per i colori delle regioni (l’Europa aveva già segnato in giallo Sicilia, Sardegna, Veneto e Lazio), e ora si considerano e conteggiano i ricoveri e non i contagi.

Ma Draghi non è stato decisionista solo sui vaccini. Sulla riforma della giustizia ha annunciato che il Governo metterà la fiducia, anche se cambiamenti e aggiustamenti (con l’accordo di tutti, non attraverso il Vietnam parlamentare dei mille emendamenti) sono ancora possibili. Vedremo quale sarà il punto di caduta: ma certo la casta giudiziaria promette guerra ad oltranza. Oggi Mattarella compie 80 anni ed è l’occasione per riflettere su quanto l’Italia abbia bisogno di lui.

Dall’estero c’è da ricordare la guerra in Etiopia, le sanzioni Usa contro Cuba per la continua violazione dei diritti umani e l’inizio “triste” delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La conferenza stampa di Draghi è la notizia principale, con poche eccezioni. Il Corriere della Sera: Green pass, obbligo da 12 anni in su. Sulle parole del premier La Repubblica: «No Vax, un invito a morire», così come La Stampa: «Appello a non vaccinarsi è appello a morire». Persino l’economico Sole 24 Ore sottolinea: L’appello di Draghi: «Vaccinatevi». Il Giornale ancora sulle parole del capo del Governo: «Senza vaccini si muore». Sul passaporto verde e le nuove norme Avvenire: Ecco il Green pass. Il Messaggero ricorda i nuovi parametri delle regioni, il Lazio ha scampato il giallo: Pass e chiusure, le nuove regole. Il Quotidiano nazionale: Green pass dal 6 agosto: ecco le regole. Il Domani si sente prigioniero: Fine dell’estate libera: la variante Delta detta al governo le restrizioni. Per Libero: Arrivano i divieti. Ma chi si vuol vaccinare è rimandato a settembre. La Verità nota che il green pass ha obblighi limitati ma è comunque critico: Talebani sconfitti (per ora). Ma è un green pass da caos. Il Mattino è didascalico: La nostra vita con il Green pass. Mentre il Manifesto commenta l’immagine della conferenza stampa di Draghi: A piccoli pass. Il Fatto si concentra sul tema giustizia: I Migliori peggio di B. Fiducia sul Salvamafia.

DRAGHI SPIEGA IL GREEN PASS

Applicazioni molto limitate, rispetto alle indiscrezioni della vigilia, per il Green pass. Varrà solo per chi si siede al chiuso nei bar e ristoranti, in piscine e palestre, in cinema e teatri, fiere, sale giochi, musei e ovviamente per l’ingresso in stadi e palazzetti. Per ora nessuna decisione su scuola, trasporti e lavoro. Ma sono le parole di Mario Draghi in conferenza stampa ad essere molto nette e decise. Adriana Logroscino per il Corriere.

«Mediare, quando si è alla testa di un governo tanto composito, è inevitabile. Ma sul contagio e sulle contromosse per contenerlo, Mario Draghi non media. Anzi, risoluto, perde l'abituale aplomb. «Chi invita a non vaccinarsi invita a morire. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore», le parole pronunciate illustrando alla stampa il decreto appena licenziato in Consiglio dei ministri. Una contrapposizione ferma ai no vax e alle forze politiche che li blandiscono. Solo pochi giorni fa Matteo Salvini aveva dichiarato che vaccinarsi sotto i 40 anni non servisse. E infatti fonti della Lega in un primo momento commentano la conferenza di Draghi esprimendo soddisfazione «per alcune richieste accolte», come una maggiore capienza per gli spettatori di manifestazioni sportive all'aperto, nessun divieto per i non vaccinati a viaggiare su aerei o treni, il rinvio di eventuali restrizioni per lavoratori, giovani e studenti e gli indennizzi alle discoteche. Poco dopo, però, il segretario Salvini cambia tono e reagisce alle parole del premier: «L'obiettivo di tutti, mio come di Draghi, è proteggere gli italiani, la loro salute, il loro lavoro, la loro libertà. Fondamentale è mettere in sicurezza i nostri nonni, senza penalizzare, rinchiudere o multare i nipoti. Comunità scientifiche e governi, in Germania e in Gran Bretagna, che invitano alla prudenza sui vaccini per i minorenni, invitano forse a morire?». Infine dal partito arriva un'altra nota che esprime «sorpresa» riferendo di una precedente lunga e cordiale telefonata tra lo stesso Draghi e Salvini. Lo scontro è a livello di guardia. E di bordate, nel suo discorso, Draghi ne aveva lanciata almeno un'altra: «Il green pass non è un arbitrio ma la condizione per non chiudere». Gongolano dalle parti del Pd, sia per la fermezza di Draghi («Monito alto»), sia per l'effetto che ha sul leader della Lega: «Ha dato una risposta limpida e inappellabile a Salvini e a una destra irresponsabile che gioca a dadi con questioni delicatissime». Il provvedimento disposto dal governo unisce due aspetti fondamentali e strettamente correlati. Il primo: tenere alto il ritmo di vaccinazione. Il secondo: fermare un certo rilassamento da parte dei cittadini che, con l'imporsi di una variante tanto contagiosa come la Delta, ha contributo all'impennata dei positivi di questi giorni. Il decreto prevede, dal 6 agosto, un uso più esteso del green pass. Ma Draghi allude ad altre regole sulle quali vuole applicare il governo «dalla prossima settimana». Gli ambiti rimasti fuori dal decreto, lo dice lui, sono: scuola, lavoro e trasporto pubblico. Tornerà sul tavolo il tema del vaccino obbligatorio per gli insegnanti? «Faremo ogni sforzo perché tutti siano tra i banchi in presenza dal primo giorno». E anche sul rendere «impermeabili» al virus luoghi di lavoro e mezzi di trasporto pubblico, l'approccio di Draghi è all'opposto di quello manifestato da Salvini, contrario a qualsiasi obbligo vaccinale. Il premier comincia dalle buone notizie. «L'economia va bene, si sta riprendendo e l'Italia cresce a un ritmo anche superiore a quello di altri Paesi europei». E tuttavia il contagio può interferire. Si possono ancora prendere contromisure efficaci perché intanto «oltre la metà degli italiani ha completato il ciclo vaccinale, l'obiettivo di Figliuolo è stato superato, la pressione sugli ospedali è fortemente diminuita». A questo punto, però, ognuno deve assumersi le sue responsabilità: «Gli italiani si vaccinino, devono proteggere se stessi e le loro famiglie». È ovvio il legame tra green pass obbligatorio e una immunizzazione quanto più rapida possibile: «Senza vaccinazione si deve chiudere tutto, di nuovo». Parole, poi, appena mitigate, sia pure su sollecitazione di una domanda: «L'estate è già serena e vogliamo che rimanga tale. Il green pass è una misura con la quale i cittadini possono continuare a svolgere attività con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. Dà serenità, non la toglie». E anche qui si è all'opposto di chi definisce la richiesta del passaporto vaccinale illiberale o incostituzionale fomentando così un malessere sociale. Tracciata la linea, la parola passa al ministro della Salute Roberto Speranza perché riepiloghi le decisioni prese con l'ultimo decreto legge. La proroga dello stato di emergenza a tutto il 2021. L'obbligo di esibire il green pass per partecipare a eventi. Parametri più riferiti al tasso di ospedalizzazione che a quello di contagio per il passaggio delle regioni in area gialla, arancione o rossa. Ma anche Speranza concede poco spazio ai dettagli e si fa motivatore. Il green pass è uno strumento, la soluzione è «vaccinarsi, vaccinarsi, vaccinarsi». Sulle misure contro il contagio, quindi, quando il governo tratta non è tanto con le forze politiche quanto per tendere una mano ai cittadini. Ne è esempio l'indiscrezione sull'intervento per calmierare il prezzo dei tamponi che fonti della Lega rivendicano come loro vittoria. Comunque sia l'agevolazione andrà incontro alle famiglie.». 

Dei tre capitoli tenuti per ora fuori dal Green pass, trasporti, lavoro e scuola, è quest’ultimo quello che angoscia di più. Fra due mesi si riaprono gli istituti e si rinnova una corsa contro il tempo. Per il Quotidiano Nazionale Alberto Pieri.  

«A settembre tutti in classe. Il rientro a scuola in sicurezza è una priorità del governo Draghi. E ieri, il commissario straordinario, Francesco Figliuolo, ha preso carta e penna per chiedere alle Regioni di scoprire le carte sul personale docente non vaccinato. Con tanto di ultimatum: entro il 20 agosto. A far saltare sulla sedia i governatori è soprattutto il passaggio nella missiva in cui si chiede di comunicare «le mancate adesioni al vaccino». Qualcuno pensa subito a un elenco dettagliato con tanto di nomi e cognomi, in violazione evidente di qualsiasi norma sulla privacy. Un equivoco che costringe il commissario a una frettolosa precisazione. «Non abbiamo chiesto un elenco, ma una generica quantificazione delle mancate adesioni ai fini statistici». Ma ormai la polemica è innescata. E in fondo la sostanza non cambia. Al momento, i docenti che si sono «immunizzati» sono l'86% del totale, sette punti in meno rispetto alla soglia del 93% indicata dal governo. Tanto che perfino il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, non esclude la possibilità di obbligo vaccinale per tutto il personale scolastico. «Al momento gli indecisi sono concentrati solo in alcune regioni. Auspichiamo che entro il 20 agosto tutta la categoria risponda in maniera convinta all'invito a vaccinarsi. Ma se a quella data il problema dovessero persistere, credo sia opportuno valutare l'ipotesi dell'obbligo vaccinale». Ma non ci sono solo gli insegnanti e il personale non docente. Per dire definitivamente addio alla stagione della didattica a distanza occorre affrontare anche il tema della scarsa adesione degli under 20 alla campagna di vaccinazione. Tanto che il Commissario torna ad alzare l'asticella: «Il nostro obiettivo è di avere entro la prima decade di settembre il 60% dei ragazzi vaccinati per tornare in presenza o con pochissime limitazioni». Il conto alla rovescia è già cominciato. Draghi considera essenziale la ripresa delle scuole. Sulla stessa linea Speranza, il Pd e anche Forza Italia. Disco verde all'obbligo di vaccinazione anche da parte dell'associazione dei presidi, che però precisa: «Condivido assolutamente l'auspicio del premier Draghi di tornare alle lezioni in presenza, ma - fa notare Antonello Giannelli, presidente dell'Anp - la dad, per quanto demonizzata e impopolare, sarà inevitabile se non sarà possibile assicurare il distanziamento per le note carenze di spazi e di personale, oltre che per quelle del trasporto pubblico locale». In ogni caso, con la ripresa ormai evidente dei contagi la trincea anti-obbligo vaccinale diventa sempre più debole. Fra il 14 e il 20 luglio, segnala la Fondazione Gimbe, c'è stata una impennata dei casi, con un incremento del 115,7% di contagiati. Ma la vera incognita è quella relativa all'andamento della campagna di vaccinazione. È vero che la campagna sta andando avanti secondo i piani e che ad aprile, come ricorda il commissario Figliuolo, «con qualche giorno di ritardo, abbiamo raggiunto le 500mila vaccinazioni quotidiane». In realtà, però, non tutto sta filando per il verso giusto. Perché, sempre secondo la Fondazione Gimbe, le somministrazioni delle prime dosi di antidoto contro il Covid sono praticamente al palo, non superano il 15% del totale. Mentre «a fronte della diffusione della variante Delta, che si avvia a diventare prevalente, continuano a preoccupare i quasi 4 milioni di over 60 a rischio di malattia grave non coperti dalla doppia dose di vaccino», con un incremento settimanale irrisorio a livello nazionale (+0,4%) e forti differenze a livello regionale. Inoltre, sempre secondo i dati della Gimbe, «2,15 milioni di over 60 non hanno ricevuto nemmeno una dose e 1,79 milioni sono in attesa di completare il ciclo».

Non solo Green pass, ieri si sono stabiliti anche i nuovi criteri per i “colori” delle regioni. L’Ecdc, l’autorità europea sulle malattie, nell’aggiornamento della mappa epidemiologica, aveva messo ieri in giallo quattro regioni: Lazio, Veneto, Sicilia e Sardegna. Ma il Governo le ha “salvate”. La cronaca di Repubblica.

«Colori, si cambia. Con il nuovo decreto legge, approvato d'urgenza ieri, mutano i parametri per il passaggio da una zona all'altra e, dunque, le misure restrittive. Una corsa contro il tempo per evitare di condannare Sicilia, Sardegna, Veneto e Lazio alla zona gialla già da oggi, con il nuovo monitoraggio del ministero della Salute. Secondo i vecchi parametri le quattro Regioni, che hanno un'incidenza superiore a 50 casi settimanali ogni 100 mila abitanti, sarebbero dovute uscire dalla zona bianca, a zero restrizioni, per passare in quella gialla con il divieto, ad esempio, di sedersi a tavola al ristorante in più di quattro persone non conviventi. Ma ora, oltre all'incidenza dei contagi che sono in continua risalita da due settimane in qua e ieri hanno superato quota 5 mila, conteranno, e molto, i tassi di ospedalizzazione, e cioè il numero di posti letto pieni nelle rianimazioni e nelle aree mediche sul totale di quelli disponibili. Sarà questo il parametro prevalente. Per entrare in zona gialla le terapie intensive di una Regione dovranno riempirsi per più del 10% e i reparti ordinari per più del 15%. Le soglie per passare in zona arancione, dove ad esempio bar e ristoranti sono sì aperti ma solo per l'asporto e le consegne a domicilio, sono invece fissate al 20% per le intensive e al 30% per le aree mediche. La zona rossa, una sorta di lockdown light con la chiusura delle attività considerate non essenziali, scatterà invece quando le rianimazioni saranno sature al 30% e i reparti ordinari al 40%. Per ora l'occupazione di posti letto da parte dei pazienti Covid in Italia rimane molto bassa: intorno al 2%, in base al monitoraggio dell'Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali. Cinque regioni sono lievemente al di sopra, al 3%: Toscana, Lazio, Calabria, Sicilia e Liguria. Mentre 7 Regioni non hanno pazienti Covid in area critica. Quanto alle aree mediche sono sempre la Calabria e poi la Basilicata a contare il maggior numero di ricoveri rispetto ai posti disponibili: il 6% è già occupato. Continua, insomma, la divergenza tra nuovi casi e nuovi ricoveri. Ne è testimone il Veneto, che ieri ha segnato oltre 800 casi, ma nessun ingresso in rianimazione. Tra noi e la zona gialla sembra esserci un margine confortevole. Anche i numeri assoluti sembrerebbero confortanti: 1.234 ricoverati in tutta Italia e 158 in terapia intensiva». 

“IL VACCINO È UN VELENO, NON LO VOGLIAMO”

Ieri sera in Piazza Castello a Torino appuntamento (per fortuna non affollato) del No paura day, indetto da un candidato sindaco alla città apertamente No Vax. Gli argomenti sono quelli che si trovano fino alla nausea sui social, nelle televisioni, sui siti in questi giorni. La metafora, molto scivolosa e a tratti indegna, è sempre quella della vaccinazione e del Green pass come dittatura sanitaria, nazismo, apartheid. Una posizione iper marginale, che Meloni e Salvini hanno però legittimato nelle ultime settimane. La cronaca su La Stampa di Famà e Poletto.

«Il vaccino è un veleno e io non sono un topo» sentenzia mister «nome di fantasia», professione dentista nella piazza dei non vaccinati che contestano ciò che - per ora - nessuno ha. Il Green pass. «Siamo diecimila stasera» urla qualcuno. Ma la verità è ben lontana da quei numeri. Ma non importa, stasera ciò che conta è protesta. L'urlo della piazza dei senza mascherina che contesta il governo, le scelte che fa, la dittatura Sanitaria, i media mainstream che cercano di manipolare la gente, le multinazionali dei farmaci, le statistiche dei morti di Covid, è fin più forte di quello della notte in cui l'Italia ha vinto gli europei: «no Green pass», ripetuto come un mantra. Ed è quasi un'invocazione al Dio web, «l'unico dove riesce ancora trovare la verità, l'unico che non si piega a questa dittatura». Ma sono i toni di questa notte che sono più forti del solito. «Nazismo, la storia del Green pass mi ricorda molto quel periodo. La carta con cui dovevano andare in giro chi non era ebreo». Ecco, in questa piazza dove alle undici di sera ci saranno 2 mila persone, quasi tutte senza mascherina, pochissime disposte a parlare con i media che non sono apertamente schierati contro i vaccini, si mescolano le più diverse anime politiche. «Gli unici che dicono la verità sono Salvini e la Meloni» dice un signore gentile in T-shirt verde che però anche lui come tutti gli altri si rifugia dietro l'anonimato. «Ci vogliono rendere schiavi, non ci dicono la verità, questa non è una pandemia vogliono controllare il popolo». Le parole del premier Draghi: «L'invito a non vaccinarsi è un appello a morire» adesso le sbeffeggiano tutti. Non perché le abbiano sentite oppure lette, ma perché sono esattamente il contrario dei concetti che dal furgoncino diventato palco, vengono ripetuti all'infinito dagli oratori. Infermiera No vax, farmacisti No vax, casalinghe studenti, operai e professionisti. Più variegato di così il mondo di chi non vuole saperne di andare in giro con un documento elettronico che dica «Mi sono vaccinato» non potrebbe essere. Non manca in piazza ovviamente Ugo Mattei, candidato sindaco a Torino per la lista «Beni comuni». È lui che introduce, è lui che scalda gli animi, è lui che arringa la folla quando sono da poco passate le 22. Da quel momento sul palco sale chiunque abbia qualcosa da dire. Compreso Alessandro che dice: «Se non cancellano il Green pass sarà rivoluzione». Quando scende gli amici lo abbracciano, l'idolo del momento, immediatamente soppiantato da una signora in camicia bianca il foulard colorato, che denuncia come per curare il coronavirus «ci sono delle medicine. Ma io quando ero malata non sono riuscito a trovarle, ho dovuto farlo arrivare dall'estero. Questa è una dittatura - dice - questa è la nostra Italia che si è piegata alla logica delle multinazionali del farmaco». Che tutti siano così convinti che il vaccino non serva, che sia soltanto una terapia genica sperimentale, che il Green pass sia una limitazione della libertà, non è così vero. Qua e là c'è anche chi - ammette - il vaccino lo farà. Quando? «Non ora, ma lo farò» dice Alessio, agente immobiliare, «Aperto a tutte le idee, ma per ora perplesso». Arriva un furgone: «No bufale.it». Da che parte state? «Mi sembra chiaro, sul vaccino abbiamo posizioni molto nette». Poi, quando manca mezz' ora alla mezzanotte, la piazza si svuota. Tutti a casa. Nei bar di piazza Vittorio, uno dei polmoni della movida di Torino, i ragazzi scolano birre portate da casa. L'ordinanza anti assembramenti funziona bene. Ma a macchia di leopardo qualche bar trasgredisce. No Vax? No, chi vende lo fa pensando agli incassi». 

IL GOVERNO METTE LA FIDUCIA SULLA GIUSTIZIA

Draghi ieri è stato molto deciso non solo sui vaccini. Ma anche sulla giustizia. Sulle modifiche messe a punta della ministra Cartabia metterà la fiducia. La cronaca di Repubblica.

«E ora, sul tavolo della giustizia, il premier Draghi mette la fiducia. Dal Consiglio dei ministri, senza alcuna opposizione neppure pentastellata, arriva un consenso pieno. È un'autorizzazione preventiva, per adesso. Che potrà diventare operativa se il confronto con M5S, che parla di «impunità» e chiede cambiamenti, dovesse mettersi male. Se ne riparlerà il 30 luglio, nel venerdì in cui è slittata la discussione sulla riforma alla Camera. Il presidente del Consiglio parla chiaro e mette paletti, e accanto a lui, in giacca rossa, la Guardasigilli Marta Cartabia condivide ogni sua parola. «Ho chiesto l'autorizzazione alla fiducia - dice Draghi - e questo significa che c'è un testo approvato all'unanimità dal Consiglio ministri, che siamo aperti e disponibili a miglioramenti di carattere tecnico. Se ci fossero, si tratterà di tornare in Consiglio per chiedere l'autorizzazione alla fiducia anche sui nuovi testi». E qui Draghi mette due paletti. Il primo: «Le modifiche devono essere di carattere tecnico e non stravolgano l'impianto ». Il secondo: «Modifiche condivise, non emendamenti presentati da una parte». La road map è tracciata. E su questa cammina la ministra della Giustizia per trovare un accordo su «un tema difficile, ma ineludibile ». Tecnicamente fornisce le ragioni della riforma: «La durata dei processi è un problema grave in Italia, il Pnrr ci chiede di ridurre i tempi del 25%, la Costituzione chiede la ragionevole durata». Cartabia riassume il percorso da quando siede in via Arenula: «Abbiamo cominciato a discutere il giorno dopo la nascita del governo, tutti hanno dato il loro apporto, tutti hanno chiesto di eliminare i punti difficili. È stata trovata una mediazione in Consiglio dei ministri ». Cartabia come Draghi considera il voto di due settimane fa, che M5S contesta, un punto da cui non si può tornare indietro. La ministra si fa carico delle preoccupazioni dei magistrati che lei stessa ha raccolto nel tour che sta facendo, da Milano a Catania a Napoli. «Viste le criticità di alcune corti di Appello vogliamo evitare che l'impatto della riforma provochi l'interruzione di procedimenti importanti». Promette alle toghe, ma anche a M5S: «Si stanno cercando accorgimenti tecnici». Nella giornata in cui, dalla sesta commissione del Csm, giunge un parere critico sulla riforma in cui si parla di «dubbia compatibilità del rimedio dell'improcedibilità con il principio di obbligatorietà dell'azione penale e con il principio di uguaglianza », Draghi ripete che «l'intento del governo non è l'impunità». E Cartabia aggiunge che quelle di M5S non sono provocazioni, ma «preoccupazioni da prendere seriamente in considerazione». E spiega che quella sul tavolo «non è la riforma della prescrizione, ma una riforma complessiva della giustizia per evitare processi lunghi e l'impunità». Che effetto avrà la fiducia sulla trattativa con M5S? Per ora le bocce sono ferme, l'ala dura è contro il lodo Serracchiani (fino al 2024 gli Appelli possono durare tre anni anziché due). Ma Conte considera positivamente che anche il governo abbia preso atto delle difficoltà tecniche presenti nella riforma Cartabia, in particolare sul tema dell'improcedibilità. In questi giorni, l'ex premier è stato in costante contatto con Draghi e con la ministra. Sta lavorando per una mediazione, dando seguito a quell'approccio costruttivo ribadito lunedì nell'incontro con Draghi, con l'obiettivo di soddisfare il bisogno di giustizia da parte dei cittadini e insieme velocizzare i processi. Ovviamente Conte, anche con specifiche soluzioni tecniche, vuole evitare il rischio che centinaia di migliaia di processi possano andare al macero. L'ombra della giornata resta la bocciatura della riforma da parte del Csm, per ora passata in commissione con 4 voti su sei, compreso quello del presidente Fulvio Gigliotti, laico indicato da M5S. Si astiene Alessio Lanzi di Forza Italia, Loredana Micciché di Magistratura indipendente, ma sono a favore i due togati di Area, Elisabetta Chinaglia e Ciccio Zaccaro, e Sebastiano Ardita, sempre in accordo con Nino Di Matteo. Un giudizio netto, «un'ingiustificata e irrazionale rinuncia dello Stato al dovere di accertamento dei fatti e delle eventuali responsabilità sul piano penale, rispetto a un reato certamente non estinto». Che M5S userà per spingere le sue richieste».

Marco Travaglio per il terzo giorno consecutivo scrive ad personam contro la ministra Marta Cartabia. Nella sua mente ormai la “bugiarda” ex presidente della Corte (che ha preso il posto dell’amatissimo Bonafede) ha sostituito la parallela ossessione contro Figliuolo (e la struggente nostalgia di Arcuri). Ecco il suo commento in prima pagina del Fatto.

«Il dibattito se i 5 Stelle debbano restare al governo o uscirne è surreale, perché ci sono entrati con l'impegno a "non andare oltre" l' "accordo raggiunto con Pd e LeU" sulla blocca-prescrizione di Bonafede. Quindi, prima di andare oltre, devono chiedere agli iscritti che senso abbia restare in un governo che non va solo oltre, ma proprio agli antipodi. In ogni caso, in un Paese serio, il problema nemmeno si porrebbe perché dal governo sarebbe già uscita la ministra Cartabia. Da due giorni scriviamo che è una bugiarda, perché chiunque sa di giustizia (pm, giudici, avvocati, Dna, Csm) non fa che smentire le sue menzogne al Paese e financo al Parlamento. Ma forse, così, le facciamo un favore, presupponendo che sappia di cosa sta parlando ed escludendo che non ne abbia la più pallida idea. Ipotesi molto concreta, a leggere il Salvaladri&mafiosi e le parole usate per giustificarlo: "Si è detto che i processi per mafia e terrorismo andranno in fumo, ma non è così, perché per i reati puniti con l'ergastolo si esclude l'improcedibilità". Una frase agghiacciante già in sé: le vittime di tutti i reati che non siano l'omicidio apprendono che la ministra della Giustizia trova normale mandare i loro processi "in fumo". Ma soprattutto una menzogna: la stragrande maggioranza dei processi di mafia e terrorismo non contemplano omicidi (puniti con l'ergastolo) e la ministra della Giustizia trova normale mandarli "in fumo". La pena massima per associazione mafiosa e terroristica è 30 anni: se dalla sentenza di primo grado a quella d'appello passano 3 anni e un giorno, il processo muore stecchito. Quello per la trattativa Stato-mafia (minaccia a corpo politico) dura da oltre 3 anni: con la Cartabia, sarebbe già improcedibile (e non è escluso che lo diventi, se gli avvocati riusciranno a ottenere l'applicazione retroattiva, visti gli effetti penali sostanziali che comporta). Quelli ai forzisti D'Alì e Cosentino, condannati l'altro ieri a 6 e a10 anni in appello per concorso esterno, duravano da 6 e da 5 anni: con la Cartabia sarebbero finiti in fumo. Che queste cose la Guardasigilli le sappia o le ignori, poco cambia. Basterebbe un governo non dei migliori, ma dei discreti, per accompagnarla ipso facto alla porta. A prescindere. Se manda consapevolmente al macero decine di migliaia di processi perché sa quel che fa e poi mente sapendo di mentire, se ne deve andare per palese malafede. Se manda inconsapevolmente al macero decine di migliaia di processi perché non sa quel che fa (ma lo sa chi le scrive le leggi) e poi mente a sua insaputa, se ne deve andare per palese incompetenza. La nota giurista (per mancanza di prove) prestata alla politica va immediatamente restituita, prima che faccia altri danni». 

La Verità, dall’altra sponda dello schieramento politico del Fatto, è anch’esso sempre stato critico di Marta Cartabia.  Eppure Maurizio Belpietro, in questo caso, si schiera con la Ministra e ricorda allo stesso Travaglio l’intervento nei giorni scorsi di un grande magistrato come Spataro. (Chi segue la Versione ne ha già avuto notizia). Ecco parte del suo editoriale di oggi.  

«La ministra è già stata tacciata di voler salvare i ladri e i corrotti. Per quanto ci riguarda, non abbiamo in particolare simpatia né il ministro della Giustizia né la sua riforma. La prima perché ci sembra un po' troppo ambiziosa e pronta a sacrificare in nome della carriera alcuni principi. E la seconda perché non ci risulta affronti il nodo principale che riguarda le correnti della magistratura e il funzionamento del Csm, vale a dire ciò che è all'origine dello scandalo Palamara, ossia il sistema che ha consentito e consente a poche toghe di tenere sotto controllo gli uffici giudiziari del Paese. Tuttavia, a prescindere da ciò che si poteva fare e che la Cartabia non ha fatto, nella riforma una cosa buona c'è ed è un argine alla prassi che consente a un processo di durare in eterno. Per Alfonso Bonafede, predecessore dell'attuale titolare di via Arenula, il giudizio non avrebbe dovuto estinguersi per prescrizione, ma durare fino a che fosse intervenuta una sentenza definitiva. Al posto del fine pena mai, secondo il ministro grillino dovremmo avere il fine processo mai. Così, un innocente può rimanere appeso alle maglie della giustizia per la vita e un furfante può rimanere in attesa della pena per altrettanto. Cartabia almeno a ciò ha messo un argine, prevedendo che, nel caso i giudici non siano giunti a una sentenza entro un ragionevole lasso di tempo, il procedimento si concluda con l'improcedibilità, cioè con l'estinzione del giudizio. Non sia mai, per la banda di manettari capitanata da Giuseppe Conte e compagni, oltre che da decine di toghe che appunto trovano ascolto presso la redazione del Fatto quotidiano, la riforma altro non è che «una tagliola che manderà al macero centinaia di migliaia di processi». Ma è davvero così come dicono le toghe care al quotidiano di Marco Travaglio? Beh, non pare proprio. Almeno a sentire un tipo come Armando Spataro, cioè un signore che non si può proprio annoverare tra i difensori di ladri e mafiosi. Figlio di un magistrato, per 43 anni ha indossato la toga, occupandosi di mafia e terrorismo. È stato al Csm e ha guidato una delle correnti di sinistra della categoria, ossia il Movimento per la giustizia. Di destra certo non è, visto che da procuratore capo di Torino polemizzò con Matteo Salvini e da procuratore aggiunto fece pedinare i capi dei servizi segreti italiani, facendo condannare gli agenti della Cia che nel capoluogo lombardo rapirono Abu Omar, un egiziano sospettato di terrorismo. Insomma, Spataro ha il pedigree giusto per unirsi al coro di chi demonizza la riforma della giustizia. E invece no: l'altro giorno, con un'intervista al Corriere della Sera, l'ex magistrato (è andato in pensione un paio d'anni fa) ha sostenuto che prima di bocciarla, la legge Cartabia va messa alla prova. Leggere per credere: «I cittadini hanno diritto di conoscere la durata del processo, che deve essere ragionevole. Lo dicono la Costituzione e la legge Pinto. E la Cedu (la Corte europea dei diritti dell'uomo, ndr) ha più volte condannato l'Italia. Va trovata una soluzione corretta che non è l'abolizione della prescrizione dopo la prima sentenza, che allunga a dismisura i tempi». Tradotto, l'idea di sbarazzarsi della decadenza dopo il primo grado di giudizio non è la soluzione, ma il problema, perché allungare la vita dei processi non è giustizia. Spataro dimostra di non credere che con la riforma si libereranno legioni di ladri e mafiosi, ma suggerisce di verificare con una norma transitoria l'effetto degli aumenti del personale addetto ai tribunali e il miglioramento delle strutture, oltre le conseguenze dei tanti strumenti previsti dalla legge Cartabia, lavorando sulla lista dei reati che consentono un aumento dei termini dell'improcedibilità. In pratica, niente ecatombe di processi. Spataro non dice che la riforma sia perfetta, né che non abbia aspetti migliorabili. Sostiene solo che il muro contro muro non serve e che non tutto sia da buttare, a cominciare dall'intervento sulla prescrizione. E dunque, essendo una voce contraria a quella di tanti baldanzosi suoi ex colleghi che da giorni si stracciano le vesti, si è badato a silenziarla quanto più possibile. La Repubblica, di cui peraltro l'ex pm è collaboratore, si è guardata bene dal commentare. Il Fatto ha sorvolato, procedendo la campagna contro la «schiforma». Insomma, o canti nel coro di chi ciurla nel manico con la storia della prescrizione, o il tuo canto libero è destinato a non sentirsi». 

Francesco Verderami sul Corriere della Sera racconta il retroscena che ha spinto Draghi a mettere la fiducia sul tema della giustizia.

«È stato Draghi a chiedere in Consiglio dei ministri l'autorizzazione a porre la questione di fiducia sulla riforma della giustizia. Di solito tocca al responsabile per i Rapporti con il Parlamento celebrare il rito. Se ieri il premier ha rotto il cerimoniale è perché voleva caricare il gesto di valenza politica, far capire che non si lascerà irretire da chi immagina di usare il semestre bianco per trascinarlo nelle sabbie mobili insieme al provvedimento scritto dalla Cartabia. Così i grillini hanno scoperto che, aspettando l'ora X , sono finiti nel pantano. Deve averlo capito Conte, al termine di una telefonata con Draghi definita «critica» da un ministro. Di sicuro l'ha compreso l'intera delegazione Cinque stelle al governo, che davanti ai colleghi è parsa «in grave difficoltà». Il tentativo di agguato sulla giustizia si sta trasformando per il Movimento in una trappola. Le loro mosse politiche sono schizofreniche: i ministri di M5S che nei giorni scorsi erano stati di fatto sfiduciati dal loro leader per aver approvato il testo della riforma, a loro volta ieri hanno di fatto preso le distanze da Conte, accettando la richiesta del premier senza opporre resistenza. È vero che Draghi ha detto di «attendere» eventuali proposte migliorative del testo, «purché siano condivise da tutta la maggioranza». Ma è altrettanto vero che ha rimarcato come lo strumento della fiducia venga usato quando le distanze sono «incolmabili». Spazzando così via le voci che si erano inseguite su un nuovo patto con M5S senza il benestare dell'intera coalizione. Stavolta non si ripeterà quanto accaduto nel precedente Cdm. E senza un'intesa, Draghi si appresta ad applicare la dottrina delle «maggioranze a geometrie variabili» di cui aveva parlato in un colloquio riservato un paio di mesi fa, consapevole che «su alcune cose potrò non avere il consenso di alcuni e su altre di altri». È questo l'antidoto al semestre bianco, immaginato come potenziale luogo d'agguato da partiti in affanno e senza strategia. E che questa tattica di logoramento si stesse per mettere in atto era stato chiaro sul decreto Semplificazioni, visti certi giochetti tra grillini e democratici in commissione contro il ministro Cingolani. Perciò il governo ha posto la fiducia. L'atteggiamento del premier non risparmia nessun alleato. Sulla campagna di vaccinazione ieri ha usato toni durissimi verso Salvini, dopo aver prorogato lo stato di emergenza fino a dicembre e ottenuto che il decreto anti-Covid prevedesse il green pass, in modo da stare in linea con le misure concordate con i partner europei. In Consiglio dei ministri era toccato a Giorgetti spiegare le ragioni della Lega, ma il fatto stesso che dopo aver posto i problemi avesse proposto anche le soluzioni - cioè i ristori per le categorie in difficoltà - testimonia un accordo preventivo. Questo prevede il protocollo dei rapporti con Draghi, che non fa eccezioni. Se così stanno le cose, si capisce perché sulla giustizia non farà sconti al Movimento e ai suoi supporter fuori dal Parlamento. Quel «nessuno vuole sacche di impunità» era rivolto ai magistrati che criticano la riforma «salva-ladri», e anche al Csm che ha bocciato le norme scritte dal Guardasigilli. «In un comunicato - ha commentato Costa di Azione - il grillino Gigliotti ha scritto che i tempi per l'appello sono troppo brevi e che la riforma contrasta con la ragionevole durata dei processi. Ha detto cioè una cosa e il suo contrario. Era in Bonafede o in malafede?». La domanda chiama un'altra domanda, posta dal leghista Molinari: «Ma cosa ha concordato Conte con Draghi? Perché o lui non controlla i gruppi di M5S o ha preso il premier per il c...». I dem sperano di capirlo presto, siccome sudano freddo all'idea che la bomba grillina gli esploda in mano. Letta ha iniziato una manovra di sicurezza, accodandosi a Draghi sul voto della Camera «prima della pausa estiva». Ma l'ipotesi che sia il governo a fare la mediazione non regge, se è vero che il Pd si è intestato la mission con l'offerta a Conte di una «norma transitoria» per varare la riforma. E ieri uno degli sherpa democrat alla Camera schiumava rabbia parlando con un esponente della commissione Giustizia: «Oltre questo non si può andare. Se lo capiscono, bene. Se rompono, raccogliamo tutti gli emendamenti messi da parte, dalle intercettazioni all'abuso di ufficio, e andiamo avanti». Bum.». 

I PAESI RICCHI DISCUTONO DI CLIMA AL G20 DI NAPOLI

La sfida dei Paesi più ricchi del mondo è quello di contenere in un grado e mezzo il riscaldamento del pianeta. La cronaca del Manifesto nel pezzo a doppia firma Ravarino e Tabarini.

«I 20 Paesi del mondo che da soli fanno l'80% del Pil, più dell'80% del consumo energetico mondiale e più dell'80% della Co2 emessa si ritrovano a discutere: ieri di tutela di ecosistemi e biodiversità, oggi clima, energia e decarbonizzazione. E' il G20 Ambiente Clima ed Energia che si sta svolgendo a Napoli. La due giorni è la sintesi di mesi di incontri tra le delegazioni e i tecnici internazionali. Ma è anche un appuntamento fondamentale in vista della Cop26, la conferenza dell'Onu sul clima che si svolgerà a novembre a Glasgow, in partnership con l'Italia. L'Italia presenzia, padrone di casa è il Ministro della Transizione ecologica che nel suo intervento di apertura ha recitato il cerimoniale delle buone intenzioni. Il ministro ha affermato che è necessario guardare alle nuove generazioni per pianificare la ripresa, resistendo alla tentazione di ricostruire le nostre economie sul modello pre-pandemia. Tra alluvioni , ondate di calore, incendi che hanno messo in ginocchio i Paesi da est a ovest e da nord a sud, le condizioni in cui questo vertice si presenta sono senza precedenti, di conseguenza le parole non possono essere tiepide. Hanno preceduto il meeting degli incontri bilaterali come quello con ha l'inviato speciale del presidente Usa per il clima John Kerry durante il quale si è concordato sull'obbiettivo ambizioso di mantenere in questo decennio il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Per raggiungerlo: più rinnovabili. Ma si sa che le azioni concrete si discostano spesso diversi dalle intenzioni. La società civile dentro le mura del G 20 ha preso parola per bocca fra gli altri di Maria Grazia Midulla, coordinatrice del gruppo Clima Biodiversità e Transizione ecologica del C20 (Civil 20), la quale ha fatto notare la contraddizione che sussiste fra il chiedere più rinnovabili nel minor tempo possibile e nel frattempo continuare a sussidiare i combustibili fossili, una questione che nasce nel 2009 e che anche in questo G20 non ha fatto alcun passo in avanti. E' necessaria invece un'accelerazione degli interventi e raggiungere un accordo almeno su questioni basilari come zero emissioni netto al 2050, come indica il rapporto di Parigi. Le fa eco, fuori dal vertice, la deputata Rossella Muroni, capogruppo alla Camera di Facciamo ECO, secondo la quale non basta la riduzione delle emissioni del 51% al 2030 indicata nel nostro Pnrr per il Pinec, bensì il target al 2030 deve essere almeno a meno 65% rispetto ai livelli del 1990. Il resto della società civile che sul G20 ha qualcosa da dire stava fuori dalle mura, tenuto a distanza dai consueti accessori dei vertici dei grandi, che in questi giorni si sono ripresentati nelle celebrazioni del ventennale di Genova. Ecco di nuovo le zone rosse, la blindatura della città fin dal mattino, ecco ricomparire anche il termine No Global per definire il fronte che in diversi momenti e in diversi luoghi ha contestato il vertice. Il pomeriggio precedente l'inizio, un gruppo di circa 50 attivisti è riuscito a varcare la soglia della "zona rossa" entrando in piazza Plebiscito Una seconda protesta si è svolta una contestualmente all'apertura dei lavori nel porto di Napoli, dove i manifestanti hanno esposto uno striscione con la scritta "Stop G20" e "Lavoro salute ambiente la lotta è una sola, insorgiamo". Bloccata anche una raffineria Q8 a San Giovanni a Teduccio, mentre gli attivisti di Beesagainstg20 invece hanno manifestato bloccando lo svincolo autostradale dell'A3 a Napoli Est. Nel pomeriggio di ieri è poi partito il corteo aperto da uno striscione «Il G20 balla sul Titanic, salviamo il Pianeta: Jatevenne». Tremila persone secondo gli organizzatori, principalmente strutture antagoniste e ambientaliste locali: una miscela di centri sociali, campagne come Stop Biocidio, Fridays for Future ed Extinction Rebellion Napoli, i movimenti dei disoccupati, sindacalismo di base e i liberi cittadini , supportati dalle delegazioni di movimenti provenienti da altre parte d'Italia come i No Tav, i No Tap, No Grandi Navi e la rete Nazionale Rise Up for Climate Justice. Realtà diverse a dire la stessa cosa, affidata a messaggi scritti sui gavettoni che sono stati lanciati alle forze di polizia che hanno impedito al corteo di dirigersi verso l'area del vertice: no agli accordi con chi continua ad inquinare, sì a una transizione ecologica prodotto delle istanze dei territori, dei popoli più deboli e dei giovani. Il ministro Cingolani, che ha dichiarato di "non capire i tafferugli", nella conferenza stampa di chiusura della prima giornata, ha avanzato la possibilità di raggiungere a un accordo anche sui punti più complicati sul tavolo del G20: il contenimento della temperatura sotto 1,5°C per la metà del secolo, non 2, e la necessità di accelerare sulla decarbonizzazione facendo in una decade, ovvero al 2030, quello che Parigi chiedeva per il 2050. Ma ha già messo le mani avanti, adducendo alle difficoltà di Paesi come quelli arabi, Cina, la Russia e i Paesi emergenti, che hanno economie basate su fonti fossili».

GLI 80 ANNI DI MATTARELLA

Per Massimiliano Scafi del Giornale è in questo momento il più popolare degli italiani. Dopo Donnarumma. Oggi il presidente Sergio Mattarella compie 80 anni.

«Eccoci, siamo all'ultima curva», sospira brindando con i suoi consiglieri. Del resto basta sfogliare il calendario per capire l'aria che tira: oggi il capo dello Stato compie ottant' anni, la settimana prossima nei giardini del Quirinale si congederà dai giornalisti, il tre agosto scatterà il semestre bianco e quindi non potrà più sciogliere le Camere e a febbraio 2022 scadrà il suo incarico. Ma davvero siamo all'ultima curva? O ci sarà un bis? Chi può dirlo? Certamente non può dirlo Sergio Mattarella. Fosse per lui, nessuna proroga. Il Presidente è «culturalmente» contrario al secondo mandato, e l'ha pure spiegato in pubblico. «Questa è una Repubblica, non un regno» e «sette anni sono un'era geologica». Però stavolta la scelta non dipende solo da lui. Come starà il Paese a gennaio? Quante riforme avrà fatto partire Draghi? Quale sarà l'equilibrio politico nel 2022? Siamo sicuri sicuri che i partiti non saliranno sul Colle per chiedergli di restare? Almeno un po', fino alle elezioni dell'anno successivo? È già successo nel 2013 con Giorgio Napolitano, può capitare ancora. Chissà. Sarebbe, secondo molti punti di vista, una soluzione perfetta: Mario Draghi, che ha il suo da fare con la giustizia, i capricci grillini e il Recovery Plan, rimarrebbe a Palazzo Chigi per completare il lavoro, cioè mettere l'Italia in sicurezza sanitaria ed economica, e Mattarella proseguirebbe nella sua funzione di stabilizzatore istituzionale gradito all'estero fino al termine della legislatura. Aveva cominciato in sordina. Siciliano taciturno, schivo, un anti-Pertini, ignoto al grande pubblico, eletto quasi per caso. Oggi è un Presidente pop, acclamato come un cantante rock: dalla foto nel deserto di piazza Venezia in piena pandemia all'esultanza da tifoso a Wembley al gol di Bonucci, passando per la sicura gestione di crisi politiche difficilissime. Gialloverdi, giallorossi, ne ha visti e domati di tutti colori. Un'icona. La gente lo ama, al momento forse soltanto Donnarumma lo sopravanza nelle classifiche di gradimento. Chi meglio di lui? Un altro anno e mezzo, come King George, poi si vedrà, i candidati non mancano. Anche se le politiche del 2023 potrebbero consegnare uno scenario differente all'attuale e un nome per il Colle corrispondente a un eventuale nuovo equilibrio. Ma sei mesi sono tantissimi, impossibile fare previsioni». 

Al compleanno del Capo dello Stato dedica l’articolo di fondo su Libero il direttore Alessandro Sallusti:

«Oggi Sergio Mattarella compie ottant' anni. Auguri sinceri, signor Presidente, e grazie per la pazienza dimostrata in un settennato segnato da due sciagure, quella del Covid e quella dell'avvento al governo dei Cinque Stelle che le hanno imposto Giuseppe Conte minacciando addirittura di trascinarla in tribunale se non avesse acconsentito alla loro salita al potere. Parliamo di due virus (non necessariamente citati in ordine di gravità) che hanno messo a dura prova la tenuta del Paese e quindi immaginiamo anche dei suoi nervi. Per fortuna, mi riferisco al caso grillino, lei era da tempo politicamente vaccinato e questo ha permesso di limitare i danni anche se ancora oggi mi chiedo per quale ragione nell'estate del 2018 dopo elezioni dall'esito pasticciato lei non abbia avuto il coraggio di rimandare tutti alle urne. E perché non l'abbia fatto neppure un anno dopo quando il governo giallo verde arrivò anzitempo al capolinea consentendo a Conte di fare altri danni non più con Salvini bensì con la sinistra. Evidentemente, caro presidente, avrà avuto i suoi buoni motivi che mi auguro non siano quelli di cui si è chiacchierato, cioè impedire al Centrodestra di vincere le elezioni anticipate e tornare così al governo in modo chiaro e non a pezzettini come in effetti è accaduto. Un giorno, spero, ce lo racconterà fuori dalla falsa retorica che "il parlamento è sovrano". Perché in questi ultimi sette anni - certamente fino all'avvento di Draghi da lei organizzato e imposto - il sovrano è stato lei, cioè l'unico che in qualche modo, in contesto di matti e dilettanti, ha provato a tenere la barra diritta sia in politica interna che estera. Ora mi auguro solo che lei non ceda alle lusinghe di prolungare oltre il suo settennato che scade a febbraio. Lei è "Il Presidente", non la ruota di scorta di una classe politica litigiosa e impaurita. Mi piacerebbe che mettesse tutti loro di fronte alla responsabilità di trovare un nuovo Capo dello Stato, non perché lei non andrebbe bene ma perché così dice la Costituzione. Sarebbe il suo ultimo servizio alla democrazia dopo una carriera lunga e onorata. Ps: grazie per averci dato Mario Draghi, meno per aver lasciato, nella sua qualità di presidente del Csm, la giustizia nelle mani del metodo Palamara». 

NUOVA OFFENSIVA TIGRINA, 54 MILA PROFUGHI

Una guerra dimenticata, che prosegue in Etiopia, con l’avanzata dei tigrini. Ci sono in fuga dai combattimenti 54 mila persone. La cronaca di Avvenire da Addis Abeba.

«La guerra in Etiopia è ormai arrivata nell'Afar, dove almeno 20 civili sono stati uccisi e decine di migliaia di persone sono sfollate per gli scontri tra ribelli e forze favorevoli al governo nella terra degli Afar, che confina con lo Stato regionale del Tigrai. «I pesanti combattimenti sono ancora ora in corso e oltre 20 civili sono morti», ha affermato Mohammed Hussen, funzionario di un'agenzia nazionale nella regione degli Afar. Così altre decine di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case nel Nord a causa dei combattimenti. Secondo quanto riferito da un portavoce del governo Afar, Ahmed Kalayota, sono ormai oltre 54.000 gli sfollati per l'avanzata delle forze del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), designato dal governo di Addis Abeba come «organizzazione terroristica». Sfollati che si sommano ad altri due milioni di persone fuggite dalle proprie case dall'inizio del conflitto nel novembre dello scorso anno. I combattimenti nella regione Afar sono iniziati la scorsa settimana, quando le forze del Tplf, che a fine giugno hanno ripreso il controllo del Tigrai, hanno oltrepassato il confine. «Non siamo interessati a conquiste territoriali in Afar - ha spiegato il portavoce del Tplf, Getachew Reda - vogliamo ridurre le capacità di combattimento del nemico». Di fatto però si profila sempre più uno scontro etnico. All'appello di mobilitazione popolare del premier Abiy hanno risposto finora le regioni Oromia, Sidama, Afar, la regione dei Somali e quella delle Nazioni. Melisew Dejene, docente all'università etiope di Hawassa, nella regione Sidama, ha detto di non essere sorpreso «di vedere forze diverse provenienti da diverse regioni unirsi per difendere l'interesse nazionale». La regione Afar riveste un'importanza cruciale per il Paese, perché è qui che passano i collegamenti stradali e ferroviari che collegano Addis Abeba al porto di Gibuti, il principale accesso al mare dell'Etiopia. Gli scontri nella regione Afar stanno anche compromettendo l'invio degli aiuti umanitari nel Tigrai. Il 18 luglio, dieci veicoli del Programma alimentare mondiale sono stati attaccati a circa 115 chilometri dal capoluogo Afar, Semera, costringendo l'Onu a sospendere le operazioni dalla regione fino a quando non saranno nuovamente garantite condizioni di sicurezza. Sono circa cinque milioni, su sei milioni di abitanti, le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria nel Tigrai, di cui 400 mila sono a rischio fame, secondo l'Onu».

SANZIONI A CUBA, I DEM USA SI DIVIDONO

Biden impone nuove sanzioni al regime di Cuba, responsabile di nuove violazioni dopo le proteste popolari per pane e vaccini. Ma nel Partito Democratico Usa piovono critiche. La cronaca del Manifesto.

«L'amministrazione Biden ha imposto nuove sanzioni contro i funzionari cubani presumibilmente responsabili di violazioni dei diritti umani durante la repressione delle proteste scoppiate in tutta l'isola questo mese. Le sanzioni sono la prima risposta politica di Biden dopo le manifestazioni a Cuba per la carenza di cibo e di medicinali. L'annuncio è arrivato a seguito degli appelli del Congresso e delle organizzazioni dei cubano-americani per aumentare la pressione sul governo e a sostegno dei manifestanti, ma rischiano di alienare i progressisti del partito democratico che avevano invece invitato il Presidente a ritirare l'embargo degli Stati uniti contro l'isola e a tornare al programma di distensione dell'era Obama. Per la deputata socialista Alexandria Ocasio-Cortez l'embargo degli Stati Uniti è già «assurdamente crudele», così come sono crudeli anche altre politiche statunitensi che prendono i mira i latino americani, e si è rifiutata di difendere la posizione espressa da Biden, secondo cui questo è solo l'inizio. Prima delle proteste, il team di Biden aveva ripetutamente chiarito che Cuba non era una priorità di politica estera per la sua amministrazione, ma le manifestazioni hanno l'hanno resa un argomento inevitabile. I funzionari cubani sono stati sanzionati ai sensi del Global Magnitsky Act, creato inizialmente per frenare le violazioni dei diritti umani in Russia e successivamente ampliato per includere presunti abusi in Cina, Venezuela, Guatemala, Bulgaria e, ora, Cuba. Per la prima volta, accusando singolarmente i funzionari, si attribuisce una responsabilità personale. «È enorme - ha dichiarato Sasha Tirador, consulente politica democratica di Miami, informata sui piani di Biden già mercoledì sera - Nessuna amministrazione ha mai annunciato che riterrà responsabile ogni individuo che viola i diritti umani sull'isola di Cuba». Nelle manifestazioni a Cuba molti democratici, in special modo in Florida, vedono quella che molti chiamano la golden opportunity, un'opportunità d'oro per Joe Biden di attirare gli elettori ispanici che il partito ha dimostrato di aver perso otto mesi fa. «Questa è un'opportunità alla "Mr. Gorbaciov, abbatti questo muro!" - ha detto la senatrice della Florida Annette Taddeo, democratica di Miami che rappresenta un distretto dove Trump ha vinto- Dobbiamo essere un faro di speranza. Ci sono persone a Cuba che protestano sventolando la bandiera americana. Non è mai successo. Dobbiamo capire il momento che stiamo vivendo». La risposta di Biden a Cuba include anche misure per aumentare l'accesso a Internet sull'isola secondo modalità che impedirebbero il controllo del governo. A ciò si aggiunge la richiesta di una maggiore pressione internazionale, delineata mercoledì sera durante una riunione telefonica con gli attivisti democratici cubano-americani a Miami».

GIUBILEO 2025, FISICHELLA INCONTRA DRAGHI

Numeri di grande importanza nelle previsioni di afflusso a Roma per il Giubileo del 2025. 45 milioni di persone in un anno. Si comincia a ragionare su che cosa accadrà e che cosa occorre. Monsignor Rino Fisichella, nominato da papa Francesco, ne ha già parlato con Draghi. L’articolo di Franca Giansoldati e Marco Conti sul Messaggero

«Una forbice compresa tra i 40 e i 45 milioni. Le stime dei pellegrini attesi a Roma per il Giubileo del 2025 fanno tremare le vene e i polsi. Sono praticamente il doppio di quelli arrivati per il Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco appena arrivato sul Soglio di Pietro. Numeri davvero imponenti, elaborati per difetto che proiettano sullo sfondo una evidente opportunità per la rinascita della Città Eterna, con l'uscita dall'attuale cono d'ombra, dal degrado che segna ogni angolo, financo nei paraggi di via della Conciliazione. Si tratta di proiezioni sulle quali si stanno muovendo in tandem Italia e Vaticano tenendo conto anche dell'inevitabile effetto moltiplicatore post covid, visto che tra tre anni, il settore del turismo sarà uscito finalmente fuori dall'incubo della pandemia e, di conseguenza, sarà contrassegnato dalla fortissima accelerazione degli spostamenti di massa. Aerei, treni veloci, auto, autobus. Il calcolo prudenziale del bacino di utenza è stato condiviso da entrambe le cabine di regia e ha già prodotto una prima bozza progettuale sulla quale si baseranno i passaggi organizzativi prossimi nei vari settori. I referenti di Palazzo Chigi e d'Oltretevere si stanno muovendo consapevoli che il tempo stringe e che per arrivare preparati all'evento internazionale occorre approvare a tambur battente una strategia comune, allocando risorse adeguate e un piano di controlli incrociati tale da evitare che possano sorgere intoppi, ritardi, spiacevoli sorprese, inutili sprechi o peggio ancora opacità. Ieri il Presidente del Consiglio, Mario Draghi e il Sottosegretario alla Presidenza, Roberto Garofoli hanno incontrato a Palazzo Chigi monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione assieme a monsignor Graham Bell, sottosegretario del medesimo dicastero vaticano. Papa Francesco ha dato carta bianca a Fisichella per gestire ogni aspetto del programma giubilare. Tutto transiterà da lui. L'incontro operativo di ieri mattina è il primo di una lunga serie. Mentre è conosciuta la composizione della commissione governativa sul Giubileo (la scorsa settimana il Parlamento ha designato Marianna Madia, Francesco Silvestri, Alberto Bagnai e Isabella Rauti), ancora non è completata la squadra che affiancherà Fisichella e comporrà la cabina di Regia d'Oltretevere da dove tutto passerà a setaccio per evitare spese superflue o progetti faraonici inutili. E' molto probabile che alla fine Palazzo Chigi decida di affidare ad un solo commissario la gestione del Giubileo in modo da snellire gli interlocutori. Draghi e Fisichella nel colloquio si sono trovati d'accordo nell'individuare tre indirizzi operativi sui quali costruire un piano. In primo piano vi sono gli interventi strutturali da immaginare per una città già ingolfata, che non può certo restare travolta dall'impatto massiccio di 45 milioni di persone (sebbene spalmate nell'arco dell'anno). La vita quotidiana dei romani dovrà continuare senza subire scossoni. Va da sé che si prevedono potenziamenti ai trasporti, aree pedonalizzate e una serie di opere infrastrutturali in via di valutazione. Aeroporti, hub di smistamento per i pellegrini, rafforzamento delle stazioni, infrastrutture adeguate. Il secondo aspetto centrale riguarda la proposta spirituale e culturale che dovrà essere all'altezza di un evento unico, una opportunità capace di riportare l'Italia sotto i riflettori del mondo e rappresentare un punto di ripartenza collettivo, quasi di rinascita, di resurrezione. Draghi avrebbe affrontato, ieri mattina, anche il tema delicato dei fondi da mettere a bilancio, ma tutto, su questo punto, sembra ancora in alto mare. Dipenderà dai progetti. Sicuramente il prossimo incontro sarà più operativo. Intanto la rotta è stata tracciata».

TOKYO 2020. VIA AI GIOCHI OLIMPICI

Oggi iniziano ufficialmente i Giochi olimpici a Tokyo. Gianni Riotta su La Stampa.

«La cerimonia sarà dimessa. «Niente celebrazioni, solo riverente omaggio alla sofferenza» lascia trapelare l'imperatore Naruhito. Per una volta in sintonia con il Trono del Crisantemo, la crassa volgarità degli spot si allinea alla modestia, dopo Toyota gli sponsor tutti chiedono austerità. I picchetti della protesta contro l'inaugurazione dei Giochi della XXXII Olimpiade, oggi nello Stadio di Tokyo, il terzo nel quartiere di Shinjuku, dietro la vecchia stazione ferroviaria, sono sparuti, ma 7 cittadini su 10 volevano cancellare la kermesse, impauriti da costi, pandemia, assenza di tifosi, turisti, applausi. Lo stadio, opera dell'architetto Kengo Kuma, è costato il triplo di quello inglese a Londra 2012, sprechi, confusione, ritardi. Dalle tribune si lanceranno con altoparlanti i cori di altre edizioni, perdute voci di tripudio nel caldo afoso. La sfilata in pista non vedrà i volti degli atleti, da Hend Zaza, a 12 anni il più giovane, nato in Siria, senza mai aver conosciuto la pace, impegnato nel tennis da tavolo, fino a Mary Hanna, nata l'1 dicembre 1954, australiana, sei Olimpiadi nel dressage equestre. Solo i portabandiera, poi qualche coreografia, orfana del musicista Cornelius, cacciato per gesti odiosi contro i disabili, e del direttore Kentaro Kobayashi, licenziato per battute contro l'Olocausto. Vessillo olimpico affidato alla nostra Paola Egonu, una gioia vera. Sono in palio 339 medaglie, presentate su un vassoio ai premiati per evitare contagi, 33 le discipline, l'oro dei vincitori riciclato da tecnologia di scarto, omaggio alla sostenibilità».

Se vi è piaciuta la Versione di Banfi fatelo sapere inoltrando questa rassegna via email ai vostri amici. Se non vi è piaciuta, beh nessuno è perfetto.

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Non perdetevi stasera la Versione del Venerdì. E poi l’appuntamento è per domenica con la Versione della Sera.